Criminologia

La psicologia nell’attività di acquisizione di informazioni durante un’indagine di polizia giudiziaria. Per operatori di polizia locale (…e non solo!).

  1. Premessa

Per gli operatori di Polizia – Locale, e non solo – in considerazione delle numerose attribuzioni e funzioni che tendono a svolgere quotidianamente, è bene dare risalto alla necessità di possedere altre e ulteriori conoscenze, rispetto a quelle notoriamente giuridiche, rientranti nel campo della “psicologia investigativa”, riuscendo così da utilizzare tecniche atte a migliorare l’acquisizione di notizie possibili per tramite, ad esempio, dell’interrogatorio e/o delle sommarie informazioni, acquisendo informazioni che mai potrebbero essere desunte dalla semplice lettura degli atti documentali.

Il Codice di Procedura Penale disciplina l’assunzione delle sommarie informazioni, sia della persona sottoposta alle indagini che dalle persone informate sui fatti[1].

Nell’ambito delle attività investigative ed informative la raccolta delle notizie, sia dal possibile autore dell’atto che dalle dichiarazioni testimoniali, rappresenta un atto basilare in quanto permette di riuscire ad accertare la verità sui fatti per cui si indaga, o su cui è necessario saperne di più, come ad esempio nell’ambito della raccolta delle informazioni di tipo humint[2].

Ma in un quadro generale, l’operatore di Polizia dovrà inevitabilmente affinare le proprie tecniche investigative, approfondendole ed allargandone gli orizzonti, soprattutto nella società contemporanea in cui la globalizzazione rende necessario, se non obbligatorio, lo studio delle etnie “diverse” che ormai vivono e convivono la quotidianità della nostra penisola; ecco perché è da considerarsi sempre più incombente l’applicazione di una vera e propria “psicologia etnica” (c.d. cross culturale) che dovrà essere materia di seminari e di confronto tra i vari corpi di Polizia Locale.

Per questi motivi, i Comandanti e i Responsabili di settore dovranno garantire un’adeguata preparazione psico – attitudinale – operativa dei propri collaboratori, creando percorsi paralleli formativi e definendo una professionalità tale da rendere il servizio totalmente autonomo ed esule dalle necessarie collaborazioni investigative con altre forze dell’ordine.

Ecco perché l’obbligatorietà di una preparazione culturale, tattico – operativa ben studiata, anche ad personam, si rende necessaria affinché gli operatori si trovino nelle migliori condizioni per affrontare al meglio il loro ruolo, così importante ma altrettanto delicato durante una fase investigativa, ma anche dotati di erudimenti e conoscenze di base relative ad una “cultural awareness”, acquisendo la giusta consapevolezza di altre culture, totalmente differenti dalle nostre, al fine di un corretto interfacciarsi non soltanto in una situazione negativa (che possa essere l’arresto o una perquisizione) ma anche nel rapporto quotidiano con il cittadino straniero, studiando e capendo i suoi modi di vivere e le sue usanze.

Ed è proprio in questa direzione e con un simile approccio che l’operatore di Polizia, qualunque essa sia, si troverà in terreni fertili di prevenzione ma anche con capacità investigative tali da affrontare nel migliore dei modi e con soluzioni appropriate i c.d. “reati culturalmente orientati o motivati” (sanzionati dal nostro Codice Penale) che maturano in particolari contesti culturali, etnici o religiosi e più specificatamente quei fatti che, pur essendo rilevanti in un ordinamento, non lo sono all’interno del contesto socio-culturale e giuridico di appartenenza del reo.

Pertanto, in questo quadro complesso e caratterizzato dalla multiculturalità, l’operatore di P.L. dovrà acquisire tutte le cognizioni necessarie al fine di distinguere la posizione giuridica dei soggetti da cui assumere informazioni, di avere tali capacità da comprendere le domande da presentare per non indurre in errore l’ascoltato, di correggere quegli atteggiamenti che possono inibire “l’interrogato”, di dedurre quali informazioni siano vere o false e di saper incrociare le informazioni acquisite con altri elementi oggettivi.

