Ecomafie

L’intelligence per combattere l’ecomafia e garantire sicurezza ambientale nel rispetto della privacy

L’INTELLIGENCE PER COMBATTERE L’ECOMAFIA E GARANTIRE SICUREZZA AMBIENTALE NEL RISPETTO DELLA PRIVACY

Premessa

Come suggerisce l’etimologia latina del termine Intelligence, è necessario “inter legere”, cioè leggere tra le righe, leggere dentro, leggere i significati e gli sviluppi.

L’intelligence è proprio questa: un’organizzazione in possesso d’informazioni, che permettono di anticipare le mosse dell’avversario, colpendolo, facendolo cadere in una trappola ben costruita, evitando al contempo di essere colpiti e di cadere in inganno. L’attività di “spionaggio” esiste da sempre, sin dai i primi conflitti armati tra gli uomini, trovandone traccia anche nella Bibbia, nel famoso libro “L’arte della guerra” di Sun Tzu e nella storia Babilonese.

Se ne sente spesso parlare, ma il più delle volte è probabile che si travisi il suo vero significato.

Essa viene associata, generalmente, al lavoro della spia, quel doppio zero (Agente 007) della sigla non autorizza ad uccidere, effetti speciali, come spesso si ammira nei film e si legge nei romanzi di Ian Fleming. Ma non è proprio così. L’Intelligence è ‹‹lo strumento di cui lo Stato si serve per raccogliere, custodire e diffondere ai soggetti interessati, siano essi pubblici o privati, le informazioni rilevanti per la tutela della sicurezza delle Istituzioni, dei cittadini e delle imprese››.

In Italia, oggi, dal punto di vista della struttura dell’Intelligence, vige la legge 3 agosto 2007, n. 124 che disciplina il “Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica e nuova disciplina del segreto”. Il ruolo sopra descritto è stato affidato al DIS (Dipartimento delle informazioni per la sicurezza) e alle due agenzie operative che si occupano delle dimensioni interna (AISI) ed esterna (AISE) della sicurezza nazionale.

Le su descritte agenzie, in campo criminologico e investigativo, si occupano di trovare tutte le informazioni possibili su fatti di rilevanza penale, utilizzando quel flusso d’informazioni che includono le confidenze degli informatori, le osservazioni, anche involontarie, della gente comune, come degli stessi appartenenti alle forze dell’ordine, la sorveglianza tecnologica, i rapporti ed i verbali delle attività di sicurezza.

Elemento fondamentale su cui si basa tutta l’attività d’Intelligence è dato dall’imprevedibilità dell’azione, per quanto siano stati posti in essere diversi piani e strategie. Servono scambi di notizie a tutti i livelli. Soprattutto, e anche per questo si chiama in causa l’Intelligence, sono necessarie fonti umane di informazioni affidabili, efficaci, puntuali e mirate.

Attività focale è dunque costituita dall’analisi dei cosiddetti “indicatori” che aiutano ad individuare degli eventi delittuosi che stanno per verificarsi ma che, pur essendo già in atto, ancora non si sono manifestati, come ad esempio le attività preparatorie di un attentato, di un sequestro, di una rapina.

Pertanto, con l’analisi degli indicatori, si può riuscire ad essere un passo avanti rispetto alle attività terroristiche e criminali, anche se il successo dell’attività d’Intelligence non è quantificabile né stimabile, poiché gli eventi prevenuti sono eventi che potrebbero non accadere e quindi essere statisticamente pressoché nulli.

Ma chi sono gli analisti? Si tratta spesso di esperti che non fanno parte delle forze di sicurezza, in genere sono dei tecnici specializzati in un dato settore, sia scientifico che sociologico, politico, economico o psicologico.

Sono esperti che affiancano l’investigatore puro, aiutandolo alla ricerca delle evidenze e delle realtà emergenti, interpretando congiuntamente e logicamente un insieme di informazioni apparentemente scollegate ed assolutamente indecifrabili.

Perciò, anche in ambito ambientale, l’attività di analisi di tipo strategico deve mirare a focalizzare i possibili rischi e ad anticipare gli scenari per offrire, a chi dovrà decidere di intervenire, ipotesi diverse e azioni convincenti per governare i processi di gestione delle politiche necessarie e per contrastare con l’attività di sicurezza ambientale gli effetti negativi che lo sviluppo socio – economico inevitabilmente produce.

