Antimafia

Il delitto di associazione mafiosa a livello transnazionale e di associazione con finalità terroristiche anche internazionali o di eversione dell’ordinamento democratico. Analisi e profili giuridici.

Il reato associativo mafioso nel contesto giuridico nazionale e sovranazionale.
Il primo quesito che sorge ed a cui è necessario fornire una risposta, sta nel delimitare la cornice di una generica definizione di organizzazione criminale transazionale o globale. Soccorre in questo caso in aiuto quanto affermato dal Prof. Dalla Chiesa, nella sua lezione del due novembre 2018 [1], allorché ha spiegato che si può definire globale quando (1) ha delle radici in più continenti (es. cosa nostra, ndrangheta e criminalità cinese; a cui aggiungere la criminalità nigeriana); (2) ha uno sviluppo nei mercati su più continenti (es. la criminalità marocchina e slava) ed (3) è un fenomeno criminale di importanza mondiale. Alla luce di tali chiarificazioni, gli elementi che caratterizzano il cosiddetto modello mafioso, sono (1) un controllo del territorio; (2) dei rapporti di dipendenza personali tra i sodali; (3) la violenza come elemento regolatrice dei conflitti; (4) dei rapporti, contra legem, con la politica (cosiddette infiltrazioni nel tessuto politico-istituzionale).
Per quanto riguarda, nello specifico, ad esempio l’infiltrazione della criminalità mafiosa in Germania, spiega sempre il Prof. Dalla Chiesa, che <<lo spirito di conquista della ndrangheta, è dato da una ricerca di primato del territorio, un trasferimento dei legami di parentela; una colonizzazione per c.d. gemmazione>>, sempre sotto l’egida della “sottomissione alla madrepatria”, ove hanno sede le matrici delle originarie famiglie mafiose [2].
Ci si focalizzi quindi sul delitto di associazione mafiosa a livello transazionale – e su una particolare proposta di risoluzione del Parlamento Europeo – anche alla luce delle osservazioni espresse dal Prof. Ponti nella sua lezione del ventisei gennaio 2019 sui profili generali delle “politiche della UE nel contrasto al crimine organizzato” in merito al concetto di <<cooperazione sovranazionale giuridico-legislativa; cooperazione giudiziaria in materia penale [3]
e cooperazione in senso lato>>.
Si richiamano, a tal proposito, delle osservazioni dallo scrivente espresse in un articolo pubblicato nel 2016 [4].
Come riportato da un recente servizio presente su un quotidiano [5], gli eurodeputati hanno dato il via libera alla Risoluzione con cui si sollecita, ai ventotto Paesi dell’Unione, l’adozione di Piano d’Azione Condiviso, a livello transnazionale, per contrastare la criminalità organizzata, i delitti (reati-fine) di riciclaggio e la corruzione, alla luce del prodromico rilievo secondo cui “i gruppi criminali organizzati hanno dimostrato la loro tendenza a diversificare le loro attività, adattandosi a diversi ambiti territoriali, economici e sociali, approfittando delle differenti previsioni normative degli ordinamenti giuridici dei singoli Stati membri”.
La Risoluzione si è ancorata ad alcuni articoli del Trattato UE, del Trattato sul funzionamento UE e della Carta dei Diritti Fondamentali della UE [6]; nonché alla Direttiva 2014/42/UE del Parlamento Europeo e del Consiglio, del tre aprile 2014, relativa all’ordine europeo di indagini penali; a cui aggiungere la proposta di regolamento del Consiglio UE che istituisce la Procura Europea (EPPO)[7], unitamente alla proposta di regolamento del Parlamento Europeo e del Consiglio che ha istituito l’Agenzia della UE per la cooperazione giudiziaria penale (Eurojust) [8].

Le ulteriori ragioni che hanno spinto a tale Risoluzione sono scaturite dalle valutazioni sulla reale minaccia rappresentata dalla criminalità organizzata (SOCTA), elaborate già nel marzo del 2013 da Europol [9].

Le considerazioni svolte nella Relazione sulla lotta contro la corruzione – ed il seguito dato alla Risoluzione della Commissione CRIM [10]
– hanno sostanzialmente evidenziato che la criminalità organizzata rappresenta ormai una “minaccia globale” e, come tale, necessita di una risposta congiunta a livello sovranazionale, anche alla luce della mancanza di una “piena consapevolezza della complessità del fenomeno associativo” in tutte le sue forme, e del “pericolo derivante dalle infiltrazioni delle associazioni criminali nel tessuto sociale, economico-imprenditoriale e politico-istituzionale degli Stati membri”.
Si è stabilito che la “pericolosità della forza intimidatrice”, derivante dalla semplice appartenenza ad un sodalizio criminale, “non rappresenta una priorità relativamente alla lotta contro i cosiddetti reati-fine” dell’associazione stessa, “e ciò ha lasciato un vuoto normativo e operativo a livello europeo”, nelle cui maglie “si sono facilitate le attività transazionali dei gruppi criminali organizzati”. Non è necessario compiere una esegesi del testo richiamato per comprendere come, una potenziale associazione criminale, abbia potuto godere oltre che della forza intimidatrice – elemento essenziale, con altri, per la sua sussistenza non solo sul piano prettamente giuridico – di quel c.d. horror vacui, o più semplicemente della mancata consapevolezza, a livello istituzionale transnazionale, per espandersi, fare affari ed esercitare la sua portata criminale, intessendo quel c.d. pactum sceleris con soggetti appartenenti ad altre nazionalità. Non a caso, in un altro passaggio della Relazione, si va affermando che la stessa criminalità organizzata, unitamente alla “corruzione ed al riciclaggio di danaro” rappresentano ormai serie “minacce per l’economia della Unione Europea”. Risulta quindi necessario adottare un “approccio globale e integrato contro la criminalità organizzata”.
Come si può osteggiare pragmaticamente, anche a livello legislativo sovranazionale, tale fenomeno criminale? Secondo il contenuto della Risoluzione, in primis attraverso la creazione di una unità specializzata di Europol [11]
per il contrasto dei gruppi criminali organizzati che “operino contemporaneamente in diversi settori”, nonché attraverso “Eurojust, CEPOL [12] e la rete europea di formazione giudiziaria” – agevolando, in tal guisa, lo “scambio di informazioni ed il ricorso agli informatori” .
La Relazione invita ad una revisione della legislazione già esistente “al fine di introdurre sanzioni effettive”, nonché a precisare in modo più accurato la “definizione dei comuni reati” e, soprattutto, quello di “appartenenza ad una organizzazione criminale” che, secondo un ulteriore passaggio contenuto nella stessa, può essere configurata: “come gruppo strutturato; esistente per un periodo di tempo; composto da due o più persone che agiscano di concerto al fine di ottenere, in modo illegale, ogni forma di utilità finanziaria e/o materiale” e che abbia come ulteriore concausa, a livello sovranazionale, “un serio pregiudizio per la coesione economica e sociale della UE e dei suoi Stati membri”. A tal proposito viene raccomandato l’avvio, da parte della Commissione, di uno “studio delle legislazioni nazionali più avanzate in materia di contrasto alla criminalità organizzata e alla corruzione [13], al fine di sviluppare una legislazione europea efficace e all’avanguardia; nonché un ulteriore studio sulle “prassi investigative utilizzate negli Stati membri” per il contrasto a tale fenomeno. Quanto a quest’ultimo richiamo, si ritiene che le nostre forze dell’ordine, coordinate da Procure ad hoc [14], siano già da tempo ben preparate tecnicamente per il contrasto e la raccolta di indizi di prove contro le associazioni criminali di stampo mafioso: ergo possono fungere da esempio. Quanto invece alla legislazione da attuare, anche in tal caso la nostra normativa si può ritenere paradigmatica in tal senso. Infatti nel nostro codice penale è stato introdotto, con una genesi sin dagli anni sessanta, con l’articolo 1 della legge 13/09/1982 n. 646, il reato di “associazione di tipo mafioso [15], che prevede al comma primo: “Chiunque fa parte di una associazione di tipo mafioso formata da tre o più persone, è punito…” (nota: nella Risoluzione si parla di “due o più persone”). L’articolo citato delinea un reato (di pericolo) associativo c.d. a condotta multipla e di natura mista: nel senso che, mentre per l’associazione semplice (a.416 c.p.) è sufficiente la creazione di una organizzazione stabile, sia pur rudimentale, diretta al compimento di una serie indeterminata di delitti, per l’associazione mafiosa è necessario che questa abbia conseguito, nell’ambiente circostante, una reale capacità di intimidazione (e di “omertà che ne deriva per commettere i delitti”) e che gli aderenti si siano avvalsi in modo effettivo di tale forza al fine di realizzare il loro programma criminoso. È necessario dunque un quid pluris rispetto all’associazione “semplice” caratterizzato dalla presenza di tre parametri: la forza intimidatrice; la condizione di assoggettamento e la condizione di omertà [16].

