Criminologia

La criminalità albanese in Italia

Premessa

Sono passati 28 anni da quel 8 agosto del 1991 quando la Moto Nave Vlora attraccò al Molo Carboni del porto di Bari sbarcando oltre 20 mila cittadini albanesi disperati.

Lo sbarco di migranti più numeroso di tutti i tempi e che mai, prima di allora, era giunto in Italia con un’unica nave.

Un evento che vide l’Italia colpevolmente impreparata non solo per quello che accadde in quelle ore concitate, ma soprattutto per quello che avvenne dopo, tanto nel breve periodo quanto negli anni successivi e sino ai giorni nostri.

La Vlora giunse a Bari dirottata da Brindisi, dove tentò un primo attracco negato dal viceprefetto Bruno Pezzuto. La nave – uno scafo mercantile di circa 30 anni comandata in quella traversata dal signor Halim Milaqi – era talmente tanto carica di persone che dovette percorrere la distanza tra i due porti pugliesi alla velocità massima di 8 nodi, arrivando a Bari dopo 7 ore dalla sua partenza da Brindisi priva di acqua, senza più provviste e, soprattutto, in condizioni igienico-sanitarie da gravissima emergenza. L’imbarcazione albanese era giunta sulle coste pugliesi salpando il giorno precedente da Durazzo dove aveva attraccato poco prima da una traversata proveniente da Cuba. Dopo aver ultimato lo scarico delle derrate di zucchero provenienti dal Sudamerica il natante fu letteralmente assalito da oltre 20 mila persone che costrinsero il comandante a ripartire per l’Italia.

Certo non si può dire che fu un fatto progettato nei minimi dettagli, ma il suo verificarsi doveva essere previsto, stante i numerosi sbarchi minori avvenuti nei giorni precedenti. Ebbene, ciò nonostante nel capoluogo barese, al momento dell’arrivo, non c’era quasi nessuno del mondo istituzionale.

I profughi, nella situazione di emergenza, furono alloggiati allo stadio e al porto. Alcuni si allontanarono trovando sistemazioni di fortuna nei parchi pubblici, nelle sale d’aspetto della stazione o nelle chiese. Quanto accadde dopo è storia recente e, forse, non desterebbe nemmeno troppa curiosità se ne parlassimo senza fare delle riflessioni trasversali che vogliamo condividere coniugando la matrice sociologica e quella criminologica di un fenomeno che, ai fini della tutela della sicurezza del nostro Paese, ha visto l’adozione di una serie di interventi – talvolta irrimediabilmente tardivi – finalizzati ad arginare un fenomeno di così importante allarme sociale.

Cenni storici.

In premessa occorre innanzitutto rifare qualche passo indietro e capire cosa accadde nel Paese delle Aquile prima di quel 8 agosto 1991. Quello sbarco si ricollega al più ampio e complesso panorama politico che visse l’Albania nella seconda metà del XX secolo.

Dopo la caduta del muro di Berlino in molti Paesi della c.d. “cortina di ferro” avvennero libere elezioni che portarono il comunismo al collasso e determinarono la definitiva scomparsa del blocco sovietico. Non pochi furono gli Stati dove questo trapasso fu doloroso perché animato da conflitti armati. L’Albania non costituì un’eccezione e dunque anche in questo Paese, nel torpore del modo occidentale, la pagina di rigida storia comunista si concluse con tumulti e instabilità che seguirono alla morte del dittatore Enver Hoxha. Da quel momento in avanti la nazione visse, nell’accelerazione di un espansionismo economico mai visto prima, più fasi di crescita e di distruzione che determinarono anche l’ascesa di un fenomeno criminale che non ha paragone nella storia per formazione e, soprattutto, per rapidità di crescita ed estensione.

