Beni Culturali

Il procedimento di arbitraggio nella corresponsione dei premi di rinvenimento (Art. 93, comma 3 del D.lgs. 42/2004)

Premessa.
Il presente contributo offre ai lettori una trattazione condensata dei riferimenti normativi in materia di arbitraggio nella determinazione dei premi corrisposti dal Ministero per i Beni Culturali e Ambientali agli aventi titolo, a seguito di rinvenimenti e scoperte di cose di interesse archeologico (beni mobili e immobili), esponendo al contempo anche aspetti derivati dall’esercizio su cui, invece, sussiste una più rarefatta disposizione nell’ordinamento giuridico italiano. Il lavoro non ha la pretesa di essere esaustivo, tuttavia fornisce al lettore, anche al meno edotto, riferimenti su una moltitudine di aspetti sul procedimento, altrimenti assimilabili attraverso una lettura frammentaria e sfocata delle fonti.

1. Premi di rinvenimento
Le ricerche archeologiche e la corresponsione di premi di rinvenimento sono disciplinate dal Capo VI – “Ritrovamenti e scoperte” del testo unico “Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio” (D.lgs. 42/2004 e ss.mm.ii.), che ha abrogato il D.lgs. 490/1999. Fermo restando che «le ricerche archeologiche e, in genere, le opere per il ritrovamento delle cose indicate all’articolo 10 [aventi carattere di bene culturale] in qualunque parte del territorio nazionale sono riservate al Ministero» (art. 88, comma 1 del D.lgs. 42/2004), si possono verificare diverse circostanze nelle quali si rende necessaria l’attività di scavo archeologico. Per scopi di ricerca scientifica vera e propria, come nel caso di scavi promossi dalle Università e/o da società archeologiche; nell’ambito dell’archeologia preventiva, ovvero di scavi di emergenza ed esplorazioni preliminari, effettuati in concomitanza di interventi di edilizia pubblica e privata, estrattivi o relativi a grandi opere infrastrutturali, che comportano escavazioni, sterri, sondaggi in profondità, buche e scassi, in zone c.d. “a rischio archeologico”; o ancora, a seguito di scoperta fortuita, ove gli elementi messi in luce siano indiziari di un più ampio giacimento archeologico. In ciascun caso la ricerca archeologica è svolta dal Ministero che «può dare in concessione a soggetti pubblici o privati l’esecuzione delle ricerche e delle opere indicate nell’articolo 88 ed emettere a favore del concessionario il decreto di occupazione degli immobili ove devono eseguirsi i lavori» (art. 89, comma 1 del D.lgs. 42/2004). Il Ministero può revocare la concessione in caso di inosservanza delle prescrizioni imposte nell’atto di concessione, oppure quando «intenda sostituirsi nell’esecuzione o prosecuzione delle opere. In tal caso sono rimborsate al concessionario le spese occorse per le opere già eseguite ed il relativo importo è fissato dal Ministero» (art. 89, comma 2 e 3 del D.lgs. 42/2004). «La concessione prevista al comma 1 può essere rilasciata anche al proprietario degli immobili ove devono eseguirsi i lavori» (art. 89, comma 5 del D.lgs. 42/2004). Ciò premesso, il ritrovamento di beni archeologici comporta la corresponsione di un premio di importo «non superiore al quarto del valore delle cose ritrovate: a) al proprietario dell’immobile dove è avvenuto il ritrovamento; b) al concessionario dell’attività di ricerca, di cui all’articolo 89, qualora l’attività medesima non rientri tra i suoi scopi istituzionali o statutari (lettera così modificata dall’articolo 2 del D.lgs. 62/2008); c) allo scopritore fortuito che ha ottemperato