Criminologia

Discorsi e crimini ispirati dall’odio: i limiti della repressione giuridica in Europa e nei sistemi di Common Law.

1. Discorsi d’odio: un “non semplice” inquadramento del fenomeno.

Il fenomeno conosciuto come “hate speech”, tante volte richiamato dalla cronaca recente, è oggetto, da molto tempo, di intense riflessioni e di dibattiti politici, filosofici, culturali e giuridici, che convengono sulla necessità di individuare una definizione universalmente riconosciuta, quale imprescindibile punto di partenza per porre in essere azioni di contrasto univoche e chiare, tenuto anche conto della complessità causata dall’evoluzione dei costumi.
Una possibile definizione di hate speech, in grado di accomunare le osservazioni susseguitesi a partire dagli anni novanta del secolo scorso, può individuarsi solo attraverso il contemperamento dei numerosi documenti elaborati dalle diverse Istituzioni internazionali, anche a seguito dell’ avvento dei nuovi media; a parere di chi scrive, una corretta definizione di hate speech può essere la seguente : l’hate speech consiste in una espressione violenta e discriminatoria nei confronti di altre persone o gruppi di persone, perpetrata attraverso la forma scritta o orale, nonché mediante messaggi audiovisivi ed ogni altro strumento che ne permetta la sua diffusione.
Sebbene questa definizione attuale richiami indirettamente l’uso dei social network e la diffusione di espressioni violente e discriminatorie mediante messaggi audiovisivi, occorre, tuttavia, ricordare che, in precedenza, il concetto di hate speech è stato elaborato con esclusivo riferimento all’incitamento all’odio di matrice razzista e xenofoba, tematiche certamente ancora di grande attualità, in particolar modo nel suo intrinseco legame con il concetto di discriminazione.
Si riporta all’uopo la Raccomandazione del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa del 30 ottobre 1997: << the therm “hate speech” shall be understood as covering all forms of expression which spread, incide, promote or justify racial hatred, xenophobia, antisemitism or other forms of hatred based on intolerance, including: intolerance expressed by aggressive nationalism and ethnocentrism, discrimination and hostility against minoritities, migrants and people of immigrant origin>>.
Tale definizione, come si può evincere dal dato letterale sopra ricordato, non include, fra le vittime di manifestazioni di odio, tutte quelle realtà umane e sociali, nonché quelle categorie di persone che non subiscono discorsi d’odio a causa delle loro origini etniche, ma per altri e diversi motivi: discriminazioni di genere, di orientamento sessuale, a causa delle disabilità per determinate caratteristiche fisiche, che non rispecchiano i canoni di bellezza imposti dalle copertine patinate, per l’ avanzata età o per l’appartenenza a comunità religiose minoritarie, per citare solo alcuni esempi accomunati da una intrinseca connotazione di debolezza o fragilità; di contro, sono spesso vittime anche quelle persone che, pur non potendo essere discriminate, sono tuttavia “colpevoli” di essere ricche o famose e, quindi, modelli inarrivabili e perciò scatenanti sentimenti di odio e di invidia.
Si può, pertanto, affermare con granitica certezza che il “parlare odioso” costituisca, ormai, una modalità comunicativa variegata e sconfinata, in quanto capace di trapelare in maniera anche più sottile di quanto si possa immaginare (si pensi in proposito a tutte quelle forme di indottrinamento che istigano all’odio senza utilizzare un linguaggio manifestamente turpe), ma non per questo meno crudele di quando irrompe con tutta la sua spietata veemenza, colpendo, di conseguenza – per una qualsiasi “motivazione”- chiunque rappresenti la figura da colpire in un dato momento.
In questa sede, tuttavia, non s’ intende soffermarsi sulle possibili cause scatenanti l’hate speech o sulle sue forme di manifestazione ad oggi conosciute, né esaminare il poliedrico profilo psicologico dell’hater amatoriale e non. (Per approfondire il problema dell’anonimato in rete, è interessante la lettura di “L’odio online – violenza verbale e ossessioni in rete”, Giovanni Ziccardi, Raffaello Cortina Editore, 2016.)
Il presente lavoro ha lo scopo di fornire una panoramica giuridica, a livello europeo ed extraeuropeo, delle diverse modalità di repressione nei Paesi di civil law e di common law, anche considerando le sue possibili connessioni con i crimini d’odio.
Come detto, l’avvento dell’era digitale, che si estrinseca specialmente con la cultura del commento facile da parte di improvvisati “tuttologi”, ha parzialmente modificato il fenomeno del parlare odioso, rendendolo contiguo rispetto ad ulteriori information disorders quali fake news, ossia notizie false create precipuamente per agitare gli animi meno dotati di spirito critico e buon senso, moltiplicando a dismisura l’insidiosa circolazione del discorso odioso stesso.
(0BCT/CCI special dossier “hate speech”, Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa, gennaio 2018 , pag 4: “In un rapporto di recente pubblicazione, il Consiglio d’Europa ha inserito i discorsi d’odio all’interno di un più vasto problema dell’information disorder, un inquinamento dei contenuti su scala globale che vede intrecciarsi le patologie dell’hate speech e delle cosiddette fake news: la disinformazione nascerebbe dall’incontro tra mis- information : diffusione di notizie false ma innocue e mal- information :notizie vere ma diffuse con l’intenzione di colpire).
A parere di chi scrive, possiamo chiamare ragionevolmente come “disorder” (disturbo), la macro area composta dal commento facile, dalla fake news e dal parlare odioso, perché è proprio della criminologia l’utilizzo della metafora che mutua i termini del linguaggio clinico per processare il decorso di talune manifestazioni comportamentali (patologia) in relazione ai fatti che ne conseguono (sintomi); pertanto, in merito alla pericolosa diffusione di stereotipi, preconcetti e pregiudizi, nonché all’esaltazione di modelli e stili di vita basati sul consumismo sfrenato, possiamo affermare che la notizia non veritiera costituisce una delle cause scatenanti i discorsi odiosi.
Il web costituisce il contenitore perfetto (organismo) per il disorder e per meglio spiegare lo stretto rapporto tra notizie false, pregiudizi e linguaggio odioso basti pensare al “bombardamento”che subisce il fruitore di Facebook , sovente non dotato di strumenti intellettivi tali da effettuare un filtro tra notizie vere e notizie create ad arte, anche assimilando assai in maniera acritica articoli di dubbie testate giornalistiche online, create al fine di scatenare migliaia di commenti pieni di indignazione che chiedono di “rimandare a casa” gli immigrati di turno oppure di rispondere con ulteriore violenza. Ricevendo sempre notizie di presunta criminalità da parte di persone di colore, il lettore dotato di poca capacità critica ed al contempo di molta ingenuità, sedimenta in sé stesso la convinzione che siano soprattutto gli immigrati a commettere reati e che, di conseguenza, riducendo l’ingresso in Europa di costoro, si vivrebbe più al sicuro. Per dare sfogo a un pensiero così erroneo e semplicistico, il lettore poco attento si cimenta in una serie di commenti sgradevoli e odiosi, contribuendo così a scatenare la spirale incontrollabile dell’odio (contagio).
Perché le espressioni pubbliche d’odio sono percepite con maggiore preoccupazione rispetto a qualche decennio fa? E’ un interrogativo sul quale vale la pena soffermarsi, innanzitutto perché, osservando i dati si nota l’acuirsi delle sue manifestazioni nello spazio digitale, anche perché il “termine (hate speech) è diventato ricorrente solo negli ultimi trent’anni – mentre gran parte delle iniziative adottate dalle autorità e dalla società civile – sono ancora più recenti”. (Hate Dossier ECPMF “Hate speech” Osservatorio Balcani e Caucaso – Transeuropa, gennaio 20018, riportante il grafico (che indica la frequenza dell’espressione all’interno del corpus libri in inglese indicizzati su Google Books)
Sulla base degli elementi disponibili, possiamo affermare che l’hate speech sia un fenomeno in aumento e che sia il web il canale privilegiato per la sua veicolazione a causa della velocità di trasmissione dei contenuti, della semplicità del suo utilizzo considerando che la sua fruizione non richiede un elevato grado di alfabetizzazione, a ciò si aggiunga che, in taluni casi, si agisce in modalità anonima costituendo un vero e proprio ostacolo per le indagini dell’Autorità Giudiziaria, non sempre supportate dalla necessaria collaborazione da parte degli internet providers collocati per lo più all’estero.
Anche il Rapporto 2015 della Commissione Europea contro il razzismo e l’intolleranza (ECRI), un Organismo del Consiglio d’Europa, cita l’aumento dell’Hate speech online tra le principali tendenze dell’anno!
Sino a pochi anni fa, la repressione di discorsi contenenti espressioni di violenza nella comunità internazionale appariva maggiormente incline a proibire solo quei discorsi incitanti la violenza in tema religioso, con ipotetiche sanzioni penali, esclusivamente in relazione a parole e scritti riferibili a “una istigazione a una violenza diretta basata sulla religione o credo”, in particolare, come convenuto nella Risoluzione del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite. ( Risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite “Combating intolerance, negative stereotyping, stigmatizazion, discrimination, incitement to violence an violence against persons, based on religion or belief”, 19 dicembre 2011, A/RES/66/167)