La sicurezza ambientale è, dunque, un bene immateriale, un vero e proprio servizio che deve assicurare ai cittadini, alle popolazioni e ai singoli individui un ambiente salubre e con risorse vitali rinnovabili per le generazioni future.

La globalizzazione, ad esempio, con l’accelerazione aggressiva dei flussi produttivi e di scambio delle merci, ha provocato l’aumento esponenziale degli effetti sfavorevoli sull’ambiente causando tipologie nuove di rischi e di minaccia quali il cambiamento climatico globale, l’effetto serra, il deterioramento dello strato di ozono, la contaminazione da metalli pesanti e pesticidi, la desertificazione, la deforestazione, l’inquinamento transfrontaliero radioattivo, il traffico internazionale di rifiuti, le piogge acide e ponendo quindi nuove esigenze di sicurezza.

Esigenze che in Italia hanno sviluppato sistemi ed organizzazioni tese a combattere le c.d. “Ecomafie”, organizzazioni criminali che assumono inesorabilmente le caratteristiche di “mafia imprenditrice”, sempre più intenta a disporre del controllo dell’economia ambientale.

In definitiva ed in considerazione dell’anello di congiunzione che dovrebbe esserci tra attività di “Intelligence Ambientale” e l’azione punitiva del sistema “Ecomafia”, è bene evidenziare l’enorme falla che caratterizzava l’ultimo tassello dell’iter procedurale investigativo: la scarsa e poco chiara normativa vigente in materia di tutela ambientale con la conseguente applicazione insufficiente delle sanzioni irrogate.

L’arte dell’intelligence e il suo “ciclo”

«Sapere non permette sempre di impedire, ma almeno le cose che sappiamo le teniamo, se non tra le mani, almeno nel pensiero dove le disponiamo a nostro piacere, cosa che ci dà l’illusione di una specie di potere su di esse»

(Marcel Proust)

Secondo la più efficace definizione di un famoso esperto americano, David Steele, l’attività di Intelligence è definibile come “l’arte di conoscere le intenzioni dell’avversario”.

È un’arte perché non è sufficiente ottenere solo delle informazioni, è necessario valutarle, analizzarle ed interpretarle per capire alla fine cosa “bolle in pentola” nel campo avversario.

Caratteristica fondamentale dell’Intelligence è quella di avere ad oggetto argomenti e/o informazioni altamente segrete. Questa peculiarità è sempre meno vera con l’avvento della nuova era dell’informazione dove il più delle volte molte delle notizie altamente occulte fino a qualche tempo prima sono divenute commercialmente acquistabili o addirittura reperibili su Internet.

Il crescente volume di informazione disponibili ha assunto un ruolo di fondamentale importanza: spesso, infatti, non è la carenza di informazione bensì la sua sovrabbondanza a creare problemi interpretativi e questo rende sempre più complesso e necessario il lavoro dell’analista.

Esaminando la questione in termini molto pratici diviene, quindi, più comprensibile l’esigenza per chi svolge l’attività di Intelligence, di operare in un contesto di assoluta riservatezza.

In tutto ciò, è bene evidenziare il ruolo dell’analista, quale parte integrante del cosiddetto Ciclo di Intelligence, che mette in relazione le diverse fasi del processo di elaborazione e conoscenza e trasformando le informazioni “grezze” nel prodotto finale.

Ma come si compone questo ciclo di intelligence?

È costituito da sette fasi: il processo inizia con l’identificazione del fabbisogno informativo o più semplicemente con la richiesta informativa, poi vi è la raccolta delle informazioni, il loro trattamento, l’analisi, la valutazione e la produzione, la disseminazione, l’utilizzazione ed il feedback.

Nello specifico, innanzitutto è necessaria la richiesta di informazione da parte di coloro che sono preposti a farlo ovvero i cosiddetti decisori che possono essere soggetti politici, militari, economico-finanziari o Forze di Polizia.

La seconda fase ricomprende la raccolta delle informazioni utili e necessarie per rispondere in modo adeguato alla richiesta, quindi deve essere connessa al fabbisogno informativo. Spesso è vincolata alle risorse umane, tecnologiche e finanziarie disponibili. Per la raccolta delle informazioni oggi, grazie alla tecnologia, vengono utilizzate varie fonti tra le quali: Humint, Osint, Sigint, Geoint, Technint, Masint.