A differenza di quanto indicato nella Risoluzione, per la sussistenza di una associazione criminale, “esistente per un periodo di tempo”, per la nostra legislazione risulta necessario un vincolo di natura tendenzialmente permanente o quantomeno stabile.
La Risoluzione invita, poi, tutti gli Stati membri a recepire la direttiva 2014/42/UE relativa al congelamento e alla confisca dei beni strumentali e dei proventi da reato, “prevedendo la confisca – anche – in assenza di una condanna definitiva”. Quanto alla normativa nazionale in ordine agli istituti del sequestro e della confisca [17], finalizzati nello specifico alla lotta ed al contrasto della criminalità organizzata, si ricorda che nei nostri Tribunali sono state istituite le Sezioni autonome misure di prevenzione [18] ove, secondo il c.d. doppio binario, è possibile richiedere l’applicazione di misure ablative su beni di soggetti non ancora o non condannati per reati associativi di stampo mafioso.
Nella Risoluzione si rammenta, ancora, “il nesso e la convergenza fra il terrorismo e la criminalità organizzata” (di cui si parlerà nel prosieguo) nonché i collegamenti tra queste due compagini associative che “costituiscono una minaccia grave per l’Unione”. Argomento questo non nuovo e che, con l’ammonimento sullo scambio più proficuo delle informazioni tra Stati, si può altresì collegare alla necessità, peraltro già avanzata, della creazione di una intelligence sovranazionale.
Nella Risoluzione si rammenta come i proventi illeciti delle organizzazioni criminali vengano “ampiamente riciclati nella economia legale europea” (“lo scopo principale della criminalità organizzata è il profitto”) e come risulti necessario una particolare attenzione rispetto a quei reati-fine attraverso la cui perpetrazione le organizzazioni criminali si arricchiscono, ovvero gli eco-reati, le infiltrazioni negli appalti pubblici, la contraffazione, il traffico di stupefacenti, il gioco d’azzardo e le partite truccate, la tratta di esseri umani (nota: argomento di cui si è disquisito ampiamente nel corso [19]) ed i crimini informatici. In tal guisa, vengono invitati gli Stati membri a recepire correttamente la direttiva del Parlamento e del Consiglio UE relativa all’ordine europeo di indagine penale” nonché la “quarta direttiva sull’antiriciclaggio”. Viene auspicato, infine, che gli Stati membri investano sulla cultura della legalità.
Come si può ben notare, una armonizzazione legislativa a livello sovranazionale è assolutamente necessaria se si vuole debellare questa “nuova” forma di criminalità che allarga i suoi tentacoli oltre i confini dello Stato di origine.
A corollario di quanto testé analizzato, si riportano delle ulteriori precisazioni in ordine alla definizione giuridica di concorso esterno in associazione mafiosa ed a quelli che, quantomeno, erano problemi in merito alla sua applicazione [20].
La quaestio nasce dalla circostanza che nel nostro codice penale effettivamente non “esiste” (rectius: non è previsto) un preciso articolo che descriva e punisca il concorso esterno in associazione mafiosa. Ma è necessario nuovamente andare con ordine. Se una persona commette un fatto preveduto dalla legge come reato, le verrà contestata una specifica violazione di legge richiamando, ad esempio, un articolo del codice penale che descriva, astrattamente, la condotta contra ius (vedasi la locuzione “indagato/imputato per un fatto previsto e punito dall’articolo…”). Se sono più di uno gli autori di un reato, risponderanno (tutti) “in concorso” per tale violazione di legge, a seconda dei loro specifici ruoli (sia per il loro apporto materiale che per il contributo morale). L’istituto del concorso di persone nel reato disciplina, quindi, i casi in cui più persone concorrano nella realizzazione di un medesimo delitto. L’articolo 110 del nostro codice penale sancisce, infatti, che: “Quando più persone concorrono nel medesimo reato, ciascuna di esse soggiace alla pena per questo stabilita..”. Come si può notare, per i non addetti ai lavori, questa norma funge “da apposizione al delitto” presuntivamente commesso (vedasi, ad esempio: “imputati, ai sensi degli articoli 110-624 codice penale, perché in concorso..s’impossessavano..”). Il nostro sistema penale conosce, poi, particolari ipotesi di illecito che vengono indicate, per necessità di carattere sistematico, con la denominazione di reati associativi. Con tali figure criminose, rientranti nell’alveo dei c.d. reati di pericolo, viene sanzionato il comportamento di (più) soggetti che, uniti dal vincolo di un’associazione criminale, si propongono di commettere reati, siano questi generici o specifici (vedasi, ad esempio: l’associazione per delinquere, ai sensi dell’art.416; o quella di tipo mafioso, ex art.416 bis cod. pen., aventi la diretta tutela dell’ordine pubblico; od i reati di associazione sovversiva, di cui all’art.270 c.p.; o con finalità di terrorismo, art.270 bis – di cui si parlerà nel prosieguo -; l’associazione per delinquere finalizzata al compimento di reati in materia di prostituzione, art.3 n.7 L.75/1958; o l’associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, ai sensi dell’art. 74 DPR 309/1990 et c.). Nel nostro codice, come indicato, è poi presente lo specifico delitto di “associazione per delinquere” (art. 416 c.p.) che prevede: “Quando tre o più persone si associano allo scopo di commettere più delitti…”. Nello stesso ambito del titolo quinto del libro secondo del codice penale, comprendente i delitti contro l’ordine pubblico, nel quale trova collocazione la suddetta norma, è stato introdotto – come già indicato -, con l’articolo 1 della legge 13/09/1982 n. 646, il reato di “associazione di tipo mafioso”.
Quindi il cosiddetto concorso esterno in associazione si tratterebbe di un tertium genus di natura giurisprudenziale. Per comprendere meglio di cosa si stia parlando, è necessario riportare delle sentenze della Suprema Corte che hanno definito questa condotta.
“In tema di concorso esterno in associazione per delinquere di tipo mafioso, premesso che tale ipotesi, a differenza di quella costituita dalla partecipazione “organica”, si caratterizza per l’assenza di una compenetrazione strutturale e di un vincolo psicologico-finalistico stabile, richiede, quindi, necessariamente una concreta attività collaborativa idonea a contribuire al potenziamento, consolidamento o mantenimento in vita del sodalizio mafioso in correlazione a congiunturali esigenze del medesimo…” .
(Cass. pen., sez.VI, 4/9/2000 n.2285)
“Il concorso c.d. esterno o eventuale in associazione per delinquere di stampo mafioso, è una forma di partecipazione saltuaria o sporadica all’attività del sodalizio criminoso connotata, sotto il profilo soggettivo, dalla consapevolezza dell’esistenza e delle caratteristiche del suddetto sodalizio, nonché della volontà di contribuire al conseguimento dei suoi scopi in un determinato momento della sua evoluzione…” .
(Cass. pen., sez. I, 30/5/2002 n.21356, Frasca)
“Il concorso esterno nel reato di associazione criminale di stampo mafioso, dev’essere distinto dal reato di complicità (favoreggiamento personale) perché nel primo caso l’individuo, sebbene non sia inserito saldamente nella struttura organizzativa dell’associazione, opera in modo sistematico..per deviare la polizia dalle indagini volte a sopprimere l’attività criminosa dell’associazione…fornendo così un contributo specifico e concreto ai fini della conservazione e del rafforzamento dell’associazione..”.
(Cass. pen., sent. n.18061 del 2002)
“Ai fini di associazione di tipo mafioso assume il ruolo di “concorrente esterno” il soggetto che, non inserito stabilmente nella struttura organizzativa dell’associazione e privo dell’affectio societatis, fornisce un concreto, specifico, consapevole e volontario contributo (cfr. Cass. pen., sez.V, 23/5/1997 n.4903), sempre che questo esplichi un’effettiva rilevanza causale e quindi si configuri come condizione necessaria per la conservazione o il rafforzamento delle capacità operative dell’associazione…e sia diretto alla realizzazione, anche parziale, del programma criminoso della medesima” .
(SS.UU., 20/9/2005 n.33748 Mannino; conformi: Cass. pen., sez.VI, 18/1/2008 n.542, Contrada; Cass. pen., sez. VI, 16/7/2009 n.29458, Anzelmo)
“Nei rapporti tra partecipazione ed associazione mafiosa e mero concorso, la differenza tra il soggetto “intraneus” ed il concorrente esterno risiede nel fatto che quest’ultimo, sotto il profilo oggettivo, non è inserito nella struttura criminale, pur fornendo ad essa un contributo causalmente rilevante ai fini della conservazione o del rafforzamento dell’associazione, e, sotto il profilo oggettivo, è privo della affectio societatis; mentre, il partecipe intraneus è animato dalla coscienza e volontà di contribuire attivamente alla realizzazione dell’accordo, e quindi del programma criminoso “ (Cass. pen., sez.II, 16/5/2012 n.18787, Giglio).
“Integra la fattispecie del concorso esterno in associazione di tipo mafioso, e non quella di favoreggiamento continuato, la condotta reiterata e continuativa di rivelazione, ai membri del sodalizio criminale, di notizie relative alle indagini svolte nei loro confronti dall’autorità…” .
(Cass. pen., sez.V, 11/6/2012 n. 22582, Igrassia; conforme: Cass. pen., sez.II, 19/4/2011 n.15583, Aiello)
“Integra la fattispecie di concorso esterno in associazione di tipo mafioso la condotta di colui che, pur restando al di fuori del sodalizio criminale, assicura allo stesso, nell’arco di un periodo di tempo pluriennale, la costante consegna di cospicue somme di danaro versate da un imprenditore quale corrispettivo della “tranquillità” personale ed economica…poiché tale comportamento configura un contributo causale determinante alla realizzazione, almeno parziale, del programma criminoso dell’organizzazione delinquenziale, diretto alla sistematica acquisizione di proventi economici ai fini della sua operatività e del suo rafforzamento…” (Cass. pen., sez.I, 1/7/2014 n.28225).
Come si può evincere ictu oculi dal richiamo a questa breve ma necessaria rassegna giurisprudenziale, le sentenze della Suprema Corte sono andate così a confermare un impianto accusatorio ed una condanna per tale “atipico” ruolo, in un certo senso “rafforzando” il contributo che il soggetto avrebbe dato all’associazione (art.110 c.p. in 416 bis c.p.), pur non potendo acclarare una responsabilità né per una condotta partecipativa (perché in tal caso il reato sarebbe stato di partecipe all’associazione de qua, ai sensi dell’art. 416 bis c.p.), ma neppure per favoreggiamento aggravato: in tal modo questa responsabilità penale “esterna” del reo, definibile “rafforzata”, avrebbe prodotto l’anomala figura del concorrente esterno (nel reato associativo) quale, come detto, tertium genus tra le altre due citate condotte.