Tutto ciò, e ancor di più, dovrà trovare applicazione nei confronti dei cittadini stranieri attraverso l’utilizzo di tecniche operative che rappresentino il risultato globale di giuridicità applicata congiuntamente alle attitudini personali, all’intelligenza, intuito investigativo, ad azioni prettamente fisiche, con il supporto di studi e materie religiose – umanistiche accostate alla sicurezza.

Inoltre, ulteriore grado di difficoltà che l’investigatore è ad oggi tenuto ad affrontare è lo sconcertante  progresso  tecnologico  e  le  sempre  più  sofisticate  metodologie  che  la  ricerca ha messo a  disposizione consentendo sì di svolgere le attività investigative e di raccolta delle informazioni in modo sempre più rapido ed efficace, ma ha contribuito anche a  far  perdere di  vista  la  predisposizione al contatto umano ed alla relazionabilità che ogni buon investigatore deve possedere.

In un clima così complicato, caratterizzato da una globalizzazione imminente e quasi forzata, e con doveri molto spesso superiori alle capacità individuali degli operatori, soprattutto nell’affrontare le attività di indagine, così farraginose, di difficile approccio e con circostanze inaspettate ed improvvise, che si possono rappresentare eventi di servizio emotivamente critici per gli operatori di P.L., cioè situazioni che possono provocare diverse emozioni, vulnerabilità o perdita del controllo e, di conseguenza, con i risultati più svariati e tali da interferire con lo scopo del servizio da espletare.

Ecco perché sarebbe opportuno e necessario istituire uno staff di psicologi professionisti dell’emergenza, magari anche a livello regionale, che possano garantire un sostegno e metodi di gestione dello stress post evento critico[3].

  1. Sommarie informazioni

Su iniziativa, per acquisire notizie utili per le investigazioni durante la fase delle indagini preliminari, gli ufficiali di polizia giudiziaria possono assumere Sommarie informazioni dall’indagato (art. 350 c.p.p.) e da altre persone (art. 351 c.p.p.).

Le Sommarie informazioni provenienti dall’indagato possono essere acquisite con diverse modalità di seguito riportate.

1) Assunzione di Sommarie informazioni, con presupposto lo stato di libertà dell’indagato e la necessaria assistenza del difensore: la polizia giudiziaria sollecita l’indagato a rendere dichiarazioni che hanno valenza per fini informativi e cioè investigativi, nonché possono essere preordinate a costituire fonti di prova, in quanto suscettibili di utilizzazione ai fini delle contestazioni in dibattimento divenendo utilizzabili per fini probatori[4].

Le informazioni così assunte sono trascritte in un verbale scritto[5] che sarà pienamente utilizzabile, per le contestazioni, in dibattimento;

2) Assunzione di Sommarie informazioni sul luogo ovvero nell’immediatezza del fatto[6]: possono essere assunte nell’immediatezza del fatto, anche in luogo diverso dalla sua commissione (es.: comando di Polizia Locale) o sul luogo del fatto, anche se non nella sua immediatezza. Le notizie così acquisite sono utili soltanto ai fini dell’immediata prosecuzione delle indagini e l’assenza del difensore impedisce la verbalizzazione delle dichiarazioni e la loro utilizzabilità procedimentale;

3) Ricezione di dichiarazioni spontanee: può aversi anche ad opera di un agente di polizia giudiziaria. La spontaneità delle dichiarazioni le fa configurare come mezzo di autodifesa liberamente scelto e di collaborazione spontanea nella ricerca della verità, sicché all’indagato è consentito renderle anche in assenza del proprio difensore di fiducia o di ufficio e anche se è in vinculis;

4) Sommarie informazioni provenienti da persone informate dei fatti: sono quelle rese da soggetti che in dibattimento potranno assumere la veste di testimoni[7].

Se, nel corso dell’acquisizione delle informazioni, emergono indizi a carico della persona ascoltata, l’esame dovrà essere interrotto e la persona verrà avvertita che, in conseguenza delle sue dichiarazioni, saranno svolte indagini nei suoi confronti, invitandola a nominare un difensore; inoltre, delle informazioni assunte, dovrà essere redatto un verbale.

