Intelligence

Il Sistema Paese, le Infrastrutture Critiche, l’Intelligence e il Cittadino

IL SISTEMA PAESE E IL CITTADINO

Il 22 luglio 2019, per i viaggiatori ferroviari di mezza Italia, è stato un giorno da dimenticare. Più di 40 treni cancellati, di cui 25 della linea ad Alta velocità, appartenenti sia a TRENITALIA che ad ITALO. Fin dalle prime ore della mattina, i tabelloni delle stazioni di Milano, Torino, Firenze, Roma e Napoli (più tutte le intermedie) indicavano anche 4 ore di ritardo per la maggior parte dei treni sulle linee ancora attive, più le cancellazioni.

Un “guasto” aveva colpito la linea, all’altezza di Rovezzano, vicino Firenze: un incendio di una centralina probabilmente doloso, che ha bloccato fino alle 13:30 i treni di tutte le tipologie di prevista percorrenza sulle linee dal nord al sud Italia.

Le conseguenze sono state incalcolabili, e solo in minima parte immaginabili: i turisti che non sono riusciti a raggiungere in tempo le destinazioni scelte per le vacanze sono stati tantissimi, come i lavoratori pendolari che hanno perso la giornata in stazione, o le merci che non hanno raggiunto le destinazioni designate, in molti casi diventando inutilizzabili.

E si aggiungano le perdite economiche di quelle località di villeggiatura raggiunte in ritardo, o gli uffici e le industrie che hanno ridotto la produttività, o chiunque aspettasse del materiale che poi ha dovuto reperire in altra sede.

Insomma: una serie di conseguenze negative che i più fortunati hanno potuto ammortizzare in un uno o due giorni, e gli altri in una settimana o in ancora più tempo. E poco ha importato, al cittadino medio che ha perso tempo e soldi, se il ritardo del proprio treno sia stato dovuto a fatti casuali come un temporale o un fulmine, oppure ad atti violenti e criminali.

Questo recente avvenimento aiuta a comprendere l’importanza di una rete di comunicazione ferroviaria efficiente e sicura, capace di mantenere la propria funzionalità in ogni momento, sia in condizioni di normale lavoro, sia durante e in seguito a guasti o attacchi di qualunque tipo. In un paese moderno come l’Italia, posto al centro dell’Europa, un sistema di trasporto come la ferrovia (ma allo stesso modo, il trasporto aereo o su ruota), è di vitale importanza, e qualsiasi ritardo o malfunzionamento può diventare un problema critico per il Sistema Paese.

INFRASTRUTTURE CRITICHE

Per questa ragione, la stessa Europa, fin dal 2008, ha cercato di definire le infrastrutture che possono essere definite critiche, in ragione della loro importanza per il funzionamento dell’intero Paese, e, di conseguenza, della Comunità Europea tutta (direttiva 2008/114/CE dell’8 dicembre 2008).

In Italia l’argomento è stato dibattuto per qualche anno, dopo il 2008, portando al Decreto Legislativo dell’11 aprile 2011, n. 61 (attuazione della Direttiva 2008/114/CE), in cui, per la prima volta, viene data la definizione di “infrastruttura critica europea” (ICE) e vengono delineate le  procedure e gli attori responsabili della loro identificazione e protezione. L’argomento centrale di tale provvedimento è, innanzitutto, l’infrastruttura: “un elemento, un sistema o parte di questo, che contribuisce al mantenimento delle funzioni della società, della salute, della sicurezza e del benessere economico e sociale della popolazione”; tale entità diviene “critica” quando  è “essenziale per il mantenimento delle funzioni vitali della società, della salute, della sicurezza e del benessere economico e sociale della popolazione ed il cui danneggiamento o la cui distruzione avrebbe un impatto significativo in quello Stato, a causa dell’impossibilità di mantenere tali funzioni”. Può essere definita ICE, quando è “ubicata negli Stati membri dell’UE il cui danneggiamento o la cui distruzione avrebbe un significativo impatto su almeno due Stati membri. La rilevanza di tale impatto è valutata in termini intersettoriali. Sono compresi gli effetti derivanti da dipendenze intersettoriali in relazione ad altri tipi di infrastrutture”.

Il D.L. n. 61 ha identificato però solo due settori (con relativi sottosettori) sotto cui deve ricadere una infrastruttura per essere definita critica: nel settore “ENERGIA” esistono i sottosettori “Elettricità”, “Petrolio” e “Gas”; il secondo settore, quello dei “TRASPORTI”, si divide invece nel sottosettore “Stradale”, “Ferroviario”, “Aereo”, “Navigazione interna” e “Trasporto oceanico, marittimo e i porti”.