L’associazione con finalità terroristiche anche internazionali.
Analizzato il reato associativo mafioso nel contesto giuridico nazionale e sovranazionale, si conclude la presente dissertazione con un’altra – e nuova – tipologia di compagine associativa, quella che si potrebbe dire ha precipuamente un unico scopo (un unico reato-fine): l’associazione con finalità terroristiche anche internazionali [21].

E lo Stato deve primariamente tutelare la cosiddetta sicurezza nazionale affrontando, come minaccia principale, proprio l’attentato od i potenziali attentati con una nuova matrice, appunto terroristica “idelogico-religiosa” [22].
Le matrici storico-culturali del terrorismo sono state, peraltro, oggetto di una specifica lezione, da parte della Prof.ssa Merlati (vedasi il richiamo storico all’atto terroristico del 1934 e la Convenzione contro il terrorismo del 1937 presso la Società delle Nazioni) [23].

Traendo spunto da una pronuncia di legittimità [24], che ha avuto molto risalto da parte degli organi d’informazione [25]- e che si analizzerà nel prosieguo -, risulta opportuno esaminare il delitto di terrorismo internazionale o, meglio, la ‘associazione con finalità terroristiche anche internazionali o di eversione dell’ordinamento democratico’ [26],nella forma o attività finalizzata specificatamente all’indottrinamento. Il termine ‘eversione’, contenuto nel corpus dell’articolo in esame, richiama tutta quella serie di mezzi di lotta politica utilizzati per sovvertire violentemente l’ordine costituzionale, il complesso di principi ed istituti sui quali si fonda uno Stato. ‘Terrorismo’ sta, invece, a significare un “attacco indiscriminato contro governi, istituzioni, organizzazioni, caratterizzato dall’uso reiterato e sistematico di mezzi violenti contro singole persone, gruppi o cose e destinato a diffondere una situazione di paura”. L’impossibilità di applicazione dell’art. 270 bis c.p. ad organizzazioni operanti in Italia con finalità di terrorismo oltre i confini del nostro Stato (‘anche internazionale’), avrebbe potuto rendere il territorio italiano una sorta di ‘oasi di impunità’ per tali organizzazioni, in quanto prive di rilevanza penale (c.d. horror vacui): di qui l’esigenza per il nostro Legislatore di adeguare la normativa italiana, anche al fine di poter adempiere agli impegni assunti in ambito internazionale rispetto ad una strategia unitaria di risposta al manifestarsi di forme violente di attacco alle istituzioni democratiche [27]
(nda, vedasi anche <<il nesso e la convergenza fra il terrorismo e la criminalità organizzata>> nonché i collegamenti tra queste due compagini associative che <<costituiscono una minaccia grave per l’Unione Europea>>: argomento questo non nuovo e che, con l’ammonimento sullo scambio più proficuo delle informazioni tra Stati della U.E., si può altresì collegare alla necessità, peraltro già avanzata, della creazione di una intelligence sovranazionale [28]).

Al comma terzo dell’art. 270 bis c.p. si rinviene un’aggiunta alla enunciata finalità di terrorismo senza che, come prima accennato, di quest’ultima si pongano origini e limiti: e, difatti, la previsione ricorre anche quando gli atti di violenza siano rivolti contro uno Stato estero, un’istituzione o un organismo internazionale. Proprio su quest’ultimo punto si sono focalizzate molte riflessioni nel corso del dibattito parlamentare rilevandosi, da alcune parti, talune difficoltà in merito all’individuazione degli ‘organismi internazionali’, potendosi ricomprendere, tra quest’ultimi, anche delle ‘organizzazioni private’ che operino a livello transnazionale. Si obiettava l’estensione di un ambito di tutela così rilevante ad organismi internazionali apparentemente imprecisati e indeterminati; per di più veniva argomentato che la genericità della disposizione avrebbe potuto prestare spazio a manovre di carattere politico di prevenzione e repressione di forme legittime di critica e di contestazione politica e ideologica, rinvenibili in situazioni nazionali interne (nda: vedasi, ad esempio, in Turchia il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, PKK, o, più in generale tutti i dissidenti di un governo). Altra perplessità muoveva dalla considerazione secondo cui, ritenere soggetto passivo uno Stato estero o una organizzazione internazionale, poteva rivelarsi una contraddizione con la collocazione della norma, cioè tra i delitti contro lo Stato italiano [29].