Tutte le informazioni raccolte non sono quasi mai pronte per essere utilizzate e spesso può esserci una sproporzione tra le notizie selezionate e quelle utili o che possono essere oggetto di trattamento. È necessario però che le notizie non immediatamente utilizzabili vengano “conservate” in un unico database al fine di arricchire il patrimonio informativo e per essere poi utilizzate a distanza di tempo.

Trattate le informazioni inizia l’analisi, la valutazione e la produzione delle stesse. Questo punto è un passaggio chiave in quanto trasforma i dati e le notizie raccolte in un prodotto finito, impiegabile, ed è anche il primo momento nel quale è possibile riorientare la ricerca delle informazioni. Le analisi posso essere di due tipi: analisi operativa, circoscritta ad un ambiente specifico e serve per dare risposte utilizzabili nell’immediatezza, ed analisi strategica che ha invece l’obiettivo di valutare le possibili linee di sviluppo, ed individuare i fattori che daranno forma al futuro in modo che i decisori possano pianificare le proprie strategie e implementare le relative politiche. È necessario comprendere che l’analisi strategica, serve per influire sul futuro e non per prevederlo.

Infine, l’analista comunica le proprie conclusioni al livello decisionale dalle cui necessità ha preso inizio il ciclo stesso.

Queste conclusioni devono essere espresse in modo breve, conciso e preciso e ciò implica che oltre alla fase di analisi vera e propria si richieda all’analista anche una fase di sintesi del proprio lavoro.

Questa fase può avvenire sia verso Enti dello Stato per completare indagini o iniziarne di nuove sia verso l’Autorità Politica.

Per concludere vi sarà un feedback, ovvero una risposta, fornita dal decisore (anch’essa viene considerata essenziale in quanto consente di orientare di nuovo la ricerca, valutare le fonti e verificare il processo di analisi), il quale poi elaborerà altre e nuove richieste ed il processo ricomincia dall’inizio.

Per l’appunto: un ciclo.

In controtendenza a quanto precedentemente illustrato, secondo alcuni studiosi della materia, tra cui l’autore A. S. Hulnick, docente di “Strategic and Business Intelligence” con un lungo passato nella CIA e nell’Intelligence militare, tale ciclo rappresenta una mera teoria e non riproduce la realtà dei fatti, pertanto è da considerarsi errato. Il vero, reale processo d’Intelligence, segue altri percorsi ed è strutturato in modo differente7.

Oltre a criticare tale ciclo, Hulnick accenna alla necessità di predisporre un modello separato riguardo alla contro-Intelligence e cioè quell’attività rivolta al contrasto dello spionaggio, della criminalità organizzata e del terrorismo.

Il Professore propone un modello basato su: a) Identification b) Penetration c) Exploitation d) Interdiction e) Claim Success. O meglio: identificazione della minaccia, penetrazione del gruppo ostile, raccolta delle informazioni (l’exploitation), interdizione e, ma non sempre, pubblica dichiarazione di successo.

Tale descrizione offre spunti molto interessanti ed ha il merito di far riflettere sulla necessità di andare oltre il modello del “ciclo di Intelligence”, introducendo, di conseguenza, ulteriori orizzonti e metodi di analisi che renderebbero maggiormente perfetto un meccanismo che già comporta degli eccellenti risultati.

Ecomafia e la zona grigia

La “sicurezza ambientale” si è conquistata, negli anni, un ruolo specifico nelle attività investigative istituzionali.

Il termine “Ecomafia” indica quei settori della criminalità organizzata che hanno scelto il traffico e lo smaltimento illecito dei rifiuti, l’abusivismo edilizio su larga scala e tutte le altre attività illecite come nuovo grande business e arrecando, di conseguenza, gravi danni all’ambiente circostante. Senza dimenticare, inoltre, il perpetrarsi della sua pressione nelle aree boschive e agricole, così come nel mercato illegale degli animali, del legno, del pellet e della biodiversità.

L’Ecomafia ha sempre più ramificato le proprie attività attraverso l’intero territorio nazionale, inquinando la nostra economia, condizionando in modo grave la possibilità di avviare un nuovo modello di sviluppo, soprattutto nel Sud, moderno e pulito.