Leggendo con attenzione la definizione presentata è chiaro però che, al pari degli altri Paesi europei, le infrastrutture essenziali per il mantenimento delle funzioni vitali della società, la cui distruzione avrebbe un impatto significativo (…) a causa dell’impossibilità di mantenere tali funzioni sono molte di più di quelle elencate nei due settori identificati dal D.L.

Acquedotti, palazzi governativi, sale situazione, industrie ad alta intensità tecnologica, ma anche ospedali, grandi punti di incontro sociali e religiosi: queste ed altre devono necessariamente essere annoverate tra le infrastrutture critiche, e trattate di conseguenza, sia nel caso siano pubbliche, sia quando sono private. Per fare un esempio estremo, in Bhutan è stato considerato fondamentale preservare la “felicità media” della popolazione, salvaguardando la loro possibilità a partecipare alle celebrazioni religiose: questo trasforma un semplice momento di incontro in un luogo sacro, un momento da salvaguardare attraverso una organizzazione che possa prevedere, affrontare e riparare ad eventuali eventi nefasti che impediscano alla popolazione di parteciparvi.

La prevenzione delle minacce che possono colpire un ICE copre un ampio campo di lavoro. Fondamentalmente, queste possono ricadere in 3 categorie: quelle che provengono da fattori naturali al di fuori della volontà umana, quelle legate allo specifico lavoro che svolge l’azienda (che siano colpose o dovute a inefficienze dei sistemi), e quelle prodotte da atti criminosi. Ovviamente, sono le industrie stesse a dover farsi parte attiva, per prime, nella prevenzione di tali minacce, ma per farlo al meglio, hanno necessità di confrontarsi anche con le Istituzioni statali deputate alla sicurezza del territorio e non solo.

Non c’è dubbio infatti che la maggior parte delle grandi imprese e società che operano sul territorio nazionale debbano avere un contatto diretto con le Istituzioni. Link a due direzioni, ovviamente: se le Forze di Polizia contribuiscono a definire la minaccia, organizzando le informazioni ricevute da più fonti, monitorando la situazione a livello nazionale, ma anche europeo e mondiale, la società, attraverso i suoi addetti alla security, dovrà predisporre piani di prevenzione, risposta ad un problema, e ritorno alle condizioni iniziali, che siano in linea con le normative nazionali, e segnalare ogni attività sospetta portata avanti da ignoti nei confronti del suo personale e delle sue strutture, aiutando così il Governo a proteggerla meglio.

LA SICUREZZA DELLE AZIENDE

Esistono quindi in Italia (come in ogni nazione del mondo), imprese private o privatizzate che sono di estrema importanza per il positivo sviluppo del paese e per la difesa dell’integrità delle sue capacità decisionali, e che devono obbligatoriamente dialogare ogni giorno con le Istituzioni, per favorire la propria protezione e successo.

Ed è stato proprio con il D.L. n. 61 che il Governo italiano ha razionalizzato e ufficializzato quello che molte aziende internazionali e nazionali già avevano avviato: un’attività congiunta tesa alla protezione di quelle risorse fondamentali alla propria sopravvivenza, attraverso un colloquio continuo e diretto con le Istituzioni.

Per varie ragioni, le industrie private sono state all’avanguardia in questa attività: probabilmente in ragione della minore complessità rispetto all’apparato statale, ma anche per il grande peso sui Governi nazionali che le grandi aziende private del passato potevano avere, proprio quest’ultime avevano già da tempo considerato essenziale prevenire la menomazione delle proprie capacità produttive (qualsiasi fosse il loro prodotto finale), causata dalla distruzione totale o parziale di un loro asset strategico, chiedendo alle Istituzioni di farsi parte attiva in quest’ultima attività.

E per questo, quando l’allora Governo Berlusconi ha ratificato la citata norma europea, nell’ambito privato esisteva già quella figura lavorativa che oggi viene chiamata “Security manager”: un professionista della sicurezza che ricopre un ruolo chiave per la tutela dell’attività dell’azienda, assicurandone, insieme a tutte le altre principali funzioni aziendali, la continuità operativa.

La materia di lavoro di quest’ultimo è la Security aziendale: lo “studio, sviluppo ed attuazione delle strategie, delle politiche e dei piani operativi volti a prevenire, fronteggiare e superare eventi in prevalenza di natura dolosa e/o colposa che possono danneggiare le risorse materiali, immateriali, organizzative ed umane di cui l’azienda dispone o di cui necessita per garantirsi un’adeguata capacità concorrenziale nel breve, nel medio e nel lungo termine.” Norma UNI 10459, punto 3.1.