Sul punto la giurisprudenza, in via generale, ha statuito che la tutela penale, prevista dall’art. 270 bis comma terzo, sia estesa <<anche agli atti rivolti contro uno Stato estero, un’istituzione o un organismo internazionale, senza individuare quando un atto di violenza debba ritenersi eseguito per finalità di terrorismo: e, pertanto, tale nozione dev’essere ricavata da principi generali di diritto interno ed internazionale>>. In particolare, tra le fonti internazionali, deve richiamarsi la Decisione quadro del Consiglio dell’Unione Europea (in G.U. della CE 22/06/2001 n. 164), che individua come compiuti <<per finalità di terrorismo, gli atti diretti a intimidire gravemente la popolazione o costringere indebitamente i poteri pubblici o un’organizzazione internazionale a compiere o astenersi dal compiere un qualsiasi atto diretto a destabilizzare, distruggere le strutture politiche fondamentali, costituzionali, economiche e sociali di un Paese>>, cioè tra i delitti contro lo Stato italiano [30].

Ma resta sempre aperta la quaestio in merito al fatto se possa applicarsi il delitto de qua anche nei confronti di uno ‘Stato’ autoproclamatosi come tale, cioè nei confronti di un sodalizio criminale che agisca sotto l’egida ‘integralista’ di una dottrina religiosa, che predichi il terrorismo a favore di uno pseudo Stato. La risposta si potrebbe ricavare nel riconoscere, in re ipsa, cioè come terroristica, tale compagine, così come tutti coloro che ne abbraccino la ‘causa’: a cui aggiungere, come quid pluris, l’ulteriore pacifica circostanza per cui tali soggetti fanno un uso volontario ed indiscriminato di atti terroristici (rientrando, quindi, le loro condotte pacificamente nell’alveo penale previsto dalla norma).
Secondo la definizione più diffusa, l’atto terroristico consisterebbe in un’azione violenta ed intenzionale rivolta ad un soggetto con cariche istituzionali, ovvero contro soggetti indeterminati, finalizzato alla diffusione del terrore nella collettività, determinato da ragioni politiche non tendenti all’eversione dell’ordinamento democratico: definizione questa più attinente al c.d. ‘terrorismo domestico’, compiuto cioè da cittadini di un Paese in quello stesso territorio contro soggetti singoli aventi ruoli o cariche istituzionali o target ‘personali e reali’ indeterminati. Il ‘terrorismo internazionale’ sarebbe, invece, l’insieme di tutte quelle azioni compiute nell’ambito di lotte armate, anche non convenzionali, che non siano cioè semplicemente volte a colpire le forze armate avversarie, ma a diffondere piuttosto la paura, il senso di disagio e l’insicurezza tra le popolazioni civili [31].

Il terrorismo e gli atti terroristici internazionali, come purtroppo si è imparato a conoscere, possono non avere una matrice necessariamente politica, ma più che altro sono una modalità di lotta fondata sul sistematico ricorso alla violenza, con particolari connotazioni soggettive. Nei concetti di terrorismo ed atto terroristico si possono, peraltro, individuare due elementi costanti, l’uno oggettivo e l’altro soggettivo. L’atto terroristico ha alcuni tratti peculiari per lo più riconducibili ‘alla qualità della persona offesa’, rappresentante in qualche modo le istituzioni, alla potenzialità dell’offesa capace di rivolgersi a persone indeterminate e, quindi, di ingenerare timore nella collettività; all’estraneità delle vittime, in quanto le stesse sono scelte non per i loro individuali rapporti interpersonali con l’agente, ma per i loro rapporti con le istituzioni o per il solo fatto di essere membri della società. Il terrorismo è qualcosa di più della semplice violenza, che presuppone solo due parti: un aggressore ed una vittima. Esso implica anche una terza parte, che si vuole intimidire mostrandole quello che accade alla vittima [32].

Nel nostro ordinamento l’art. 270 bis è stato inserito, nel codice penale, dall’art. 3 del decreto legge 15 dicembre 1979 (c.d. decreto Cossiga) convertito nella legge 6 febbraio 1980 n. 15, con la finalità di introdurre una fattispecie penale che consentisse di combattere le varie forme di terrorismo diffusesi in Italia in quegli anni. In seguito ai noti fatti dell’undici settembre 2001, il Governo italiano ha adottato, con urgenza, il decreto legge 18 ottobre 2001 n. 374 (‘disposizioni urgenti per contrastare il terrorismo internazionale’), convertito con legge 15 dicembre 2001 n. 438, che ha riscritto l’art. 270 bis c.p. inserendo una fattispecie ad hoc in materia di assistenza agli associati, ossia l’art. 270 ter c.p. Successivamente è intervenuto il decreto legge 144/2005, convertito in legge 155/2005, introduttivo degli artt. 270 quater e 270 quinquies c.p. (dedicati rispettivamente alle specifiche ipotesi di arruolamento ed addestramento terroristico, condotte prodromiche ad uno stabile inserimento nei sodalizi criminosi). Con il medesimo provvedimento legislativo è stato, altresì, inserito l’art. 270 sexies c.p., con il quale si è dotato il tessuto normativo di una definizione giuridica di finalità terroristica, mutuata da una decisione quadro del 2002. Da ultimo, l’attentato di Parigi del 2015, ha indotto il legislatore ad intervenire nuovamente in materia di contrasto al terrorismo internazionale, anche per adeguare il nostro ordinamento a plurime decisioni sovranazionali (in primis, la Risoluzione n. 2178/2014 dell’O.N.U.). Il decreto legge 7/2015, convertito in legge 43/2015 ha, tra l’altro, esteso la punibilità al soggetto arruolato (vedasi l’art. 270 quater comma 2 c.p.) ed a colui che si ‘auto-addestra’ (con la modifica dell’art. 270 quinquies comma 1 c.p.). Ancora, il legislatore ha delineato all’art. 270 quater.1 c.p. l’inedita fattispecie di organizzazione di trasferimenti per finalità di terrorismo ed ha rafforzato l’efficacia delle misure di prevenzione (si veda l’art. 4 comma 1 lett. d, del Codice Antimafia), ora estese ai c.d. foreign fighters [33].
Questo un riassunto delle principali novità, schematicamente parlando, contenute nel provvedimento approvato il quindici aprile 2015 e riportate sul sito istituzionale del nostro Ministero dell’Interno:

  • “Foreign fighters: coloro che si fanno arruolare per il compimento di atti di violenza, con finalità di terrorismo, sono puniti con la reclusione da cinque a otto anni; stessa pena per coloro che organizzano finanziano o propagandano viaggi finalizzati al compimento di condotte terroristiche. Prevista la custodia cautelare in carcere”.
  • “Lupi solitari: la reclusione da cinque a dieci anni viene prevista per colui che, pur essendosi addestrato da solo, ovvero avendo autonomamente acquisito le istruzioni “sulla preparazione o sull’uso di materiali esplosivi, di armi da fuoco o di altre armi, di sostanze chimiche o batteriologiche nocive o pericolose, nonché di ogni altra tecnica o metodo per il compimento di atti di violenza ovvero di sabotaggio di servizi pubblici essenziali, con finalità di terrorismo”, pone in essere comportamenti univocamente finalizzati al terrorismo internazionale. La nuova legge prevede anche che alla condanna per associazione terroristica, assistenza agli associati, arruolamento e organizzazione di espatrio a fini di terrorismo consegue obbligatoriamente la pena accessoria della perdita della potestà genitoriale “quando è coinvolto un minore”.
  • “Web: Il provvedimento  reca misure di prevenzione volte a contrastare in particolare le attività di proselitismo, attraverso internet, dei foreign fighters. L’uso di strumenti informatici diventa un’aggravante quando viene utilizzato per compiere reati di terrorismo, istigazione e apologia del terrorismo. Simili aggravanti di pena vengono introdotte per la fabbricazione e la detenzione di documenti falsi”.
  • “Black list siti web: La Polizia postale e delle comunicazioni deve costantemente tenere aggiornato un elenco dei siti internet che vengano utilizzati per attività e condotte di associazione terroristica e condotte con finalità di terrorismo, nel quale confluiscono le diverse segnalazioni della polizia giudiziaria. Si stabilisce che, in presenza di concreti elementi che facciano ritenere che gli specifici delitti con finalità di terrorismo siano compiuti per via telematica, il Pubblico Ministero ordina con decreto motivato, preferibilmente tramite la Polizia postale e delle comunicazioni, agli internet providers di provvedere alla rimozione dei contenuti illeciti accessibili al pubblico. In caso di contenuti generati dagli utenti e ospitati su piattaforme riconducibili a soggetti terzi, viene disposta la rimozione dei soli specifici contenuti illeciti. I fornitori di servizi sono tenuti a provvedere immediatamente e comunque non oltre quarantotto ore dal ricevimento della notifica. Al mancato adempimento da parte del provider consegue l’interdizione all’accesso al dominio internet a mezzo di sequestro preventivo.
  • “Procuratore Nazionale Antimafia: al Procuratore Nazionale Antimafia vengono assegnati compiti di coordinamento anche in materia di anti terrorismo”.
  • “Intercettazioni preventive: ok agli ascolti preventivi per le indagini in materia di terrorismo”.
  •  “Dati traffico telefonico: nelle indagini per i reati aventi finalità di terrorismo, i dati relativi al traffico telefonico e telematico degli indagati, a decorrere dall’entrata in vigore della legge, possono essere conservati sino al trentuno dicembre 2016. Lo stesso vale anche per i dati relativi alle chiamate senza risposta trattati temporaneamente da parte dei fornitori di servizi di telecomunicazione”.
  • “Nelle carceri: la legge introduce, in via transitoria (fino al 31 gennaio 2016), la possibilità per i Servizi di Informazione e Sicurezza (intelligence) di effettuare colloqui investigativi con detenuti per prevenire delitti con finalità terroristica di matrice internazionale. Dei colloqui devono essere informati preventivamente sia il Procuratore generale presso la Corte di appello di Roma che il Procuratore Nazionale Antimafia e Antiterrorismo: alla conclusione delle operazioni ne è data informazione anche al Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica (Copasir) e al Procuratore Nazionale Antimafia e Antiterrorismo. Come la Polizia giudiziaria, il provvedimento prevede che il personale dei Servizi sia autorizzato a condotte previste dalla legge come reato anche in relazione ad una specifica serie di delitti con finalità di terrorismo, operando nei loro confronti la speciale causa di non punibilità. Il personale dei Servizi in sede di deposizione in un procedimento penale sulle attività svolte “sotto copertura”, può  indicare le generalità “di copertura” usate nel corso delle operazioni stesse”.
  • “Immigrazione clandestina: scatta l’arresto in flagranza per i cosiddetti scafisti”.
  • “Missioni: Con il decreto si autorizza la spesa per le missioni internazionali che si svolgono in Europa” [34].