L’aggressione alle risorse ambientali del Paese si traduce in un giro d’affari che, solo nel 2018, ha fruttato all’Ecomafia ben 16,6 miliardi di euro, 2,5 in più rispetto all’anno precedente e che vede tra i protagonisti ben 368 clan, censiti da Legambiente e attivi in tutta Italia.

Un fenomeno, quello denominato Ecomafia, che ogni anno, dal 1997, viene raccontato nel “Rapporto Ecomafia”, una sorta di stato delle cose realizzato da Legambiente, risultato della collaborazione con forze dell’ordine e magistrati, in cui vengono descritti ed analizzati numeri, statistiche, ma anche specifiche vicende territoriali, il resoconto o l’aggiornamento dell’esito di vicende processuali e la proposta di soluzioni legislative per un migliore contrasto del fenomeno.

Ma sarebbe sbagliato considerare questo fenomeno come un qualcosa di esclusivamente italiano, anzi, come scriveva Pietro Grasso, ex procuratore nazionale Antimafia: “il crimine organizzato è sempre più simile ad un’impresa commerciale transnazionale, che attua strategie operative, facilmente adattabili al mutamento delle condizioni economico-sociali-politiche, consistenti in traffici e forniture di diverse tipologie di beni e di servizi illeciti”.

Una rete globale, formata da entità locali, che agisce come una vera e propria multinazionale del crimine, in cui le mafie italiane, le più potenti del mondo, svolgono un ruolo di primo piano, senza preoccuparsi di saccheggiare o avvelenare il territorio in cui vivono.

Tutto per un’unica ragione: il business, il profitto perseguito ad ogni costo, il “lato oscuro del progresso economico”.

Ed è sempre con la stessa risposta che si potrebbe spiegare l’esistenza della cosiddetta “zona grigia”.

La forza della mafia è esterna alla mafia stessa e quella “zona grigia”, quello spaccato di società che si instaura nel labile confine di legalità e illegalità e di scelta – non scelta, si dilunga fino a quei personaggi che dietro il sipario e all’oscuro di tutto e tutti orchestrano i lavori; professionisti che si collocano tra lo Stato e quello che dovrebbe essere l’antistato, che fungono pertanto da vera cerniera e che trasformano l’illegale in legale.

Senza le competenze di questi professionisti, che rappresentano figure di raccordo tra la criminalità ambientale e la pubblica amministrazione, ossia colletti bianchi, tecnici, “puliti”, che firmano autorizzazioni, bluffano sulle certificazioni, fungono insomma da “spina dorsale” di un sistema corrotto, le organizzazioni criminali avrebbero fatto fatica ad evolversi e a trasformarsi nell’impresa multinazionale prima descritta.

Il defunto Procuratore nazionale Antimafia Pierluigi Vigna riteneva che l’Ecomafia fosse il crimine transnazionale più diffuso e più difficile da combattere attualmente, un vero “furto del futuro” e due, secondo il procuratore, potevano essere le armi in più per sconfiggere le ecomafie: un corpo di guardie ambientali specializzato da affiancare al nucleo operativo ecologico dei carabinieri forestali e un coordinamento a livello europeo tra le forze dell’ordine per la prevenzione e la repressione del dilagante fenomeno criminoso. Nasce quindi l’esigenza di una nuova strategia di prevenzione e di contrasto rispetto alla criminalità ambientale con il necessario ripristino di una più forte legalità in questo settore, rendendo così necessario l’ammodernamento e lo sviluppo di un intelligence di carattere europeista o mondiale, in considerazione del livello transnazionale del problema, così che si risponda a sei domande fondamentali: Chi (sta perpetrando un crimine); Cosa (sta facendo per organizzarsi a perpetrarlo); Dove (in che zona o in quale zona avrà impatto); Quando (giornalmente, settimanalmente, mensilmente, etc); Perché (per soldi, vendetta, etc); Come (il criminale sta raggiungendo i propri scopi).

Ad oggi, a livello internazionale, l’attenzione si concentra sulla politica, ma anche sulle misure e le nuove forme di controllo, con il risultato di un Intelligence uniforme e senza colori, in grado di rispettare sì le normative sovranazionali ma anche di porre particolare attenzione anche verso la giurisprudenza e le normative nazionali.

