Criminologia

La legge 69/2019. Luci, ombre ed incompiute su Codice Rosso, Revenge Porn e braccialetto elettronico.

Nota introduttiva. La violenza non conosce genere: si parla sempre di persone, mai solo di donne.

Premessa

Lo scorso 9 agosto è entrata in vigore la legge n.69 del 19 luglio 2019. Si tratta di un provvedimento abbastanza articolato, che introduce modifiche a normativa già esistente ed introduce nuove fattispecie criminose. La legge è stata presentata come “Codice Rosso” per dare forte impatto emotivo alle persone vittime di violenza, facendo sì che esse possano avvertire la vicinanza e la protezione dello Stato.
Si cercherà di analizzare questo ennesimo atto normativo in maniera se non esaustiva quanto meno intellettualmente onesta. Iniziamo dal punto di maggiore attenzione mediatica.
L’amara premessa consiste nell’annotazione che gli italiani sono notoriamente un popolo emotivo: qualunque cosa accada e passi poi sotto i riflettori della cronaca diventa spesso meritevole di un provvedimento legislativo. Così, senza fermarsi un attimo (o almeno provarci) a riflettere, sono stati approvati tutto sommato in pochi anni diversi provvedimenti normativi che però, al di là delle buone e lodevoli intenzioni, ancora non consentono di poterli definire pienamente “a tutela delle donne vittime di violenza”.

Il braccialetto elettronico

Di recente è stata quindi promulgata la legge 19 luglio 2019 n. 69, denominata dagli stessi promotori “Codice Rosso”, sicuramente con l’intento di rassicurare le persone quanto alla priorità che verrà data alla loro denuncia, assimilandola al triage ospedaliero. Codice rosso = emergenza assoluta.
Il “Codice Rosso” prevede che, a seguito di denuncia da parte di una persona maltrattata, il PM debba ascoltarla (“assumere informazioni”) entro il termine di tre giorni dalla iscrizione della notizia di reato (Art. 2).
Bene. Benissimo. Poi? Beh, “la Polizia Giudiziaria procede senza ritardo al compimento degli atti delegati dal Pubblico Ministero“ (Art. 3 comma 2bis). Ecco la prima falla di una buona idea. “Senza ritardo” può significare tutto e niente, soprattutto in Uffici di Polizia oberati di lavoro e con pochissimi uomini e mezzi a disposizione.
Certo, è stata prevista la detenzione da sei mesi a tre anni per chiunque vìoli i provvedimenti di allontanamento dalla casa familiare e di divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa (Art.4). Qui inciampiamo nella seconda perplessità. La pena prevista è successiva alla commissione di un fatto potenzialmente pericoloso per la vittima. Proviamo a chiederci, lontano dai riflettori e dall’ansia di far bene, quanto tempo occorra prima di ottenere uno dei provvedimenti in parola e soprattutto quanto possa essere deterrente, per chi ha deciso di “eliminare” la persona che osa sfidare ed opporsi, una pena detentiva di sei mesi.
Meritevole di attenzione, seguendo il medesimo filo conduttore, è anche l’art. 15 della legge in esame, che al numero 2) va a modificare l’art. 282 ter cpp, inserendo l’inciso “anche disponendo l’applicazione delle particolari modalità di controllo previste dall’art. 275 bis”.
Analizziamo meglio questa novità. L’art. 275 bis (c.p.p. NdR) stabilisce che “Nel disporre la misura degli arresti domiciliari in sostituzione della custodia cautelare in carcere, il giudice (…) prescrive misure di controllo mediante mezzi elettronici o altri strumenti tecnici, quando ne abbia accertato la disponibilità da parte della polizia giudiziaria”.
Pertanto, se il maltrattante dovesse trasgredire il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa (art. 282 ter cpc), stante l’applicazione del cosiddetto braccialetto elettronico rischierebbe la detenzione da sei mesi a tre anni.
Ora, l’introduzione della applicazione del braccialetto elettronico è stata sicuramente salutata con grande entusiasmo ma, ancora una volta, ci si chiede se questo entusiasmo abbia davvero ragione di esistere.
Dalla lettura dei lavori parlamentari in sede di discussione del testo normativo, si evince che “in base alla normativa vigente (…) il dispositivo è considerato una misura alternativa rispetto alla sola custodia cautelare o agli arresti domiciliari; con le modifiche proposte, il braccialetto elettronico diviene misura alternativa o complementare anche rispetto all’allontanamento dalla casa familiare ed al divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa”
A questo punto sembra ragionevole pensare che la concreta applicazione della disposizione in esame debba prevedere l’applicazione del cosiddetto GPS Tracking, un sistema di rilevamento a distanza della posizione del maltrattante. Ovviamente le condizioni perché questo tipo di sorveglianza sia efficace sono tre:
1) la vittima dovrà indicare analiticamente i luoghi normalmente frequentati affinché il braccialetto possa allertare le forze dell’ordine qualora il molestatore si avvicinasse a quei luoghi. Con un pizzico di rabbia e tanta amarezza ci si chiede se e soprattutto in quanti si siano soffermati a riflettere sulle ricadute psicologiche di questa indagine su una vittima già provata. Non dimentichiamo infatti che gli atti persecutori di cui all’art. 612 bis prevedono che, perché essi siano penalmente rilevanti, debbano ingenerare ansia e timore e modificare sensibilmente le abitudini di vita della persona offesa.
2) Sembra che il numero di braccialetti elettronici messi a disposizione dello Stato a seguito della Convenzione Quadro tra la Telecom ed il dipartimento della Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno sia veramente esiguo. Questo documento, valevole dal 01/001/2012 al 31/12/2018 “prevede la disponibilità di sistemi elettronici di rilevazione fino al quantitativo di 2.ooo braccialetti attivi, di cui fino al 10% e quindi massimo 200 braccialetti anche in ambiente Outodoor”
3) Sia stato previsto un numero adeguato di uomini e mezzi.
Qualora il braccialetto elettronico venisse danneggiato o se il detenuto si allontanasse dal perimetro della abitazione o si avvicinasse a luoghi interdetti, un allarme scatterebbe presso la centrale operativa. Sta di fatto che nel tempo, seppure breve, di intervento il rischio che il detenuto possa commettere un gesto violento è facilmente immaginabile.