  1. Psicologia investigativa: cenni storici

Prima di approfondire una tematica così altamente tecnica sia da un punto di vista giuridico che socio – psicologico, è bene illustrare una breve panoramica della storia e dell’evoluzione che hanno caratterizzato la nascita di una vera e propria scienza dell’interrogatorio.

Essa è da considerarsi pratica antica e codificata per la prima volta in un documento della CIA che però recentemente è stato declassificato[8] a causa degli effetti deleteri sull’interrogato.

Nel 1840 un clinico francese, Moreau de Tours, e negli anni a seguirsi altri studiosi del ‘900, scoprirono che utilizzando ed iniettando all’interrogato sostanze di genere diverso (protossido di azoto, cloroformio, hashish, o la scopolamina[9], barbiturici, LSD[10], MDMA[11]) lo stesso poteva parlare in modo più o meno incontrollato e rivelando così inconfessabili segreti.

Successivamente il metodo si è orientato non più verso l’estorsione della verità ma verso l’individuazione della bugia, attraverso i più svariati sistemi e marchingegni tra cui l’idrosismografo[12], il pletismografo[13], il poligrafo[14] (o macchina della verità), il FACS[15] (Facial  Action  Coding  System), il PSE[16] (Psycological Stress Evaluation) o lo Scientific content analysis[17] (Scan).

Tuttavia, tutte queste strumentazioni non sono utilizzate, o comunque lo sono davvero poco, in ambito giudiziario ed i loro risultati, troppo fallaci ed a rischio di falsi positivi, di norma non vengono presentati nelle aule della giustizia.

Oltre a sieri e macchinari è stata utilizzata anche la tecnica dell’ipnosi che potrebbe riuscire a far emergere i lati più nascosti dei pensieri di un interrogato, ma elemento inscindibile è la necessarietà della sua predisposizione alla collaborazione[18].

Nel tempo poi la tecnica investigativa durante la fase dell’interrogatorio e la psicologia applicata si sono evolute prendendo in considerazione varie metodologie:

  • l’alternare un interrogante brutale, rabbioso e dominatore con un poliziotto cordiale e calmo, al quale l’interrogato finirà per affidarsi e confidarsi[19];
  • la creazione di un ambiente deputato all’interrogatorio totalmente asettico, privo di elementi di distrazione (esempio quadri, telefono, pareti colorate e così via).

Pertanto l’elemento cardine, lo scopo ultimo che rappresentava il fulcro di questi modelli di interrogatorio era la confessione[20] attraverso il principio di autorità, basato sul fatto che “la      verità è meglio accertata quanto più è forte il potere dato all’inquirente[21]”: il soggetto era obbligato quindi a rispondere in una sorta di vera e propria inquisizione, ponendo le domande secondo il principio del «diritto a sapere».

All’oggi, invece, nel sistema giuridico attuale, si parla di interrogatorio esclusivamente come di un atto tipico con cui il Giudice e il Pubblico Ministero acquisiscono dall’indagato dichiarazioni relative al suo coinvolgimento nel reato.

Elemento essenziale da porre in risalto è quello per cui non sarà efficace l’indagine e gli interrogatori predisposti dall’operatore di polizia che svolge la sua attività se non abbia proceduto ad “investigare prima di intervistare” perché assume fondamentale importanza per la conduzione del colloquio di polizia trovarsi nella condizione di conoscere, esattamente e in anticipo, i fatti su cui andrà a sentire la persona da sottoporre all’intervista investigativa[22]”.

Infatti, parte della dottrina ritiene che, al fine di evitare confusione nell’utilizzo della terminologia, la polizia giudiziaria non procede ad interrogatorio (perché lo stesso viene esperito su delega dell’Autorità Giudiziaria) ma effettua una vera e propria intervista di polizia, cioè “il colloquio come forma di indagine in cui la raccolta dati avviene attraverso un processo di comunicazione verbale[23]”.

Pertanto, l’approccio metodologico che dovrà caratterizzare l’assunzione delle informazioni, sia che avvenga tramite interrogatorio (termine utilizzato dal C.P.P.) sia che con sommarie informazioni, dovrebbe essere quello dell’intervista[24], con la condizione imprescindibile che bisognerà sempre “investigare prima di intervistare[25]”.

