Criminologia

La Connessione fra Immigrazione e Criminalità: un confronto fra diverse prospettive teoriche


Abstract

Il rapporto fra immigrazione e criminalità ha assunto una rilevanza mediatica di straordinaria grandezza, generando quella che viene definita la domanda del 21’ secolo: l’immigrazione produce criminalità? All’interno di questo scenario, sono state realizzate numerose ricerche al fine di individuare il rapporto esistente fra la criminalità e il fenomeno dell’immigrazione. In relazione ad esso, svariati studi hanno messo in luce una correlazione negativa evidenziando pertanto una decrescita del crimine laddove il tasso immigratorio è più alto. A tal riguardo, altre ricerche hanno rivelato però che esiste una correlazione negativa fra la messa in atto di condotte criminali da parte di cittadini immigrati e la loro percezione rispetto al sentirsi socialmente accolti. Sul versante opposto, politici, movimenti di destra radicale e alcuni cittadini comuni tendono a sostenere fortemente la correlazione immigrazione=criminalità. Di conseguenza, questo articolo si propone di ripercorrere alcuni dei principali contributi sull’argomento, presentando inoltre i modelli teorico-empirici più importanti rispetto al rapporto esistente fra criminalità ed immigrazione, passando attraverso l’analisi del “moral panic” e della sua influenza nel rapporto immigrazione-crimine.