È importante rilevare che, un’Intelligence internazionale con il ruolo dei suoi informatori, degli infiltrati o la capacità di intercettare segnali elettronici, sono e dovranno sempre essere strettamente legati alla legislazione del paese in cui si sta svolgendo un’attività di analisi: senza il supporto legislativo, non può esserci questo tipo di operosità. Muoversi all’interno di una cornice legislativa “locale” ma con un fine sovranazionale.

Pertanto, un’Intelligence tanto italiana quanto internazionale, dovrà essere fermamente rispettosa delle leggi in vigore e della privacy, così da garantire il perseguimento dei reati in sede giudiziale, sebbene difficilmente un informatore sarà chiamato in qualità di teste in tribunale, ma sarà molto probabile che le informazioni ottenute tramite intercettazioni siano usate nei dibattimenti; per questi motivi dovranno quindi essere autorizzate secondo le legislazioni vigenti, pena la loro nullità. L’intelligence di Polizia, soprattutto in un paese democratico, è volta al conoscere, prevenire e reprimere i reati: al di fuori dei presupposti di legge, rappresenterebbe una vera e propria contraddizione.

Nuove configurazioni normative

La Legislazione vigente fino a qualche anno fa appariva del tutto insufficiente, poco chiara nell’intento di individuare i reati ambientali oltre che di scarsa applicazione; difatti, in Italia, sino al 2015, non esisteva un vero e proprio reato per prevenire e/o reprimere i grandi crimini ambientali e, soprattutto, le poche norme esistenti apparivano scollegate e complicate da interpretare.

Ma non esisteva neppure un reato ben definito per contrastare gli illeciti ambientali importanti, per così dire “comuni”; infatti, vigevano solo norme di settore basate su principi arcaici e su sanzioni spesso depenalizzate o micropenalizzate.

E se si trattava di reati, erano quasi tutti contravvenzioni così che i delitti rappresentassero una vera rarità, con portata specifica e limitata.

Ad onor di cronaca ed in controtendenza al già citato e netto lassismo normativo, grazie proprio all’incessante attività di indagine e degli eccellenti risultati occorsi da parte dei “Servizi” e degli organi preposti alla Sicurezza, si è cercato di inasprire ed integrare le pene attraverso un importante risultato di Governo: l’entrata in vigore della L.N. 68/15 che, a quanto pare e in parte a detta dei preposti ai lavori, oggi funziona.

Un’assoluta novità legislativa che nasce anche, e soprattutto, grazie ad un’imponente e paziente azione di Intelligence che non si è espressa esclusivamente nell’attività di prevenzione di attività criminali, ma che ha ambito alla costruzione di un mosaico informativo idoneo a fornire ai Responsabili della Cosa Pubblica strumenti utili alla tutela delle Istituzioni.

E la legge sta dando, così si è espressa Legambiente e il procuratore nazionale Antimafia Federico Cafiero De Raho, un contributo fondamentale nella lotta agli ecocriminali, con più di mille contestazioni solo nel 2018 da parte delle forze dell’ordine e un trend in costante crescita (+ 129%) per le denunce depositate nelle Procure.

Dati e numeri, in parte in flessione, che dimostrano quali effetti può innescare un impianto normativo più efficace e robusto come i nuovi ecoreati, in grado di aiutare soprattutto la prevenzione, ed ecco l’utilità di evidenziare il ruolo fondamentale dell’Intelligence e dello Stato, oltreché la repressione dei fenomeni criminali.

C’è anche chi, in controtendenza, ha criticato fortemente la struttura normativa vigente, tra cui uno dei massimi esperti in materia Maurizio Ferla, Comandante dei Carabinieri per la tutela dell’ambiente, il quale, parlando della legge sugli ecoreati ha detto che << certamente oggi c’è uno strumento in più, uno strumento procedurale che ci consente di attivare delle investigazioni molto approfondite, con possibilità di intercettazioni telefoniche, di intercettazioni ambientali, con la possibilità di agire sotto copertura, con la possibilità anche, grazie alla modifica del Testo unico della legge antimafia, di prendere i patrimoni di coloro che rientrano in questa tipologia di reato. Al di là delle statistiche a volte abbastanza celebrative, in realtà gli articoli del Titolo VI-bis, segnatamente inquinamento ambientale e disastro… restano sostanzialmente lettera morta o quasi, perché formulati con un preliminare «abusivamente» che sta bloccando molte Procure, molte autorità giudiziarie, molta polizia giudiziaria, particolarmente noi >>14. Stesso giudizio pubblicato dalle Procure e riportate nella relazione sulla prima applicazione della legge n. 68 della Commissione parlamentare ecomafia del 2017, ove si evidenziano problematiche ed archiviazioni.