Un obiettivo trascurato: l’ammonimento del Questore

Tornando all’analisi della legge 69/2019, si rileva che non sono state introdotte modifiche che vadano a ridurre, ad esempio, i tempi necessari per il cosiddetto “ammonimento del Questore”. Si tratta di un provvedimento amministrativo introdotto dal D.L. 38/2009 prima, la legge 119/2013 poi ed infine la legge 71/2017. La prima volta, nel 2009, la previsione normativa è stata introdotta per il solo reato di stalking; la seconda, nel 2013, è stato esteso al reato di violenza domestica. Le legge 71/2017 ha previsto la possibilità di chiedere l’ammonimento in ipotesi di cyberbullismo.
Si tratta, sinteticamente, di uno strumento finalizzato a far recedere il soggetto dalla attività criminosa messa in atto. Nel caso degli atti persecutori, la presunta vittima deve necessariamente esporre i fatti alla autorità di Pubblica Sicurezza e chiedere che vengano presi provvedimenti nei confronti del soggetto che si sostiene la stia appunto perseguitando. Dopo le necessarie indagini, il Questore emette il provvedimento di ammonimento. È fondamentale ricordare che, se pende querela non è possibile chiedere l’ammonimento; qualora invece questo fosse già stato chiesto, la presentazione della querela farebbe venire meno la procedibilità del provvedimento amministrativo. Questo perché il provvedimento in parola è finalizzato al porre fine agli atti persecutori e prevenire quindi l’esercizio dell’azione penale.
In ipotesi di violenza domestica invece è consentito che la segnalazione della probabile presenza di atti di, appunto, violenza domestica arrivi da soggetti diversi dal maltrattato, come ad esempio assistenti sociali, vicini di casa e sanitari del pronto soccorso. In questo caso dopo aver sentito le persone informate ed aver assunto le informazioni il Questore emette il provvedimento.
Stesso iter viene seguito in caso di cyberbullismo.
Come si vede, il punto debole di questo procedimento amministrativo è la necessità di procedere ad indagini, che per quanto possano essere rapide non potranno mai essere immediate, con tutti i rischi conseguenti per la vittima. Sarebbe quindi forse stato opportuno incidere prevedendo tempi stretti ed una corsia preferenziale anche per questo procedimento, con dei tempi e termini bene definiti, così come per il Codice Rosso
Occasione sprecata ed il concreto rischio che il “codice rosso”, la massima urgenza nell’ascoltare chi ha denunciato una violenza nei confronti di una persona, resterà – almeno per quanto riguarda questa prima parte – una cattedrale nel deserto.