Il ‘Rapporto’ fra Criminalità e Immigrazione

Circa trent’anni fa, in seguito all’omicidio perpetrato da un uomo afroamericano ai danni di una giovane donna caucasica, i media Canadesi cominciarono a creare un nesso causale fra il concetto di ‘immigrato’ e quello di criminalità violenta (Wortley, 2003). Uno di essi arrivò a scrivere “che la società occidentale non era preparata ad una simile violenza” e che questa fosse “l’inevitabile conseguenza di un processo d’immigrazione incontrollato e pericoloso (Blachford, 1994, 3).
Naturalmente questo tipo di panico morale guidato dai media non è ritrovabile solo in Canada. Dichiarazioni simili sul rapporto esistente tra immigrazione e criminalità sono emerse in gran parte dei paesi dell’Europa, Stati Uniti, Australia e altre nazioni in cui il fenomeno immigratorio è particolarmente significativo. L’inevitabile conseguenza è stata una massiva tendenza da parte dell’opinione pubblica a sovrastimare l’effettiva serietà e gravità del fenomeno, generando una vera e propria ‘sindrome dell’immigrato’ (Simon & Sikich, 2007). Quest’ultimo concetto ha potuto trovare, grazie ad uno studio di Simon & Sikich (2007), anche una conferma empirica. Più precisamente, attraverso una review sistematica della letteratura internazionale sul rapporto fra immigrazione e percezione della criminalità da parte della popolazione residente, hanno dimostrato che laddove l’immigrazione si faceva più intensa i cittadini tendevano a sovrastimare l’effettiva criminalità che veniva, in fin dei conti, rilevata dalle autorità (Simon & Sikich, 2007).
In opposizione a quanto effettivamente riscontrato da un punto di vista ‘percettivo’ vi sono anni di ricerche empiriche che hanno verificato, al contrario, l’assenza di un qualsiasi legame diretto fra immigrazione e criminalità (Wortley, 2009). Ad esempio, un progetto di ricerca condotto dall’Istituto di ricerca applicata MISAP ha rivelato che nelle Province della Regione Marche c’è una correlazione negativa forte fra il tasso di immigrati e la criminalità registrata dalle autorità (Salvanelli & Tolis, 2019). Addirittura, il sociologo Robert Sampson (2006) arrivò a dimostrare che in realtà la riduzione della criminalità riscontrata negli USA all’inizio degli anni ’90 avvenne proprio nel corso di un periodo caratterizzato da vivaci flussi immigratori nel paese. In quello stesso periodo, infatti, un crescente numero di ricerche dimostrò non solo che gli immigrati tendono ad essere maggiormente rispettosi della legge rispetto ai loro corrispettivi nativi (Martinez, 2008), ma anche che tendano a delinquere con una probabilità estremamente minore qualora risiedessero in quartieri densamente popolati da altri immigrati (Sampson, 2006). In altre parole, qualsiasi fattore tendesse a ridurre il verificarsi di condotte criminali da parte di cittadini immigrati risultò essere ancora più significativo nei quartieri ad alta presenza di stranieri (Wortley, 2009). Questo tipo di evidenza empirica, nettamente in contrasto con il luogo comune del ‘quartiere immigrato pericoloso’, è stata ulteriormente corroborata dagli interessanti risultati ottenuti da alcuni studi sulla seconda generazione di immigrati. Uno di questi, ad esempio, realizzato nel 2008 nella città di Toronto (Canada), ha poggiato su un sondaggio ad ampio raggio che ha visto la partecipazione di migliaia di giovani studenti provenienti da aree sub-urbane diverse (Hagan et al, 2008). Questo studio ha cercato di fornire una stima dell’associazione esistente fra il proprio status ‘d’immigrato’ e la probabilità di mettere in atto condotte delinquenziali, mantenendo un dettaglio statistico rispetto alle seguenti variabili: genere, età, classe sociale e background razziale (Hagan et al, 2008). I risultati indicano che, indipendentemente dal contesto razziale, i giovani di prima-generazione (definiti come coloro che sono immigrati dopo i 12 anni di età) e i giovani di mezza-generazione (definiti come coloro che invece sono immigrati prima dei 12 anni di età) hanno significativamente meno probabilità di mettere in atto condotte delinquenziali rispetto ai giovani di seconda-generazione (definiti come coloro che sono nati in Canada seppure da genitori stranieri) (Hagan et al, 2008). Ancora, una ricerca condotta nel 2006 ha rivelato che i giovani immigrati di seconda generazione presentano, statisticamente parlando, una propensione leggermente maggiore alla commissione di reato rispetto a quelli risiedenti da più tempo nel paese (Wortley, 2009; Morenoff & Astor, 2006). Ad ogni modo è interessante evidenziare che entrambi gli studi hanno dimostrato empiricamente che, nonostante gli stereotipi, i giovani immigrati di seconda-generazione non presentano una probabilità maggiore di delinquere rispetto ai giovani ‘nazionali’ (con genitori nati nel loro stesso paese) (Hagan et al, 2008; Morenoff & Astor, 2006).
In parallelo alle ricerche che si sono occupate di sondare da un punto di vista statistico il rapporto esistente fra immigrazione e criminalità, ce ne sono state altre che, diversamente, hanno tentato di individuare possibili fattori impattanti in modo negativo su questo stesso rapporto. Ad esempio, un filone di esse si è dedicato a comprendere quanto la percezione di non essere ‘accolti socialmente’ potesse influire sul senso di non-appartenenza degli immigrati inducendoli ad una maggiore probabilità di condotte criminali. Ad esempio, Lynch e Simon (2007) hanno esaminato la relazione tra ‘immigrazione e criminalità’ in sette paesi diversi. Alcune nazioni (gli Stati Uniti e il Canada) sono state classificate come ‘nazioni immigrate’ in quanto il volume degli immigrati è piuttosto elevato, le barriere all’ingresso sono meno stringenti e la naturalizzazione è spesso incoraggiata (Lynch e Simon, 2007). Altri paesi (fra cui Giappone, Germania e Francia) sono stati classificati come ‘nazioni non immigrate’. In questi paesi, il volume dell’immigrazione è relativamente basso, le barriere all’ingresso sono più rigide e non è incoraggiato l’insediamento permanente (Lynch e Simon, 2007). I risultati di questo progetto di ricerca hanno rivelato che, in generale, i ‘paesi immigrati’ presentano dei tassi di criminalità più alti fra i nativi rispetto agli immigrati di quanto non sia nelle nazioni ‘non immigrate’ (Lynch e Simon, 2007). Gli autori ipotizzano che questa scoperta potrebbe essere dovuta alla capacità delle ‘nazioni immigrate’ di integrare maggiormente i nuovi arrivati all’interno della loro società.
Alla luce sia della complessità del tema che della non sufficiente presenza di dati altamente affidabili, è pertanto necessario introdurre quelli che vengono considerati i principali ‘framework’ teorici del rapporto tra criminalità e immigrazione. Ciascuno di essi fornisce una chiave interpretativo-analitica diversa con cui analizzare il delicato legame esistente fra crimine, etnia e immigrazione. L’obiettivo del presente paper è proprio quello di affrontare questo tema approcciandolo con un metodo teorico multiplo al fine di individuare criticità ma anche opportunità future da un punto di vista socio-culturale.