Alla “liberazione” dalla dittatura conseguì, innanzitutto, la realizzazione del sogno di raggiungere l’agognato benessere fino ad allora negato e che tanto si vedeva nel mondo occidentale rappresentato dall’Italia e dalla Grecia. Per questo, sin da subito, intervenne un fenomeno migratorio massivo (1) che si concretizzò sostanzialmente in cinque periodi di migrazione:

  • il primo, quello immediatamente successivo alle riforme post regime Hoxha, fatto di cittadini politicamente dissenzienti;
  • il secondo di massa successivo alle fasi di democratizzazione e liberalizzazione del Paese, divenuto famoso per lo sbarco della nave Vlora;
  • il terzo, di entità minore e irregolare, avvenuto per effetto delle prime riforme economiche;
  • il quarto determinato dalla crisi politico – economica e dal crollo delle piramidi finanziarie nel 1997.
  • il quinto, più recente e di “assestamento migratorio”, mentre l’Albania è ormai già orientata verso una stabilità economica e di crescita, e che sta collocando questa repubblica tra le economie emergenti più importanti.

Al fenomeno migratorio, che coinvolse migliaia di persone bisognose, ed assolutamente lontane dalle organizzazioni criminali, si associò inevitabilmente anche un fenomeno criminale sino ad allora praticamente sconosciuto e, per questo motivo, all’inizio molto sottovalutato. La criminalità albanese divenne in poco tempo una minaccia e, per molti aspetti, nonostante i numerosi anni trascorsi, rappresenta tuttora un pericolo di così importante attualità tale da meritare uno studio attento, tanto per la sua genesi quanto per la valutazione prognostica di evoluzione.

Per fare questo occorre, innanzitutto, conoscere come è nata questa forma di criminalità. Essa si è sempre caratterizzata per una forma di aggregazione sociale piuttosto primitiva e certamente connotata da una architettura arretrata rispetto alle contemporanee associazioni criminali dei Paesi della medesima area balcanica o del vicino mediterraneo. La prerogativa di suddivisione territoriale, risalente al primo ‘900, con il sistema di governo delegato assoggettato all’egida di famiglie dette “Principata” ricorda molto il periodo feudale e i gabellotti siciliani dell’Italia di un secolo prima (2).

Dunque un fenomeno che non può dirsi generatosi in forma delinquenziale, ma piuttosto come devianza culturale avvenuta con metamorfosi nell’emigrazione della fine del XX secolo. Una criminalità che non ha avuto problemi ad integrarsi nei nuovi territori sino a coniugarsi con le organizzazioni autoctone diventandone partner, colmando i vuoti dei mercati illeciti e più in generale adattandosi ai nuovi mercati criminali.

Il fenomeno criminale di origine albanese radicato nel territorio italiano, in definitiva, è costituito da aree criminali che, anche all’occhio meno esperto, appaiono tra le più forti tra per pervasività, espansione, struttura e duttilità rispetto a tutte le altre forme criminali di “importazione” (3).

La criminalità albanese e la sua struttura organizzativa

Premesso questo, sotto il profilo squisitamente giuridico, per quanto sia così percepita la declinazione “mafiosa” attribuita alle organizzazioni criminali di origine albanese, essa non è altrettanto dimostrabile in sede giudiziaria. Infatti, sebbene il diritto internazionale sembra aver preso la strada per definire e reprimere tali condotte (pur essendo ancora molto lontani dalla nostra evoluzione giuridica in materia), in Italia il problema vero afferisce alla possibilità di accertare la connotazione mafiosa delle consorterie determinando, da una parte, un’inadeguata repressione e, dall’altra, non consentendo di conferire la giusta attenzione al fenomeno che continua a essere classificato come criminalità ordinaria in luogo di mafiosa (4). Tuttavia è innegabile la rilevanza di un fenomeno delinquenziale che in Italia, nel corso di quasi tre decenni, è esploso prendendo una forma e con risultati che in termini di potere criminale e di profitto economico non ha precedenti nella storia e non è nemmeno paragonabile con nessuna altra forma criminale. Una considerazione tanto sorprendente che viene da chiedersi come alcuni dei malavitosi d’oltremare siano riusciti ad affermare il loro ruolo in modo così forte nel mercato delle attività illecite in Italia.