Pertanto, se la buona notizia è che nel 2018 è calato, seppur di poco, il bilancio complessivo dei reati contro l’ambiente, la cattiva notizia è che, nello stesso anno, sono aumentati i reati collegati al ciclo illegale dei rifiuti.

Ecco perché, in definitiva, sarà necessario un approfondito riesame nei confronti delle leggi sugli ecoreati, al fine di eliminare le lacune e le esposte criticità applicative.

Inchieste e responsabilità

Seppur l’inserimento dei reati ambientali tra i reati risalga a poco tempo fa, l’Autorità Giudiziaria e la giurisprudenza sono intervenute più volte in tema di responsabilità ambientale. La rassegna che segue riporta alcune tra le più interessanti sentenze e massime giurisprudenziali in materia nonché processi ed inchieste, anche in itinere, la maggior parte dei quali relativi alla gestione dei rifiuti e nei confronti dei quali è ravvisabile e tangibile la cooperazione tra l’attività d’Intelligence e gli organi decisori.

  1. La Sentenza n. 46170/2016 della Cassazione, merita una immediata attenzione non solo perchè è la prima sentenza della suprema Corte relativa ai nuovi delitti introdotti dalla legge n. 68 del 2015, ma anche perchè, pur nella limitatezza della questione sottoposta, inizia a fornire i primi elementi su cui costruire l’interpretazione per l’applicazione di una norma incriminatrice speciale che brilla per genericità ed indeterminatezza;
  2. Cass. Pen. Sez. I Sentenza n. 58023 del 29/12/2017 che ha stabilito quando si configuri il disastro ambientale e quali siano i rapporti con l’inquinamento ambientale;
  3. Processo “Resit”, con condanne e assoluzioni da parte della Corte d’Appello di Napoli;
  4. Inchiesta “Spartacus”;
  5. Operazione “Cassiopea”;
  6. Fenomeni “Navi a perdere” e “Navi dei veleni”;
  7. Inchiesta “Mafia dei boschi”.

Cenni sul binomio intelligence e riservatezza

Il nuovo Codice della Privacy prevede che ogni dato (cioè informazione) che ci riguarda può essere trattato da terzi solo per motivi leciti, legittimi e non eccedenti gli obiettivi prefissati.

Esiste un principio tassativo in tal senso: la necessità di garantire la sicurezza dei dati sotto ogni profilo (logico, fisico e organizzativo e le regole valgono per tutti i trattamenti, anche quelli cartacei).

Rischi, analisi dei rischi e piani di sicurezza richiedono obbligatoriamente un approccio sistematico attraverso un processo proprio di una struttura di Intelligence.

Negli ultimi anni le tradizionali configurazioni criminali organizzate (mafia, ‘ndrangheta e camorra) sono state inoltre affiancate da altre associazioni a delinquere, apparentemente del tutto legali, e sia le tre storicamente più antiche sia le nuove associazioni sono caratterizzate dalla transnazionalità.

In questo contesto, la lotta a tali forme criminali necessita di strumenti incisivi e di strategie integrate, esempio principale è dato dall’allargamento della L.n. 231/2001 fino a ricomprendere fra i reati da essa sanzionati anche quelli legati alle ipotesi associative (in particolare quella di stampo mafioso) trovando riferimento nella Decisione quadro 2008/841/GAI del 24 ottobre 2008 relativa alla lotta contro la criminalità organizzata e la sua azione dirompente a danno dell’ambiente.

Il rischio più concreto che si potrebbe delineare è rappresentato dagli intensi rapporti fra mafia e aziende è, infatti, rappresentato dalle infiltrazioni delle cosche nelle piccole imprese, e nel sistema degli appalti e delle forniture, prevalentemente ma non solo nel sud del Paese.