agli obblighi previsti dall’articolo 90.» (art. 92, comma 1 del D.lgs. 42/2004). Il soggetto che si trovi nella condizione di «proprietario dell’immobile che abbia ottenuto la concessione prevista dall’articolo 89 ovvero sia scopritore della cosa, ha diritto ad un premio non superiore alla metà del valore delle cose ritrovate» (art. 92, comma 2 del D.lgs. 42/2004). Il premio è generalmente in denaro, tuttavia la corresponsione può avvenire anche «mediante rilascio di parte delle cose ritrovate. In luogo del premio, l’interessato può ottenere, a richiesta, un credito di imposta di pari ammontare, secondo le modalità e con i limiti stabiliti con decreto adottato dal Ministro dell’economia e delle finanze di concerto con il Ministro, ai sensi dell’articolo 17, comma 3, della legge 23 agosto 1988, n. 400» (art. 92, comma 4 del D.lgs. 42/2004). Il premio spettante agli aventi titolo viene determinato dal Ministero che provvede alla stima delle cose ritrovate (art. 93, comma 1 del D.lgs. 42/2004) e, fintanto che la stima non è compiuta, corrisponde «un acconto del premio in misura non superiore ad un quinto del valore, determinato in via provvisoria, delle cose ritrovate. L’accettazione dell’acconto non comporta acquiescenza alla stima definitiva» (art. 93, comma 2 del D.lgs. 42/2004). Con la Circolare ministeriale n. 8911 del 26 luglio 1991 avente ad oggetto “Premi di rinvenimento”, il Ministero stabiliva tempi e modi per le relative pratiche. Le proposte di premio devono essere istruite dalle Soprintendenze al termine della campagna di scavo, o entro un anno dal rinvenimento. Esse sono tenute a svolgere adeguata opera di informazione affinché gli aventi titolo siano edotti sul proprio diritto di presentare la richiesta di corresponsione del premio, costituendo tale richiesta la premessa indispensabile per l’avvio dell’iter di liquidazione. Va precisato che «le cose d’interesse storico, archeologico, paletnologico, paleontologico e artistico, da chiunque e in qualunque modo ritrovate nel sottosuolo» appartengono allo Stato e sono considerate patrimonio indisponibile, in virtù della funzione economica destinata al godimento pubblico (art. 826 c.c.), pertanto a seguito di scoperta, lo Stato interviene con l’acquisto a titolo originario affinché entrino a far parte del Patrimonio della Nazione. Il premio di rinvenimento trova significato nell’esercizio del diritto di proprietà da parte dello Stato. Inoltre, nella suddetta circolare si sottolineano due aspetti fondanti dei premi di rinvenimento: la celerità del pagamento, unitamente all’equità della valutazione, costituisce l’elemento di maggior efficacia per contrastare il mercato clandestino. E qui sta il nucleo della questione. Il premio di rinvenimento vuole essere soprattutto – come espresso dalla locuzione stessa – un riconoscimento attribuito allo scopritore o al proprietario del terreno, per aver adempiuto agli obblighi previsti dalla legge e per essersi impegnato o per aver collaborato al recupero, custodia e salvaguardia del bene ritrovato nelle more dell’intervento delle autorità. Cattive pratiche della Pubblica Amministrazione, come gravi ritardi nell’iter di liquidazione dei premi, omessa comunicazione al privato del diritto a riscattare il premio o iniqua stima dei reperti, potrebbero creare pericolosi precedenti che minerebbero la tutela del patrimonio culturale nazionale, esponendolo al rischio di scavi clandestini, con le conseguenze a tutti note, irrimediabili neppure a seguito di condanne.