Revenge porn

L’art. 10 della lg. 69/2019 introduce l’art. 612 ter del codice penale (diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti), stabilendo che “salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque, dopo averli realizzati o sottratti, invia, consegna, cede, pubblica o diffonde immagini o video destinati a rimanere privati, senza il consenso delle persone rappresentate, è punito con la reclusione da uno a sei anni e con la multa da € 5.000,00- a € 15.000,00- La stessa pena si applica a chi, avendo ricevuto o comunque acquisito le immagini o video di cui al primo comma, li invia, consegna, cede pubblica o diffonde senza il consenso delle persone rappresentate al fine di recare loro nocumento. La pena è aumentata se i fatti sono commessi dal coniuge, anche separato o divorziato o da persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla persona offesa ovvero se i fatti sono commessi attraverso strumenti informatici o telematici”. La procedibilità è a querela di parte, da presentare nel termine di sei mesi, salva la possibilità di procedere di ufficio in casi specifici e, precisamente, nella ipotesi in cui i fatti siano stati commessi nei confronti di persona in condizione di inferiorità fisica o in danno di donna in stato di gravidanza oppure ancora nei casi in cui il fatto è connesso con altro per cui si debba procedere di ufficio.
L’esigenza di introdurre questa nuova fattispecie di reato si è avvertita in maniera prepotente anche e forse soprattutto a seguito di numerosi casi di cronaca, non raramente dai risvolti drammatici. Accade infatti sempre più spesso che vengano fatte circolare ovviamente senza il consenso delle persone coinvolte, tramite sistemi di messaggistica telefonica, in gruppi di piattaforme social o addirittura in siti porno, fotografie o video che ritraggono parti intime o video di rapporti sessuali.
Una patologica attività, che mira a punire o “svergognare” una vittima – solitamente una donna – per non avere soggiaciuto a richieste e proposte; oppure, per aver preso una decisione non condivisa – solitamente troncare una relazione.

Il sottile confine tra il gioco ed il reato: dal sexting al revenge porn passando per la sextortion