Il Modello del Conflitto Culturale

Questo modello si concentra sulla complessa intersezione tra immigrazione e cultura. Esso sostiene che la stragrande maggioranza degli immigrati arriva nel paese ospitante senza alcuna intenzione di impegnarsi in attività criminali. Allo stesso modo, tuttavia, si sottolinea il fatto che alcuni di essi mantengono invariate pratiche culturali o religiose che entrano evidentemente in conflitto con le leggi o i costumi del paese stesso (Wortley, 2009). Ad esempio, alcune culture possono giustificare determinate forme di violenza domestica come mezzo per garantire una stretta aderenza alle scritture religiose. Mentre queste forme di punizione corporale possono essere accettabili nel loro paese di origine, tale comportamento può giustificare accuse penali nella nazione ospitante (Wortley, 2009). In tal senso, qualunque intervento poggiante su questo modello dovrebbe quindi concentrarsi su: (1) educare i potenziali immigrati sulle norme penali vigenti prima che questi prendano effettivamente la decisione di immigrare o (2) informare/educare i neo-immigrati su come certe tradizioni culturali o religiose associati al loro gruppo possano portare a conflitti con la legge del paese ospitante (Wortley, 2009). In altre parole, secondo questo modello, l’educazione socio-legale dei nuovi arrivati è un’opzione politica più importante ed efficace di quanto non sia rafforzare la sicurezza presso le frontiere nazionali.

Il Modello del Pregiudizio

Il presente modello, in particolare conflitto con il sistema socio-culturale accogliente, afferma che qualsiasi esasperazione nell’attribuire responsabilità penali per condotte criminali a cittadini immigrati (a prescindere dal loro livello generazionale) non è il risultato di differenze reali nel numero di reati commessi ma bensì di un approccio pregiudizievole da parte del sistema giudicante stesso (Wortley, 2009). In altre parole, le suddette differenze sarebbero il prodotto di una discriminazione sistematica perpetrata dal Sistema di Giustizia Criminale in quanto alcune minoranze etniche, specie se messe a confronto con in cittadini nativi, sono più frequentemente sottoposte ad un regime di sorveglianza da parte delle forze dell’ordine poiché ‘potenzialmente a rischio’ (Wortley, 2009). Questo tipo di meccanismo trovò anche una convalida empirica nel corso di una ricerca condotta in Canada da Wortley and Owusu-Bempah (2009), la quale dimostrò due importanti evidenze: (1) alcuni gruppi etnici si percepiscono evidentemente discriminati da un punto di vista socio-giudiziario (specialmente Afro-Canadesi e Cinesi); (2) i cittadini che sono immigrati di recente tendono a godere di un’opinione maggiormente positiva da parte del Sistema di Giustizia Criminale (con pene meno severe) rispetto a quanto non accada con i cittadini immigrati residenti nel paese da più tempo. All’interno di tale cornice, come evidenziato dagli autori, le percezioni negative ebbero un impatto decisamente controproducente sulla disponibilità delle stesse minoranze a collaborare fattivamente con il governo del paese ospitante su progetti finalizzati ad aumentare la sicurezza socio-urbana, riducendone così l’efficacia (Wortley, 2009). Non sorprende, pertanto, che alcuni autori abbiano sostenuto l’idea che la polizia aggressiva possa produrre la cosiddetta ‘profezia che si auto avvera’, generando un processo di alienazione ed isolamento nei giovani immigrati spesso contribuente alla messa in atto di condotte criminali (Wortley, 2009). Tuttavia è proprio la polizia che, mettendosi al servizio della comunità, potrebbe effettivamente colmare quel divario esistente fra società, minoranze etniche e autorità facilitando un processo di inserimento socio-culturale dei cittadini immigrati (Wortley, 2009).