Ciò non è avvenuto per caso, ma per la capacità di connessione della c.d. “mafia albanese” o “mafja shqipëtare” con le mafie straniere sin dai primi anni novanta (5). Una criminalità tanto forte in Patria quanto ramificata all’estero e, ovviamente, anche in Italia. Una mafia che da anni coesiste con un’ampia galassia di aggregazioni criminali (6) fatta di bande estremamente versatili tanto per “oggetto sociale” (dai reati predatori allo sfruttamento della prostituzione) quanto per estensione e radicalizzazione territoriale. A questo si aggiungono soggetti che, singolarmente ovvero in gruppi momentaneamente aggregati dal vincolo di una sola occasione illecita (passatori, falsificatori, scafisti, rapinatori in villa), sono diventati la base malavitosa popolare più diffusa che genera un allarme sociale maggiormente percepito.

La globalizzazione economica ha favorito molto l’affermazione di questa forma di criminalità che iniziando da mera forma di aggregazione mafiosa nazionale si è trasformata in una “piovra” in tutto l’occidente del “vecchio continente”. Europol stima che in Europa esistano cinque aree di interesse per lo sviluppo del crimine organizzato albanese:

  • l’area “nord-ovest” (Olanda e Belgio);
  • l’area “sud-ovest” (penisola Iberica),
  • l’area “nord-est” (i confini orientali dell’Europa),
  • l’area “sud” (Italia);
  • l’area “sud-orientale” (Ucraina, Moldavia, Balcani occidentali e Turchia).

Una dimensione continentale che parte, evidentemente, dalla porta balcanica quale punto di avvio di tutti i traffici transnazionali. I Balcani da sempre sono il crocevia tra l’est e l’ovest dell’Europa centrale per il contrabbando, per il passaggio di immigrati clandestini, per la tratta di esseri umani, di droghe e armi.

Dai Balcani i gruppi criminali albanesi più forti fanno transitare fiumi di eroina da immettere nel mercato europeo. Una delle cose più sorprendenti nello studio di questi fenomeni è che numerosi soggetti appartenenti alla dimensione criminale albanese sovente sono individui molto vicini all’establishment di governi presenti o passati (7). I trafficanti albanesi, secondo Europol, controllano la maggior parte del traffico di droga nella zona dell’Europa sud-orientale (8), sfidando anche le organizzazioni criminali europee, ad esempio quelle italiane, che finora sono state le più organizzate.

La particolare affinità con le organizzazioni autoctone italiane induce ad approfondire il tema sotto il profilo della genesi organizzativa e degli elementi che – nella struttura delle relazioni sociali di questa forma associativa a forte propensione clanica – hanno portato la criminalità albanese a rafforzarsi in modo sempre più consistente tanto sul fronte interno quanto nella sua propaggine estera.

Sebbene il fenomeno criminale in parola – seppure con forme e interessi molto primitivi – sia da ritenersi molto antico, il suo vero exploit malavitoso avvenne con il favore dell’instabilità dell’area balcanica degli anni ‘90 e la caduta del regime comunista. La nuova strada aperta dai porti di Valona e Durazzo consentì ai nuovi aspiranti mafiosi di fornire credenziali importanti innanzitutto agli albanesi etnici stanziali negli altri Stati divenuti ormai teatro di guerra e perciò impraticabili (9) e poi, successivamente, alle mafie nostrane che – una volta collaudato il nuovo partner – lo trovarono serio e affidabile non solo per le nuove opportunità, ma soprattutto per la forma e la mentalità criminale dei suoi soldati (10).

La criminalità albanese colpisce oggi, così come sorprese evidentemente allora, per la sua struttura fatta di micro organizzazioni ben strutturate che ora, come allora, hanno una fortissima pervasività nella politica, nella sicurezza e nell’economia del Paese. I vertici di queste micro strutture – sempre più assimilabili alla struttura della locale di ‘ndrangheta per la gerarchia e distribuzione degli incarichi al suo interno – hanno avviato sin dagli inizi degli anni ‘90 una serie di relazioni con altri attori criminali a livello transnazionale. Come nella ‘ndrangheta anche nella criminalità albanese il fenomeno dissociativo e di collaborazione con la giustizia è pressoché nullo, dunque non sono noti – almeno per quello che afferisce alle informazioni attinte in Albania – né i rituali di affiliazione, né gli incarichi criminali e le regole disciplinanti le condotte degli appartenenti. Ogni forma di criminalità organizzata, italiana o transazionale, e quindi anche quella dove i suoi membri sono cittadini di nazionalità albanese – almeno da un primo esame degli accertamenti processuali per lo più frutto delle indagini svolte dalle Autorità italiane – sembrerebbe avere una struttura orizzontale fatta di sodalizi interni e di patti esterni. Essa è tanto più forte quanto più saldi e stretti sono i vincoli di coesione (e quindi di intimidazione) tra gli affiliati che, quasi sempre, come per la ‘ndrangheta calabrese, sono legati da vincoli familiari e assumono ruoli diversi con funzioni e responsabilità diverse (11).