Tutti gli Stati firmatari della citata Risoluzione, convengono sulla necessità di proibire i discorsi che incitino all’odio, costituendo gli stessi un’immediata minaccia di violenza. E’ altrettanto vero che alcuni altri Stati, partecipanti dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE), sono maggiormente orientati verso l’inibizione dei discorsi odiosi a prescindere dall’elemento istigativo quale momento cui consegue la condotta criminosa. (Per approfondire il tema, si guardi “Perseguire giudizialmente i Crimini d’odio”. Una guida pratica. OSCE ODHIR, 2016)
Alcuni ordinamenti, infatti, sanzionano, qualificando come reati, le ingiurie verso certi gruppi, i discorsi diffamanti e ingiuriosi verso la dignità e la libertà di una persona o di una nazione, ovvero qualunque forma di negazionismo, giustificazione e grave banalizzazione di genocidi ed altri crimini contro l’umanità.
In questa disamina, che vede il contrapporsi di pensieri eterogenei, numerose differenze si evincono in tema delle sanzioni , poiché occorre distinguere nettamente tra i reati concernenti i discorsi d’odio, quali strumenti di diffusione di oltraggi, dileggi e lesione alla reputazione del singolo o del gruppo ed i reati ispirati dall’odio, in quanto l’elemento istigativo della violenza non è sempre presente nei meri discorsi odiosi e, pertanto, dovrebbe costituire un reato autonomo, nel momento in cui non sia determinabile l’intento del soggetto di procurare effettivamente un evento criminoso violento ai danni di una o più persone fisiche o ai loro beni.
I reati concernenti il linguaggio d’odio sono diversi dai reati conseguenti un’ispirazione d’odio: la differenza sta nel fatto che i crimini ispirati dall’odio presuppongono necessariamente il compimento di una azione criminosa prevista già come reato dal codice penale nazionale di appartenenza, ma con una motivazione che nasce da pregiudizio o discriminazione. Il reato comune, in questo caso, costituisce un elemento dotato di autonoma rilevanza penale. Occorre, a tal proposito, sottolineare che le due fattispecie criminose sono dotate di una sistematica diversa sebbene siano accomunate da un unico elemento psicologico di ostilità.
Se l’hate speech può nascere ed esprimersi anche con la sola finalità di offendere, denigrare, umiliare e in qualche caso fomentare pensieri aggressivi contro un soggetto o un gruppo preciso, a prescindere dai connotati legati all’etnia, alla religione ed al paese di origine, non si può certo ritenere che sia di semplice adattamento alle circostanze sociali attuali il tentativo che sta prendendo piede in buona parte dell’Europa, di far confluire le leggi che vietano l’hate speech all’interno dell’alveo del diritto internazionale che si occupa, da sempre, dei diritti umani. Occorrono, dunque, una definizione e una serie di accorgimenti normativi in grado di includere tutte le realtà sociali attenzionate negli ultimi anni e che non sono ancora state contemplate dalla normativa sui diritti umani, per far sì che l’unico strumento di tutela concreto delle vittime di linguaggio d’odio non debba essere sempre e solo quello penale ossia il ricorso ad una querela attraverso il reato di diffamazione, strumento efficace, ma che segue una sistematica differente da Paese a Paese. ( Il nostro Ordinamento Giuridico prevede il reato di diffamazione di cui all’art. 595 del Codice Penale. E’ interessante, ai fini del presente lavoro, sottolineare l’ipotesi aggravata prevista dal comma 3 perché in essa Dottrina e Giurisprudenza fanno rientrare la lesione alla dignità della persona perpetrata tramite tutti  quei mezzi di pubblicità diversi dalla stampa: i social network.)