2. art. 93, comma 3 del testo unico “Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio”
La stima dei beni è oggetto di un possibile procedimento amministrato dal tribunale locale se gli interessati non condividono il valore attribuito dal Ministero alle cose ritrovate: «Se gli aventi titolo non accettano la stima definitiva del Ministero, il valore delle cose ritrovate è determinato da un terzo, designato concordemente dalle parti. Se esse non si accordano per la nomina del terzo ovvero per la sua sostituzione, qualora il terzo nominato non voglia o non possa accettare l’incarico, la nomina è effettuata, su richiesta di una delle parti, dal presidente del tribunale del luogo in cui le cose sono state ritrovate. Le spese della perizia sono anticipate dagli aventi titolo al premio» (art. 93, comma 3 del D.lgs. 42/2004). Ciò comporta quindi per il privato la possibilità di adire il giudice amministrativo in caso di diniego o di determinazione non accettata e, a tal proposito, le determinazioni fatte dall’ufficio preposto (Soprintendenza) per conto del Ministero sono provvedimenti immediatamente lesivi e quindi da impugnare tempestivamente. Riguardo alla prescrizione in relazione al diritto al premio di rinvenimento, si rileva come la natura della situazione giuridica del concessionario dell’attività di scavo archeologico, o del proprietario del terreno interessato dai rinvenimenti, nonché dello scopritore fortuito, era dapprima assimilata dalla giurisprudenza ad un diritto soggettivo scaturito per effetto e all’atto del ritrovamento e della connessa acquisizione in proprietà delle cose ritrovate da parte dello Stato. Di diverso avviso rispetto alla tradizionale dottrina è la decisione di attribuire alla giurisdizione amministrativa la cognizione delle domande per la corresponsione del premio di rinvenimento, sulla base dell’assegnazione al Ministero, da parte del legislatore, della facoltà di fissare discrezionalmente la natura e l’entità del premio. Da cui, la posizione del privato avente titolo, prima dell’adozione del provvedimento di concessione del premio, assumerebbe la consistenza dell’interesse legittimo (Cass., Sez. Unite n. 2959/1992). Tuttavia, le due tesi contrastano solo apparentemente. Il c.d. diritto al premio, infatti, si configura come un diritto al credito, pertanto non è azionabile civilmente. Fermo restando l’obbligo a provvedere, sancito dalla norma a carico dell’Amministrazione, tale diritto è azionabile esclusivamente in sede di giurisdizione amministrativa. Perciò, in capo al destinatario il diritto di credito è configurabile soltanto dal momento in cui viene specificata la natura e l’ammontare del premio, ovvero dalla data del provvedimento che ne dispone il pagamento, in cui esso è compiutamente definito ed esigibile. Conseguentemente, il decorso dei termini per l’esercizio delle relative azioni fa fede a tale data così come, in caso di inerzia, per il maturare della prescrizione la quale, in materia, ha carattere ordinario e perciò con termine decennale (artt. 2934-2935 e 2946 c.c.). D’altro canto, per quanto riguarda il termine per l’accettazione del premio, anche all’Amministrazione va riconosciuta la possibilità di avvalersi dei ripari disposti dal diritto privato, nel caso della c.d. mora del creditore, che si ha quando il titolare di un diritto di credito, senza legittimo motivo, non accetti il pagamento o non compia tutto il necessario affinché il debitore possa adempiere alla sua obbligazione. Gli effetti della mora si verificano dal giorno dell’offerta, se questa è successivamente dichiarata valida con sentenza passata in giudicato o se è accettata dal creditore. Se il creditore rifiuta l’offerta, il debitore può svincolarsi dalla sua obbligazione eseguendo il deposito di ciò che è dovuto presso la Cassa depositi e prestiti, oppure direttamente presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze. A quel punto, se il deposito è accettato dal creditore o dichiarato valido con sentenza passata in giudicato, il debitore è liberato (artt. 1206-1217 c.c.).