Essendo un argomento che si è sviluppato in ambito privato, il nome e la descrizione di questo manager della sicurezza aziendale possono variare molto spesso, a seconda della società e dalla tipologia di servizio o prodotto fornito, in relazione alla nazione in cui la stessa si è sviluppata o lavora, in base alla normativa vigente, o ancora in considerazione degli ausili tecnologici che gli vengono in aiuto nel suo lavoro di prevenzione, protezione e ripristino.

Resta costante, però, lo scopo del suo impiego: prevenire e se necessario fronteggiare eventi che inficiano la produttività dell’azienda, e aiutare nel ripristino della capacità operativa qualora il problema affrontato abbia prodotto danni.

Considerando le tipologie di minacce già presentate, è ovviamente proprio lo specifico settore di lavoro dell’azienda a dettare, innanzitutto, le regole di base di tutto il lavoro del security manager: come una società di autotrasporti punterà molto sulla preparazione del personale, l’aggiornamento del parco veicoli, la capacità di supporto logistico, per evitare interruzioni della propria capacità di trasporto merci e facilitare il ripristino di eventuali guasti meccanici, una società di software punterà molto sulla protezione cyber e le capacità di interconnessione dei propri computer, magari dispiegati in varie postazioni lontane e indipendenti tra loro.

IL GOLDEN POWER

Ma il “pericolo” non viene solo da attacchi criminali o cataclismi: le “scalate” societarie, le acquisizioni e vendite, e in generale, tutte le decisioni prese nell’ambito delle amministrazioni delle aziende di importanza strategica di un paese che possono minare la nazionalità della stessa, sono attenzionate dai Governi nazionali.

Lo Stato italiano, per proteggere la propria autonomia nell’ambito di alcuni settori critici dell’industria e dei servizi, non solo spende parte delle proprie capacità di indagine e controllo del territorio per assicurare la protezione fisica e cyber delle aziende di importanza “nazionale”, ma ha anche necessità di assicurarsi che tali strutture (corredate di personale, informazioni, capacità, etcc…) rimangano sotto il suo (seppur parziale) controllo.

Oltre alle IC (Europee e non), esiste una categoria di aziende, definite genericamente di “interesse strategico”, che hanno ugualmente bisogno di una particolare attenzione e protezione da parte dello Stato: quelle che rientrano nel novero delle società operanti in ambiti ritenuti strategici e di interesse nazionale.

Senza dubbio esistono industrie, soprattutto private, che sono infrastrutture critiche, altre che sono di interesse strategico nazionale, ed alcune che sono entrambe le cose. Il Governo italiano, al pari di tanti altri governi stranieri, lo sa bene, tanto da aver previsto una serie di “poteri speciali” che possono essere applicati al fine di salvaguardare, anche in campo economico (inteso nell’accezione più ampia del termine) gli assetti delle imprese operanti in ambiti ritenuti strategici e di interesse nazionale (D.L. 15 marzo 2012 n. 21, convertito con modificazioni dalla legge n. 56 dell’11 maggio 2012).

Con quest’ultimo provvedimento viene istituito il regime di golden power, che consente allo Stato l’esercizio di una particolare autorità nei confronti le società italiane che svolgono attività di rilevanza strategica, a prescindere dalla titolarità in capo allo Stato di partecipazioni nelle stesse.

In poche parole, lo Stato di prefigge lo scopo di protezione delle capacità di aziende di interesse strategico (settori della difesa e della sicurezza nazionale, settori dell’energia, dei trasporti e delle comunicazioni) mediante poteri di intervento, da esercitare sulla base di criteri oggettivi e non discriminatori, come ad esempio specifiche condizioni all’acquisito di partecipazioni, o il veto all’adozione di determinate delibere societarie, nel caso si prefiguri una “minaccia di grave pregiudizio” per gli interessi essenziali della difesa e della sicurezza nazionale.

Recentemente, l’innovazione del 5G ha portato il Governo a tornare sull’argomento, arrivando ad emanare il Decreto 11 luglio 2019 n. 64, estendendo i citati poteri speciali dell’Esecutivo ad ambiti come l’energia, i trasporti e le comunicazioni. Qualche mese prima, con il D.L. n. 22/2019 (cosiddetto “Brexit”) , convertito in Legge  n. 41 del 20 maggio 2019,– intitolato “Disposizioni in materia di poteri speciali inerenti ai servizi di comunicazione elettronica a banda larga basati sulla tecnologia 5G” si è voluto  cercare di controllare maggiormente le tecnologie straniere in ingresso nel mercato italiano, modificando il D.L. n.21 del 2012 e introducendo un nuovo articolo (1-bis) e definendo così tutti i servizi di comunicazione elettronica a banda larga basati sulla tecnologia 5G, da chiunque forniti, come “attività di rilevanza strategica per il sistema di difesa e sicurezza nazionale”.