La fortissima omertà è la principale garanzia di impermeabilità della struttura rispetto alle indagini giudiziarie e, quindi, pregevole credenziale per i partners mafiosi trasnazionali. Tale regola di “regime” si ispira al Codice “Kanuni i Lek Dukagjinit”.

Il Kanun è una raccolta di norme consuetudinarie risalenti al 400 tramandate oralmente per secoli. Per lo più radicate nella zona settentrionale del Paese, esse furono formalizzate da principe Lek Dukagjini nel 1500. Per questa ragione il codice, vigente fino al 1912 quando l’Albania conquistò l’indipendenza dall’impero ottomano, è considerato come una delle più antiche codificazioni consuetudinarie d’Europa. Capace di sopravvivere ai contraccolpi delle dominazioni e ai conflitti bellici, il Kanun rispondeva alle esigenze di una società arretrata e tribale, ovviamente, in una società agro-pastorale del passato. Nella struttura sociale albanese dell’epoca il Kanun regolava principalmente le relazioni tra gli individui e l’organizzazione della “famiglia”, intesa come articolazione base e centrale della società(12). La famiglia tradizionale aveva una struttura patriarcale ed era, generalmente, molto numerosa. Il capo famiglia era l’uomo più anziano e a lui tutti i membri dovevano rispetto e riverenza. Egli dominava sulla vita di ogni membro e, in particolare, sulla vita delle donne. Costoro, essendo una proprietà dell’uomo, erano sostanzialmente prive di ogni diritto. Al centro dei valori del Kanun vi era la “Besa” – intesa come “parola data” o “solenne promessa” – un’autentica cifra dell’onore. Un valore superiore a ogni cosa che meritava tutela ad ogni costo, anche al prezzo della vita stessa.

È evidente che un siffatto sistema di regole così rigido e arretrato, perché datato, non possa che aver favorito sodalizi che, per loro natura, sono già fortemente saldi nei loro legami familiari: tuttavia sarebbe ingiusto e indurrebbe a imbarazzanti equivoci pensare che il Kanun costituisca per sua natura una fonte di criminalità, ma è da intendersi quale un buon tentativo, arcaico, di regolare la convivenza civile in una società. Certamente le aggregazioni criminali ne hanno volutamente e forzosamente strumentalizzato parte delle norme, soprattutto nelle regole rigide e disciplinanti i rapporti interni ed esterni tra malavitosi. Per questa ragione, sebbene l’Albania abbia da anni un sistema giudiziario fatto di leggi e tribunali moderni, che condannano tale arcaico sistema di regole, il Kanun è tornato a diffondersi con gravissime conseguenze sull’intera nazione determinando, ad esempio, un aumento della mortalità per via della vendetta di sangue (13).

In questo contesto storico sono cresciuti, quindi, i gruppi malavitosi più forti che, in meno di trent’anni, sono divenuti un solido riferimento criminale tanto per l’assoggettamento interno, quanto per il network mafioso mondiale. Essi hanno stabili relazioni con articolazioni criminali mafiose in America latina, e in centro e nord Europa (in particolar modo in Italia). La loro collaudata esperienza li ha resi ormai solidi e affidabili interlocutori dei cartelli colombiani e della ‘ndrangheta calabrese. Dai pochi elementi a disposizione è possibile provare a mappare l’area geografica di insistenza delle maggiori organizzazioni criminali (14):

  • area rivierasca centro-settentrionale;
  • Tirana capitale;
  • Durazzo;
  • Scutari;
  • Fushekruje;
  • Lushnje;
  • Korce;
  • Fier;
  • Valona.