In realtà il revenge porn spesso è la drammatica conclusione di una pratica erotica iniziata come sexting, pratica sempre più diffusa più o meno in tutte le fasce di età sessualmente attive e che consiste nell’invio di messaggi scritti o audio a sfondo erotico/sessualmente esplicito oppure di fotografie di sé stessi nudi o di proprie parti intime.
E’ incredibile la quantità e varietà di siti web dedicati al sexting: alcuni si limitano a spiegarne etimologia e significato; altri – non tantissimi in verità – mettono in guardia dai rischi conseguenti questa pratica. La maggioranza ne parla come di una pratica stimolante suggerendo addirittura alcune app da utilizzare “per esercitarsi” e per utilizzarla al meglio. Una addirittura pare prometta tra le sue funzionalità anche la “screenshot blurring” che immediatamente oscura le immagini inviate se chi è dall’altra parte prova ad effettuare uno screenshot.
Il sexting quindi non conosce genere né età; è un universo di cui fanno parte uomini e donne, adolescenti e adulti senza distinzioni, con una leggera prevalenza degli adulti quasi sempre sposati. Il motivo è chiaro, il sexting è tanto seducente quanto poco impegnativo; sicuramente meno di un tradimento “fisico”. Tuttavia, uno studio portato avanti dal Telefono Azzurro, “Dossier abuso sessuale e pedofili 2019” ha definitivamente preso atto che il sexting tra gli adolescenti è sempre più diffuso ma tra loro quanti ne parlano con i genitori sono davvero pochissimi. Da un’indagine Telefono Azzurro & Doxa Kids svolta nel 2014 è emerso che circa il 35,9% dei giovani intervistati aveva praticato del sexting; da analogo studio svolto nel 2017 è stato rilevato che il 90% degli adolescenti tra i 12 ed i 18 anni di sexting non ne ha mai parlato in famiglia. Il 21,20% dei casi trattati dal servizio 1.96.96 del Telefono Azzurro – il Centro Nazionale di Ascolto e Consulenza – ha avuto ad oggetto sexting. Spesso i ragazzini, femmine soprattutto, mandano ad altri proprie foto in cambio di ricarica telefonica. Per carità, moralismo e bigottismo sono quanto di più lontano possibile da queste pagine; la vera perplessità consiste nel rilevare quanta superficialità vi sia ancora nell’approcciarsi ad una pratica erotica stimolante quanto si vuole ma tanto pericolosa da non riuscire a vederne i confini. Troppo spesso infatti quello che comincia come sexting termina come sextortion o revenge porn.
Il tassello centrale tra il sexting ed il revenge porn è la sextortion, ossia la richiesta solitamente di soldi per evitare la diffusione delle immagini sui profili social di amici e familiari o su canali youtube. L’estorsione può anche consistere nella “richiesta” di tornare insieme come coppia oppure riprendere la relazione sessuale.
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, in questo favoriti anche dalla cronaca, le vittime sono generalmente persone di sesso maschile di ogni età ed estrazione sociale: nel 2017 i casi trattati dalla polizia postale e delle comunicazioni ha riguardato 955 maschi contro 86 femmine
Il passo successivo è il revenge porn: quando il tentativo di estorsione non ha avuto successo oppure quando questa, pur avendo portato ad un risultato economico non ha comunque ottenuto l’effetto desiderato – quello sotteso ossia la sottomissione della vittima, si arriva alla vendetta. Le immagini o i video, siano essi stati inviati dalla vittima mediante attività di sexting, sia effettuati a sua insaputa, vengono fatti circolare tramite app di messaggistica, su piattaforme social o caricati su siti a carattere pornografico. Una volta caricati l’immagine o il video in rete, dunque, è molto difficile se non impossibile che questa venga definitivamente rimossa e, qualora avvenisse, nessuno può garantire che nel frattempo non siano stati salvati in un archivio privato.
Inutile girarci intorno, si tratta di una violenza psicologica non da poco; la vittima viene privata della sua intimità – intesa non da un punto di vista esclusivamente sessuale -, esposta alla feroce critica della morale più bigotta così come alle fantasie perverse di soggetti patologici. Già solo la ipocrita condanna sociale basta a far comprendere la gravità del diffondere illecitamente immagini intime; diffusione che se avviene tramite il web diventa virale ed impossibile da arrestare, con la conseguenza che la gogna mediatica si espande sempre di più e la ulteriore conseguenza che è possibile in qualunque momento riportare a galla situazioni ormai sopite. Una spirale da cui è praticamente impossibile uscire.
Si tratta di una pratica che colpisce in maniera particolare le donne che, nonostante la ormai radicalmente mutata libertà di costumi, continuano ad essere additate ed insultate se vivono liberamente la propria sessualità.
Frequentissimi i casi, alcuni conclusisi in maniera veramente drammatica di adolescenti femmine che hanno inviato proprie fotografie intime a coetanei – ma non solo – venendo poi ricattate con la richiesta di somme di denaro per evitare che quelle foto venissero diffuse. Altrettanto frequenti, abbiamo visto, sono i casi in cui si è passati dal sexting al revenge porn. Due aspetti di una stessa medaglia ma ugualmente disgustosi.
Indubbiamente è questo il motivo della aggravante di cui al comma 3, che prevede appunto l’aumento della pena se il fatto è commesso attraverso strumenti informatici o telematici
È importante chiarire che la previsione legislativa non punisce chi invia proprie o anche altrui immagini o video ma chi lo fa senza il consenso delle altre persone raffigurate negli scatti o nelle riprese. In altri termini, se tutti sono d’accordo non esistono divieti alla diffusione. E’ stata quindi normata la sottile sfumatura tra il revenge porn e la sextortion.

