Pillole di Eunomia

Il lato oscuro dell’amore e la violenza di genere – di Paolo Dattilo

Pubblicato su www.criminologi.com l’11/06/2017

Sappiamo che in Italia una donna su tre tra i 16 e i 70 anni è stata vittima nella sua vita dell’aggressività di un uomo. Dal 2013, ogni anno, vengono uccise in media più di 150 donne dal marito, dal fidanzato o da un ex. E’ un tam-tam continuo, quasi quotidiano.
Le cronache ci riportano di minacce, vessazioni, persecuzioni, violenze, fino all’estremo gesto: quello dell’omicidio, che spesso si compie con modalità atroci e disumane.

La violenza sulle donne che è prevalentemente agita in ambito domestico, è un fenomeno che taglia trasversalmente tutte le classi sociali anche se emerge maggiormente in quelle meno abbienti.
Ciò che può sottendere ad una situazione di prevaricazione e abuso è “l’incapacita’ relazionale”, che di per sé rende ragione della difficoltà a tracciare un identikit del soggetto abusante, potendo egli appartenere a qualsiasi ambiente sociale, svolgere qualsiasi attività lavorativa ed avere qualsiasi età.

In seno alla coppia la violenza può insorgere in qualsiasi momento: a volte già all’inizio del rapporto o quando questo si interrompe, in concomitanza con la nascita di un figlio, a volte dopo tanti anni di matrimonio. In ogni caso l’obiettivo più profondo del maltrattante è mantenere lo status quo in termini di potere e di esercizio di controllo.
Tale drammatica istanza in realtà segna nel violento il crollo del “soggetto”, cioè di colui che percepisce il Sé come depositario di diritti, bisogni e responsabilità.

Ogni individuo porta con sé il diritto inalienabile di pensiero, parola e autodeterminazione, insieme a propri e relativi bisogni di tipo materiale, psicologico o sociale. E d’altra parte lo stesso è inserito in un contesto culturale in cui il rapporto tra diversità/relativismo – universalità si gioca nel bene come nel male sul terreno della scelta tra assimilazione e interazione, in questo caso di generi sessuali.

Dal punto di vista psicologico solo cogliendo pienamente e portando a maturazione la propria soggettività si rende possibile riconoscere, accogliere e rispettare analoghe prerogative presenti nell’alterità, dell’altro in quanto anch’egli “soggetto”.
Portare a compimento il processo di “soggettivazione” o “individuazione” significa affermare contemporaneamente la cultura del rispetto poiché implica necessariamente il riconoscimento dell’alterità; possiamo ritenere che il riconoscimento dell’alterità passi dunque attraverso una sorta di Patto Relazionale Esistenziale.

Qui ci corre opportunamente in soccorso la celebre “Preghiera della Gestalt”: “Io sono io. Tu sei tu. Io non sono al mondo per soddisfare le tue aspettative. Tu non sei al mondo per soddisfare le mie aspettative. Io faccio la mia cosa. Tu fai la tua cosa. Se ci incontreremo sarà bellissimo; altrimenti non ci sarà stato niente da fare.”

L’amore ideale appare possibile allora solo in presenza di alcune condizioni di sviluppo individuale come l’indipendenza, il grado di maturità e l’autenticità che, in quanto prerogative dell’individuo, possono essere da questo intenzionalmente integrate all’interno e in favore di un profilo di personalità compiuto.
Se una relazione sana risulta dunque anzitutto dal riconoscimento di sé in quanto “soggetto”, laddove ciò non trova luogo l’altro da sé potrà essere esperito solo in quanto vicario, cioè funzionale alla compensazione di parti alienate e proiettate.

A violare il patto, ad ostacolare il riconoscimento dell’alterità, contribuiscono i pregiudizi culturali (sessismo), i fattori contestuali come l’educazione (ruolo di genere), la società (profilo normativo su pari opportunità) o l’economia (livello di distribuzione della ricchezza e potere economico), ma anche variabili di struttura psicopatologica, i cosiddetti disturbi di personalità.

Ad esempio la personalità antisociale si manifesta nel disprezzo patologico del soggetto per le regole e le leggi della società, nel comportamento impulsivo, nell’incapacità di assumersi responsabilità e nell’indifferenza nei confronti dei sentimenti altrui.
Un’altro versante psicopatologico è riconducibile al disturbo paranoide di personalità, caratterizzato da diffidenza e sospettosità che spingono a interpretare le motivazioni degli altri sempre come malevoli, dal dominio rigido e pervasivo di pensieri fissi di persecuzione, timori di venir danneggiati, paura continua di subire un tradimento.

In questo quadro fallimentare in cui prevale “l’incapacità relazionale”, il maschio reagisce allo scacco narcisistico mediante l’uso estremo della forza, finendo per trasformare la spinta espansiva dell’aggressività maschile, con tutte le proprie “virtù” quali forza, sicurezza e normatività, in autoritarismo e violenza agita.

Allo stesso tempo, la femmina, nel tentativo difensivo di svirilizzarlo, è chiamata a identificarsi con l’aggressore perdendo in ciò le proprie “grazie”, vale a dire accoglienza, affettività e nutrimento.

La risposta a questi problemi passa attraverso tutto ciò che conduce a una profonda presa di coscienza, alla consapevolezza che il maschile e il femminile appartengono a dimensioni polarizzate di un’unica realtà, la persona, e che per rendere vano il bisogno di controllo e di potere occorre superare la collusione che irretisce, l’incastro inconscio che porta l’uno ad affidare all’altro parti non accettate di sé, riconoscendo in ciò l’impedimento a perseguire l’interdipendenza, cioè l’integrazione dialogica tra “soggetti” come espressione più evoluta e matura della relazionalità umana.

Paolo Dattilo
(Psicologo, Psicoterapeuta, Componente del Comitato Scientifico del Centro per gli Studi Criminologici, Direttore dell’Area psicologia e del Dipartimento di Psicologia Clinica e Sociale, Direttore scientifico della formazione in ambito di Mindfulness del CSC, Direttore del S.A.I – Sportello Ascolto Integrato – onlus, dal 2013 è docente del Centro per gli Studi Criminologici di Viterbo nei master e negli altri corsi di formazione attivati dal Centro nelle materie psicologiche)

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