 

  1. Breve excursus sulle tecniche di interrogatorio

Evidenziato tale breve accenno storico, l’esperienza dei più preparati investigatori (tra cui Scotland Yard o la CIA) rileva che la raccolta delle informazioni e l’interrogatorio in particolare, per risultare un efficace atto informativo ed investigativo, deve seguire delle regole e deve prevedere delle tecniche specifiche.

Molto spesso condurre un interrogatorio con persone che hanno tutto l’interesse a mantenere celata la verità rappresenta un’attività di grande difficoltà e che richiede adeguata preparazione ed un buon intuito.

Si viene a creare, tra interrogante ed interrogato, un vero e proprio “gioco” caratterizzato sulle seguenti dinamiche psicologiche:

–           le strategie dell’interrogato per nascondere la verità, fornendo una versione artefatta ma attendibile degli eventi;

–           le strategie dell’interrogante per rilevare i segni della menzogna e della contraddizione e per convincerlo quindi a riferire la versione reale dei fatti.

Dunque, come e cosa fare affinché una persona dica ciò che non direbbe mai, in uno stato mentale cosciente normale?

Diversi sono i metodi[26], e tra i principali ritroviamo:

  • Esagerare o minimizzare la gravità: suggestionare il soggetto sulla presunta gravità di un reato di poco conto, intimorendolo, o al contrario rendendo banale un grave reato come fosse cosa da poco, illudendo o rassicurando il soggetto che non sarà punito;
  • Suggerire una motivazione positiva: ad esempio dicendo che la vittima si è provocata da sola ciò che è successo; in altre parole solidarizzando con la persona;
  • Richiamare la sua attenzione su inesistenti tremori, sospiri fremiti, carenze di salivazione, pallori, rossori, come prova della sua colpevolezza;

In verità, gli studiosi in materia ritengono che non tutti gli investigatori siano in grado di affrontare con successo un colloquio, ma che tale problematica potrebbe essere svincolata grazie alla consapevolezza dei propri limiti e a saperli superare attraverso un’importante preparazione scientifica in relazione alla psicologia investigativa.

Infatti, è bene evidenziare una differenza fondamentale nell’ambito dell’ ascolto di una persona: coloro che forniscono le informazioni su determinati fatti ai quali hanno assistito direttamente o dei quali sono venuti a conoscenza (altre sommarie informazioni[27]) hanno l’onere di rispondere con sincerità alle domande che vengono loro poste, anche se queste possono ledere il loro   interesse, mentre l’indagato non risponde penalmente delle dichiarazioni mendaci, potendo essere elemento di valutazione che gli costerà in sede di dibattimento solo in quanto   potrebbero incidere sulla sua credibilità.

Per l’interrogato, allestire e rendere attendibile una menzogna comporta sempre un notevole “lavoro psicologico” e questo lavoro mentale è in grado di provocare una marcata tensione emotiva, se non una vera e propria ansia. Nel mentire, infatti, è necessario effettuare contemporaneamente: – l’utilizzo della fantasia, per fornire comunque risposte plausibili ed attendibili – una attenzione alla dinamica mentale della fantasia, che distoglie l’interrogato dall’attenzione alle domande dell’intervistatore – il cercare di evitare di contraddirsi, rendendo logiche e coerenti tutte le risposte – il controllo delle sensazioni corporee, comunque amplificate dallo stato emotivo alterato.

Ecco perché, in ogni fase di un’indagine, è di fondamentale importanza rispettare le procedure e le modalità con cui una dichiarazione e/o una confessione debba essere raccolta e documentata in fase processuale, acquisendo tutte le informazioni in maniera ineccepibile; tutto ciò dovrà avvenire senza alcuna forzatura, minaccia o violenza[28]. La soluzione più auspicabile e capace di vedere i frutti della propria attività di indagine è quella di avvicinarsi quanto più all’interrogato, conquistando la sua fiducia ed inducendolo in questo modo a riferire quante più informazioni possibili.

Ma come rendere l’interrogato una persona collaborativa?