IL SISTEMA PAESE

In un sistema economico assolutamente globale, che presenta la possibilità di trasferimento praticamente istantaneo di informazioni (e in alcuni casi, anche di materiali), per assicurarsi di poter mantenere una buona libertà di azione, una nazione non può solo proteggere da qualsiasi attacco esterno (extranazionale, criminale, naturale, etc..) i proprio assetti strategici, ma deve cercare anche di espandersi e portare i propri prodotti all’estero. E per farlo, uno stato può sfruttare tutte le risorse possibili, private e pubbliche che siano, organizzate e coordinate in modo da viaggiare tutte nella stessa direzione.

Il “Sole 24 ore” spiega che, con la dicitura “Sistema Paese”, si intendono “tutte le strutture – pubbliche e private – che collaborano a sostenere l’attività internazionale – dal commercio alla produzione – di un Paese garantendo la competitività del suo sistema produttivo. Contribuiscono al sistema Paese le imprese, le istituzioni, politiche ed economiche, sia pubbliche che private, ma anche quelle scientifiche e culturali Il Paese ottiene vantaggi competitivi quando le strutture che compongono il sistema riescono a collaborare in maniera efficiente e determinano, insieme, strategie commerciali nazionali e internazionali[1].

Il governo appoggia assolutamente questo meccanismo, tanto da aver, ad esempio, creato un particolare reparto del MAECI, la Direzione Generale per la promozione del Sistema Paese. Compiti di tale struttura sono assicurare lo svolgimento di attività di promozione, sostegno e valorizzazione all’estero del Paese e di tutte le sue componenti, la diffusione della lingua, della cultura, della scienza, della tecnologia e della creatività italiane, l’ideazione di iniziative dirette a sostenere l’attività all’estero delle imprese italiane ed a favorire gli investimenti esteri in Italia, la promozione, d’intesa con le competenti amministrazioni pubbliche, la collaborazione internazionale e bilaterale nel settore dello sport, della cultura, e dell’istruzione.

Insomma, se la pubblicità è l’anima del commercio, già da tempo i Governi che si sono succeduti hanno attuato l’idea che non basta solo mostrare i propri prodotti, ma anche agire in moto proattivo per portare eventuali “acquirenti” al proprio tavolo per permettere loro di valutare le proprie capacità, cercando ogni volta di far toccare con mano i risultati di cui l’ingegno italiano è capace.

Questo, non solo coerentemente con lo spirito creativo e la predisposizione alla relazione che ha sempre contraddistinto il popolo italiano, ma anche per raggiungere il livello di tutti gli altri Governi, europei e non, che già da tempo si muovono per promuovere le proprie aziende private, consapevoli che il benessere e un sufficiente ricchezza interna si possono attuare anche assicurando una stabilità di impiego ai propri cittadini. A riguardo, si potrebbero fare numerosi esempi di “intromissione” statale nei tentativi di acquisizione da parte di società italiane di aziende straniere, definite critiche o di importanza strategica. E non bisogna certo stupirsene.

Certo è che se anche lo Stato, a suo modo, ha la necessità di farsi conoscere per “vendere” qualcosa, dovrà sottostare alle più comuni leggi del commercio, non avendo delle finanze infinite. Si troverà a dover scegliere dove puntare per la promozione di una certa azienda, dove è meglio favorire la collaborazione in ambito sportivo o universitario, o ancora, dove potrebbe svilupparsi un proficuo scambio di servizi energetici. Dovrà avere le giuste informazioni, insomma.

E una volta ottenute, potrà spingere le sue aziende nazionali a relazionarsi con uno governo estero piuttosto che con un altro, o prevenire eventuali acquisizioni da parte straniera senza però inimicarsela, ma riuscendo magari a trovare un accordo che possa soddisfare tutte le parti interessate. Come detto, è vero che anche il Governo si trova a dover attuare una politica “pubblicitaria”, ma non lo fa ovviamente per se stesso: ciò che viene proposto e pubblicizzato è la singola azienda nazionale, che rientra, solitamente, nell’ambito del più ampio Sistema Paese.

LA COLLABORAZIONE

Fino a questo punto è stato tratteggiato uno scenario che vede due attori: lo Stato e le aziende (IC, di interesse strategico, etcc).