Il Modello di importazione

Il modello di importazione si concentra esplicitamente sulla relazione esistente tra migrazione e criminalità (Wortley, 2009). Infatti, parte dall’assunto che alcuni individui decidono di migrare con lo specifico intento di portare le proprie attività delinquenziali all’interno del paese ospitante (Wortley, 2009). Questo modello viene spesso adoperato per spiegare le modalità di funzionamento di realtà criminali organizzate come ad esempio gruppi terroristici e le varie tipologie di mafia (Wortley, 2009).
A questo proposito, le iniziative più frequentemente associate al modello di importazione comprendono la realizzazione di uno screening approfondito di quelli che sono i potenziali immigrati e/o rifugiati, una migliore localizzazione dei criminali internazionali attraverso la cooperazione con agenzie di polizia straniere, la restrizione dell’immigrazione da paesi “a rischio” e la rapida espulsione degli immigrati condannati per reati penali (Wortley, 2009). In altre parole, questo modello presuppone un indice di intenzionalità criminale da parte dei migranti a priori che porta a valutare, spesso e volentieri, i fenomeni migratori come inevitabile fucina di criminalità (Wortley, 2009). Questo approccio, non sorprendentemente, è visto come il principale fautore del cosiddetto ‘panico morale’ da immigrazione (Wortley, 2009). Infatti esso porta il singolo cittadino a percepirsi costantemente minacciato da una sequela di flussi immigratori inevitabili, senza però verificare se questi flussi hanno portato effettivamente ad un aumento dei reati (Wortley, 2009). Tale scenario genera uno stato di profonda non-accettazione e tensione socio-culturale fra le minoranze coinvolte e la società che dovrebbe accogliere, producendo una sequela di conseguenze negative su tutto il funzionamento politico ed economico delle amministrazioni coinvolte (Wortley, 2009).

Il Modello deformato

A differenza del precedente modello, quello ‘deformato’ riconosce che il processo migratorio e di insediamento è spesso fonte di grande stress ed è proprio quest’ultimo che frequentemente genera una sequela di condotte criminali messe in atto proprio dai cittadini recentemente immigrati e/o insediati (Wortley, 2004). Infatti, la ricerca ha statisticamente dimostrato che i suddetti cittadini tendono ad esperire con maggiore frequenza fenomeni socialmente provanti come ad esempio la prolungata disoccupazione, reddito familiare molto basso e fenomeni discriminatori a livello sociale, istituzionale e culturale (Wortley, 2004). Il presente modello afferma che sono proprio questi vissuti a generare nei cittadini immigrati un senso di ‘umana deprivazione’ che li spingerebbe ad una maggiore probabilità di commissione di crimini (Wortley, 2009).
In tal senso, questo modello sembra essere perfettamente in linea con molte delle teorie classiche sul ‘crime causation’ (es. Teoria della Disorganizzazione Sociale, Teoria della Scelta Razionale, ecc.) che creano un nesso diretto ed inequivocabile fra le condotte criminali e le condizioni di estrema povertà ed isolamento sociale (Linden, 2009). Pertanto, nel momento in cui eventuali policy makers riescano a controllare quelle condizioni socio-economiche deprivanti, qualsiasi correlazione esistente fra criminalità e immigrazione svanirà (Wortley, 2009). In altre parole, questo modello sottrae all’immigrato la responsabilità delle proprie condotte criminali, vedendole come il mero prodotto di condizioni contestuali particolarmente sfavorevoli (Wortley, 2009).