Le attività illecite sono quasi sempre le stesse, governate da gruppi ancora stanziali in Albania o emigrati nei Paesi europei che alla madre Patria fanno riferimento (15):

  • traffici di stupefacenti (eroina e cocaina) provenienti dalla Turchia e diretti in Italia, Olanda, Germania, Austria, Francia e Spagna;
  • traffico di esseri umani;
  • traffico di armi;
  • riciclaggio in speculazioni edilizie e turistico – alberghiere in Albania (fortissima è la corruzione che consente questo tipo di operazioni);
  • la gestione e le infiltrazioni nell’economia del libero mercato con un ruolo importante nel controllo delle importazioni dell’acciaio, del grano, del caffè, dello zucchero, della birra e delle principali marche di autovetture europee;
  • reati predatori.

Alcuni gruppi hanno una particolare inclinazione per settori specifici del mercato illegale o di supporto alle attività criminose:

  • l’area di Fier, ad esempio, grazie alle numerose rimesse illegali, è considerata zona di forte copertura per la latitanza;
  • i gruppi di Tirana, dopo una storica contrapposizione, sono in pax mafiosa(16) e collaborano nei rapporti con i criminali trasnazionali;
  • i gruppi di Scutari controllano rotte criminali dell’area balcanica;
  • i gruppi di Valona sono specializzati nelle azioni militari.

In Italia il quadro della criminalità albanese è mutato molto in nemmeno tre decenni. Un fenomeno che certamente ha una correlazione con l’immigrazione e con i mutamenti sociali che questa ha comportato in generale dagli inizi degli anni ‘70 (con i primi flussi in ingresso dal magreb) ai giorni nostri. Secondo il “Rapporto sull’Immigrazione straniera in Italia riferito all’anno 2000” – elaborato a cura del Ministero dell’Interno – in quasi trent’anni di storia immigratoria, l’Italia, all’inizio del terzo millennio, poteva già definirsi nazione multietnica. L’elevato numero di immigrati provenienti da Paesi non comunitari ha visto in pochi anni una mutazione sociale che ha registrato e registra ancora oggi moltissimi cambiamenti. Nel 2003 – secondo le stime I.S.Mu. (17) – la comunità con maggior numero di immigrati in Italia è stata quella albanese, seguita da quella romena, marocchina, ucraina e cinese. Lo stesso Istituto dal 2004 in avanti ha rilevato un aumento dei flussi da parte della Romania e dall’Africa centrale. Ciò, a parte il variegato fenomeno migratorio, ha comportato un mutamento criminale che se da una parte ha visto crescere quasi tutte le criminalità etniche, dall’altra ha registrato fenomeni di esplosione e di integrazione da parte di alcune di esse a fronte di altre. Quella albanese è certamente tra le più affermate che, in poco meno di trent’anni, ha avuto uno sviluppo e un inserimento con le criminalità autoctone che non ha confronti (18).

Le organizzazioni criminali albanesi hanno, quindi, un assetto a distribuzione orizzontale con gruppi articolati al loro interno che hanno un’egemonia territoriale definita ed esclusiva. Questo modello consente, nel rispetto delle regole, una forte resilienza e la pax mafiosa. Inoltre è accertato che i gruppi malavitosi albanesi sono presenti, in proporzioni diverse, su il territorio italiano.

Inizialmente la commissione di fatti delittuosi vedeva primeggiare gruppi criminali albanesi stanziali in Puglia (per via della vicinanza geografica), in Calabria settentrionale (grazie ai primi accordi con la ‘ndrangheta) e poi in Lombardia (sempre per rapporti con i calabresi stanziali nella regione del Nord Italia e per la gestione del narcotraffico). La decapitazione giudiziaria dei più forti elementi delle ‘ndrine presenti in Lombardia ha visto, come conseguenza, l’affermarsi di gruppi malavitosi albanesi come sostituti delle prime prendendo gli spazi del mercato illecito che, dopo gli arresti, erano rimasti liberi. Il controllo della prostituzione e del mercato dell’eroina proveniente dalla Turchia e dall’Est asiatico, l’emergente florido mercato della cocaina con i clan calabresi che hanno ripreso negli ultimi vent’anni il comando nel settore sono solo alcuni esempi della radicalizzazione della malavita albanese nel Nord Italia.