L’elenco delle minacce e dei pericoli che potrebbero colpire queste ultime può essere lunghissimo, e sarà sempre impossibile essere preparati per qualsiasi cosa possa accadere. Il responsabile della continuity aziendale dovrà scegliere contro cosa spendere le sue energie e le sue strategie di difesa. Ma anche le ingerenze economiche straniere possono esserlo: e in questo caso viene interessata tutta la leadership societaria, non essendo questione di sicurezza propriamente detta. Infine, essere protetti da attacchi e investimenti esteri, per quanto sia necessario, non potrà mai permettere ad una società di sviluppare il proprio mercato: solo la pubblicità, portata avanti con tutti i modi possibili, le darà l’occasione di ampliare i propri introiti.

In tutti i casi, lo Stato ha un interesse diretto: sia di evitare che l’azienda (IC, o di interesse strategico) venga menomata nelle sue capacità, sia di permetterne uno sviluppo e una crescita internazionale (altre aziende nazionali). E per questo, il concetto veramente importante è il seguente: il futuro vedrà una collaborazione sempre più stretta tra le aziende (classificate come “infrastrutture critiche”, europee e non, di interesse strategico, o altro) con il Governo italiano (con le sue Forze di Polizia, istituzioni deputate alla sicurezza interna ed esterna o alle relazioni internazionali, etcc..).

Tale collaborazione è stata già sviluppata in più modi, dando vita, ad esempio, al Quadro Strategico Nazionale 2007/2013[2] (approvato nel 2007 dalla Commissione Europea), che prevedeva, tra le tante soluzioni, il potenziamento delle capacità di difesa delle Infrastrutture Critiche nazionali e degli attori di rilevanza strategica per il sistema-Paese, e l’incentivazione della cooperazione tra istituzioni ed imprese nazionali.

Oppure, più recente è il “Piano nazionale per la protezione cibernetica e la sicurezza informatica” del 2017[3], che prevede, tra le tante disposizioni, il potenziamento dell’organizzazione e delle modalità di coordinamento e di interazione a livello nazionale tra soggetti pubblici e privati, in ambito cyber ovviamente.

Quale che sia l’azienda da preservare, o il rischio da evitare, o ancora il servizio da pubblicizzare, ci sarà sempre bisogno di qualcuno che faccia una analisi dei rischi e quindi una “previsione” di questi ultimi, sulla base di dati. E se si parla di informazioni riguardo eventuali futuri scenari, di qualsiasi genere siano, si parla di “intelligence”. Perché, benché questo termine possa farci venire alla mente un inglese con capello laccato, sorriso diabolico e gadget straordinari, la realtà è che l’intelligence vera e propria ci circonda tutti i giorni.

Ma cosa è effettivamente l’intelligence? Ma soprattutto, come è possibile che un’attività storicamente così legata alle guerre, allo spionaggio, al segreto governativo, sia invece così attuale, così utile anche al semplice cittadino, così spendibile anche con le aziende e i privati?

Innanzitutto si consideri una prima definizione di intelligence. In ambiente militare, internazionale e interforze, viene così descritta:

 “Intelligence is defined as the product resulting from the directed collection and processing of information regarding the environment and the capabilities and intentions of actors, in order to identify threats and offer opportunities for exploitation by decision-makers[4]

La Presidenza del Consiglio dei Ministri la definisce “il prodotto dell’elaborazione di una o più notizie di interesse per la sicurezza nazionale[5].

Il Glossario Intelligence 2019, la definisce come “Il prodotto dell’elaborazione di una o più notizie di in­teresse per la sicurezza nazionale. In questa accezione, corrisponde al termine informazione, come utilizzato dal Legislatore italiano nella legge istitutiva del Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica.” Oppure come “Insieme delle funzioni, delle attività e degli organismi coinvolti nel processo di pianificazione, ricerca, elabo­razione e disseminazione di informazioni di interesse per la sicurezza nazionale.[6]

Come accennato, l’idea comune di intelligence la lega alle guerre, ai tentativi di anticipare gli attacchi nemici o di conoscerne il punto più debole dello schieramento. Ma anche alla ricerca di informazioni riguardo spedizioni commerciali, prodotti e porti di attracco, da parte delle spie veneziane durante il florido periodo delle Repubbliche Marinare.

In realtà, si sta parlando di un’attività insita nello spirito imprenditoriale inteso nel suo più ampio significato, e quindi propria di tutti i campi dell’agire umano, come ad esempio quello economico.