Anzitutto è necessario riuscire ad avere una conoscenza preliminare del soggetto da ascoltare, scegliendo così gli strumenti adeguati e i metodi più efficaci[29], creando la giusta atmosfera di lavoro.

Chi interroga non deve avere alcuna fretta di raggiungere lo scopo in un termine prestabilito, mantenendo costantemente la giusta serenità; l’ira non farebbe altro che annebbiare la razionalità e la contestuale verità.

Altro sostanziale accorgimento è che l’interrogante deve necessariamente appuntarsi e rileggere nell’immediatezza tutte le dichiarazioni rese dall’interrogato; infatti, in questo modo, tutte le contraddizioni emergerebbero e rappresenterebbero il mezzo per mettere in difficoltà il dichiarante.

Ma è bene sottolineare come queste enunciazioni non sono altro che una minima parte di una complessa attività che può essere definita come un “insieme di tecniche orientate alla ricostruzione dei fatti nella maniera più oggettiva, rigorosa e verificabile possibile[30]”.

In altre parole, l’arte di acquisire informazioni consiste “nella capacità di saper passare con grande agilità e professionalità da una modalità di intervista (propria della libertà) a quella di interrogatorio (propria della necessità) che va a modificare la modalità di porre le domande anche in base alla situazione, al contesto ed al soggetto che si ha di fronte[31]”.

Ecco il perché, in definitiva, nel porre le domande occorre fare attenzione alla possibilità dell’intervento di due tipi di fenomeni: la memoria indotta e la rielaborazione fantastica alla base della creazione del falso ricordo, che si sostituisce nella memoria degli eventi del  soggetto interrogato.

Per garantire che ciò non accada, quindi, bisognerà valutare non soltanto l’elemento comunicativo ma anche quello non verbale, caratterizzato dai segnali del corpo che il più delle volte rappresentano un mezzo fenomenale al fine di captare un cenno di verità o di bugia nelle dichiarazioni rese.

Basti pensare che l’individuo che mente tende a prestare molta attenzione ai suoi movimenti proprio per non svelare i suoi reali pensieri, essendo consapevole che il linguaggio del corpo potrebbe tradirlo ed è proprio per questi motivi che tende a rimanere calmo e sereno.

Questo particolare “linguaggio” non dà la possibilità soltanto di svelare eventuali bugie o falsità, ma aiuta anche nell’ottenere una semplice collaborazione della persona interrogata, entrando nella sua sfera emotiva ed instaurando un dialogo che possa garantire il successo per l’accertamento dei fatti.

Ciò grazie anche al porre l’attenzione sulla postura che lo stesso interrogante deve necessariamente mantenere (aggressiva e rigida come extrema ratio, oppure rilassata e pacata a seconda delle persone e delle situazioni) e ad impostare il colloquio con un sistema di studio reciproco, caratterizzato da un elemento considerato come il vero e proprio trucco del prestigiatore: l’ascolto; infatti, per essere un buon investigatore sarà necessario essere un ottimo ascoltatore.

Ultima considerazione, ma non meno importante, è che il vero scopo ultimo dell’operatore di Polizia non è quello di convertire e/o recuperare l’autore di un reato oppure di immedesimarsi nel dolore provato da una vittima o da un testimone perché questo è compito specifico di uno psichiatra o di uno psicologo inserito nelle strutture preposte.

In definitiva, è dunque necessario sì avere un bagaglio culturale e di esperienza importante e tale da riuscire ad ottenere informazioni fondamentali per l’indagine ma il richiamo ad elementi o conoscenze della psicologia non deve far peccare di presunzione l’investigatore, perché il risultato è importante ma lo è altrettanto il modus operandi in quanto il fine, in questo specifico settore, non può giustificare i mezzi utilizzati.

 

  1. Acquisire informazioni da persona straniera attraverso l’utilizzo della psicologia Etnica e Culturale

Anzitutto è doverosa la premessa che, nel tracciare i tratti di condotta investigativa sulle persone di diversa nazionalità rispetto a quella italiana o in base al background socio-antropologico, ci si discosterà sempre da ogni connotazione politica, razzista o di riferimento dispregiativo.