Stando ai dati della delittuosità degli ultimi anni, l’allarme sociale maggiore per questa forma di criminalità è certamente per le regioni del Nord. La prima è la Lombardia seguita da Toscana, Piemonte, Veneto, Emilia Romagna, Lazio e Liguria.

Già nel 2007, il Rapporto sulla criminalità del Ministero dell’Interno forniva notizie molto interessanti sulla criminalità albanese nel nostro Paese. Nel 1991 i cittadini albanesi denunciati e arrestati dalle Autorità italiane sono stati 2.425, nel 2000 si è sfiorato le 23000 persone. Negli anni a seguire, sempre secondo la stessa fonte, dopo il picco del 2013 – con circa 27000 persone di cittadinanza albanese tratti in arresto o solo denunciati in stato di libertà – si è registra nei giorni nostri un sostanziale assestamento pari a quello dell’anno 2000.

Il rapporto ci dice che nei primi anni post immigrazione la maggior parte dei delitti commessi dai cittadini albanesi residenti erano reati contro il patrimonio (oltre allo sfruttamento della prostituzione, al contrabbando e al mercato delle armi). Insomma, reati che potremmo definire primitivi, in cui l’elemento violenza o quello della facile reperibilità dell’oggetto da trafficare rendeva immediato il conseguimento di proventi illeciti.

Con il passare del tempo anche questa criminalità ha mostrato maturazione e crescita. Negli anni a seguire sono diminuite le denunce per reati contro il patrimonio (pur restando comunque molto alti questi valori) e sono aumentate le ordinanze per 416 bis C.P. (associazione per delinquere di stampo mafioso) e 74 D.P.R. 309/1990 (associazione per delinquere di stampo mafioso finalizzata al traffico internazionale di stupefacenti).

Una delittuosità mafiosa che non sempre ha visto vincere le tesi accusatorie circa l’esistenza di vincoli di assoggettamento mafioso così come prevedono le due norme di specie, tant’è che in molti casi le vicende giudiziarie hanno visto sì’ condannare gli imputati, ma in moltissimi processi con derubricazione al 416 c.p. (associazione per delinquere semplice) o al 73 D.P.R. 309/1990 (traffico di stupefacenti semplice) in concorso. Per non parlare neanche delle ipotesi di contrabbando di T.L.E. (tabacchi lavorati esteri) in forma associativa o semplice.

In ogni caso, al di là di qualsiasi discutibile giudizio di valore sugli esiti giudiziari, quello che certamente è ineluttabile è il dato oggettivo e statistico dei soggetti denunciati. E quindi, la rilevazione numerica per cui nel 1996 i cittadini albanesi arrestati e denunciati per violazione dell’art. 74 D.P.R. 309/1990 siano stati 27 e ben 1.451 nell’anno 2006 ci dice che davanti a noi abbiamo una forma di criminalità non solo in fortissima espansione, ma certamente intelligente e pervasiva delle dinamiche delittuose che prima erano campo esclusivo delle criminalità autoctone italiane. I criminali italiani non sono più i soli attori dei mercati illeciti del nostro territorio: le indagini giudiziarie vedono sempre più frequentemente autori di fatti reato – anche e soprattutto in forma associativa – provenienti da molte parti del mondo ed i criminali albanesi sono, ormai, competitor di primissimo livello.

I dati delle fonti ufficiali ci dicono che la delittuosità degli albanesi è distribuita in prevalenza in Lombardia e nelle altre regioni sopra elencate. Le province con maggiori numeri di delitti con autore di cittadinanza albanese sono Milano, seguita da Roma, Firenze, Torino, Pavia, Varese, Padova, Bologna, Bergamo, Brescia, Genova, Pistoia, Rimini, Cuneo e Arezzo.

Conclusioni

L’analisi di questi dati in dettaglio fornisce sterili informazioni che, oltre alla numerologia, non darebbe altro valore aggiunto se non adeguatamente integrati e interpretati.