Secondo Harbulot, l’intelligence economica è un’attività e non una tipologia d’informazione; questa si definisce come “la ricerca e l’interpretazione sistematica dell’informazione accessibile a tutti, con l’obiettivo di conoscere le intenzioni e le capacità degli attori. Questa ingloba tutte le operazioni di sorveglianza dell’ambiente concorrenziale (protezione, veglia, influenza) e si distingue dall’intelligence tradizionale:

  1. per la natura del suo campo d’applicazione, cioè le informazioni aperte acquisite esclusivamente nel rispetto di una deontologia definita dalle imprese e dalle collettività interessate;
  2. per la natura dei suoi attori, perché non sono più esclusivamente degli specialisti, ma l’insieme del personale e della dirigenza che sono coinvolti in un processo di cultura collettiva dell’informazione;
  3. per le specificità culturali, nella misura in cui ogni economia nazionale genera un modello specifico d’intelligence economica, il cui impatto sull’elaborazione e la messa in opera delle strategie industriali è variabile a seconda dei paesi”[7] .

Per la CIA l’Intelligence economica è “l’informazione riguardante le risorse, attività e politiche delle economie straniere, includendo produzione, distribuzione e consumo di beni e servizi, lavoro, finanze, tassazione, commercio, industria ed altri aspetti del sistema economico internazionale[8].

Fondamentalmente, l’intelligence in generale ha lo scopo di produrre previsioni, partendo da informazioni di “base”, ed ecco perché rientra anche tra gli strumenti del Security Manager.

È un processo, una analisi che trasforma informazioni semplici in complesse, da “isolate” a strutturate, per aumentare la conoscenza globale di uno scenario.

Al termine del processo (del “ciclo intelligence”), l’utente finale otterrà una rosa di possibili scenari, o ipotesi di previsione, che potrebbero verificarsi.

Perché è proprio la previsione di qualcosa che accadrà, l’obiettivo di tutto il sistema deputato all’Intelligence di uno Stato, industria, azienda, etc.: prevedere come il nemico attaccherà, come si comporterà l’azienda concorrente, cosa sta per presentare sul mercato l’altra fabbrica di elettrodomestici, e così via. L’Intelligence produce previsioni, che possono essere più o meno precise, dipendenti dal livello e dalla quantità di informazioni, dalla complessità dello scenario, dal tempo disponibile, e da mille altri fattori[9].

A riguardo, in Italia è in vigore la legge n.124 sul Sistema di Informazione per la Sicurezza della Repubblica (SISR), modificata in alcune parti con legge del 7 agosto 2012, n. 133.

L’Art. 1 decreta che “Al Presidente del Consiglio dei ministri sono attribuiti, in via esclusiva l’alta direzione e la responsabilità generale della politica dell’informazione per la sicurezza, nell’interesse e per la difesa della Repubblica e delle istituzioni democratiche poste dalla Costituzione a suo fondamento (…)”; una successiva aggiunta ha specificato che è sempre compito del Presidente del Consiglio utilizzare il S.I.S.R. per assicurare la protezione “delle infrastrutture critiche materiali e immateriali, con particolare riguardo alla protezione cibernetica e alla sicurezza informatica nazionali”.

L’Art. 2 decreta che il S.I.S.R. (Sistema di Informazione per la Sicurezza della Repubblica) italiana è composto da: “Presidente del Consiglio dei ministri, dal Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica (CISR), dall’Autorità delegata di cui all’articolo 3, ove istituita, dal Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (DIS), dall’Agenzia informazioni e sicurezza esterna (AISE) e dall’Agenzia informazioni e sicurezza interna (AISI).”

Quindi, il sistema responsabile di assicurare le attività di informazione per la sicurezza, allo scopo di salvaguardare la Repubblica da ogni pericolo e minaccia proveniente sia dall’interno sia dall’esterno del Paese fa capo direttamente al potere politico, che poi viene suddiviso e declinato in variegate maniere (CISR, DIS).

L’art. 4 elenca i compiti del DIS, tra cui si ritrovano:

c) raccoglie le informazioni, le analisi e i rapporti provenienti dai servizi di informazione per la sicurezza, dalle Forze armate e di polizia, dalle amministrazioni dello Stato e da enti di ricerca anche privati (…);

d) elabora, anche sulla base delle informazioni e dei rapporti di cui alla lettera c), analisi globali da sottoporre al CISR, nonché progetti di ricerca informativa, sui quali decide il Presidente del Consiglio dei ministri, dopo avere acquisito il parere del CISR;

e) promuove e garantisce, anche attraverso riunioni periodiche, lo scambio informativo tra l’AISE, l’AISI e le Forze di polizia (…);

f) trasmette, su disposizione del Presidente del Consiglio dei ministri, sentito il CISR, informazioni e analisi ad amministrazioni pubbliche o enti, anche ad ordinamento autonomo, interessati all’acquisizione di informazioni per la sicurezza;”