Moral panic tra crimine e immigrazione

Alcuni sondaggi effettuati su un ampio campione di cittadini dei principali stati Occidentali riguardo la loro percezione sul fenomeno immigratorio sembrerebbero rivelare una propensione a ricondurre l’immigrazione quale conseguenza dell’aumento della criminalità. Tuttavia, queste opinioni diffuse e riscontrabili in diversi Paesi come Germania, Italia, Stati Uniti, Australia e Canada (Fitzgerald, Curtis & Corliss, 2012), sembrerebbero sussistere senza alcun fondamento statistico. Dati empirici ricavati dai singoli stati, infatti, tenderebbero a dimostrare l’inconsistenza di queste opinioni e, al contrario, farebbero emergere un trend opposto (Aebi, 2004; Hiatt, 2007). A questo proposito, in Italia, il capo della polizia Franco Gabrielli ha chiaramente affermato che non vi è nessun incremento di reati conseguente all’aumento della presenza di stranieri (De Cesco, 2018). Sulla stessa linea, ricerche nazionali e internazionali, come per esempio quella di Di Carlo, Schulte-Closs, & Saudelli (2018) sull’Italia, ovvero quella di Fitzgerald, Curtis & Corliss (2012) sulla Germania, o la meta-analysis di Ousey & Kubrin (2018) su un campione USA rivelerebbero una scarsa correlazione tra crimine e immigrazione, riportando basse percentuali che non avrebbero alcuna significatività statistica. Eppure, nell’arco degli ultimi anni, alcuni partiti politici di destra in diversi Stati del mondo sembrerebbero sostenere una linea in controtendenza che correlerebbe l’aumento del tasso dei reati al fenomeno immigratorio. Gli esempi sono diversi: Mentre l’ex ministro dell’Interno del governo italiano Matteo Salvini ha pubblicamente dichiarato che un terzo dei crimini Italiani è commesso da migranti (Il Tempo, 2018), la leader del Rassemblement National Francese, Marine Le Pen, basò la sua propaganda anti-immigrazione, durante le elezioni Francesi del 2017, affermando che gli immigrati commetterebbero reati non appena mettano piede sul suolo francese (Nowak & Branford, 2017). Sulla stessa linea, gruppi politici di destra radicale come il partito nazionale tedesco e australiano hanno puntato il dito contro l’eccessivo tasso di criminalità dovuto alla presenza di migranti e, avrebbero espresso la propria contrarietà a far entrare nel Pase soggetti che finirebbero poi per girare per le strade affiliati a gang (Keitsch, 2008; Rehn & Watts, 2007).
Da questa breve panoramica emerge un evidente contrasto tra la linea sostenuta da diversi partiti politici, cittadini comuni e gruppi di destra radicale rispetto al suddetto fenomeno e quella invece empirica argomentata da studiosi e ricercatori della materia. Una domanda che sorgerebbe, quindi, spontanea è: se i dati dimostrano che l’immigrazione non incrementerebbe i tassi di criminalità, che cosa porterebbe le persone a pensare il contrario? La risposta a questa domanda, a nostro avviso, potrebbe essere ricercata all’interno del concetto di moral panic e della reazione sociale conseguente a questo. Il concetto di moral panic, in criminologia così come in sociologia, è stato più volte richiamato nell’analisi dei fenomeni sociali e delle comunità per indicare uno stato di paura e panico collettivo, ingiustificato e spesso irrazionale, creato da notizie distorte e manipolate da chi detiene alcuni mezzi del potere, e allo scopo di indurre la popolazione ad esagerare la realtà rispetto ad eventi reali o fittizi. A questo proposito, Cohen (1972, p.1) ricorda: “Le società sembrano essere soggette, di tanto in tanto, a periodi di panico morale. Una condizione, un episodio, una persona o un gruppo di persone emerge per essere definito come una minaccia ai valori e agli interessi della società; la sua natura è presentata in modo stilizzato e stereotipato dei mass media; le barricate morali sono presidiate da editori, vescovi, politici e altre persone che ragionano bene; Gli esperti socialmente accreditati pronunciano le loro diagnosi e soluzioni; i modi di reagire evolvono o, (più spesso) si ricorre a questi; la condizione poi scompare, si immerge o si deteriora e diventa più visibile. A volte l’oggetto del panico è abbastanza nuovo e altre volte è qualcosa che esiste da abbastanza tempo, ma all’improvviso appare alla ribalta. A volte il panico passa e viene dimenticato, tranne nel folklore e nella memoria collettiva; altre volte è più serio e di lunga durata ripercussioni e potrebbero produrre tali cambiamenti. . . nella politica legale e sociale o addirittura nel modo in cui la società si concepisce.”
Cohen, il quale postulò il moral panic negli anni 60, pur non definendo chiaramente il concetto di “panico”, lascia chiaramente intendere che si tratti di una “sensazione improvvisa ed eccessiva di allarme o paura, che di solito colpisce un gruppo di persone e porta a sforzi esagerati o ingiuriosi per garantire la sicurezza ” (Garland, 2008). Riportando le teorie ai fatti, un esempio attuale di panico morale è appunto la concezione erroneamente diffusa immigrazione=crimine. Nonostante l’allarme risulti ingiustificato e l’equazione non supportata da evidenti prove empiriche, il moral panic ha comunque generato una forte reazione sociale di estrema diffidenza e chiusura nei confronti del fenomeno immigratorio che potrebbe essere ricollegata al fattore umano di (in)sicurezza. Per (in)sicurezza si intende, riprendendo un concetto di Bauman (1999, p.17), una condizione che oscillerebbe tra la paura soggettiva di essere vittima di un crimine e l’oggettiva preoccupazione per la criminalità basata sulla percezione della collettività ovvero dall’immagine che viene data di questa attraverso i mass media e dalle politiche populiste. Inoltre, il bilancio tra le due, interagisce costantemente ed esplica i propri effetti nella sfera economica, sociale e culturale di ciascun individuo parte di una determinata comunità. Così, da un punto di vista economico, la condizione di crisi che si concretizza, per