Occorre capire molto di più.

Occorre comprendere se esiste una connessione tra questi reati e le provenienze geografiche degli autori.

Capire se chi commette un certo numero di reati in una delle province italiane è originario di una particolare zona dell’Albania piuttosto che di un’altra ci consentirebbe, in estrema sintesi, di capire se esistono delle connessioni territoriali tra l’immigrazione e la delittuosità albanese in quella provincia italiana e le aggregazioni criminali stanziali nella loro Patria.

I data base in uso alle Forze dell’Ordine forniscono una geo-referenzializzazione solo per nazionalità, non indicano se le aggregazioni criminali albanesi conosciute sono insistenti e/o egemoni in questa o quella area del nostro Paese.

Un dato, invece, estremamente interessante che ci aiuterebbe nello scovare latitanti, nel fare prevenzione e, certamente, nel favorire il processo di integrazione abbattendo pregiudizi e migliorando i rapporti tra le nostre comunità.

(1) Secondo le ricerche dell’International Organization of Migration e i dati forniti dal Ministero albanese del Lavoro relativi all’anno 1999, l’Albania è tra i Paesi europei con la più alta percentuale di emigrati rapportata alla popolazione residente: il 30% della popolazione pari a 1.093.000 cittadini.

(2) Un parallelismo strano che, a onor del vero, vede una radice nella storia degli arbëreshe, gli albanesi d’Italia. Nel XV secolo, dopo la morte del patriota albanese Giorgio Castriota detto Scanderbeg, ci fu la diaspora degli albanesi che per fuggire dall’invasione ottomana migrarono verso il meridione d’Italia stabilendosi in molti comuni della Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia. Una continua osmosi culturale che in Italia ha visto queste comunità mantenere, pur in una perfetta integrazione, radici etniche molto forti e in Albania migrare modelli della cultura italica che sembrerebbero aver caratterizzato anche la devianza criminologica clanica.

(3) Le attività investigative e gli accertamenti giudiziari degli ultimi 30 anni ci hanno, infatti, abituato a sentire di fatti legati alla c.d. “mafia russa”, alla “mafia cinese”, alla “mafia nigeriana” o a forme delinquenziali con radici nel sud est asiatico o al fenomeno dei latinos. Quello che è certo è che le organizzazioni di “etnia albanese”, quella rumena, bulgara e quelle sviluppate in altri paesi dell’area balcanica, come nei paesi della ex Jugoslavia o in altre aree geografiche hanno visto gruppi criminali capaci di strutturarsi in organizzazioni con regolamentazione interna e modus operandi specifici e autonome, pur nella capacità di integrarsi e collaborare con altre holding malavitose.

(4) La Convenzione delle Nazioni Unite contro il crimine organizzato, approvata nel 2000 dall’Assemblea Generale, propone una definizione del «Gruppo criminale organizzato» ,come: “un gruppo strutturato, esistente per un periodo di tempo, composto da tre o più persone che agiscono di concerto al fine di commettere uno o più reati gravi ….., al fine di ottenere, direttamente o indirettamente, un vantaggio finanziario o un altro vantaggio materiale”.

(5) Almeno secondo quanto asserisce il Direttore scientifico dell’Institute management de risque criminaile Bertrand Monnet ne “Il rapporto francese sulla criminalità albanese 2007”.

(6) Oggi gli albanesi rappresentano la comunità malavitosa più numerosa dopo le nostre mafie. Il monitoraggio dell’ultimo quinquennio dei gruppi criminali di matrice mafiosa o comunque datati di un’organizzazione strutturata e permanente (almeno secondo i rapporti DIA e DNA) evidenzia una crescita imponente della criminalità albanese. Essa ha superato tutte le altre forme di criminalità straniera. Tale affermazione nei vari business preoccupa non poco non solo per la forza che tale forma criminale sta assumendo, ma soprattutto per la sua ramificazione nel nostro Paese.