3. L’arbitraggio nelle fonti del diritto
Nel caso in cui l’interessato non concordi con la stima predisposta dal Ministero, il Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio ha riformato il procedimento di determinazione del premio, rispetto a quanto previsto dalla legge del 1939 (artt. 44 della legge 1089/1939) e dal testo unico Bottai del 1999 (art. 90 del D.lgs. 490/1999), sostituendo la preesistente commissione formata da tre membri, di cui uno nominato dal Ministero, uno dal richiedente e uno dal Presidente del tribunale, con un unico soggetto terzo cui le parti rimettono la soluzione del conflitto in merito al valore delle cose ritrovate. L’affidamento di tale determinazione ad un solo soggetto trova evidente giustificazione con la necessità di assicurare una maggiore celerità a questa procedura, così come nel caso analogo della determinazione del valore di beni oggetto di prelazione. Il soggetto terzo, con la propria attività volitiva e autonoma, è quindi chiamato ad integrare e perfezionare solo questo aspetto del contratto, gia stabilito, in quanto l’interessato ha fatto richiesta, al Ministero, del premio spettante, ma incompleto per quanto riguarda il suo importo. A seguito di ciò e in assenza di una controversia, presupposto indefettibile dell’arbitrato, il deferimento ad un terzo si configura giuridicamente nella fattispecie dell’arbitraggio, secondo il modello dell’art. 1349 c.c., e il soggetto terzo è detto arbitratore. Questo ha mansioni economiche e non dirime controversie giuridiche, ma svolge un incarico di diritto sostanziale fissando alcuni aspetti negoziali. Laddove la legge non specifichi nulla sul giudizio del terzo, come nel testo riportato nell’art. 93, comma 3 del D.lgs. 42/2004, si presume che le parti si affidino ad una valutazione che tenga in considerazione l’interesse di ciascun contraente. Inoltre, la stima delle cose ritrovate ha carattere eminentemente tecnico e, poiché il terzo nell’effettuare la determinazione del premio non compie un atto di mero arbitrio, ma deve tener conto di tutti gli attributi e gli indici rivelatori del valore del bene, il giudizio dell’arbitratore rientra nello schema del c.d. arbitrium boni viri, da cui la stima è sindacabile e quindi impugnabile ogni qual volta venga provata la erroneità o la malafede del terzo. Quest’ultimo è il caso della manifesta iniquità della stima (art. 93, comma 4 del D.lgs. 42/2004). Il terzo è in mala fede se agisce al solo scopo di danneggiare o favorire una parte. Se il concetto di mala fede è facilmente desumibile in quanto avente carattere attitudinale, risulta invece più impegnativo definire il dogma dell’iniquità, dovendo esso esprimere un’evidente digressione da un valore medio: «In tema di arbitraggio, per stabilire quando la determinazione della prestazione da parte del terzo sia impugnabile per manifesta iniquità ai sensi dell’art. 1349 c.c., deve farsi riferimento, in mancanza di un criterio legale, al principio desumibile dall’art. 1448 c.c., sicché ricorre la manifesta iniquità in presenza di una valutazione inferiore alla metà di quella equa.» (Cass. civ. n. 24183/2004). L’art. 1448 c.c. rubricato come “Azione generale di rescissione per lesione” e che si applica soltanto a contratti commutativi, tutela la parte danneggiata qualora si verifichi un palese squilibrio tra la prestazione delle due parti, quando tale squilibrio «sia dipeso dallo stato di bisogno di una parte, del quale l’altra ha approfittato per trarne vantaggio», consentendogli la rescissione del contratto. Questa è ammissibile solo se la lesione «eccede la metà del valore (ultra dimidium) che la prestazione eseguita o promessa dalla parte danneggiata aveva al tempo del contratto.» Tali riferimenti normativi, tuttavia, non sono sufficienti per dirimere univocamente il significato di equità, nella fattispecie dell’arbitraggio nella determinazione dei premi di rinvenimento, risultando indeterminato, impreciso e mutevole in base alla situazione. La volontà dei contraenti svolgerebbe un ruolo fondamentale nell’individuazione dei criteri su cui si riconosce l’iniquità della determinazione del terzo, quando cioè non abbia tenuto conto di quei parametri cui le parti abbiano fatto riferimento nel contratto o durante la prestazione. Sono quindi le parti a fornire una forbice di valutazione entro il quale dovrà esprimersi l’arbitratore ed entro cui oscillerà il livello di equità. Per essere “manifesta” l’iniquità dovrà comunque essere macroscopica e non opinabile.