Una prima distinzione, da parte della giurisprudenza, viene compiuta con la sentenza del 2011 [35], che affronta il tema dell’addestramento-addestratore-addestrato: <<La fattispecie delittuosa di cui all’art.270 quinques c.p. ha quali soggetti attivi “l’addestratore”, ossia colui che non si limita a trasferire informazioni, ma agisce somministrando specifiche nozioni, in tal guisa formando i destinatari e rendendoli idonei ad una funzione determinata o ad un comportamento specifico; “l’informatore”, ossia colui che raccoglie e comunica dati utili nell’ambito di una attività e che, quindi, agisce quale veicolo di trasmissione e diffusione di tali dati; ed, infine, “l’addestrato”, ossia il soggetto che, al di là dell’attitudine soggettiva dell’istruttore, si rende pienamente disponibile alla ricezione non episodica di quelle specifiche nozioni alle quali si è fatto sopra riferimento>>. Si richiama, poi, la sentenza nr. 4433 del 6 novembre 2013 della Suprema Corte di Cassazione, in merito alla differenziazione delle attività di addestramento e proselitismo e tra auto-addestramento ed informazione: le prime, condotte punibili dall’art. 270 quinques c.p.; le seconde, lecite e quindi non perseguibili penalmente. L’addestramento consiste in una vera e propria attività di formazione con la quale vengono fornite istruzioni in grado di trasferire un bagaglio tecnico di conoscenze sufficiente a consentire la preparazione di armi, ad esempio; mentre il proselitismo si limiterebbe ad una proposta ideologica con cui si vuole suscitare od aumentare l’interesse in tale settore. E così ancora, l’auto-addestramento, punibile in quanto il soggetto raggiunge lo stesso grado di pericolosità di colui che riceve istruzioni, va distinto dall’informazione, cioè dalla semplice acquisizione di conoscenze per i più diversi scopi [36].
Quanto, infine, all’indottrinamento sull’addestramento ad attività con finalità di terrorismo anche internazionale, di cui all’art. 270 quinquies c.p., recita sempre la Suprema Corte: <<E’ un reato a duplice dolo specifico, caratterizzato dalla realizzazione di una condotta in concreto idonea al compimento di atti di violenza ovvero di sabotaggio di servizi pubblici essenziali ed, in secondo luogo, dalla presenza della finalità di terrorismo descritta dall’art. 270 sexies c.p. [37]>>.

Ed ancora, in un altro passaggio della sentenza in esame: <<L’addestramento, inteso come esercizio alla preparazione o all’uso di armi [..] si realizza sia attraverso dimostrazioni pratiche sia attraverso dimostrazioni teoriche, alternate -come è stato rilevato in dottrina- a letture o prediche sul valore religioso del martirio e sui vantaggi post mortem, completando così un’opera di condizionamento mentale e di distacco dalla vita reale, che è il presupposto per compiere gli attacchi terroristici e le missioni suicide>>. Ciò se e sempreché venga dimostrata la concreta idoneità della condotta di addestramento (che solo in tal caso può denominarsi tale) a mettere in condizione l’addestrato di porre in essere gli atti descritti nell’art. 270 quinquies […] >>. Ancora un po’ fumoso, ad avviso di scrive, risulta il concetto di ‘concreta idoneità’ della condotta di addestramento rispetto a quello di ‘prodromicità astratta’ non punibile: giacché, come letto, <<al di là dell’attitudine soggettiva del docente>>, basta che <<l’addestrato si renda pienamente disponibile alla ricezione>>. È necessario, dunque, tenere a mente queste differenziazioni, seppur il discrimen sia labile, allorché si affronterà il thema decidendum iniziale, oggetto della presente analisi. Ponendo dei primi paletti si può comunque affermare, alla luce delle norme contenute nel nostro ordinamento, che attualmente si è cercato di coprire a più ampio spettro tutte quelle condotte associative di ‘promozione, costituzione, organizzazione, direzione e finanziamento’ (art. 270 bis c.p.); ma anche la mera ‘assistenza agli associati’ (art. 270 ter), ossia la condotta ‘esterna’ di favoreggiamento a tutti i livelli (rifugio, ospitalità, mezzi di trasporto, strumenti di comunicazione); ed, altresì, le ulteriori attività finalizzate ad ‘arruolare’ soggetti ‘per il compimento di atti di violenza o sabotaggio con finalità di terrorismo’ (art. 270 quater) -reato, questo, cosiddetto a doppio dolo specifico-, <<richiedendo (ma sempre secondo il modello del pericolo concreto) da un lato la finalizzazione dell’arruolamento di una o più persone al compimento di atti di violenza ovvero di sabotaggio di servizi pubblici essenziali e, dall’altro lato, la comune finalità di terrorismo [38]>>.