esempio, nella difficoltà a trovare un lavoro, in stipendi non adeguati o nel ricorrere ai servizi sociali o statali, potrebbe generare un sentimento di insicurezza tale da percepire chi non appartiene direttamente a quella comunità come minaccia durante la ridistribuzione delle scarse risorse disponibili. Parimenti, da un punto di vista socio-culturale, l’infondata insicurezza passata dai alcuni media e da certe fazioni politiche su sedicenti “invasioni” non solo fisiche ma soprattutto culturali, potrebbe esplicare i propri effetti di moral panic in una società in evidente crisi di valori, risultando in una inconsistente minaccia alle tradizioni socio-culturali e che, concretamente, si tradurrebbe in sentimenti di ostilità e pregiudizio. Come, infatti, Hall et al. (1978, p.16) precisano: “Quando la reazione ufficiale a una persona, gruppi di persone o serie di eventi è sproporzionata rispetto alla reale minaccia offerta, quando “esperti”, sotto forma di capi di polizia, magistratura, politici ed editori, percepiscono la minaccia in termini identici e sembrano parlare “con una sola voce” di valutazioni, diagnosi, prognosi e soluzioni, quando le rappresentazioni dei media sottolineano universalmente aumenti “improvvisi e drammatici” (in termini di numeri o eventi) e “novità” al di là di ciò che una valutazione sobria e realistica potrebbe sostenere, quindi riteniamo opportuno parlare di. . . un panico morale”
Perciò, dalla semplice insicurezza di tutti i giorni, comune nella vita quotidiana poiché spontanea (Battistelli, 2016) si passa ad un panico morale, ossia un sentimento indotto dalle narrazioni politiche e mediatiche e che nulla hanno a che vedere con un senso di insicurezza scaturito da una minaccia reale. Inoltre, si potrebbe notare che gli eventi che hanno portato gli immigrati sulle scene quotidiane sono spesso decontestualizzate, distorte e stigmatizzate. Al contrario, queste facilitano la costruzione immaginaria dell’immigrato come criminale, tralasciando l’altra immagine dello straniero inserito all’interno della comunità in cui vive. Questo avviene, specialmente, attraverso la filtrazione di notizie da parte di alcuni media e dalle narrazioni propagandate dalla destra radicale, sostenute dalla falsa promessa di alleviare il cittadino dal senso di (in)sicurezza.
Si pensi, per esempio, alla notizia dell’arresto di uno straniero per spaccio di sostanze stupefacenti e a quella del boss di un clan mafioso per traffico internazionale di stupefacenti. Nonostante entrambe le condotte siano illecite, in alcuni casi, la notizia dell’immigrato che delinque farebbe percepire un alto livello di insicurezza rispetto a quella del boss che traffica droga internazionalmente. Il moral panic, quindi, esplica i propri effetti attraverso la creazione di un paradosso in cui l’illegalità minore viene percepita e condannata maggiormente rispetto a un’altra condotta illecita più grave poiché non vi è considerazione del comportamento posto in essere dall’agente ma, bensì, l’attenzione si sposta sul soggetto che la compie. Eppure, su un piano qualitativo, entrambe le condotte hanno facilitato la circolazione di sostanze stupefacenti all’interno di un dato territorio e, quindi, ne hanno permesso la diffusione o comunque lo smistamento. Sotto questo profilo, Battistelli (2016) fa notare che la tolleranza sociale rispetto ad un crimine varia a seconda che si tratti una condotta illecita perpetrata da un cittadino interno alla comunità (insider) ovvero un soggetto estraneo come appunto un immigrato (outsider). Infatti, sembrerebbe che la maggiore tolleranza sociale dei responsabili di una trasgressione sia riservata all’insider. Al contrario, all’outsider vengono addebitati più facilmente condotte devianti nelle quali si tende a specificare la nazionalità o lo status giuridico del trasgressore in sede di addebito. Pur non volendo ingenuamente affermare che lo straniero è per sua natura immune dalla commissione di un qualsiasi reato, ciò che dovrebbe essere oggetto di riflessione ed intervento è la costante costruzione mediatica e politica dello straniero come modello deviato. In questo senso, il moral panic generato dalla paura irrazionale dello straniero-criminale ha fatto sì che il migrante, per convenienza o per ignoranza, diventasse il capro espiatorio della crisi sociale. La visione deviante dell’immigrato apparrebbe, infatti, quale diversivo per reali problemi sociali (i.e. disoccupazione, instabilità economica, precarietà, cambiamenti peggiorativi delle classi sociali) che affliggono la nostra società e dei quali le politiche nazionali ed internazionali non sono riuscite, fino ad ora, a far fronte.
In ultima istanza, l’equazione immigrazione=crimine non trovando alcun riscontro nei dati empirici, nascerebbe da un sentimento di panico morale da parte di alcuni soggetti nel tentativo di trovare un equilibrio dal senso di in(sicurezza). Il moral panic viene, dunque, alimentato attraverso una costruzione identitaria e conservatrice operata non esclusivamente ma principalmente dai media e da una parte della politica. Sotto il profilo mediatico dei mezzi di comunicazione, l’inesistente rapporto crimine-immigrazione viene promosso attraverso l’uso di immagini, linguaggi, narrazioni nei quali un singolo episodio viene caricato di contenuti fuorvianti e irrazionali al fine di indirizzare l’opinione pubblica e con la conseguente creazione dello stereotipo dell’immigrato, ossia l’attore principale del moral panic. Dal lato politico, il moral panic scaturito dalla finzione crimine-immigrazione dimostrerebbe esclusivamente una manifesta incapacità e ignoranza di taluni attori politici a gestire i veri fenomeni di crisi sociale, a proporre soluzioni che possano efficacemente e concretamente provvedere alla risoluzione di conflitti, alla crescita sociale e culturale di un determinato Stato e alla promozione della legalità attraverso misure integrative.