4. L’arbitraggio dalle fonti alla pratica
Esposti i fondamenti normativi in materia di arbitraggio, si ritiene di dover segnalare, in questa sede, alcuni aspetti del procedimento che hanno rilevanza nella pratica, sia per quanto concerne gli adempimenti dell’arbitratore, sia di carattere schematico. In linea di principio, come si desume dal testo che precede e come estratto dal dizionario giuridico, l’arbitraggio è un procedimento di volontaria giurisdizione, ovvero «l’esercizio di pubblica amministrazione del diritto privato da parte di organi giudiziari, atto alla gestione di un negozio giuridico o di un affare, per la cui conclusione è necessario l’intervento partecipativo di un terzo, estraneo ed imparziale, che collabora con le parti allo scopo di costituire un determinato rapporto giuridico, in quei casi in cui la legge non consente ai privati di provvedervi autonomamente». Come gia detto, esso non risolve controversie ma perfeziona un aspetto (quello economico) della negoziazione. Tuttavia, né il codice Urbani né altro riferimento normativo contiene una disposizione che regoli gli adempimenti dell’arbitratore, come ad esempio la durata del procedimento di determinazione della stima, o un termine finale di tale processo. Come già avvisato, il mandato affidato ad un unico soggetto terzo, piuttosto che ad una commissione di tre membri, tenderebbe a ridurre la durata della procedura, ma nulla si statuisce sul tempo per la consegna della determinazione e alcun pressing è posto sull’arbitratore in termini temporali. Di conseguenza può stabilire in modo del tutto indipendente e incondizionato quando attivarsi dopo il conferimento del mandato, omettendo alcuna comunicazione sulla data di consegna della sua valutazione economica. La risoluzione di questi aspetti si affiderebbe al buonsenso dell’arbitratore, nonché alla capacità di stimolo di ciascuna parte sull’arbitratore. Per tutto quanto non espressamente disciplinato in materia di arbitraggio, in quanto sussiste una lacuna dell’ordinamento giuridico, ci si avvale dell’Analogia legis, ovvero il caso è disciplinato ricorrendo ad un’altra norma che regola un caso simile, come previsto dal secondo comma dell’art. 12 delle preleggi «Se una controversia non può essere decisa con una precisa disposizione, si ha riguardo alle disposizioni che regolano casi simili o materie analoghe; se rimane ancora il dubbio, si decide secondo principi generali dell’ordinamento giuridico dello Stato» (art. 12, disp. prel. c.c.), quest’ultima è nota come Analogia iuris. La disciplina speciale dell’arbitraggio si presta sempre ad ampio approfondimento in quanto presenta non pochi punti di contatto con la disciplina generale. Solo a scopo esemplificativo, si rammendano alcune disposizioni che si occupano di specifiche ipotesi di arbitraggio, come in materia testamentaria (artt. 628-632 e 644-645 c.c.), in materia di donazioni (art. 778 c.c.), nei contratti di compravendita (art. 1473 c.c.), di appalto e di mandato (artt. 1657 e 1709 c.c.), in ambito lavoristico (artt. 2099, 2225 e 2233 c.c.). In materia di premi di rinvenimento e determinazione della stima deferita a un terzo, pare potersi riconoscere non tanto nell’arbitrato (artt. 806-832 c.p.c.) quanto nella consulenza tecnica d’ufficio CTU (artt. 61-64 e 191-201 c.p.c.) lo schema più prossimo a quello dell’arbitraggio, seppur con sostanziali difformità. Prima fra tutte, l’assenza di giuramento. Nella CTU, infatti, all’udienza di comparizione il giudice istruttore ricorda al consulente l’importanza delle funzioni che è chiamato ad adempiere e ne riceve il giuramento di «bene e fedelmente adempiere le funzioni affidategli al solo scopo di fare conoscere ai giudici la verità» (art. 193 c.p.c.). L’arbitratore che abbia accettato o intenda accettare l’incarico non è chiamato a giurare e non compare all’udienza davanti al giudice. Di fatto, l’accettazione dell’incarico è desunta solo dalla convocazione delle parti alla prima riunione e dalla sottoscrizione del verbale in tale circostanza. Inoltre, pur configurandosi l’arbitratore come ausiliario del giudice, la scelta dei consulenti tecnici nell’arbitraggio non è necessariamente fatta «tra le persone iscritte in albi speciali formati a norma delle disposizioni di attuazione al presente Codice», come invece disposto dall’art art. 61 del c.p.c. relativamente alla scelta del CTU. Ogni tribunale istituisce gli albi di professionisti aventi determinate attitudini e competenze in materie specifiche, suddivisi per categorie, al fine di agevolare la scelta del consulente da parte del giudice (artt. 5-26 disp. att. c.p.c. e art. 146 disp. att. c.p.c.). Se il giudice ritiene di nominare una persona non iscritta in albi, ma fornita di una particolare competenza tecnica richiesta nella fattispecie, deve rivolgersi al Presidente del tribunale che dovrà esprimersi con un parere. Inoltre, è possibile procedere alla nomina dell’esperto, pur sempre abilitato, ma non iscritto ad alcun ordine professionale, sempre che le parti non si oppongano. Nel caso dell’arbitraggio, qualsiasi persona fisica può essere nominato arbitratore, alle opportune condizioni, perfino l’apolide, lo straniero, l’interdetto dai pubblici uffici o dall’esercizio di una professione o di un’arte, il fallito. L’arbitratore può essere nominato semplicemente in funzione della carica che riveste (es. docente universitario o ricercatore in una specifica disciplina).
Per quanto riguarda invece il confronto tra arbitraggio e arbitrato (in particolare quello irrituale o c.d. libero), sebbene in passato sia stato sovente foriera di grande dibattito, oggi i due procedimenti, così come le due figure che ne svolgono l’ufficio, appaiono chiaramente ben distinti e sussistono ormai limiti ben precisi che non ammettono sovrapposizioni tra l’uno e l’altro. Oltre al requisito fondamentale per l’intervento del terzo – arbitratore in un caso e arbitro-collegio arbitrale nell’altro – ovvero il primo non dirime controversie giuridiche, il secondo si, altri aspetti caratterizzanti le diversità si rilevano soprattutto guardando alla pratica. Quelli più importanti riguardano i casi di impugnabilità della determinazione del terzo, che sono maggiori in arbitrato. L’arbitratore, invece, incontra solo limiti della malafede (manifesta iniquità) e della erroneità, come già detto. Tuttavia, nel caso in cui la determinazione sia viziata da errore, potrà essere modificata anche dopo la comunicazione della bozza alle parti e se queste non abbiano fissato un termine perentorio per la modifica, esso potrà essere stabilito dal giudice. Ciò riduce al solo caso della manifesta iniquità motivo di nullità. Non sarebbe compatibile, invece, con lo schema dell’arbitraggio l’annullamento della determinazione per vizi della volontà, ai sensi dell’art. 1390 c.c. L’arbitratore, infatti, non presterebbe alcun consenso in quanto la sua statuizione, benché da lui assunta, è frutto della volontà delle parti. Altra differenza sostanziale risiede nella forma dell’atto, anzi, si direbbe che è proprio nella natura della constatazione che trae fondamento la linea di demarcazione fra le due figure. Nell’arbitrato l’atto è detto lodo e ha necessariamente forma scritta (artt. 807 e 808 c.p.c.), a cui viene attribuita efficacia di sentenza con decreto del Presidente del tribunale competente, che conclude il procedimento arbitrale e produce un effetto vincolante per le parti, sin dal momento in cui gli arbitri (sempre in numero dispari, uno o tre) provvedono alla sua sottoscrizione. Ha efficacia meramente negoziale nel caso dell’arbitrato irrituale, che si conclude con la pronuncia del lodo negoziale. L’atto dell’arbitratore, che pare non godere di denominazione specifica se non quella di “determinazione della stima”, è invece vincolato alla forma del contratto cui si riferisce, sfocia in una manifestazione di autonomia negoziale delle parti e trae origine dal conflitto interpretativo sorto sullo specifico oggetto del contratto (la stima).
Per quanto concerne le responsabilità dell’arbitratore, in generale si ritiene che possa svolgere il proprio ufficio anche in assenza di regole o forme particolari, a meno che queste non siano state espressamente previste dalle parti. Varrebbe comunque l’osservanza dell’oggettività, della buona fede e della condotta del buon padre di famiglia, che svolge il proprio operato con diligenza e solerzia, infine, dovrà tenere in considerazione tutti i criteri che gli siano stati forniti dalle parti nell’ambito della loro autonomia negoziale.
Il silenzio del legislatore su molti aspetti dell’arbitraggio ha come conseguenza la possibilità, da parte dei consulenti tecnici, di incorrere in errori di tipo procedimentale, spesso legati al rispetto del principio del contraddittorio (art. 101 c.p.c). Va ricordato, infatti, che anche nei procedimenti di volontaria giurisdizione dev’essere garantito il diritto fondamentale alla difesa e alla giustizia: «Il principio del contraddittorio stabilito dall’art. 101 c.p.c., correlato con gli artt. 3 e 24 della Costituzione, esige che il contraddittorio si realizzi durante tutto lo svolgimento del processo, e ciò anche anteriormente alla modifica del secondo comma dell’art. 111 Cost. recata dalla legge costituzionale 24 marzo 2001, n. 89» (Cass. civ. n. 18245/2003), «Il principio del contraddittorio, sancito dall’art. 101 c.p.c., deve essere applicato anche ai procedimenti di volontaria giurisdizione, tutte le volte che sia identificabile un controinteressato; pertanto, il curatore dell’eredità giacente, per ottenere la liquidazione del compenso per l’incarico espletato, deve istituire il contraddittorio nei confronti degli obbligati al pagamento relativo, con la conseguenza che, qualora non ottemperi a ciò, il procedimento ed il provvedimento di liquidazione sono nulli ed improduttivi di effetti nei riguardi dei controinteressati non sentiti. Peraltro, essendo il provvedimento di liquidazione del compenso decisorio e definitivo, può essere impugnato con il ricorso per cassazione ex art. 111 Cost.» (Cass. civ. n. 12286/2002). Ciascuna parte, se non possiede direttamente le specifiche competenze oggetto della negoziazione, ha facoltà di nominare un consulente tecnico di parte CTP che parteciperà alle riunioni con l’arbitratore e la controparte (compresi i difensori), nonché a tutte le operazioni propedeutiche a formulare la stima. La violazione del principio del contraddittorio è motivo di impugnazione della stima definitiva e pertanto il rispetto di tale principio è di precipua importanza in arbitraggio come nel processo ordinario.
In quanto alla natura del rapporto che si instaura tra le parti (contraenti) e l’arbitratore, esso è variamente qualificato quale contratto di mandato, contratto d’opera, contratto atipico di arbitraggio. Nella determinazione dei premi di rinvenimento deferiti a un terzo, l’arbitratore non ha il compito di realizzare la volontà del dominus, essendo invece terzo rispetto al negozio, sul quale incide per volontà comune delle parti. Ciò esclude che tra i contraenti ed il terzo possa ritenersi instaurato un rapporto di rappresentanza. L’arbitratore compirebbe piuttosto un’attività giuridica sostitutiva delle parti, concorrendo a formare la loro volontà negoziale, analogamente al mandatario. Nella fattispecie, lo schema del rapporto parti-arbitratore è quindi ricondotto al contratto di mandato, ove il mandante è il giudice del tribunale del luogo in cui sono state rinvenute le cose, da cui discenderebbe la corrispondente disciplina sul potere di revoca spettante ai contraenti. Le parti sarebbero infatti autorizzate a revocare l’incarico al terzo, purché a tale richiesta concorrano tutti coloro che abbiano partecipato alla nomina. La giurisprudenza ha perfino ammesso la sua revocabilità anche ad opera di una sola parte, per giusta causa: «L’arbitraggio con cui le parti demandano ad un terzo arbitratore la determinazione, in loro sostituzione, di uno o più elementi di un contratto concluso ma incompleto, è figura assimilabile ad un mandato collettivo; ne consegue che il negozio costituente la fonte dei poteri del terzo può essere revocato anche ad opera di una sola parte qualora ricorra una giusta causa, trovando applicazione l’art. 1726 c.c.» (Cass. civ. n. 4283/2002), tuttavia non si applicherebbe alla disciplina di cui all’art. 1349 c.c.
Avvenuta la determinazione del terzo, poi, se una delle parti intenda impugnarla, l’azione volta a far valere l’erroneità o l’iniquità del giudizio espresso dall’arbitratore dovrà essere proposta innanzi al Giudice Ordinario e la durata del relativo procedimento è rimessa, secondo le regole generali, alla durata del processo civile che ne consegue.

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– GALGANO, F., Trattato di diritto civile, II, Padova 2010.
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– ZUDDAS, G., L’arbitraggio, Napoli 1992.

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