La capacità di comprendere culture affini o lontane dalla propria e di analizzare l’impatto che esse hanno a livello di intelligence e sicurezza è uno strumento di fondamentale importanza per i professionisti del settore.

La psicologia etnica e culturale sono divenute, nel tempo, uno degli strumenti cardine nell’attività militare e civile, nelle operazioni di pace nonché nelle attività di intelligence, al fine di non commettere errori nella valutazione degli atteggiamenti e delle relazioni dell’altro, considerato singolarmente o come popolo.

Lo scopo ultimo è quello di applicare una vera e propria intelligence culturale in fase di acquisizione di informazioni da parte di persona straniera, attraverso l’utilizzo degli strumenti del cultural awareness e della psicologia etnica – culturale (soprattutto e anche in considerazione dei precari equilibri internazionali e del terrorismo).

Ma tanto la psicologia etnica quanto quella culturale hanno assunto, nel tempo, connotati differenti: mentre la prima studia la psicologia dei popoli di culture diverse da quella occidentale ed assume un approccio differenziale considerando la cultura una variabile indipendente, la seconda studia il rapporto tra variabili psicologiche e culturali, interessandosi all’interazione tra aspetti psicologici e quelli culturali.

Elemento cardine su cui basare il ragionamento è che l’operatore di polizia, nello svolgimento delle proprie attività, non dovrà mai modificare l’applicazione delle normative in vigore in funzione del soggetto che ha di fronte e/o in base alla sua nazionalità, ma necessariamente dovrà impostare l’approccio preferibile (per l’appunto si parla di cross culturale o incrocio di cultura) così da ottenere il miglior risultato garantendo sicurezza, controllo e il rispetto dei diritti.

Nel caso di specie ci deve interessare come capire e come gestire un interrogatorio di persona straniera, prendendo in considerazione non tanto i suoi usi e costumi o la sua lingua (in quest’ultimo caso sarà necessario solo un traduttore), ma la considerazione che egli porterà sempre con sé alcuni tratti della mentalità da cui proviene, acquisiti anche in maniera inconsapevole e non attiva, sapendo interpretare tutte quelle informazioni senza filtri che lo stesso evidenzia e mettendole in interazione alle capacità intellettive e culturali dell’interrogante, o meglio, intervistatore.

Tutto in maniera attenta, apolitica, indifferente ai preconcetti e non discriminatoria.

Infatti esistono delle caratteristiche che rendono l’uomo unico, sempre uguale e quindi gestibile da parte di chi opera nella sicurezza; tutto ciò a condizione che l’operatore stesso abbia le capacità intrinseche di conoscersi e a riconoscere che vi siano effettivamente delle differenze tra le varie popolazioni.

Questo non vuol dire discriminare ma saper far riflettere, nello spazio che tende ad accogliere, un ambiente culturalmente e socialmente diverso.

Al fine di delineare una sorta di “identità etnica” nel corso di un interrogatorio è importante distinguere, secondo la maggior parte dei teorici, la componente oggettiva, ovvero quell’identità che viene acquisita per nascita e che in quanto tale non può in alcun modo essere modificata e una componente soggettiva, determinata dalla rilevanza personale che gli individui attribuiscono alla propria appartenenza etnico – culturale (diverso è il caso dello straniero adottato e cresciuto sin dall’infanzia nel territorio italiano, consapevole di provenire da un paese estero ma totalmente integrato nel nostro sistema sociale).

Infatti, in una società multiculturale determinare l’identità etnica e il saperla riconoscere (da parte dell’interrogante – intervistatore) rappresenta un risultato senza precedenti, capace di semplificare di molto l’attività investigativa e riuscire a raffigurare un biculturalismo tale da definire un benessere psicologico sia dell’interrogato che dell’interrogante.

Ed è proprio in questo contesto che sarà necessario studiare quali siano i reati perpetrati e quelli più commessi dalla popolazione di quel determinato soggetto, le modalità con cui vengono compiuti, oppure conoscere le varie (se non indefinite!) sfaccettature della religione a cui appartiene e che oggi assumono i connotati più importanti e devianti, oppure sapere quali possano essere i gusti alimentari o i comportamenti abituali (cioè rendersi conto di quale possa essere una sua giornata tipo) e tanto altro.