La funzione di Intelligence e Security deve essere pertanto costantemente impegnata nell’attività di raccolta, classificazione, studio, sviluppo e attuazione delle strategie, delle politiche e dei piani operativi volti a prevenire e superare ogni comportamento colposo o doloso che potrebbe provocare danni diretti o indiretti alle persone e/o alle risorse materiali e immateriali.

Inoltre, di fondamentale importanza, è l’entrata in vigore (16 Aprile 2008), a seguito della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, delle nuove norme in materia di individuazione di informazioni, documenti, atti, attività e luoghi suscettibili di essere oggetto di segreto di Stato.

È quanto contenuto nel Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 8 aprile 2008 il quale, in attuazione dell’art. 39 della legge 3 agosto 2007, n. 124, disciplina i criteri per l’individuazione delle notizie, delle informazioni, dei documenti, degli atti, delle attività, delle cose e dei luoghi suscettibili di essere oggetto di segreto di Stato, nonché individua gli uffici competenti a svolgere, nei luoghi coperti da segreto di Stato, le funzioni di controllo ordinariamente svolte dalle aziende sanitarie locali e dal Corpo nazionale dei vigili del fuoco.

In particolare, il provvedimento stabilisce che potranno essere oggetto del segreto di Stato le notizie, le informazioni, i documenti, gli atti, le attività, i luoghi e ogni altra cosa la cui diffusione sia idonea ad arrecare un danno grave a interessi supremi da difendere con il segreto di Stato.

Recentemente, inoltre, al fine di sviluppare e garantire la massima trasparenza e collaborazione tra enti preposti, è stato sottoscritto il nuovo Protocollo d’intenti sulla protezione dei dati personali nelle attività di sicurezza, specificatamente su quella cibernetica, in considerazione anche del fatto che ad oggi gli “Ecodistruttori” utilizzano soprattutto la rete per ramificare i loro rapporti e cementificare le intezioni.

Il Presidente dell’Autorità Garante per la Protezione dei dati personali, Antonello Soro, e il Direttore Generale del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (DIS), Gennaro Vecchione, hanno firmato oggi un documento che conferma e rilancia le linee dell’intesa istituzionale già avviate nel 2013 e da ultimo rinnovate nel 2017.

Il documento, revisionato per consentire l’adeguamento al nuovo Regolamento Europeo sulla protezione dei dati personali (GDPR) e al Decreto Legislativo 18 maggio 2018 n. 51, c.d. direttiva “law enforcement”, ha confermato quanto già in essere circa la cornice di garanzie poste a presidio del trattamento dei dati personali effettuato dagli Organismi di informazione per la sicurezza.

La nuova versione del protocollo assicurerà agevoli interlocuzioni tra le due istituzioni attraverso lo scambio di informazioni e la promozione di procedimenti di sicurezza cibernetica, frutto delle reciproche collaborazioni con il mondo accademico e della ricerca.

Conclusioni

Il sentore Francesco Cossiga, noto esperto in materia, durante uno dei suoi interessanti discorsi, affermò che l’attività d’Intelligence “è il secondo mestiere più antico del mondo”, ha una lunga storia, ha un presente ed ha un futuro poiché rappresenta la migliore strategia preventiva per ridurre e minimizzare gli effetti di tutti i potenziali rischi e delle possibili minacce.

L’intelligence, grazie al suo sistema di analisi, dovrebbe sviluppare un apparato di controlli mirati dei rischi il quale, a sua volta, si misuri con una capacità criminale che accresce e migliora tecniche fraudolente sempre più raffinate, tenendo conto delle esigenze di celerità e di probabili “intoppi” amministrativi e legislativi.

Appunto, per questi motivi, vengono ipotizzate strategie su come colpire gli interessi dei clan, anche attraverso la lotta ad una Ecomafia dirompente, attraverso un tempestivo riutilizzo dei beni mafiosi sequestrati, un accurata ricerca delle relazioni familiari, l’esame fondamentale dei rapporti con i colletti bianchi, mafiosi e con la politica. In definitiva emerge un quadro, scientificamente supportato, nel quale l’indispensabile contrasto all’Ecomafia rappresenta la grande ed ineludibile sfida che dovrà affrontare l’Italia intera per uscire dal sottosviluppo economico, sociale e culturale di questi ultimi anni; ciò non solo grazie ad attività, funzioni e processi che possono essere assolti solo da una ben organizzata struttura di Intelligence e di applicazioni normative, ma anche da parte nostra, semplici cittadini, attraverso comportamenti attenti, fermi e continui, una sorta di “Intelligence fatta in casa”, così da strappare ossigeno a queste organizzazioni criminali e garantendo una vera e propria “Ecogiustizia”, introducendo una sorta di alfabetizzazione ambientale.