La previsione normativa in Italia e negli altri Paesi

Benvenuta allora questa nuova previsione di reato. Non si può tuttavia fare a meno di osservare che, contrariamente a quanto accade di solito, su questa specifica fattispecie il legislatore sia stato eccessivamente lento, nonostante i tanti, troppi drammatici casi di cronaca.
Se in Italia si è aspettato il 2019 per arrivare ad una presa di posizione, una sbirciatina nel resto del mondo ci fa non poco arrossire. Nelle Filippine, ad esempio, il 15 febbraio 2010 è stato approvato un documento, Anti Photo and Video Voyeurism Act of 2009, davvero rivoluzionario e reso sulla premessa che lo Stato tutela la dignità e la privacy di ogni essere umano e garantisce il pieno rispetto dei diritti umani. In South Africa non esiste ancora una legge che preveda il revenge porn come reato ma questo non vuol dire che non sia prevista alcuna forma di tutela per le vittime di questa disgustosa attività. Chiunque abbia subìto del revenge porn può infatti intentare una causa civile per diffamazione. Un’altra opzione sarebbe una causa per ingiurie, per aver violato la dignità della vittima; esiste infine la possibilità di ricorrere alla legge sul copyright per ottenere la rimozione delle immagini. Infine, il Protection for Harassment Act 2010 prevede la possibilità di ottenere un ordine di protezione. Negli USA ben 41 Stati si sono già dotati di legge sul revenge porn e, in particolare, nello Stato di New York la vittima potrà ottenere un risarcimento del danno e valutare se intentare una causa civile o penale.
Restando invece più vicino casa nostra scopriamo che in Francia, dopo una sentenza alquanto improvvida della Cour de Cassation – che aveva considerato non penalmente perseguibile la diffusione di immagini intime di una persona senza il suo consenso – è stato introdotto nel 2016 un articolo al Codice penale (226-2-1) che punisce (forse non) abbastanza severamente il revenge porn. In Spagna nel 2015 è stato modificato l’art. 197 comma 7 del Codice penale, punendo la diffusione di immagini personali quando la stessa nuoce gravemente all’intimità della persona la cui immagine è stata diffusa. In Gran Bretagna sin dal 2015 è stata istituita la Revenge porn helpline in seguito alla introduzione della nuova legge sul divieto di diffusione di immagini e video intimi senza autorizzazione. Al mese di settembre 2018 la helpline ha fornito aiuto a circa 4mila persone e quasi l’80% dei contenuti segnalati è stato rimosso. La helpline non può intervenire in caso di minorenni – trattandosi ovviamente di diverso e ben più grave reato -; in caso vi siano già indagini in corso; in caso di segnalazioni provenienti da non residenti.
A quanto pare, l’Italia ha deciso di tutelare le vittime di revenge porn addirittura ben nove anni dopo la Repubblica delle Filippine e soli quattro anni dopo il Regno Unito.
Bisogna inoltre rilevare che grazie alla britannica Revenge Porn Helpline la quasi totalità delle immagini diffuse senza consenso è stata rimossa. Cosa accade invece nel Belpaese? Dando per scontata l’accusa, il processo e la condanna definitiva del molestatore, quale è il destino di immagini e video porno che continuano a circolare indisturbate nel web?
Ad oggi, sembra sia se non impossibile decisamente difficile rimuovere immagini e video dalla rete, con tutte le conseguenze sul piano psicologico che questo comporta.
Bisogna distinguere la rimozione di immagini e video dalla deindicizzazione: quest’ultima è la sola attività che possono mettere in atto i motori di ricerca, evitando quindi che determinati dati – come ad esempio nome e cognome – vengano trovati tramite ricerca. La rimozione di immagini e video va invece chiesta al gestore del sito ove queste sono caricate e, se pensiamo che nella maggior parte dei casi si tratta di siti porno, ci rendiamo conto che si tratta di un’impresa titanica: un solo video può essere caricato dallo stesso gestore del sito in un altro sito e così via. Come una specie di scatole cinesi del web.
La richiesta di rimozione viene spesso confusa con il diritto all’oblìo, che è cosa ben diversa: “il giudice di merito ha il compito di valutare l’interesse pubblico, concreto ed attuale alla menzione degli elementi identificativi delle persone che di quei fatti e di quelle vicende furono protagonisti. Tale menzione deve ritenersi lecita solo nell’ipotesi in cui si riferisca a personaggi che dèstino nel momento presente l’interesse della collettività, sia per ragioni di notorietà che per il ruolo pubblico rivestito; in caso contrario, prevale il diritto degli interessati alla riservatezza rispetto ad avvenimenti del passato che li feriscano nella dignità e nell’onore e dei quali si sia ormai spenta la memoria collettiva”
Così come, extra legem, sarebbe auspicabile una commissione di studio che andasse ad indagare seriamente non solo la vastità dei reati a sfondo sessuale, commessi con o senza l’ausilio dei mezzi informatici; essenziale sarebbe indagare movente e motivazioni (si perdoni l’accento di impatto criminologico) di comportamenti così poco rispettosi della dignità umana e per far questo è ulteriormente auspicabile che l’indagine sia affiancata dalla diffusione della cultura nelle scuole. Perché è a scuola che si forma e si educa alla socialità, diversa dal rapporto/legame familiare.
Tirando le fila di quanto sinora detto, parrebbe che anche questa volta e nonostante la buona volontà sbandierata, il legislatore abbia perso un’ottima occasione per tutelare a tutto tondo le vittime di questo reato tra i più odiosi esistenti. Ferma restando infatti la invocata condanna del molestatore, le immagini e/o i video continueranno ad essere visibili in rete per molto, molto tempo e la vittima continuerà ad essere vittima per un tempo ancora più lungo. Necessario si reputa quindi integrare la legge con una forma di tutela più stringente, magari strizzando l’occhio alla non scarna attività in tal senso della UE.
A proposito, quanti hanno immediatamente pensato al caso di T. C. e sono andati a cercare articoli che riguardassero la sua tristissima vicenda? Quanti, leggendo qua e là di revenge porn, si sono imbattuti nella rievocazione del caso, con i suoi dati e quelli della madre in chiaro? In barba all’oblìo…