2. Il contrasto di hate speech ed hate crime versus la libertà di espressione.

Una seconda problematica, che assume una certa importanza nella repressione giuridica dell’hate speech, riguarda la tutela di un diritto fondamentale riconosciuto in tutti gli Stati democratici: la libertà di espressione.
Per meglio comprendere la quaestio, imperniata sul bilanciamento tra freedom of speech and combating hate speech, dandole la giusta contestualizzazione – senza tuttavia scadere nel mero elenco delle numerosissime fonti disponibili presenti nel coacervo nazionale e sovranazionale – è opportuno richiamare i tratti salienti di alcuni dettami normativi e giurisprudenziali, utili ad affrontare la presente analisi, partendo dal Paese in cui la libertà di manifestazione del pensiero viene garantita nel modo più ampio possibile: gli Stati Uniti d’America, ricordando che, proprio la libertà di pensiero, in tutte le sue possibili espressioni, è riconosciuta non di meno da tutte le moderne Costituzioni.
Va, in primo luogo, ricordata la Bill of Rights, che recita testualmente nel First Amendment : «Congress shall make no law respecting an establishment of religion, or prohibiting the free exercise thereof; or abridging the freedom of speech, or of the press; or the right of the people peaceably to assemble, and to petition the Government for a redress of grievances.»
Nell’articolo citato, la libertà di espressione, che nasceva storicamente per favorire la libertà di culto, viene estesa a tutte le libertà di espressione: dalla stampa all’associazionismo, dall’ insegnamento e nei luoghi in cui si sviluppano le relazioni interpersonali, così applicabile in ogni luogo ove appunto si manifesti un’espressione del pensiero. La sua portata è ampia in ragione del suo obiettivo preminente che è quello di tutelare il singolo ed il gruppo dal potere costituito laddove se ne intraveda una possibile ingiustificata limitazione.
Anche le idee socialmente invise quali il razzismo, l’intolleranza religiosa o qualunque altra idea considerata riprovevole, è oggetto di tutela, in quanto la repressione della stessa creerebbe una forma di censura preventiva non accettabile rispetto all’ american way. (L’espressione “american way”, letteralmente “all’ americana” è calzante, a parere di chi scrive, con la polemica creatasi intorno a Facebook, <<…per aver deciso di non rimuovere le pagine che negano l’olocausto. I motivi, dichiarati da Mark Zuckerberg : non c’è l’intenzione di diffondere notizie false (gli autori credono insomma sinceramente che non c’è stato olocausto) né di incitare alla violenza.>> Da: “Hate speech, la normativa in Europa e Usa sull’odio online” articolo di Maria Romana Allegri del 17 luglio 2018.

Quanto già affermato non significa, tuttavia, che possano godere di copertura tutte quelle espressioni ingiuriose verso coloro che ascoltano oppure tutte quelle parole che producano un’immediata rottura della pace sociale; ( Si cfr. la sentenza Beauharnais versus Illinois del 1952 in cui la Corte Suprema non oppose resistenza alla legge dell’Ilinois contro la diffamazione collettiva, ritenendola costituzionale perché è interesse rilevante la salvaguardia della pace di uno Stato.)
Il limite che incontra l’assolutezza del principio si trova sostanzialmente nelle norme penali che ciascuno Stato approva a tutela di altri principi costituzionali garantiti: qualunque limitazione alla libertà di espressione deve essere sottoposta al vaglio di conformità costituzionale e dimostrare di essere basata sul cosiddetto content neutrality.
Avendo citato il concetto di pace sociale, occorre rammentare che essa costituisce, comunque, un limite all’assolutezza del principio, anche in quella forma di espressione che possa tradursi in una azione chiaramente pericolosa. ( Si cfr. il caso Shenck versus United States (1919) in cui il giudice a quo parlò, riferendosi all’uso di parole violente e minacciose, nell’ambito di una controversia tra privati cittadini, di clear and present danger.)
Si evince da queste considerazioni che non si arriva ad una censura in ragione del contenuto violento ed odioso, bensì esclusivamente quando le modalità con cui viene espresso possono mettere in pericolo high standing values or principles, nonché l’integrità fisica e patrimoniale dei soggetti colpiti.
Anche la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948 racchiude un brocardo, che sancisce la massima libertà di opinione e di diffusione della stessa con ogni mezzo e senza limitazione alcuna.
L’art 19 recita così: << Ogni individuo ha diritto alla libertà di di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione  e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere>>
La libertà di espressione è sancita, inoltre, dall’art. 10 della Convenzione Europea dei diritti dell’Uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre del 1950 e ratificata dall’Italia attraverso la Legge 848/1955.
Si noti, tuttavia, al comma secondo del citato art. 10, l’affermazione per cui la libertà di espressione comporta responsabilità, nel senso che può essere sottoposta a restrizioni previste dalla legge a tutela della prevenzione dei reati, per la sicurezza ecc., nonché per la tutela della reputazione altrui:
L’art 10 recita così: << Ogni persona ha diritto alla libertà d’espressione. Tale diritto include la libertà di opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza considerazioni di frontiera. Il presente articolo non impedisce agli Stati di sottoporre a un regime di autorizzazione le imprese di radiodiffusione, di cinema o di televisione. L’esercizio di queste libertà, poiché comporta doveri e responsabilità, può essere sottoposto alle formalità, condizioni, restrizioni o sanzioni che sono previste dalla legge e che costituiscono misure necessarie, in una società democratica, per la sicurezza, per la difesa dell’ordine e per la prevenzione dei reati, per la protezione della salute o della morale, per la protezione della reputazione o dei diritti altrui, per impedire la divulgazione di informazioni riservate o per garantire l’autorità e l’imparzialità del potere giudiziario>>.
Ancora: il Trattato dell’Unione Europea, all’art. 6, comma 3 rafforza la presenza di un assunto comunitariamente accettato, considerando nel rango dei principi generali, tanto la salvaguardia dei diritti dell’uomo, quanto l’esercizio delle libertà fondamentali (in questo caso la libertà di pensiero), senza tuttavia modificare le competenze dei Trattati; così recita il Trattato << I diritti fondamentali garantiti dalla Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali e risultanti dalle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri, fanno parte del diritto dell’Unione in quanto principi generali>>.
La libertà di manifestazione del pensiero è sì diritto fondamentale protetto a livello nazionale e sovranazionale, ma tale libertà subisce, in ogni caso e secondo modalità stabilite da ciascun Paese, delle riserve.
Al riguardo, occorre ancora rammentare il grande divario tra gli Stati Uniti e tutte le altre democrazie occidentali. Negli Stati Uniti anche il linguaggio d’odio gode di una sorta di protezione a livello costituzionale, non strettamente riconducibile al diritto individuale di manifestare il pensiero, bensì da ritenersi quale strumento utile a realizzare uno stato democratico in cui i cittadini abbiano il diritto di essere informati tout court per poter liberamente e consapevolmente determinare le proprie scelte.
Secondo tutte le Convenzioni internazionali riguardanti la tutela dei diritti umani, come accade ad esempio in Germania, (paese che sotto tale profilo può essere considerato agli antipodi rispetto agli Stati Uniti) – è largamente proibito l’utilizzo di tale linguaggio, dunque, soggetto a sanzioni penali, specialmente quando promuove odio e discriminazioni a causa della razza, della religione o delle origini etniche.
Come già detto, la Germania ha rappresentato, in passato, lo Stato che ha maggiormente conosciuto il concetto di odio e di ideologia distorta, in quanto basata sulla presunzione di egemonia nazionalista fondata sulla superiorità della razza ariana e che ha costruito,  per porvi rimedio, un apparato di norme per la salvaguardia della democrazia e dei diritti umani.
In questo caso, la libera manifestazione del pensiero, sancita dall’art.5, comma 1 della Costituzione tedesca (Grundgesetz fùr die Bundesrepublik Deutschland) può subire delle sensibili limitazioni da parte delle altre disposizioni della Legge Fondamentale qualora la stessa libertà di espressione strida con il mantenimento dell’ordinamento liberal- democratico. (Si veda, a tal proposito, l’art 18 della Legge Fondamentale “Grundrechte“, dedicato alla perdita dei Diritti Fondamentali, che recita così: << Chiunque, per combattere l’ordinamento costituzionale democratico e liberale, abusa della libertà di espressione del pensiero, in particolare della libertà di stampa, della libertà di insegnamento, della libertà di riunione, della libertà di associazione, del segreto epistolare, postale e delle telecomunicazioni, del diritto di proprietà o del diritto di asilo perde tali diritti fondamentali. La decadenza e la sua estensione sono pronunciate dal Tribunale costituzionale federale.>>)
Con riguardo all’hate speech, il Codice Penale tedesco “Strafgesetzbuch” condanna l’ingiuria, la diffamazione e la menzogna diffamatoria, riguardanti valori strettamente legati alla dignità dell’individuo e pertanto, ad una maggiore tutela della dignità e dell’onore della persona, corrisponderà – in modo direttamente proporzionale -una maggiore compressione della libertà di esprimersi mediante tutte quelle affermazioni ritenute inaccettabili. (Si vedano i paragrafi 185, 186 e 187 dello Strafgesetzbuch)
All’uopo, l’ipotesi che si ritiene particolarmente interessante è quella prevista nel paragrafo 185 del Codice Penale, dove si evince che l’insulto viene considerato lesivo della dignità umana anche nei casi in cui si riferisca a gruppi di persone. ( par. 185: <>)

Non è tollerabile, bensì sanzionabile, la fattispecie di Kollektive Beleidigung (insulto collettivo), in particolare, esso è considerato come un attacco alla dignità umana se riguarda un gruppo (non un singolo) a prescindere dalla sua grandezza, se lo stesso gruppo è configurabile come minoritario o, comunque, con caratteristiche non comuni. (Si veda caso Tucholsky, BVerfG E 93, 266 I, 304 in “Giurisprudenza Costituzionale”, 1994, alle pagg. 3379-3390. In tale sentenza sono ben circoscritte le ipotesi in cui l’insulto collettivo può essere considerato un attacco alla dignità umana.)

La fattispecie prevista dall’art. 185, che punisce l’offesa con la reclusione sino ad un anno oppure con sanzione pecuniaria che prevede l’aggravante dell’uso di un comportamento violento, punendolo fino a due anni o con sanzione pecuniaria, è, quindi, estensibile anche all’insulto di gruppo laddove ricorrano le caratteristiche del gruppo che abbiamo più sopra specificato.
Per meglio comprendere l’applicabilità della norma, si menziona un ricorso alla Corte di Appello di Karlsruhe sollevato nel 2012 da un tifoso di calcio, il quale, a seguito di una partita, fu denunciato e condannato per insulto da alcuni poliziotti ivi presenti, per aver esibito un grosso striscione contenente l’acronino ACAB (All cops are bastards).
Il tifoso ha presentato ricorso costituzionale a seguito della condanna da parte del Tribunale Regionale per supposta violazione del suo diritto alla libertà di cui all’art. 5 comma 1 della Legge Fondamentale (Libertà di opinione che può essere diffusa anche mediante scritti e immagini) ed altresì in quanto il collettivo cui si riferiva lo slogan non era atto a denigrare né persone determinate, né un gruppo così tanto minoritario: la polizia. (Si veda BVerfG 1 B vR21/5014 (terza sezione del Primo Senato) – Ordinanza del 17 maggio 2016 (OLG Karlsruhe/ LG Karlsruhe) disponibile su “dejure.org” 185 Beleidigung.)

In buona sostanza, la Germania è un paese particolarmente intransigente per quanto concerne la repressione dell’hate speech. Esiste, oltretutto, un ulteriore antecedente più moderno rispetto a tutte le misure adottate a seguito della tragedia della seconda guerra mondiale, utile a vagliare la nostra tesi: nel 2015 lo Stato tedesco ha deciso di implementare l’accoglienza di rifugiati e contestualmente ha assistito all’aumento dei crimini d’odio, ragion per cui il Paese ha chiesto alle principali piattaforme social di impegnarsi a cancellare i contenuti d’odio pubblicati entro le 24 ore dalla pubblicazione stessa, nel rispetto delle leggi nazionali.
Dal 1° gennaio 2018, è entrata, infine, in vigore la Network Enforcement Law (NetzDG) che prevede una sanzione fino a euro 50 milioni per i social network che non provvedano alla rimozione dei contenuti ritenuti verbalmente odiosi come previsto dalla normativa nazionale vigente.

3. La discriminazione come elemento comune all’hate speech e all’ hate crime.

La discriminazione è un concetto che appartiene, di per sé, ad un’area semantica molto estesa, in quanto associabile a plurime deplorevoli condotte, quali ad esempio l’intolleranza, il pregiudizio, lo stereotipo ed è, altresì, suscettibile di ampliamenti legati ad ipotesi, fenomeni e situazioni relativamente recenti, come ad esempio il cybercrime, cyberstalking e cyberbulling, così come molti altri fenomeni connessi all’avvento del web.
La discriminazione non è un concetto definibile con assoluta certezza ed occorre valutarla esclusivamente per gli effetti che può recare quale costruzione mentale elaborata dal soggetto che, talvolta, non riconosce il disvalore di un giudizio iniquo. In qualche caso, tale giudizio iniquo, può limitarsi ad annidarsi nel solo pensiero, in altri casi, invece, può portare la persona a tradurre ad un livello fattuale il riprovevole trattamento svantaggioso riservato a talune persone, oppure, ancora, a motivare il linguaggio d’odio anche tramite l’utilizzo della tastiera.
La matrice del pensiero e dell’azione discriminatoria, così come del parlare odioso è sovente la stessa: la differenza di razza, di etnia, di genere, di religione e di status.
Possiamo affermare con certezza, che il pensiero discriminatorio possa determininare buona parte dei comportamenti finalizzati al linguaggio odioso e alla commissione dei crimini ispirati dall’odio.
Giuridicamente parlando, la discriminazione è più frequente oggetto di disciplina in ambito civile, sebbene in alcuni Paesi esistano delle sanzioni penali volte a punire gli atti discriminatori.
La discriminazione può condurre all’hate speech e al compimento di reati motivati dall’odio e gli istituti giuridici ed i principi sanciti dalla Giurisprudenza, debbono necessariamente affrontarla in maniera non univoca poiché essa può assumere significati diversi e operare in ambiti disparati: nell’istruzione, nel lavoro, in ambito della salute, nella giustizia (uguale per tutti!), sono da intendersi come diritti garantiti costituzionalmente e tutelabili tramite istituti gius – civilistici; essi appartengono, altresì, ad ogni persona, a prescindere dalle naturali e sociali diversità umane.
Tale è il motivo per cui, a parere di chi scrive, si deve distinguere, per ragioni di significato del termine, la discriminazione che deriva da una negata opportunità di accedere ai diritti, da quella intesa come ostilità, avversione e mancanza di rispetto, rivolti a talune persone, a causa dell’appartenenza a determinati gruppi minoritari.
In questa seconda accezione, dove la discriminazione costituisce avversione motivata da presunte “diversità”, essa può diventare causa del parlare odioso e dell’agire parimenti odioso, rientranti sicuramente, invece, nel fatto penalmente rilevante.
Formulate tali premesse, occorre ora approfondire a livello normativo e giurisprudenziale alcuni importanti concetti introdotti con le norme sopra ricordati.
Va, in primo luogo, analizzato il concetto di discriminazione.
L’art. 1 della Convenzione di New York descrive la discriminazione così: <<0gni distinzione, esclusione, restrizione o preferenza basata sulla razza, il colore, l’ascendenza o l’origine etnica, che abbia lo scopo o l’effetto di distruggere o di compromettere il riconoscimento, il godimento o l’esercizio, in condizioni di parità, dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali in campo politico, economico, sociale e culturale o in ogni altro settore della vita pubblica.>>
L’art. 42 del D. Lgs. 286/1998, invece, recita che <<costituisce discriminazione ogni comportamento che, direttamente o indirettamente, comporti una distinzione, esclusione, restrizione o preferenza basata sulla razza, il colore, l’ascendenza o l’origine nazionale o etnica, le convinzioni e le pratiche religiose, e che abbia lo scopo o l’effetto di distruggere o di compromettere il riconoscimento, il godimento o l’esercizio, in condizioni di parità, dei diritti umani e delle libertà fondamentali in campo politico, economico, sociale e culturale e in ogni altro settore della vita pubblica.>>
La Giurisprudenza italiana ha più volte usato espressioni quali “sentimento di avversione o di discriminazione fondato sulla razza, l’origine etnica o il colore”( Cass., Sez. V, 28 gennaio 2010 (dep. 25/03/2010), n. 11590, Rv. 246892. oppure ha identificato la discriminazione come un “pregiudizio manifesto di inferiorità di una sola razza” ( Cass., Sez. V, 28 dicembre 2009 (dep. 28/12/2009), n. 49694, Rv. 245828.) mentre la Corte EDU ha spesso ricordato nelle sue pronunce il necessario rispetto dell’art. 14 della Convenzione dei diritti dell’uomo, che afferma che “il godimento dei diritti e delle libertà riconosciuti nella Convenzione deve essere assicurato senza nessuna discriminazione, in particolare quelle fondate sul sesso, la razza, il colore, la lingua, la religione, le opinioni politiche o quelle di altro genere, l’origine nazionale o sociale, l’appartenenza a una minoranza nazionale, la ricchezza, la nascita od ogni altra condizione”.
In entrambi i casi le pronunce che si sono susseguite hanno dimostrato una progressiva presa di coscienza delle possibili molteplici manifestazioni e direzioni delle condotte discriminatorie o finalizzate a discriminare. (Sul punto, Giuseppe Pavich, Andrea Bonomi, in penalecontemporaneo.it, 13 ottobre 2014.)

E’ doveroso, dopo aver formulato un punto di vista sull’argomento, “incorniciare” nei parametri costituzionali e sovranazionali il ripudio della discriminazione nella sua accezione più grave, basata sull’intolleranza di ciò che è diverso quindi direttamente associabile alle “pratiche più pericolose”: hate speech ed hate crime.
Nel nostro Paese, le disposizioni penali che puniscono le manifestazioni discriminatorie razziali sono fondate sul recepimento – con Legge 13 ottobre 1975, n. 654 della Convenzione di New York del 7 marzo 1966. (Vedasi in proposito l’art. 3, commi 1 e 2 della sua formulazione originale, poi modificata rispettivamente dalla cosiddetta “Legge Mancino” L.205/1993 e successivamente dalla L. 24 febbraio 2006, n. 85.)

Nella sua formulazione originaria, l’art. 3 della predetta legge 654/1975, in attuazione dell’art. 4 della predetta Convenzione, puniva con la reclusione da uno a quattro anni chiunque diffondesse in qualsiasi modo idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale ed altresì chi incitasse alla discriminazione razziale, ovvero incitasse a commettere o commettesse atti di violenza o di provocazione della violenza nei confronti di determinate persone solo perché appartenenti a un gruppo nazionale, etnico o razziale. (Vedasi l’art. 4 Convenzione di New York che obbliga gli Stati firmatari a << dichiarare crimini punibili dalla legge, ogni diffusione di idee basate sulla superiorità o sull’odio razziale, ogni incitamento alla discriminazione razziale, nonché ogni atto di violenza, ad incitamento a tali atti diretti contro ogni razza o gruppo di individui di colore diverso o di diversa origine etnica, come ogni aiuto apportato ad attività razzistiche, compreso il loro finanziamento, nonché a dichiarare illegali ed a vietare le organizzazioni e le attività di propaganda organizzate ed ogni altro tipo di attività di propaganda che incitino alla discriminazione razziale e che incoraggino, nonché a dichiarare reato punibile dalla legge la partecipazione a tali organizzazioni ed a tali attività>>.)

Tale originaria disposizione legislativa è stata più organicamente ripresa e riordinata in senso antidiscriminatorio con la cosiddetta Legge Mancino, che si rinviene nel D.L. 122/1993, convertito nella Legge 205/1993.
Interessante ai nostri fini, è il ricordare che la legge Mancino ha modificato l’art 3 della legge n. 654/1975, prevedendo la punizione con la reclusione sino ad anni tre (non più da uno a quattro anni) chiunque diffonda idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico ovvero inciti a commettere o commetta atti di discriminazione per motivi etnici, religiosi e razziali; con la reclusione da sei mesi a quattro anni (in luogo di una reclusione da uno a quattro anni) inciti a commettere o commetta atti di provocazione alla violenza per motivi etnici, religiosi e razziali.
Nonostante l’attenuazione delle conseguenze sanzionatorie, a questa novella si deve la chiara distinzione di trattamento nei confronti di chi diffonde idee discriminatorie e chi le mette in pratica anche attraverso l’incitamento.
Un ulteriore elemento rilevante introdotto da questa modifica legislativa è la potenziale estensione a numerose fattispecie di reato di una specifica circostanza aggravante, introdotta, appunto, dall’art.3 della Legge Mancino, che così recita:
<< 1. Per i reati punibili con pena diversa da quella dell’ergastolo commessi per finalità di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso, ovvero al fine di agevolare l’attività di organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi che hanno tra i loro scopi le medesime finalità, la pena è aumentata fino alla metà.

2. Le circostanze attenuanti, diverse da quella prevista dall’art. 98 del codice penale, concorrenti con l’aggravante di cui al comma 1, non possono essere ritenute equivalenti o prevalenti rispetto a questa e le diminuzioni di pena si operano sulla quantità di pena risultante dall’aumento conseguente alla predetta aggravante.>>
Si tratta, dunque, di una aggravante “rinforzata”, ovvero esclusa dal possibile giudizio di bilanciamento con le eventuali attenuanti riconosciute all’imputato al momento dell’irrogazione di una pena da parte di un Giudice.
Sul punto si è registrato un ulteriore intervento legislativo di notevole importanza, costituito dalla Legge 85/2006, che all’art. 13, ha ulteriormente modificato l’originario art 3 della L. 654/1975, già oggetto delle modifiche sopra descritte perpetrate dalla legge Mancino.
Queste le principali novità, assai importanti per dare un quadro più sistematico a questa disciplina: non si punisce più “chi diffonde in qualsiasi modo”, ma chi “propaganda” idee fondate su superiorità o sull’odio razziale o etnico; non si punisce più chi “incita”, ma chi “istiga” a commettere o “commette” atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi; non si punisce più chi “incita”, ma chi “istiga” a commettere o commetta atti di provocazione alla violenza per motivi etnici, religiosi e razziali.
Sull’argomento va subito evidenziato che diverse pronunce della Suprema Corte di Cassazione hanno chiarito come tra la precedente versione della norma e quella attuale sussista piena continuità normativa.
Tale approdo giurisprudenziale ha sollevato diverse perplessità nei commentatori, che hanno sottolineato come, nel sostituire le nozioni di “diffusione” e di “incitamento” con quelle di “propaganda” e di “istigazione” ha inteso introdurre concetti diversi, con differenze contenutistiche sia in tema di offensività che di pericolosità della condotta. (Tra i tanti, Giuseppe Pavich, Andrea Bonomi “Reati in tema di discriminazione: il punto sull’evoluzione normativa recente, sui principi e valori in gioco, sulle prospettive legislative e sulla possibilità di interpretare in senso conforme a Costituzione la normativa vigente” in penalecontemporaneo.it, 13 ottobre 2014.)

La nozione di propaganda introdotta nel 2006 richiede un’espressa adesione del soggetto attivo alle idee oggetto della diffusione ed un invito a terzi ad aderire a tali idee e, pertanto, si tratta di una condotta nella quale è insita una pericolosità ben più ampia del mero incitamento.
Con riferimento all’aggravante sopra citata, introdotta come detto dall’art. 3 della Legge Mancino e finalizzata a punire in maniera più severa i reati commessi per finalità di discriminazione o di odio, essa trova applicazione in riferimento a un numero assai elevato di reati e, pertanto, per poter affermare la sua sussistenza sarà necessario individuare una offensività ed una pericolosità ulteriore rispetto alla condotta di base commessa. La difficoltà di una simile attività esegetica ha portato ad approdi giurisprudenziali non univoci, per cui talvolta si è ravvisata la finalità discriminatoria sulla base della sola modalità della condotta a nulla importando il movente della stessa, talaltra si è, invece, evidenziato che l’aggravante sussiste allorché l’azione si manifesti laddove la condotta sia immediatamente percepibile come foriera di un sentimento di discriminazione, suscitando anche in altri il suddetto sentimento di odio e, pertanto, ponendo in essere un concreto pericolo di comportamenti discriminatori.

Ricapitolando, dunque, le condotte discriminatorie su base razziale, etnica, religiosa e di genere, trovano un contrasto costituzionale in primis attraverso l’art. 3 e 117 della Carta costituzionale, l’art. 14 della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo, nonché attraverso l’art. 19 TFUE e  l’art. 7 comma 1 lett. h) della statuto della Corte penale internazionale che prevede, come crimine contro l’umanità, la persecuzione contro qualsiasi gruppo o collettività identificabile per motivi politici, razziali, nazionali, etnici, culturali, religiosi, sessuali, ovvero per altri motivi universalmente riconosciuti come inammissibili dal diritto internazionale.
Nell’applicare tali norme in concreto, nell’ambito di plurimi processi, sia in campo nazionale che internazionale non sono mancati diversi spunti di approfondimento, soprattutto in ordine al principale tema in discussione: quale è il confine tra il rispetto del diritto alla libera manifestazione del pensiero e quello alla pari dignità di tutti gli uomini, trattandosi di principi unanimemente riconosciuti come inviolabili? Fino a che punto sono tollerate, in nome della libertà di manifestare il proprio pensiero, la diffusione o la propaganda di idee, opinioni, convinzioni che ripugnino alla platea democratica dei cittadini ed alberghino solo in poche menti? Quando scatta la necessità di vietare tali condotte da parte di un ordinamento democratico?
Le più importanti pronunce a livello nazionale mostrano una tendenza della Giurisprudenza nostrana ad affermare la sussistenza di limiti al diritto di libera manifestazione del pensiero di cui all’art. 21 Cost., laddove esso si ponga in contrasto con il principio di pari dignità di tutti i cittadini ex art. 3 Cost., a patto che la condotta sia caratterizzata da una pericolosità concreta per il bene giuridico tutelato e non da una mera valutazione astratta. (ex multis, Cass. Pen. Sez. III, sen. N. 37581/2008.)
La Corte Costituzionale ha ribadito sul punto importanti insegnamenti, atteso che la Costituzione permette di porre argini all’abuso della libera manifestazione del pensiero, che non va mai estremizzata, atteso che gli Stati democratici devono assicurare a tutti il diritto di esprimere le proprie idee senza censure, ma, devono garantire che tale libertà non venga utilizzata impropriamente.
Nell’ambito CEDU, invece, pur con orientamenti non univoci, il diritto di libera manifestazione del pensiero, di cui all’art. 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, ha sempre avuto una notevole tutela anche di fronte al divieto di compiere atti discriminatori ex art. 14 della medesima Convenzione. La tendenza dei giudici europei è, in ogni caso, quella di verificare in concreto l’ambito in cui si verifica la diffusione delle idee discriminatorie, sulla base dell’idea che le democrazie compiute abbiano al loro interno gli anticorpi per valutare criticamente anche i contenuti più inaccettabili.

4. Hate crime come possibile conseguenza di hate speech: un caso italiano di cronaca recente.

Abbiamo affermato nella prima parte del testo, che non è sempre semplice riscontrare connessioni dirette tra l’utilizzo del linguaggio d’odio e la susseguente commissione di atti odiosi – specialmente sotto il profilo prettamente giuridico, in quanto trattasi di fattispecie distinte. Ogni possibile connessione dovrà ovviamente essere accertata caso per caso attraverso prove certe in ordine all’incidenza dei discorsi odiosi sulla conseguente commissione di reati discriminatori e violenti.
E’ stato correttamente sottolineato che <<Il passaggio dall’hate speech all’hate crime è davvero breve, vi è infatti una linea sottile tra l’espressione offensiva, intesa come insulto verbale, e l’incitamento alla violenza reale”. Poiché i discorsi d’odio sono, quindi, capaci di generare aggressioni, risulta necessario attuare misure di prevenzione. Certe espressioni rinforzano, infatti, gli schemi dell’intolleranza e della discriminazione, arrivando ad episodi di violenza contro alcune comunità; esiste, dunque, un collegamento causale tra l’uso di certe espressioni e il loro conseguente danno: la violenza, è infatti, il tragico atto finale di una strada scivolosa, che inizia con generiche derisioni, intolleranza sociale e discriminazione>>. (Così a pag. 5 report “Web Task Force Against Hate Speech. Un progetto pilota per il monitoraggio, la prevenzione e il contrasto alla diffusione dei discorsi d’odio online” Il documento è disponibile su: https://www.academia.edu/31929190/WEB_TASK_FORCE_AGAINST_HATE_SPEECH_Amnesty International )

Chi scrive ha trattato con cautela l’assunto sopra citato, particolarmente nel punto in cui si afferma che certe espressioni rinforzano gli schemi dell’intolleranza e della discriminazione; tuttavia, non può non rilevarsi che, nella realtà, non sono mancati episodi di cronaca, che possano in parte confermare questa affermazione, specialmente laddove il linguaggio d’odio, inteso nell’accezione di “indottrinamento”, anche tramite una lettura dei fatti storici non mediata da capacità critiche e doveroso distacco.
Attraverso le frequentazioni di ambienti ideologicamente estremi, alcune persone più fragili e maggiormente vulnerabili che potrebbero venire assoggettate ideologicamente anche a causa della fascinazione operata dai simboli, può determinarsi verosimilmente a perseguire l’intento di agire con violenza, divenendo soggetto attivo delle azioni più aberranti.
Un fatto di cronaca verificatosi in una fredda mattina di febbraio del 2018, che ha sconvolto un’intera città italiana, costituisce un valido esempio di un pericolo non più astratto, ma purtroppo concreto.
Questi fatti, così come raccontati dalla cronaca: a seguito di un’esplosione di alcuni colpi di pistola nel centro cittadino da una vettura in movimento, vennero ferite gravemente sei persone, tutte di origine africana. Per l’attacco, fu fermato un giovane italiano, che, secondo la ricostruzione svolta dagli inquirenti e dai testimoni, sarebbe sceso dalla sua vettura con il tricolore legato al collo ed avrebbe poi, fatto il saluto romano gridando “Viva L’Italia”, proprio dinanzi al monumento dedicato ai Caduti delle guerre mondiali.
A seguito della perquisizione della sua abitazione, si rinvennero una copia del “Mein Kampf “e una croce celtica e si tentò, quindi, di ricostruire la sua giovane esistenza, poco spensierata.

Sebbene una possibile criminogenesi non rilevi ai fini del presente lavoro, occorre ribadire che la fragilità umana è certamente terreno fertile per gli indottrinamenti effettuati da chi persegue l’intento, attraverso la manipolazione dei pensieri, di determinare azioni odiose e violente, anche senza “imporre” direttamente l’esecuzione di azioni violente, bensì anche solo accettando, però il rischio del verificarsi di tali nefasti eventi e sottovalutando le innumerevoli potenzialità delle parole e degli scritti.
All’autore del raid razzista sopra descritto, è stato contestato il delitto di strage con aggravante della finalità di razzismo (oltre al porto abusivo di armi), ai sensi dell’art. 422 del Codice Penale, con conseguente condanna a 12 anni di reclusione da parte della Corte d’Assise competente per territorio.
<< Un raid mosso da profonde ragioni di odio razziale verso la comunità africana>>  si legge nella motivazione della sentenza, nonostante i diversi tentativi da parte dell’imputato di negare la scelta “accurata” delle vittime, basata, invece, esclusivamente sul colore della pelle.
L’imputato ha dichiarato, nel corso del processo, le sue intenzioni di “colpire” gli spacciatori, partendo dall’assioma per cui tutti gli spacciatori sarebbero di colore e, pertanto, sparare ad un soggetto di colore, significherebbe sparare automaticamente ad uno spacciatore, quindi, riteniamo, possa aver pensato di fare del bene alla propria comunità.
Altro passaggio saliente della sentenza di condanna di I° grado si configura nella qualificazione giuridica dei fatti come “strage” anche laddove non vi si siano stati morti, ma solo gravi feriti; tale scelta dell’Organo Giudicante è stata presa sul presupposto che l’assenza di morti sia dovuta solo ad un caso e, quindi, non sia dipesa dalla volontà dell’imputato. Tali sono le ragioni che hanno materialmente portato la Corte ad escludere il “tentativo”, anche in virtù della formulazione dell’art. 422 del Codice penale italiano e della considerazione che tale reato rientra tra quelli a consumazione anticipata, ossia che non richiedono il verificarsi necessario della morte di alcuno per la sua sussistenza.
Va da sé la chiarezza di queste circostanze, dove la matrice razzista rappresenta un’evidenza poco discutibile, ma che non ci esenta dalla necessità di chiarire meglio il principio per cui l’attribuzione dell’aggravante dell’odio razziale non costituisca affatto un automatismo, nei casi in cui le vittime di aggressioni verbali o fisiche siano soggetti appartenenti ad altra etnia. L’aggravante per motivi razziali rappresenta, pertanto, una condizione attribuibile solo previa valutazione di caso per caso.
Possiamo citare a tal proposito una pronuncia della Corte di Cassazione, (Sez. V penale Paoeletich n. 44295, ), per la quale venne esclusa la sussistenza dell’aggravante della finalità di discriminazione razziale, in quanto l’epiteto “ sporche negre” (utilizzato dal denunciato contro due signore di origine colombiana durante una rissa) avrebbe integrato soltanto il reato di ingiuria ex art. 594 (ora depenalizzato); in tal caso considererata la diversità di significato posta dal legislatore fra i termini “finalità” (contenuto nella previsione dell’art. 3, comma 1, del D.L. n. 122 del 1993) e “motivi”, cui fa riferimento l’art. 3, comma 1 della legge 654/1975, in base al quale viene punito chi diffonde idee, incita a commettere o commette atti di discriminazione, violenza o atti di provocazione alla violenza “per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi”. Così affermava la Suprema Corte: “in tema di discriminazione razziale, ai fini della configurabilità dell’aggravante prevista dall’art. 3, c. 1, del D.L. n. 122 del 1993, non può considerarsi sufficiente che l’odio etnico, nazionale, razziale o religioso sia stato, più o meno riconoscibilmente, il sentimento che ha ispirato dall’interno l’azione delittuosa, occorrendo invece che questa, per le sue intrinseche caratteristiche e per il contesto nel quale si colloca, si presenti come intenzionalmente diretta e almeno potenzialmente idonea a rendere percepibile all’esterno ed a suscitare in altri il suddetto, riprovevole sentimento o comunque a dar luogo, in futuro o nell’immediato, al concreto pericolo di comportamenti discriminatori per ragioni di razza, nazionalità, etnia o religione”.
Si noti, in questa sentenza, la propensione di attribuire l’aggravante solo nel caso in cui si verifichi l’elemento intenzionale dell’istigazione e, quindi, solo laddove s’intraveda una possibilità di pericolo di comportamenti discriminatori, ed al contempo il rischio di non punire il comportamento deplorevole in quanto motivato dall’odio razziale, considerandolo un elemento insufficiente.
A conclusione dell’articolo, si lascia volutamente aperta la questione di un possibile equo bilanciamento tra diritti assai diversi e, talvolta, contrapposti: la libertà di espressione e la tutela dei diritti umani, questione condizionata dal fatto che la libertà di espressione, in tutte le sue possibili manifestazioni, (di pensiero, di espressione e personale) sia ritenuta, in tutti i Paesi occidentali, alla stregua di un dogma indiscutibile ed irrinunciabile, quindi maggiormente radicata e tutelata, in quanto posta a fondamento del vivere civile.

Dott.ssa Paola d’Andrea

BIBLIOGRAFIA

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(4) Cass R. Sunstein, Voci, gossip e false dicerie. Come si diffondono, perché ci crediamo come possiamo difenderci, 2010, Feltrinelli Editore.

(5) Cornell Law School – Legal Information Institute, rassegna di sentenze emesse dalla suprema Corte degli Stati Uniti d’America.

(6) De Franceschi G., Traini, le motivazioni della sentenza <>, articolo del 23 dicembre 2018, pubblicato da cronachemaceratesi.it

(7) Di Fazio M., Ritratto dell’odiatore seriale su Facebook. Insulti e minacce tra gattini, torte e Padre Pio, articolo del 27 febbraio 2019, pubblicato da L’Espresso.

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(12) Perseguire giudizialmente i crimini d’odio. Una guida pratica, pubblicata da International Association of Prosecutors e OSCE, Ufficio per le istituzioni democratiche ed i diritti umani, Varsavia 2016.

(13) Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa, Hate speech, dossier ECPMF, gennaio 2018, disponibile su www.balcanicaucaso.org

(14) Pagnanelli P.,  L. T., le motivazioni della sentenza. “Agì per razzismo”, articolo del 24 dicembre 2018, pubblicato da www.ilrestodelcarlino.it, edizione locale di Macerata.

(15) Pavich G. – Bonomi A., Reati in tema di discriminazione: il punto sull’evoluzione normativa recente, sui principi e valori in gioco, sulle prospettive legislative e sulla possibilità di interpretare in senso conforme a Costituzione la normativa vigente, contributo disponibile su penalecontemporaneo.it, 13.10.2014.

(16) Word are weapons, Preventing Redressing & Inhibiting hate Speech in new Media, report su Hate Crime and Hate Speech in Europe: Comprehensive Analysis of international Law Principles, EU-wide Study and National assessments, prodotto nell’ambito del progetto PRISM, finanziato dall’Unione Europea e coordinato dall’associazione Arci, disponibile su www.cartadiroma.org.

(17) United Nations, General Assembly, Annual report of the United Nations High Commissioner for Human Rights and reports of the Office of the High Commissioner and the Secretary-General, 11 gennaio 2013.

(18) OSCE – Office for Democratic Institution and Human Rights (ODHIR), Hate crime laws, a practical guide, Varsavia, 2009.

(19) Verri F. – Cardone V., Diffamazione a mezzo stampa e risarcimento del danno, online, blog e social forum, terza edizione, Giuffrè Editore, Milano, 2013.

(20) Ziccardi G., L’odio online. Violenza verbale e ossessioni in rete., Raffaello Cortina Editore, Milano, 2016.

GIURISPRUDENZA STRANIERA CITATA NELL’ARTICOLO

(1) Tribunali Regionali Superiori (Oberlandesgericht – OLG), disponibile su 185 StGB Beleidigung:
OLG Karlsruhe, 19. 07.2012 – 1.(8) Ss 64/12;
OLG Karlsruhe, 20.05.2014 – 1 (8) Ss 678/13

(2)  Tribunale Costituzionale Tedesco, disponibile su Giurisprudenza Costituzionale, 1994:

  BVerG E 93,266 I, 304 Tucholsky

(3) Corte Suprema degli Stati Uniti, Beauharnais versus Illinois, 343 U.S 476, 1957 disponibile su http://laws.findlaw.com/us/342/250.html;

(4) Corte Suprema degli Stati Uniti, Shenck versus United States, 249 U.S. 47 (1919) disponibile su http://laws.findlaw.com/249/47.html

 

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