Ed è proprio in questi termini che si dovrebbe considerare la sicurezza come un bene pubblico, partecipato e mutevole nel tempo nel quale hanno un ruolo primario gli organi di informazione, in grado non solo di rappresentare il contesto ma di caratterizzarlo e contribuendo così a definire in modo decisivo il concetto di percezione della sicurezza che il cittadino riceve ed elabora.

Prevenire, prevedere e proteggere assicurando a tutti i cittadini la possibilità di vivere, per l’appunto, in sicurezza, in un ambiente salubre e con le organizzazioni criminali in ginocchio.

Tutto questo affinché sicurezza possa divenire sinonimo di libertà.

Alberto del Sordo

Fonti

-“Democrazia e intelligence italiana. Dieci anni dopo la cultura, diritto e nuove sfide della democrazia” Editoriale Scientifica di Carlo Mosca, 2018
-U.Moscato in “Rivista n. 19” Saggi per aspera ad veritatem
-Transcrime , Gruppo di Ricerca dell’Università di Trento
-“Comportamento criminale, ecomafie e smaltimento dei rifiuti”, strumenti e proposte per un approccio analitico” di Marco Letizi, edizioni Rubbettino
-“Intelligence e gestione delle informazioni. Attività preventiva contro i traffici illeciti”, Stefano Izzi, edizione 2011 Franco Angeli
-“Informazioni e sicurezza. Attività preventiva di tutela del patrimonio forestale e del suolo”, Stefano Izzi, Edizioni Aracne 2012
-Bocca R. 2010 “Le navi della vergogna”, BUR, Milano
-Della Porta D., Vannucci A. 2007 “Mani impunite”, Laterza, Roma-Bari
-“Dark Economy. La mafia dei veleni” di Antonio Cianciullo Enrico Fontana edito da Einaudi, 2012
-“Ecomafia. Una storia italiana” di Roberto Bonuglia edito da Ardesia, 2007
-“L’arte della guerra” di Tzu Sun (Autore), a cura di M. Conti, Feltrinelli edizioni 2013
-“Intelligence. Spie e segreti in un mondo aperto”, Steel David Robert, Edizioni Rubbettino 2002
-“Il lato oscuro del progresso” di Carmelo Emanuele, StreetLib Editore, eBook
-“Cossiga e l’Intelligence”, Edizioni Rubbettino 2011 di Mario Caligiuri
-www.sicurezzanazionale.gov.it
-LUDOVICO M., “Terrorismo, ora fondamentale l’Intelligence”, in http://www.ilsole24ore.com, 18 agosto 2017
-www.criminint.it
-www.privacy.it
-www.tuttoambiente.it
-www.ilfattoquotidiano.it
-“Analytical Thinking and Presentation for Intelligence Producers” – Manuale operativo CIA
-“Cosa c’è di sbagliato nel ciclo dell’intelligence”, 2009, www.silendo.org Saggio “Intelligence and National Security” di A.S. Hulnick
-Rapporto Ecomafia 2018, Edizioni ambiente, Milano
-Osservatorio Ambiente e Legalità 2018
-Report annuale di Legambiente “Ecomafia 2018”. Le storie e i numeri della criminalità ambientale in Italia”
-Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 3 febbraio 2006 “Norme unificate per la protezione e la tutela delle informazioni classificate” Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 8 aprile 2008 “Criteri per l’individuazione delle notizie, delle informazioni, dei documenti, degli atti, delle attività, delle cose e dei luoghi suscettibili di essere oggetto di segreto di Stato”
-D. Lg. 196/2003
-D.Lgs. 152/2006 (Testo Unico Ambientale)
-Regolamento Europeo sulla protezione dei dati personali (GDPR)
-Decreto Lgs. 18 maggio 2018 n. 51
-Legge 3 agosto 2007, n. 124
-L.n. 231/2001
-Codice della Privacy
-Sentenza Cassazione n. 46170/2016
-Sentenza Cassazione n. 58023/2017
-L.N. 68/15

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