(7) Con riferimento alle attività di riciclaggio e corruzione nelle rimesse illecite provenienti dall’Italia e dalla Grecia si deve osservare che nel distretto di Saranda, al sud del Paese al confine con la Grecia, dal 1998 al 2007 sono stati sostituiti 18 capi della Polizia Locale.

(8) Dato che smentisce, evidentemente, le dichiarazioni delle Autorità Nazionali che affermano che il traffico di sostanze stupefacenti in Albania sia al suo minimo storico.

(9) Quello che accadde nella ex Jugoslavia e la guerra in Kosovo ha avuto delle gravi conseguenze sulla stabilità politica, economica, militare e sociale dell’intera regione balcanica.

(10) Fatto molto curioso è che, secondo quanto rilevato dopo gli arresti, la maggior parte dei albanesi criminali non lo era prima di emigrare dal proprio Paese; questo significa che molti criminali di nazionalità albanese si sono trasformati in malavitosi dopo essere emigrati nei vari Paesi Europei.

(11) Ogni microstruttura ha un “caposupremo” che, generalmente, opera in Patria e impartisce direttive ad un “sottocapo”. I soggetti che operano all’estero hanno il compito di mantenere i rapporti con le organizzazioni mafiose straniere. Costoro sono in genere regolarmente residenti nei Paesi ospitanti, si occupano del traffico di stupefacenti e di riciclaggio dei proventi illeciti.

(12) Le norme di tradizione disciplinavano, inoltre, la proprietà, i contratti e il loro regime di regolamentazione. Secondo queste regole la Giustizia doveva essere amministrata dagli anziani, unanimemente riconosciuti autorevoli per la loro saggezza e la loro prudenza.

(13) Nella tradizione del kanun la “giakmarrje” è la vendetta di sangue. Secondo tale principio chi uccide deve essere ucciso. Non rispettare questa regola comporterebbe la perdita dell’onore innanzi alla comunità tutta. Un principio che si raccorda con altre regole del Kanun secondo le quali alle donne non è permesso consumare vendetta. Possono farlo solo i maschi adulti. Nel periodo dal 2016 al 2018 sono stati uccise 12 persone (di cui 4 bambini) nella zona nord dell’Albania per vendette dirette o trasversali. Le autorità albanesi conoscono il fenomeno e ovviamente lo condannano ampiamente.

(14) V. nota 5.

(15) I gruppi stanziati in Italia si distinguono in base alla città di provenienza. Nel Nostro Paese sono presenti tutti i gruppi sopra descritti e, in particolar modo: i gruppi di Durazzo, i Fieraket di Fier, i Lacianet di Lac, Vlonjatet di Valona e Tiranasit di Tirana.

(16) Secondo Monnet, 2007, nel 2005 le continue fatture interne sarebbero state risolte con l’adozione di una sorta di autorità (autoritet superklanor) nella malavita albanese. Una cupola che controlla i diversi gruppi stanziati lungo la tratta Tirane – Elbasan.

(17) Fondazione I.S.Mu. Milano: Iniziative e Studi sulla Multietnicità – http://www.ismu.org/ricerca/dati-sulle-migrazioni/

(18) “Si può ritenere che l’Albania abbia conquistato un ruolo di primo piano nei rapporti con le altre organizzazioni criminali e rappresenti una nuova piattaforma commerciale per i traffico transnazionale di stupefacenti ed il terminale per i Paesi dell’est di un complesso di attività illecite destinate all’Europa occidentale, sicché e` imprescindibile ed urgente l’esigenza di ridurre il potere delle organizzazioni criminali albanesi e di quelle di oltre Adriatico, che possono contare nei loro territori su condizioni di disordine e corruzione ancora assai diffuse”, scrive Cataldo Motta, Pubblico Ministero della DDA di Lecce, nella relazione fatta al Consiglio Superiore della Magistratura anno 2014.

Dott. Amerigo Fusco

Fonti:

https://www.infodata.ilsole24ore.com/2018/09/04/lemergenza-criminalita-linvasione-dei-immigrazione-quasi-tutti-dati/?refresh_ce=1
Ministero dell’interno: Rapporto sulla criminalità straniera in Italia anni 2007 e ss.
http://www.ismu.org/ricerca/dati-sulle-migrazioni/

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