Cosa ne pensa la Giustizia Comunitaria

Un duro colpo alla lotta al revenge porn sembra essere stato inferto dalla recentissima sentenza della Corte di Giustizia Europea, con sede a Lussemburgo, che si è espressa a proposito della deindicizzazione dei link a contenuti che facciano riferimento ad una persona che abbia appunto chiesto la soppressione di tali link.
Con una articolata motivazione la Corte Europea ha stabilito primariamente che “il diritto alla protezione dei dati personali non è una prerogativa assoluta ma va considerata alla luce della sua funzione sociale e va contemperato con altri diritti fondamentali, in ossequio al principio di proporzionalità” I Paesi terzi non hanno applicato il diritto alla indicizzazione in modo armonico rispetto alla UE; altri ancora non hanno affatto mostrato sensibilità verso questo nervo scoperto. Il legislatore comunitario, d’altronde, non sembra aver garantito ai cittadini membri un identico trattamento anche al di fuori dei confini della Unione. Da questo consegue inevitabilmente che “il gestore di un motore di ricerca, quando accoglie una domanda di deindicizzazione in applicazione delle suddette disposizioni, è tenuto ad effettuare tale deindicizzazione non in tutte le versioni del suo motore di ricerca, ma nelle versioni di tale motore corrispondenti a tutti gli Stati membri, e ciò, se necessario, in combinazione con misure che, tenendo nel contempo conto delle prescrizioni di legge, permettono effettivamente di impedire agli utenti di Internet, che effettuano una ricerca sulla base del nome dell’interessato a partire da uno degli Stati membri, di avere accesso, attraverso l’elenco dei risultati visualizzato in seguito a tale ricerca, ai link oggetto di tale domanda, o quantomeno di scoraggiare seriamente tali utenti”.
È una sentenza che lascia un po’ di amaro in bocca, soprattutto dopo aver fatto le pulci ad una legge sbandierata come rivoluzionaria e che invece si è visto essere molto piena di buona volontà ma poco utile dal punto di vista applicativo. Dalla Comunità Europea, che ha emanato un provvedimento quale è il GDPR che irroga sanzioni a diversi zeri in caso di mancata informativa sulla tutela dei dati personali, ci si aspettava tanto di più, soprattutto in una materia così tanto delicata.