Le “agenzie” secondo la legge n.124, sono:

  • AISE (art.6): a cui “è affidato il compito di ricercare ed elaborare nei settori di competenza tutte le informazioni utili alla difesa dell’indipendenza, dell’integrità e della sicurezza della Repubblica, anche in attuazione di accordi internazionali, dalle minacce provenienti dall’estero.”
  • AISI (art.7): a cui “è affidato il compito di ricercare ed elaborare nei settori di competenza tutte le informazioni utili a difendere, anche in attuazione di accordi internazionali, la sicurezza interna della Repubblica e le istituzioni democratiche poste dalla Costituzione a suo fondamento da ogni minaccia, da ogni attività eversiva e da ogni forma di aggressione criminale o terroristica.”

La legge n.124, nella sua parte iniziale, crea quindi un sistema semplice ed efficace che rispecchia pienamente la teoria generale di cosa dovrebbe essere l’Intelligence: un processo con attori responsabili di raccogliere, analizzare, coordinare raccolta e analisi, per fornire un prodotto utile alla sicurezza e protezione dello Stato.

Ora però, non si deve immaginare il personale dei Servizi come personaggi che viaggiano con false generalità e armi smontate negli ombrelli. Il sistema di raccolta delle informazioni è molto più semplice ed evidente di quello che si possa immaginare, soprattutto al giorno d’oggi. E infatti, come recita anche l’art. 4 (comma c) appena presentato, le informazioni possono provenire da molteplici fonti, anche private. Questo perché la singola informazione non ha potere, di per sé: è l’analisi a trasformarla in qualcosa di sensibile e (probabilmente) segreto. Questa fase, infatti, è il vero momento del ciclo intelligence che fa la differenza tra una mera attività di raccolta e la creazioni di previsioni.

Una volta analizzate le singole informazioni e trasformate in una previsione, questa sarà disseminata a chi ne ha bisogno (art. 4, comma f).

UTILITÀ E SCOPI

Proprio questo momento di disseminazione è, spesso, il punto di incontro tra le Istituzioni e le aziende private.

Dallo scenario presentato emerge uno Stato che vuole assicurarsi che alcune aziende di importanza strategica rimangano sotto il suo parziale controllo e abbiano una buona resistenza ad eventi avversi. Per farlo, si serve di strumenti legislativi (leggi proprie o ratifiche di regolamenti europei), e strumenti “fisici” (Forze di Polizia, enti statali, Servizi di informazione, etc…).

La regolamentazione delle attività serve innanzitutto a creare una metodologia di lavoro che sia conforme alle più recenti norme di sicurezze, ma anche avvicinare il modus operandi dei privati a quello delle Istituzioni, così da favorire la collaborazione.

Per tornare alle prime righe dell’articolo, viene da chiedersi a questo punto come possa, il cittadino italiano medio, essere favorito nelle sue diuturne attività da questa collaborazione a così alti livelli strategici e politici. Questo sforzo del Governo e le Istituzioni quanto può effettivamente aumentare il benessere del singolo cittadino?

Si potrebbe menzionare, ad esempio, quanto FERROVIE DELLO STATO ha presentato lo scorso maggio al Presidente del Consiglio: un piano industriale di investimenti da 58 miliardi per il quinquennio 2019-2023. Sviluppo che porterebbe a 120.000 assunzioni (compreso l’indotto), nuove infrastrutture e treni, ed un contributo annuo al PIL di 0,7-0,9 per cento.

Come si può immaginare, la sicurezza economica che permetterebbe a FS di affrontare questa sfida arriva in gran parte dai suoi clienti e viaggiatori, che, continuando a viaggiare sui suoi treni, le assicurano la necessaria stabilità. Ma un viaggiatore sceglie di viaggiare su rotaia (e scegliere FS) perché, evidentemente, presenta dei vantaggi rispetto ad altri vettori, come la comodità, la velocità, la puntualità: vantaggi che sono assicurati anche grazie alla collaborazione con le Forze di Polizia italiane.

Facendo un altro esempio e puntando all’estero, si può menzionare la capacità di export delle più grandi aziende italiane. L’export italiano di beni e servizi oggi rappresenta circa il 32% del PIL (dati 2018), ed è in continuo miglioramento. Ciò vuol dire che l’industria nostrana che riesce a vendere sul mercato indonesiano (ad esempio) il suo prodotto, non solo fa la fortuna dei suoi dipendenti, ma favorisce il miglioramento della situazione economica dell’Italia in maniera considerevole.