Conclusioni

I modelli fino ad ora analizzati hanno cercato di ‘incorniciare’ da un punto di vista teorico il delicato scenario esistente fra immigrazione e criminalità. Infatti, questi due costrutti, essendosi posti da anni al centro del dibattito politico, sociale ed economico occidentale, hanno poggiato su una fitta rete di studi e ricerche orientati all’individuazione di un nesso (oppure verificarne il contrario). Le evidenze sono state numerose, spesso contrastanti, ma in linea generale confermanti l’assenza di un legame diretto fra immigrazione e criminalità. In altre parole, non esiste una prova scientifica che dimostri che una maggiore immigrazione implichi una maggiore criminalità. Tutt’al più, si tratterebbe della percezione comune del senso di in(sicurezza) riscontrato nella popolazione e causato da un moral panic diffuso. Pertanto, in mancanza di dati più precisi, l’utilizzo di alcuni modelli teorici è stato fondamentale per capire le ragioni contestuali, sociali e spesso politiche alla base di questo delicatissimo tema al fine di individuare soluzioni e interventi. Sicuramente, una delle più grandi sfide scientifiche di questo secolo sarà proprio la sistematizzazione/raccolta di dati affidabili sui flussi migratori e su come questi possano o meno connettersi al substrato criminale della nostra società. Infatti, fino a quando non si otterrà una sufficiente evidenza empirica non si potrà fare altro che tentare di scongiurare l’assolutizzazione critica dell’immigrato, non vedendolo aprioristicamente come fucina di criminalità.

G. Salvanelli & E. Tolis

Fonti:

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