Quindi, il livello di analisi da definire preliminarmente è il gruppo piuttosto che l’individuo ed il focus è rappresentato dallo studio dell’etnia e dalla modalità in cui le minoranze o gruppi di immigrati si relazionano con la società ospitante.

Una volta definita questa linea di conduzione dell’interrogatorio, successivamente si procederà alla riconduzione contestuale di quel determinato soggetto alle varie ipotesi messe su in evidenza, applicando poi tutte le tecniche previste e necessarie per quel singolo caso, nel pieno rispetto del regime normativo e deontologico.

 

Fonti

  • GIOSTRA,G., Contraddittorio (principio del).  II) diritto  processuale  penale,  in Enc. giur., VIII, Roma, agg. 2001
  • ZANON,N.–BIONDI,F., Il sistema costituzionale della magistratura, Bologna, 2008
  • Psicologia dei gruppi. Teoria, contesti e metodi dell’intervento di BARBARA BERTANI E MARA MANETTI – Edizione FrancoAngeli 2007
  • articoli 350 e 351 cpp
  • 503, co. 4, 500, co. 3 e 513 c.p.p.
  • 357, co. 2, sub b), c.p.p.
  • 197 bis c.p.p.
  • PARTE I – “L’EVOLUZIONE STORICA DEL PROCESSO PENALE e LE FONTI” di Jan Mal – academia.edu
  • “L’interrogatorio giudiziario e l’intervista investigativa” di Letizia Caso – Il Mulino 2009
  • “L’intervista di selezione. Teoria, ricerca, pratica: Teoria, ricerca, pratica” di Piergiorgio Argentero – Edizioni digitali FrancoAngeli 2006
  • Tecniche del Colloquio di Polizia”: rapporto poliziotto testimone” di Monica Di Sante, 27 Marzo 2016
  • iprofessionistidellasicurezza.it
  • igorvitale.org
  • laleggepertutti.it
  • Cannavicci M., “Metodologia e tecnica dell’interrogatorio”, Roma 2006
  • 188 C.P.P.
  • “L’analisi dell’azione deviante, Sintesi di Psicologia” di De Leo, Patrizi, De Gregorio – Università degli studi di Bergamo
  • Fargnoli A., “Manuale di Psicologia Investigativa”, Giuffré, 2005
  • Articolo “Identità etnica. Un’analisi della letteratura psicologica”, di Tiziana Mancini – “Psicologia Sociale”, Edizioni Il Mulino 2007
  • “Psicologia dell’identità etnica. Sé e appartenenze culturali” di Tiziana Mancini – Carocci editore 2006
  • CONTI,C., Giusto processo. b) Diritto processuale penale, in Enc.Dir. Agg., V, Milano, 2001;
  • DINACCI,F.R., Processo penale e Costituzione, Milano, 2010

 

 

[1] Agli articoli 350 e 351 c.p.p.

[2] L’attività di intelligence consistente nella raccolta di informazioni per mezzo di contatti interpersonali

[3] Vedasi l’esempio del Progetto “OPERATORE PONTE” per la gestione del disagio psico-lavorativo nella Polizia Locale di Milano

[4] Artt. 503, co. 4, 500, co. 3 e 513 c.p.p.

[5] Art. 357, co. 2, sub b), c.p.p.

[6] Art. 350, co. 5 e 6, c.p.p.

[7] La novità importante introdotta dalla legge sul «giusto processo» (che ha modificato gli artt. 351 e 362 c.p.p.) è che la P.G. ed il P.M. possono procedere all’escussione, come persone informate dei fatti, dei coimputati od imputati di reato in procedimento connesso che riferiscono fatti relativi alla responsabilità penale di altri. In tal caso vanno rispettate le garanzie previste dall’art. 197 bis c.p.p.