Ed ancora, risultano contra ius, ‘l’organizzazione, il finanziamento ed il propagandare’ viaggi in territorio estero ‘per il compimento di condotte con finalità di terrorismo’ (art. 270 quater.1), così come ‘l’addestramento od il fornire istruzioni sulla preparazione o l’uso di materiali esplosivi ed armi da fuoco, sostanze chimiche e batteriologiche, nonché altra tecnica per il compimento di atti di violenza o sabotaggio’ (art. 270 quinques), sempre con finalità di terrorismo. Dalla lettura -chiara- di queste specifiche condotte, se ne deduce che il proselitismo finalizzato all’indottrinamento su specifiche preparazioni od insegnamenti per il compimento di azioni tout court ‘con finalità di terrorismo’, sarebbe da ritenersi penalmente rilevante.
In precedenza si era anticipato l’ulteriore dubbio se le nuove fattispecie di reato potessero contestarsi a soggetti appartenenti ad una ‘associazione religiosa’. In ordine a tale querelle giuridica, cioè se per componenti, rei di terrorismo internazionale, vi sia anche la comune appartenenza ad associazioni religiose di matrice islamica, è intervenuta la Suprema Corte nel 2005 (vedasi Cass. pen., sez. II, 17 gennaio 2005 n. 669), pronunciatasi in merito ad un ricorso avverso un’ordinanza, datata 26 maggio 2004, con cui il Tribunale di Firenze riteneva sussistenti i gravi indizi di colpevolezza in ordine al delitto di associazione per delinquere finalizzata al terrorismo internazionale, nei confronti di alcuni soggetti appartenenti ad un’organizzazione integralista islamica che propagandava il jihad, ovvero il fanatismo religioso-militare inteso come chiara violenza indirizzata a Stati ed organizzazioni internazionali mediante l’uso di kamikaze, ossia veri e propri ordigni umani. Gli indagati, destinatari di misure cautelari contro cui ricorrevano, lamentavano la non corretta interpretazione del disposto normativo di cui all’articolo 270 bis c.p. La Cassazione, contrariamente, confermava l’impianto accusatorio genetico ritenendo sussistente un’associazione per delinquere con finalità terroristiche internazionali ed un programma d’azione orientato all’indottrinamento ed al fanatismo religioso-militante. Per il Tribunale, l’associazione di cui all’art. 270 bis c.p. era, infatti, <<una struttura organizzativa caratterizzata da un programma comune ai partecipanti con il proposito del compimento di atti di violenza con finalità di terrorismo internazionale>>, dovendo dunque ritenere terroristica ogni cellula collegata alla rete (di Al Qaeda, nel caso specifico). Secondo la Suprema Corte, la costituzione di un sodalizio criminoso non potrebbe essere esclusa dal fatto che lo stesso è <<imperniato per lo più attorno a nuclei culturali che si rifanno all’integralismo religioso islamico perché, al contrario, i rapporti ideologico-religiosi, sommandosi al vincolo associativo che si propone il compimento di atti di violenza finalizzati a terrorizzare, lo rendono ancor più pericoloso>>. In diverse circostanze la Cassazione aveva, peraltro, già specificato come il terrorismo <<rappresenta un metodo di lotta che mira a spargere il disordine, il panico>>; o, meglio, il fine terroristico s’individua <<nell’incutere terrore nella collettività con azioni criminose indiscriminate, dirette cioè non contro le singole persone ma contro quello che esse rappresentano; od ancora, se dirette contro la persona, indipendentemente dalla sua funzione nella società, miranti ad incutere terrore, per scuotere la fiducia nell’ordinamento costituito ed indebolirne le strutture>> (cfr. Cass. pen., sez. I, 10 maggio 1988).

Definizioni queste, poi ampliate dalla ulteriore giurisprudenza di merito che ha valutato come tale metodo di lotta fosse caratterizzato dal frequente uso di strumenti violenti ovvero da una violenza eccessiva, spietata e gratuita dimostrativa dell’assoluto disprezzo dei beni giuridici tutelati [39].
Anche il Tribunale di Milano, più recentemente, con una sentenza (23 febbraio 2016 n. 598/16, depositata il 13 maggio 2016) ha affrontato il thema del terrorismo internazionale di matrice islamica. La motivazione, in tal caso, esordisce con un excursus storico della recente nascita del califfato, che ha assunto la denominazione di ‘Stato islamico’ (IS o ISIS o Daesh). La sentenza in esame si concentra, susseguentemente, sul profilo strettamente organizzativo dello ‘Stato islamico’ in relazione al reclutamento dei c.d. foreign fighters. Come si legge nella parte motiva, <<tutti coloro che entrano nello “Stato”, indipendentemente dalla loro precedente formazione, devono seguire un corso shariatico volto ad innalzare il livello di conoscenza religiosa ritenuta, in generale, troppo rudimentale>>. Si prosegue osservando che, oltre all’elevato numero di partecipanti combattenti stranieri, fattori chiave dell’avanzata del califfato sono state la ‘capacità di persuasione’ e la ‘abilità mediatica’ dell’organizzazione. Nel procedimento è emersa, infatti, <<la straordinaria qualità del proselitismo, basata sul puntuale adempimento degli obblighi religiosi scaturenti dall’interpretazione del Corano>>. Ancora, si è appurato come gli obblighi religiosi siano ‘il motore di radicalizzazione’. Altro elemento di straordinaria importanza è stata <<la conquista di una regione territoriale concreta>>, che ha ulteriormente stimolato i radicalismi diffusi nel mondo, in quanto ciò ha prospettato la concreta rinascita del califfato e, di conseguenza, l’affermazione della legge islamica. La sentenza osserva infatti che, a differenza di Al Qaeda –organizzazione che, pur avendo obiettivi precisi, non si è mai radicata stabilmente sul territorio– l’IS ha offerto ai musulmani sunniti il trasferimento <<in un territorio militarmente controllato dove sono state stabilite precise competenze amministrative, giuridiche, tecniche scientifiche, e dove è stata coniata una moneta>>. Dietro l’apparenza di uno Stato legittimo perfettamente organizzato, infatti, <<si cela un progetto politico portato avanti con metodi terroristici il cui scopo ultimo è il sovvertimento degli Stati democratici a cui le truppe con il vessillo nero vogliono sostituire la rigida applicazione della legge islamica>>. Tale disegno espansionistico è volto all’affermazione dello ‘Stato islamico’ attraverso attacchi al mondo occidentale, ai quali si accompagnano attacchi efferati all’interno degli stessi territori occupati. La sentenza ricorda, a tal riguardo, i numerosi atti perpetrati nel mondo nel corso dell’anno 2015, per poi affermare la natura terroristica dello ‘Stato islamico’ operante a livello internazionale. Vengono, a questo punto, sottolineate le caratteristiche principali di tale organizzazione: il proposito di eliminare i miscredenti (nota: anche gli sciiti, in un certo senso, sono considerati miscredenti), l’espansione territoriale, la disponibilità dei partecipanti all’esecuzione di qualsivoglia azione imposta dall’organizzazione stessa. Trattasi di un’organizzazione che <<mira ad intaccare fondamentali principi costituzionali (nei quali lo Stato italiano si riconosce) e che si esplicita in atti che intendono instaurare il ‘sistema del terrore contro chiunque>>.

Una siffatta organizzazione può, pertanto, essere certamente ricondotta -come detto- nel paradigma di cui all’art. 270 bis c.p., norma deputata a sanzionare le «associazioni che si propongono il compimento di atti di violenza con finalità di terrorismo anche internazionale o di eversione dell’ordine democratico>>. La natura terroristica dell’IS è, peraltro, riconosciuta sia a livello sovranazionale sia a livello interno. Vengono, a tal proposito, opportunamente richiamate diverse risoluzioni O.N.U. (da ultimo quella del 20/11/2015) e talune pronunce della Corte di Cassazione, tra le quali la sentenza della sezione prima, 6 ottobre 2015 n. 47489, nella quale si è testualmente affermato che <<la presenza dell’IS sul territorio italiano attraverso cellule attive, comporta l’applicabilità a tale sodalizio della legge penale italiana, in specie l’art. 270 bis c.p.>>. Nella medesima sentenza si riconosce, inoltre, che la fattispecie incriminatrice de qua debba ritenersi integrata <<anche da un sodalizio che realizza condotte di supporto all’azione terroristica di organizzazioni riconosciute ed operanti come tali, quali quelle volte al proselitismo, alla diffusione di documenti di propaganda, all’assistenza agli associati, al finanziamento, alla predisposizione o acquisizione di armi, alla predisposizione o acquisizione di documenti falsi, all’arruolamento, all’addestramento, ossia a tutte quelle attività funzionali all’azione terroristica [..] alcune delle quali integranti anche fattispecie delittuose autonome>>. Si sottolinea, in sentenza, che <<non è necessario che il gruppo ponga in essere tutte le condotte che la giurisprudenza ha individuato come sintomatiche della concretezza dei propositi criminosi dell’associazione, essendo sufficiente la prova anche di una o di alcune di esse, purché apprezzabili sulla base di dati concreti e non di mere supposizioni>>. Risulta, così, del tutto irrilevante che gli imputati, determinati nella decisione di raggiungere una coimputata per fare jihad, non siano poi di fatto partiti. Ciò che rileva, trattandosi di reato di pericolo, è l’appurata <<esistenza di un’associazione avente un programma di atti di violenza con finalità di terrorismo, con struttura idonea al compimento di una serie di reati per la cui realizzazione l’associazione è istituita, senza tuttavia che l’atto di violenza sia realizzato o che qualcuno degli affiliati abbia dato inizio all’esecuzione del programma>>, attraverso il concreto raggiungimento dei territori di guerra. La partecipazione all’associazione terroristica viene segnatamente individuata nella comprovata attività di indottrinamento e arruolamento, nonché nell’attività di organizzazione del viaggio verso territori di guerra, condotte accompagnate dalla piena adesione ai ‘principi’ del califfato e dalla rivendicata legittimità (anzi, doverosità) delle azioni terroristiche perpetrate dal c.d. Stato islamico [40].