Deformazione dell’aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso

L’art. 12 della legge 69/19 introduce una nuova fattispecie di reato, anche questa figlia della cronaca contemporanea.
Tanti, troppi sono infatti i casi di persone sfregiate in viso mediante l’uso di sostanze acide dai “soliti” ex compagni che non si rassegnano alla fine della relazione o che non accettano il rifiuto ad iniziarne una. Si potrebbe obiettare, come è stato fatto ad esempio quando è stato introdotto il reato di omicidio stradale, che anziché appesantire il codice penale introducendo un nuovo reato sarebbe stato sufficiente modificare opportunamente fattispecie criminose già esistenti. Potrebbe essere corretto come no ma forse l’unica cosa veramente corretta sarebbe educare al rispetto. Sempre.

Un dibattito mai aperto: persa l’occasione di introdurre una concreta forma di recupero del reo

A questo proposito si sottolinea un articolo della legge 69/19 che pare sia stato troppo poco commentato: l’art. 17, comma 1 lettera b) modifica l’art. 13bis della legge 354/75 sull’ordinamento penitenziario. Si viene quindi a stabilire che, per i condannati per i delitti di cui al comma 1 (maltrattamenti in famiglia; deformazione del viso; violenza sessuale; violenza di gruppo; atti persecutori ndr) è ammessa la possibilità “di seguire percorsi di reinserimento nella società e di recupero presso enti o associazioni che si occupano di prevenzione, assistenza psicologica e recupero di soggetti condannati per i medesimi reati”.
Argomento delicatissimo e seducente, che da un lato ed in nome del loro stesso recupero sociale suggerisce l’idea di obbligare queste persone a seguire i percorsi di reinserimento e recupero; il che sarebbe anche essere attentamente valutato se, dall’altro lato, non si rischiasse di sfociare in una sorta di trattamento sanitario obbligatorio.
Il dibattito sarebbe interessante e sicuramente acceso ma evidentemente si tratta di un’ennesima occasione persa.

Mariarosaria Baldascino

Fonti:

-Intervento della Deputata On.le Matilde Siracusano in Resoconto stenografico dell’Assemblea. Seduta n. 150 di mercoledì 27 marzo 2019
-Dottor Stefano Aprile, GIP presso il Tribunale di Roma, Il sistema per il controllo elettronico delle persone sottoposte alla misura degli arresti domiciliari previsto dall’art. 275-bis cpp: “Braccialetto elettronico”. L’esperienza del Gip do Roma in Rassegna penitenziaria, n.2 anno 2013
-Dottor Stefano Aprile, op. cit.
-Vice Questore P.S. Dott.ssa Letizia Mandaglio, L’ammonimento del Questore: la “via” amministrativa prevista dal legislatore in materia di stlaking, violenza domestica e cyberbullismo in Rassegna di giustizia militare, bimestrale di diritto e procedura penale militare. Anno 2018, rivista n. 3
-Giovanna Gallo, Sexting, sexting, sexting se in mente hai solo questo qui hai 5 app per farlo bene (e sicuro) in Cosmopolitan 26/06/2019
-SOS il Telefono Azzurro Onlus, Dossier Abuso sessuale e pedofilia 2019 Giornata nazionale contro la pedofilia e pedopornografia, 5 maggio 2019
-Sextortion, i dati forniti dalla Polizia di Stato, 26 marzo 2018
-Republic of Philippines, Republic Act n. 9995 – An act defining and penalizing the crime of photo and video voyeurism, prescribing penalties therefor, and for other purposes
-Republic of South Africa – Act to provide for the issuing of protection order against harassement; to effect consequential amendments to the Firearms Control Act, 2000; and to provide for matters connected therewith;
-The New York Senate- Senate protects New Yorkers from Revenge Porn. February 28, 2019
-Cour de Cassation criminelle, 16 mars 2016, n° 15-82.676
-Code pénal, article 226 – 2 – 1
-Còdigo Penal, artìculo 197 – 7
-UK Government publication
-Revenge Porn Helpline
-Sentenza Corte di Cassazione Sezioni Unite n. 19681/2019
-Corte di Giustizia della Comunità Europea – Comunicato stampa
-Sentenza della Corte di Giustizia Europea nella causa C-507/17 del 24 settembre 2019
-https://www.camera.it/leg18/410?idSeduta=0150&tipo=stenografico
-http://www.rassegnapenitenziaria.it/cop/778134.pdf
-https://www.difesa.it/Giustizia_Militare/rassegna/Bimestrale/2018/Documents/3_2018/MANDAGLIO_l’ammonimento.pdf
-https://www.cosmopolitan.com/it/sesso-amore/a28179830/app-per-il-sexting/
-www.vita.it/attachment/c5af4826-1b76-448b-b3d5-c0817344f31a/
-http://www.interno.gov.it/sites/default/files/allegati/dati_sextortion.pdf
-https://www.lawphil.net/statutes/repacts/ra2010/ra_9995_2010.html
-http://www.justice.gov.za/legislation/acts/2011-017.pdf
-https://www.nysenate.gov/newsroom/press-releases/senate-protects-new-yorkers-revenge-porn
-https://univ-droit.fr/la-gazette-juridique/10733-le-revenge-porn-non-sanctionne-selon-l-interpretation-de-la-cour-de-cassation
-https://www.legifrance.gouv.fr/affichCodeArticle.do;jsessionid=DAAE83A7007A26A8CCB76A3A9D482394.tplgfr31s_2?cidTexte=LEGITEXT000006070719&idArticle=LEGIARTI000033207318&dateTexte=20190924&categorieLien=cid#LEGIARTI000033207318
-https://www.boe.es/buscar/act.php?id=BOE-A-1995-25444
-https://www.gov.uk/government/publications/revenge-porn
-https://revengepornhelpline.org.uk/
-https://curia.europa.eu/jcms/upload/docs/application/pdf/2019-09/cp190112it.pdf
-http://curia.europa.eu/juris/document/document.jsf;jsessionid=A747AAB1EFB16DD5827C684914F6F385?text=&docid=218105&pageIndex=0&doclang=IT&mode=lst&dir=&occ=first&part=1&cid=336129

5 replies »

  1. Mi complimento con l’Autrice del documentato e competente commento.
    Trovo che l’approfondita analisi svolta dei diversi istituti colga in pieno l’essenza e le conseguenze materiali e giudiziarie delle normative trattate.
    È comunque significativo che si sia passati da una tutela ordinaria, che quindi necessitava di tempi investigativi e di intervento lunghi, ad una tutela d’urgenza.
    Questo potrebbe salvare la vita è la serenità di molte persone.
    Del resto, solo con l’esperienza e la pratica giudiziaria si potranno apportare i necessari accomodamenti a norme che comunque hanno riempito uno spazio importante nel vuoto istituzionale e normativo precedente.

  2. Conosco l’Avv. Baldascino e riconosco nell’articolo la passione che da sempre la anima nell’esercizio della sua professione, strettamente intrecciata con la sua sensibilità personale.
    Da non addetto ai lavori ho comunque potuto apprezzare il messaggio contenuto nel suo articolo, segno della bontà della scrittura.

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