Ma l’apertura al mercato asiatico non è, spesso, una semplice intuizione del singolo industriale, ma un invito di vari attori, anche statali, che avendo contatti con quella parte del mondo, vengono a conoscenza di una possibilità di mercato, riferendola a chi potrebbe esserne interessato.

Tale sistema di contatti formali e informali, si estrinseca anche nella rete diplomatica, che, come detto, ha il dovere di ben rappresentare l’Italia e le sue capacità, anche industriali, all’estero.

Come ultimo esempio, non serve andare lontano. Basta soffermarsi a pensare a quanto sia importante avere la possibilità di usufruire di servizi che ormai, sono diventati vitali. Probabilmente la maggior parte delle azioni giornaliere di un europeo dipendono proprio dall’esistenza di infrastrutture essenziali quali acquedotti, centrali elettriche, ospedali, le quali, qualora colpite da un qualsiasi evento negativo che ne rallenti anche solo minimamente il funzionamento, farebbero subito sentire la loro “mancanza”, seppur parziale, portando anche alla morte di parte della popolazione.

Per concludere, si è voluto velocemente evidenziare come l’ampia struttura di sicurezza, informazione e relazione (nel senso più ampio del termine) che lo Stato mette in atto per permettere il mantenimento di standard di vita elevati e moderni, sia per ricercare un maggiore benessere attraverso il positivo sviluppo economico delle aziende nazionali, o per assicurarsi la presenza continua e di costante qualità di elementi e servizi essenziali per il mantenimento delle funzioni vitali della società e della salute pubblica, è sempre diuturnamente in atto, portata avanti da tantissimi operatori in Patria e all’estero, appartenenti a moltissime e disparate strutture ed enti governativi e privati.

Dott. Luca CAIONI

 


[1] Sito web del Sole 24 ore, https://argomenti.ilsole24ore.com/parolechiave/sistema-paese.html

[2] Commissione Europea, Quadro strategico nazionale per la politica regionale di sviluppo 2007-2013, 2007.

[3] DIS, Piano nazionale per la protezione cibernetica e la sicurezza informatica, 2017.

[4] Allied Joint Procedure.

[5] Presidenza del Consiglio dei Ministri, Il linguaggio degli organismi informativi, Gnosis, 2013.

[6] Presidenza del Consiglio dei Ministri, Glossario Intelligence, 2019.

[7] Mauro Morbidelli, Intelligence Economica e Competitività Nazionale, CEMISS 2005

[8] S. Diane, Economic Intelligence in the Post-Cold War Era: Issue for Reform, Federation of American Scientists, 1997.

[9] Lucio T., La nuova scienza dell’Intelligence: Quale metodo scientifico per l’analisi e la previsione di scenari futuri?, 2018.

FONTI

DIRETTIVA 2008/114/CE DEL CONSIGLIO D’EUROPA dell’8 dicembre 2008 relativa all’individuazione e alla designazione delle infrastrutture critiche europee e alla valutazione della necessità di migliorarne la protezione

DECRETO LEGISLATIVO 11 aprile 2011, n. 61, attuazione della Direttiva 2008/114/CE recante l’individuazione e la designazione delle infrastrutture critiche europee e la valutazione della necessità di migliorarne la protezione.

DECRETO-LEGGE 15 marzo 2012, n. 21, norme in materia di poteri speciali sugli assetti societari nei settori della difesa e della sicurezza nazionale, nonché per le attività di rilevanza strategica nei settori dell’energia, dei trasporti e delle comunicazioni.

DECRETO-LEGGE 11 luglio 2019, n. 64, modifiche al decreto-legge 15 marzo 2012, n. 21, convertito, con modificazioni, dalla legge 11 maggio 2012, n. 56.

LEGGE 20 maggio 2019, n. 41, conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 25 marzo 2019, n. 22, recante misure urgenti per assicurare sicurezza, stabilità finanziaria e integrità dei mercati, nonché tutela della salute e della libertà di soggiorno dei cittadini italiani e di quelli del Regno Unito, in caso di recesso di quest’ultimo dall’Unione europea.

Legge 3 agosto 2007, n. 124, sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica e nuova disciplina del segreto

Presidenza del Consiglio dei Ministri, Il linguaggio degli organismi informativi, Gnosis, 2013.

Presidenza del Consiglio dei Ministri, Glossario Intelligence, 2019.

Commissione Europea, Quadro strategico nazionale per la politica regionale di sviluppo 2007-2013, 2007.

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SITOGRAFIA Sito web del Sole 24 ore, https://argomenti.ilsole24ore.com/parolechiave/sistema-paese.html

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