Come si è potuto leggere da questi passaggi riportati in un interessante articolo citato, trattandosi l’articolo 270 bis c.p. di un reato di pericolo presunto, sulla cui natura plurioffensiva vi è -come visto- discussione, per la punibilità della condotta rileva, essenzialmente, l’esistenza di un’associazione –che si richiami a Al Quaeda o all’IS od anche al c.d. gruppo salafita per la predicazione e il combattimento (vedasi Cass. pen., sez. I, 19 settembre 2006 n. 30824)- con finalità di terrorismo ed una struttura quantomeno idonea allo scopo per la commissione dei reati-fine. Quanto, poi, alla condotta specifica di apologia, con un’altra recente sentenza (Cass. pen., sez. I, sent. 2628/2015), avverso un’ordinanza del G.I.P. presso Tribunale del Riesame di Torino -per i delitti previsti dagli articoli 414 co. 4 c.p. e 1 d.l. 625/1979 conv. l. 15/1980– <<per aver fatto apologia dello Stato islamico, associazione con finalità di terrorismo internazionale, pubblicamente e con internet>>, i Giudici hanno affermato che l’apologia può avere oggetto anche un reato associativo e, quindi, il delitto di associazione con finalità di terrorismo anche internazionale, di cui all’art. 270 bis del codice penale. Nonostante il ricorrente avesse proposto la tesi secondo cui il documento diffuso su internet sollecitasse solo un’adesione ‘ideologica’ dei potenziali lettori allo ‘Stato islamico’ ed alle sue caratteristiche di ‘stato sociale’, in senso opposto –si è valutato- lo scritto presupponeva ed accettava la natura combattente e di conquista violenta da parte dell’organizzazione –cioè l’esecuzione di atti di terrorismo-, esaltando la sua diffusione ed espansione anche con l’uso delle armi [41].

Alla luce di tale ultima precisazione giurisprudenziale, la linea di demarcazione tra mero proselitismo, apologia ed indottrinamento risulta più chiara, con una soglia di punibilità, ad avviso dello scrivente, più definita.
Dopo tutte le suindicate precisazioni –e richiami– è possibile ora andare ad analizzare, come anticipato nel prologo di tale disquisizione, la sentenza della Suprema Corte di Cassazione (sent. 48001/2016), che ha avuto ampia diffusione da parte degli organi d’informazione [42].

I Giudici, pronunciandosi su un ricorso che vedeva imputati e condannati quattro soggetti, presunti jihadisti frequentanti la moschea di Andria, nell’ambito di un’operazione antiterrorismo che ha avuto la genesi dall’ascolto di intercettazioni telefoniche [43], ha annullato le sentenze di merito, conseguentemente assolvendo i ricorrenti. Gli imputati, questa l’accusa, avrebbero portato avanti un’attività di proselitismo, di matrice islamica, finalizzata ad indurre dei soggetti ad unirsi ai combattenti per la ‘causa islamica’ ed immolarsi per la stessa. Secondo la lettura degli organi di stampa[44], sarebbe risultata <<giudizialmente documentata la circostanza dello scarico sui pc degli imputati di scene di guerra, di attentati terroristici ed istruzioni per il confezionamento di esplosivi, nonché come raggiungere i luoghi di combattimento>>; ed ancora, <<l’inserimento in rete da parte di loro di incitamenti all’odio, in particolare verso gli ebrei’. Il cuore della motivazione dei Supremi Giudici consta nel fatto che non sarebbe stata possibile, ab origine, una configurazione di ‘terrorismo internazionale’ (di matrice islamica), dal momento in cui l’attività era ‘finalizzata ad indurre ad una generica disponibilità ad unirsi ai combattenti e a immolarsi>>; nonché <<per incapacità del gruppo di raggiungere un livello organizzativo tale, da affrontare le contingenti e non certo imprevedibili difficoltà di un’attività terroristica di carattere internazionale>>. Spiega la Cassazione che l’indottrinamento, finalizzato al reclutamento ed al viaggio in territori di guerra per dare man forte alla ‘causa islamica’, non integra atti di terrorismo, il cui compimento costituisce lo specifico del reato di associazione terroristica: sono necessari atti per essere certi che quella organizzazione ha finalità terroristica, essendo irrilevanti, a tale scopo, il mero possesso di documenti falsi, video diffusi, l’apologia del ‘martirio’. Preliminare a un’analisi della sentenza suindicata, non si deve dimenticare la giusta osservazione che i fatti di cui all’oggetto erano stati perpetrati anteriormente all’entrata in vigore degli articoli 270 quater e quinques [45]: resta comunque interessante -e forse discutibile- la valutazione dei Giudici. L’attività materiale compiuta dagli imputati, o meglio il loro ‘apporto morale’, sarebbe quindi consistito nel cosiddetto ‘indottrinamento’. Ma quest’ultimo, secondo la sentenza in esame, <<può costituire senza dubbio una precondizione, quale base ideologica per la costituzione di un’associazione effettivamente funzionale al compimento di atti terroristici, ma non integra gli estremi perché tale risultato possa dirsi conseguito>>. E ciò se la ‘formazione teorica’ degli aspiranti kamikaze, non è affiancata anche da un <<addestramento al martirio di adepti da inviare nei luoghi del combattimento [46]>>.

Ci si interroga, nuovamente, su cosa debba dunque intendersi per indottrinamento penalmente rilevante. Prima di cercare di dare una risposta a tale quesito, risulta interessante riportare un’altra sentenza della Suprema Corte, secondo cui <<integra il delitto di associazione con finalità di terrorismo, anche internazionale, la formazione di un sodalizio, connotato da strutture organizzative “cellulari” o “a rete”, in grado di operare contemporaneamente in più Paesi, anche in tempi diversi e con contatti fisici, telefonici ovvero informatici anche discontinui o sporadici [..] che realizzi anche una delle condotte di supporto funzionale all’attività terroristica di organizzazione riconosciute ed operanti come tali, quali quelle volte al proselitismo, alla diffusione di documenti di propaganda, all’assistenza agli associati, al finanziamento, alla predisposizione o acquisizione di armi o di documenti falsi, all’arruolamento, all’addestramento [47]>>.

Conclusioni
Il punto chiave della questione sta nella definizione di proselitismo ed indottrinamento ed in quelle che possano essere le ripercussioni in campo penale, secondo la vigente normativa. È pacifico che ‘proselitismo’ debba significare, etimologicamente parlando, l’opera o l’attività volta alla ricerca di nuovi adepti (per una religione, ad esempio): in tal caso non vi sarebbe nessuna condotta illecita. Ma, sempre per ‘proselitismo’, si può altresì intendere la ricerca nel convertire una persona non solo ad una religione ma anche ad una dottrina. Orbene, se tale ‘dottrina’ è ritenuta per stessa ammissione di chi la professa tout court contra legem -nel senso che i mezzi per raggiungere lo scopo prevedono l’uccisione di persone e la distruzione di res attraverso modalità terroristiche- e la ‘promozione’ funge da indottrinamento proprio per perpetrare delitti ‘nel nome di’ o ‘a favore della causa’, non sarebbe da ritenersi in re ipsa reato? Si comprende che la linea di demarcazione sia assai labile ma, ad avviso di chi scrive, non basta affermare che una ‘formazione teorica’, priva di condotte pragmatiche conseguenti, non abbia rilievo penale. Analogamente, ed alla stessa stregua, risulta di difficile comprensione -come già indicato- la differenza tra addestramento ‘concreto’ (rectius: “concreta idoneità” della condotta di addestramento) e addestramento ‘astratto’, ossia privo di potenziale rilevanza lesiva, ergo penalmente irrilevante. Non ci si vuole addentrare nella squisita disquisizione giuridica tra reato impossibile, ex art. 49 c.p., e tentativo (delitto tentato, ai sensi dell’art. 56 c.p.) punibile o reato consumato, anche perché non si possono -forse- mettere sullo stesso piano giuridico le due questioni: ma un’attenta riflessione è d’obbligo.

