Diritto internazionale

I targeted killings nel diritto internazionale.

La pratica delle “uccisioni mirate” o targeted killings nella lotta al terrorismo risulta essersi maggiormente sviluppata nel recente passato. Infatti, a seguito degli eventi del conflitto israelo-palestinese e dell’attentato dell’11 settembre 2001, tali operazioni sono state sempre più frequentemente messe in atto – in particolar modo da parte di Israele e Stati Uniti d’America – nel Medio Oriente e nel continente africano.
Gli Stati che conducono queste azioni, tendenzialmente legittimano questa pratica facendo riferimento a quelle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che hanno qualificato il terrorismo internazionale come “una minaccia alla pace ed alla sicurezza internazionali”.
In esse, tra le altre affermazioni, viene confermato il diritto della collettività all’autodifesa in risposta ad ogni atto terroristico, e la possibilità che gli Stati membri prendano tutte le misure necessarie per prevenire, contrastare e reprimere il terrorismo attraverso la cooperazione internazionale (Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite 1368 e 1373 del 2001 ai sensi dell’art. 39 della Carta delle Nazioni Unite).
Nei medesimi atti ufficiali, però, si ribadisce la necessità che tali azioni intraprese siano in accordo con il diritto internazionale, con i diritti umani sanciti dalle leggi vigenti (Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948, articolo 3: “ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona”) e quei principi fondamentali dello Stato di diritto (con riferimento a Alessandra Annoni, Esecuzioni mirate di sospetti terroristi e diritto alla vita, in Rivista di Diritto Internazionale, Roma 2008, p. 994).
Dal punto di vista giuridico, si mettono in luce numerosi e complessi problemi riguardo la legittimità dei targeted killings. Occorre innanzitutto precisare come nel Diritto Internazionale vi sia un’assenza di un’univoca definizione di “terrorismo”, pertanto questo elemento pone conseguentemente degli ostacoli intrinseci riguardo alle norme cui fare riferimento circa le eliminazioni mirate di “terroristi” (vedi Giulio Bartolini, I “targeted killings” di appartenenti a gruppi terroristici tra diritto internazionale umanitario e diritti umani, in Pietro Gargiulo, Maria Chiara Vitucci, a cura di, La tutela dei diritti umani nella lotta e nella guerra al terrorismo, Editoriale Scientifica, Napoli 2009, p. 274). Allo stesso tempo, giustificare la pratica dei targeted killings invocando la legittima difesa (Articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite) contro un’entità non-statale come il terrorismo, ai sensi del Diritto Internazionale, non sarebbe possibile pur in un contesto globale.
Allo stato attuale, gli Stati che adottano la pratica dei targeted killings tendono a voler formare una prassi che collochi giuridicamente tali azioni all’interno di un conflitto armato, il quale risulterebbe ovviamente disciplinato dalle norme vigenti del Diritto Internazionale Umanitario. Esso potrebbe risultare “meno rigoroso” per quanto riguarda l’utilizzo della forza mortale rispetto alle norme sui diritti umani (con riferimento a Alessandra Annoni, op. cit., p. 994); anche se risulta palese l’interesse nel far trovare applicazione a questo tipo di normative onde ricercare più flessibili condizioni per colpire i membri di gruppi terroristici (vedi Giulio Bartolini, op. cit., p. 292). Inoltre, occorre aggiungere che ciò permetterebbe una minore esposizione delle forze normalmente impiegate per un’eventuale cattura dell’obbiettivo, le quali risulterebbero legittimo bersaglio da parte di ostili.
A questo proposito, si deve sottolineare come talune eliminazioni mirate possano essere riconducibili a situazioni in cui è presente una situazione di conflitto armato, così come risulterebbe ugualmente corretto affermare che vi siano stati molti casi di targeted killings attuati dove un conflitto armato non era in essere (con riferimento a Giulio Bartolini, op. cit., p. 290). Inoltre, poiché i vari casi presi in esame dalla giurisprudenza non presentano quasi mai caratteristiche comuni alla luce dei diritto internazionale, risulterebbe difficile caratterizzare la totalità dei movimenti terroristici come una possibile “parte” di un unico conflitto globale (con riferimenti a Giulio Bartolini, op. cit., pp. 278-279), con riferimento alla Global War on Terror, invocata dagli Stati Uniti. Dunque, rimane difficile stabilire a priori se le uccisioni mirate avvengano in una situazione di conflitto armato o meno.
Pur ammettendo la tesi americana, cioè che la lotta al terrorismo sia collocabile in un conflitto armato internazionale, le normative di riferimento del Diritto Umanitario Internazionale non sciolgono i problemi legati allo status giuridico degli appartenenti a gruppi terroristici (vedi Giulio Bartolini, op. cit., p. 278), poiché ricorrere a tale normativa presuppone una serie di vincoli normativi che, se applicati in toto, dovrebbero necessariamente limitare le operazioni di eliminazioni mirate all’interno di un conflitto armato internazionale. In particolar modo occorre far riferimento alle principali norme in vigore che sotto diversi aspetti tendono a non consentire una legittimazione delle eliminazioni mirate: status di legittimo combattente (con riferimento a Natalino Ronzitti, Diritto Internazionale dei Conflitti Armati, Giappichelli Editore, Torino 2014, pp. 174-180), partecipazione diretta o indiretta alle ostilità (Articolo 51.3 del I Protocollo addizionale delle Convenzioni di Ginevra del 1949), periodo temporale di tale partecipazione, attività di intelligence, principio di proporzionalità (Articolo 51.5 del I Protocollo addizionale delle Convenzioni di Ginevra del 1949), principio di precauzione (Articolo 57 del I Protocollo addizionale delle Convenzioni di Ginevra del 1949), in particolar modo riguardo alla pratica degli “scudi umani”, l’assoluto divieto di condurre attacchi indiscriminati contro civili e beni civili e il consenso da parte dello Stato all’interno del quale avviene l’uccisione (con riferimento a Giulio Bartolini, op. cit., pp. 282-283).
La prassi adottata unicamente da due nazioni in particolare (Stati Uniti e Israele), non sarebbe considerata sufficiente per la formazione di una regola consuetudinaria (con riferimento a Alessandra Annoni, op. cit., p. 1031), soprattutto dal momento che la comunità internazionale appare intenzionata a combattere il terrorismo con gli strumenti propri della repressione del crimine, rafforzando gli obblighi di prevenzione e repressione gravanti sui singoli Stati, ed al contempo sviluppando meccanismi di cooperazione inter-statale adeguati a fronteggiare il carattere sopranazionale della minaccia terroristica (ciò si fonda su un’interpretazione notevolmente più condivisibile delle indicazioni delle Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite in merito al contrasto del terrorismo).
D’altro canto, se fosse accettato questo modus operandi, il principio di legittimità auspicato dagli Stati che praticano da tempo i targeted killings, la comunità internazionale rischierebbe di favorire una pratica che potrebbe essere definita come “omicidio internazionale”, provocando uno spostamento degli standard legali e definendo una sorta di “licenza di uccidere” per gli Stati che praticano le uccisioni mirate (vedi Giulio Bartolini, op. cit., pp. 288-290).
Inoltre, si aggiungerebbe il rischio concreto di creare un vuoto di responsabilità della condotta delle azioni.
Nel processo di ricerca di quelle norme che legittimino un’operazione di eliminazione mirata, dunque, occorre stabilire inequivocabilmente se questa è stata posta in essere nel contesto di un conflitto armato internazionale, di un conflitto interno o di una semplice operazione di polizia. Risulterebbe importante utilizzare quelle norme consuetudinarie già presenti nel diritto internazionale che rendono legittimo l’uso della forza: nel caso vi sia la necessità militare di salvaguardare la vita umana, sedare una sommossa, impedire una fuga o per effettuare un arresto (con riferimento a Giulio Bartolini, op. cit., p. 290).
Infatti, durante un’operazione di polizia, l’uccisione intenzionale deve risultare sempre l’ultima risorsa utile (adottare un modello di law enforcement, con la necessaria collaborazione dello Stato dove è presente il “bersaglio”, piuttosto che prendere misure estreme di shooting to kill, con il concreto rischio di provocare danni collaterali).
Questo, in ogni caso, non trascende la pratica di attuare una pianificazione meticolosa ed una preparazione dell’azione da intraprendere, affinché si possa garantire con ogni mezzo la protezione e la sicurezza rispetto alla minaccia terroristica, oltre al fatto di offrire la massima protezione possibile ai civili non partecipanti direttamente alle ostilità (Georg Nolte, Targeted Killing, in Max Planck Encyclopedia of Public International Law, Oxford University Press 2013, p. 7).
In aggiunta, risulterebbe di fondamentale importanza stabilire delle norme di procedura comuni che facciano riferimento al rispetto dei diritti umani, quindi applicabili a pari livello in presenza o in assenza di un conflitto armato (con riferimenti a Philip Alston, Report of the Special Rapporteur on extrajudicial, summary or arbitrary executions: Study on target killings, Assemblea Genrale delle Nazioni Unite, 28 maggio 2010, pp. 27-29).
In conclusione, risulta necessario colmare un vuoto giuridico internazionale sulla definizione di terrorismo, quindi anche dello status giuridico del terrorista all’interno del Diritto Internazionale. Successivamente occorrerebbe sviluppare una serie di norme consuetudinarie utili a regolare il conflitto fra gli Stati e le organizzazioni terroristiche, consentendo ai primi di privare della vita i membri delle seconde anche quando questi non costituiscano una minaccia immediata. Ciò contribuirebbe a dare una più chiara legittimità dell’azione militare nella pratica dei targeted killings.

Davide Paolicchi

FONTI:
-Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite 1368 e 1373 del 2001 ai sensi dell’art. 39 della Carta delle Nazioni Unite;
-Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948, articolo 3: “ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona”);
-Alessandra Annoni, Esecuzioni mirate di sospetti terroristi e diritto alla vita, in Rivista di Diritto Internazionale, Roma 2008;
-Giulio Bartolini, I “targeted killings” di appartenenti a gruppi terroristici tra diritto internazionale umanitario e diritti umani, in Pietro Gargiulo, Maria Chiara Vitucci, a cura di, La tutela dei diritti umani nella lotta e nella guerra al terrorismo, Editoriale Scientifica, Napoli 2009;
-Articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite;
-Natalino Ronzitti, Diritto Internazionale dei Conflitti Armati, Giappichelli Editore, Torino 2014;
-Articolo 51.3 del I Protocollo addizionale delle Convenzioni di Ginevra del 1949;
-Articolo 51.5 del I Protocollo addizionale delle Convenzioni di Ginevra del 1949;
-Articolo 57 del I Protocollo addizionale delle Convenzioni di Ginevra del 1949;
-Georg Nolte, Targeted Killing, in Max Planck Encyclopedia of Public International Law, Oxford University Press 2013;
-Philip Alston, Report of the Special Rapporteur on extrajudicial, summary or arbitrary executions: Study on target killings, Assemblea Generale delle Nazioni Unite, 28 maggio 2010.

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