[8]Kubark Counterintelligence Interrogation

[9] Nel  1931  Henry  House  battezza  come  “siero  della  verità”  la  scopolamina,  una  sostanza  contenuta  in  alcuni  vegetali

[10]Progetto  Mkultra” che fu poi bandito e chiuso: unico risultato fu quello di aver causato gravi danni cerebrali a più di cinquanta pazienti e con un risarcimento a ciascuno di 750.000 dollari

[11] Ideata dal neurochimico Alexander  Shulgin,  veniva  impiegata  in  psichiatria  nel  tentativo  di  indurre  maggiore  capacità  di  autoanalisi; poi il suo uso è stato proibito ed oggi è conosciuta come la droga ECSTASY

[12] La mano dell’interrogato, immersa in un recipiente pieno di acqua, trasmetteva il ritmo del polso e le variazioni della pressione sanguigna ad un tubo di gomma e, quindi, ad un ago ricoperto di nerofumo che tracciava una striscia di carta”

[13] Strumento usato per misurare le variazioni di volume degli arti in rapporto al flusso sanguigno e le variazioni del flusso sanguigno in relazione a pensieri ed emozioni

[14] Rileva quali sono i cambiamenti fisiologici causati dalle emozioni che sperimenta il soggetto in conseguenza alle domande che gli vengono poste

[15] È il primo sistema di codifica delle espressioni facciali, sistematico nella descrizione delle azioni specifiche dei muscoli facciali e dei relativi significati emozionali

[16] Sarebbe in grado di evidenziare i livelli – emozionale, cognitivo e fisiologico – della voce umana analizzando i differenti valori di modulazione di frequenza determinati dalla variazione dell’afflusso sanguigno alle corde vocali.

[17] Ideato dallo psicologo israeliano Sapir, è una tecnica di analisi scientifica del testo scritto, utilizzata ormai in tutto il mondo, in grado di valutare se il testo scritto corrisponde alla verità oppure alla menzogna.

[18] Il caso più famoso è l’interrogatorio sotto ipnosi di Trevor Rees-Jones, unico superstite nell’incidente automobilistico nel quale, il 31 agosto 1977, morì la principessa Diana e dal quale, comunque, non si è appreso nulla di rilevante ai fini dell’indagine.

[19] Tecnica “Mutt and Jeff” degli anni ‘20

[20] A questo proposito sostiene il Giudice Ferdinando Imposimato che anche della confessione occorre dubitare e    dunque investigare, e l’esempio più recente è la confessione di Michele Misseri nell’omicidio di Sara Scazzi

[21] PARTE I – “L’EVOLUZIONE STORICA DEL PROCESSO PENALE e LE FONTI” di Jan Mal – www.academia.edu

[22]L’interrogatorio giudiziario e l’intervista investigativa” di Letizia Caso – Il Mulino 2009

[23]L’intervista di selezione. Teoria, ricerca, pratica: Teoria, ricerca, pratica” di Piergiorgio Argentero – Edizioni digitali FrancoAngeli 2006

[24] Nell’intervista (“interrogatorio” secondo il c.p.p.) quello che deve emergere sono aspetti legati all’evento, oggettivi ed obiettivi, per ricordare i quali, il testimone, ancor di più se vittima, (esempio un pedone investito gravemente) necessita dell’attivazione della parte destra dell’emisfero cerebrale in quanto la sua attenzione è rivolta maggiormente a realizzare un’introspezione ed un monitoraggio degli stati interni.

[25]Tecniche del Colloquio di Polizia”: rapporto poliziotto testimone” di Monica Di Sante, 27 Marzo 2016 – www.iprofessionistidellasicurezza.it

[26] Cannavicci M., “Metodologia e tecnica dell’interrogatorio”, Roma 2006

[27] Art. 351 C.P.P.

[28] Art. 188 C.P.P. (sulla “libertà morale della persona nell’assunzione della prova”) che esige dunque il rispetto della dignità dell’indagato, del sospettato e di qualunque altra      persona che viene sentita dalla Polizia Giudiziaria

[29] In genere per ottenere questa conoscenza è sufficiente iniziare la conversazione chiedendo notizie in generale sulla sua vita (sugli studi, sulla famiglia, sul lavoro, sulle amicizie, …)

[30]L’analisi dell’azione deviante, Sintesi di Psicologia” di De Leo, Patrizi, De Gregorio – Università degli studi di Bergamo

[31] Fargnoli A., “Manuale di Psicologia Investigativa”, Giuffré, 2005.

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