 

NOTE E RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI E SITOGRAFICI.
[1] Le organizzazioni criminali italiane nel mondo, 02/11/2018 Prof. Dalla Chiesa; La criminalità mafiosa in Germania, 03/11/2018 Prof. Dalla Chiesa/V. Zoppei.
[2] Argomentazioni che valgono anche per i casi di infiltrazioni nelle regioni del nord: vedasi il processo c.d. Aemilia 2015/16; e, più recentemente, l’indagine sulla “camorra infiltrata in Veneto. Cinquanta arresti”, ANSA 19/02/2019.
[3] Vedasi anche la lezione “La cooperazione giudiziaria penale nel contrasto al crimine organizzato e alla corruzione transnazionale, 08/02/2019, D. Costa/F. Ciardi (Magistrati Trib./Proc. Mi)
[4] “Il delitto di associazione mafiosa a livello transnazionale. Proposta di riforma del Parlamento Europeo..” di A. Continiello nella rivista giuridica web www.giurisprudenzapeale.com del 12/11/2016 (ISSN  2499-846X).
[5] www.ilfattoquotidiano.it del 27/10/16 “Mafie in Europa, ok del Parlamento UE alla risoluzione. Ferrara (M5S): “Più vicino il reato comune di associazione mafiosa”
[6] Art. 3 Trattato UE; artt. 67; 82-89 Trattato sul funzionamento UE; artt. 5,6,8,17,32,38,41 & 47-50,52 Carta dei diritti fondamentali della UE
[7] COM(2013)0534; e la Risoluzione del 29/04/15 su tale proposta
[8] COM(2013)0535
[9] “Europol is the European Union’s law enforcement agency whose main goal is to help achieve a safer Europe for the benefit of all EU citizens. We do this by assisting the European Union’s Member States in their fight against serious international crime and terrorism”, tratto dal sito istituzionale www.europol.europa.eu
[10] 2015/2110(INI)
[11] Vedasi, a tal proposito, la lezione “Esperienze di cooperazione investigativa europea”, 09/02/2019 di A. Nunzi (Europol)
[12] European Union Agency for Law Enforcement Training
[13] Vedasi lezione del 08/02/2019 cit.
[14] Vedasi la Procura Nazionale Antimafia ed i loro distaccamenti ; così come la Direzione Nazionale Antimafia.
[15] modificato nella forma e nella sostanza – vedasi “associazioni di tipo mafioso anche straniere” dalle leggi n. 125/2008 ed art. 71 del D.lvo n. 159/2011; leggi di riferimento: n.1720/62; 1423/65; 575/65; 646/82; 55/90; d.l. 306/92; l. 251/05; d.l. 92/08
[16] Cfr. Cass. S.U., n. 25191/2014
[17] Vedasi la lezione “Il sequestro e la confisca dei beni delle associazioni mafiose”, 15/02/2019, Prof. S. Pellegrini
[18] Vedasi il Codice Antimafia, intr. d.lgs. 159/2011
[19] Vedasi, ad esempio, la lezione del 09/11/2018 “I traffici di persone. Movimenti migratori e mercato del sesso” Prof. Abbatecola
[20] “Brevi riflessioni sul concorso esterno in associazione mafiosa” di A. Continiello, nella rivista giuridica web www.diritto.it del 16/03/2016 (ISSN 1127-8579)
[21] “Terrorismo e indottrinamento. Anatomia di una fattispecie..” di A. Continiello, pubblicato sulla rivista giuridica web www.giurisprudenzapenale.com, 26/01/2017 (ISSN 2499-846X)
[22] “Sicurezza. Prevenzione e Legalità”, A. Continiello 2018, edito per Nazione Futura
[23] Criminalità organizzata e terrorismo: quale nexsus? , 18/01/2019, Prof.ssa Merlati/F. Marone
[24] Cfr. Corte di Cassazione penale, sentenza 48001/2016
[25] Vedasi: “Terrorismo, Cassazione: indottrinare al martirio non è reato senza addestramento”, sul sito web fattoquotidiano.it del 14/11/2016; “Terrorismo islamico, la Cassazione: indottrinare al martirio non  è reato”, su repubblica.it del 14/11/16; “Incitazione al martirio non è terrorismo, dice la Cassazione”, su ilfoglio.it del 14/11/16; “Commento alla recente sentenza della Corte di Cassazione che stabilisce che il solo indottrinamento islamista non si configura come reato” su osservatorioantisemitismo.it del 17/11/16
[26] Articolo 270 bis c.p. “Associazioni con finalità di terrorismo anche internazionale e di eversione dell’ordinamento democratico”, rif. normativi: art.3 del D.L. 15/12/79 n.625, conv. con modif. L. 6/2/80 n.15; sost. art.1 co.1 D.L. 18/10/2001 n.374, conv. con modif. L. 15/12/01 n.438; art.1 co.3 bis D.L. 18/2/15, conv. con modif. L. 17/4/15 n.43
[27] Tratto da: “Terrorismo internazionale: risposta dello Stato italiano”, sul sito web studiperlapace.it del 14/09/2002
[28] Tratto da: “Il delitto di associazione mafiosa a livello transnazionale-Proposta di Risoluzione del Parlamento Europeo sulla lotta alla corruzione (Parlamento Europeo, 2014-2019, 07/10/2016, A8-0284/2016)” su sito web giurisprudenzapenale.com del 12/11/2016 a cura di A. Continiello
[29] Cfr. Cassazione penale, sez.I, 30/09/2005, n.35427
[30] Tratto da: “Il terrorismo islamico ed internazionale” sul sito web diritto.it del 19/10/2006 a cura di V. Blanda
[31] Tratto dall’articolo sul sito web studiperlapace.it cit.
[32] Tratto da: “Antiterrorismo: la nuova legge, ecco le norme principali” sul sito web interno.gov.it
[33] Cfr. Cassazione  penale., sez.I, 24/10/2011 n.38220
[34] Tratto da: “L’Italia e il terrorismo in casa: che fare?”, ed. Epokè, 2015, ISPI, p.41 a cura di L. Vidino
[35] Cfr. Cassazione penale, sez. VI, 25/072011, n.29670
[36] Cfr. Cass. pen., 29670/11 cit.
[37] Tratto da: “L’art.270 bis c.p. disciplina cardine dell’antiterrorismo. Un vestito sempre attuale che si conforma alle recenti correnti fondamentaliste di matrice islamica”,  20/12/2014, sul sito web giurisprudenzapenale.com a cura di Nicolò Giordana
[38] Tratto da: “L’articolo 270 bis c.p. al vaglio del Tribunale di Milano” sul sito web giurisprudenzapenale.com cit.
[39] Tratto dal sito web procuraditrento.it – sent. Cass. cit.
[40] Vedasi nota 2
[41] “Dio prendi il mio sangue come vuoi e disperdi il mio corpo per il tuo disegno come vuoi”; “Sono al mio ultimo punto Sceicco”; “Preparato!”; “ Se Dio vuole, spero che Dio lasci disperdere..”; “Possa Dio sparpagliare i nostri corpi per la sua causa..voglio che le mie carni vadano in pezzi!” – vedasi articolo ilfattoquotidiano cit.
[42] vedasi l’articolo tratto da: osservatorioantisemitismo.it cit. nota 2
[43] Art. 270 quater “Arruolamento con finalità di terrorismo anche internazionale”; art. 270 quater.1 “Organizzazione di trasferimenti per finalità di terrorismo”; art. 270 quinques “Addestramento ad attività con finalità di terrorismo anche internazionale”
[44] Vedasi articoli giornalistici cit.
[45] Cfr. Cassazione penale, sez. II, 18/12/2013 n.51127, Pres. Petti, in sito web diritto.it

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *