Psicologia

Gli interventi assistiti con animali: nuove potenzialità per la riabilitazione in ambito penitenziario.

PREMESSA.
La Costituzione Italiana all’art. 27 recita, tra l’altro, «Le pene devono tendere alla rieducazione del condannato», e questo è il principio cardine di tutto l’ordinamento penitenziario nel nostro paese. Michel Focault (1976), ha molto ben analizzato nei suoi scritti la storia della nascita del sistema carcerario occidentale, in cui la prigione viene posta come mezzo centrale della punizione. Non va dimenticato che è solo nel XVIII e XIX secolo che la prigione diviene la sanzione principale per ogni tipo di crimine, e che fino ad allora si era assistito a forme di punizione moto più violente e spettacolari, come i supplizi definiti dallo stesso Focault come “spettacoli” attuati nelle “piazze teatrali” e funzionali al mantenimento di un certo tipo di ordine e controllo sociale. Tra il supplizio ed il carcere una serie di percorsi intermedi (i galeotti in catene, i lavori forzati, ecc.).
L’idea che la condanna dovesse avere prima di tutto un fine retributivo ha cominciato a sgretolarsi da quando Beccaria (1764) ) propose la sua visione, base del moderno diritto, secondo cui le pene dovevano essere commisurate ai reati commessi. Quindi per quanto il carattere di riparazione della pena in quanto violazione dell’ordine sociale non potesse essere completamente eliminato, tuttavia veniva evidenziato come essa non poteva e non può limitarsi ad una sanzione meramente afflittiva, ma deve contenere in sé gli elementi rieducativi necessari alla riabilitazione sociale del reo ed alla prevenzione delle recidive.,
Nel nostro paese i detenuti affidati al sistema carcerario, che per alcuni versi appare ancora non del tutto adeguato sotto il profilo rieducativo/riabilitativo, che tornano a commettere reati sono circa il 68% (infodata.ilsole24ore.com, 2018) del totale. E’ evidente quindi la necessità di implementare tutti i percorsi riabilitativi già presenti ed inserirne di nuovi ed ulteriori, per poter auspicare una diminuzione di questo inquietante dato sulle recidive dei reati.

Salute, benessere e riabilitazione in ambito penitenziario.
Un altro dei diritti inalienabili di coloro che sono sottoposti a pene detentive è il diritto alla salute. Ebbene i dati disponibili evidenziano che la popolazione carceraria italiana soffre di diverse malattie, in una percentuale stimabile tra il 60 e 80%. Ben il 41% di questi disturbi è rappresentato da disturbi psichici (ARS Toscana, 2015), tra cui le gravi depressioni che portano al suicidio: infatti la popolazione carceraria si suicida con una frequenza 18 volte superiore alla popolazione “libera” (Gonella, 2019). Sullo stato generale di salute incidono le condizioni strettamente legate alla situazione detentiva, come la sedentarietà ed il conseguente aumento di peso corporeo, il fumo, e –sul piano più psicologico– la deprivazione affettiva, la difficoltà di una vita in comunità che non si è scelta, ma si subisce, con la conseguente mancanza di privacy e spazi personali. Poiché come afferma l’OMS «non c’è salute senza salute mentale», appare chiaro come la salute mentale sia uno dei principali problemi delle persone in regime carcerario. Il trattamento delle patologie di tipo psichico in carcere (sia preesistenti che sopravvenute) è demandata al Servizio Sanitario Nazionale (decreto legislativo 22 giugno 1999, n.230). La SIPaD (Società Italiana Patologia da dipendenze) sostiene che, sebbene non esistano dati su scala nazionale relativi al consumo di psicofarmaci in carcere, il loro uso ed abuso è uno dei problemi che andrebbero tempestivamente affrontati. Sia che si tratti di terapie farmacologiche regolarmente prescritte dai sanitari, che di “auto-medicamento” per riuscire a tollerare condizioni esistenziali particolarmente difficili, lo psicofarmaco, resta, al momento, l’unico strumento di intervento per far fronte al disagio psichico del detenuto o a psicopatologie più o meno conclamate. Chiunque abbia una certa esperienza di pratica psichiatrica sa, che al di là degli innegabili risultati raggiunti negli ultimi anni dalla psicofarmacologia, essa, da sola, non basta a fronteggiare il disagio psichico e, sopra tutto, è assolutamente impotente dal punto di vista riabilitativo/rieducativo.
La domanda a cui cercare dunque una risposta è dunque se sia possibile ed in che misura intervenire con strumenti riabilitativi “nuovi” ed efficaci, sia per mitigare le situazioni di disagio, agendo congiuntamente alla psicofarmacologia (quando necessaria) per strutturare dei percorsi riabilitativi individuali specifici, sia per avviare percorsi rieducativi e (magari) di inserimento lavorativo, nell’ottica della prevenzione della recidiva e con lo scopo finale di arrivare ad una piena reintegrazione sociale del reo.
Al 30 aprile 2019 la popolazione detenuta nelle carceri italiane era di 60.439 detenuti, cioè 10.000 unità più dei posti disponibili. Il 33,6% di questo totale è composto da stranieri ed il 4,4% da donne. Il sovraffollamento esistente influisce negativamente sulle condizioni di salute e rende più problematico l’accesso ai percorsi rieducativi. Per esempio, per i progetti che riguardano l’istruzione, che sono i più numerosi e richiesti in tutte le carceri, dal livello di alfabetizzazione elementare (soprattutto per i detenuti stranieri), fino ai corsi universitari, molte domande di partecipazione non riescono ad essere accettate per mancanza di spazi, personale, ecc. Sempre relativamente al benessere psicofisico, il Rapporto Antigone segnala che «…..non tutti i detenuti accedono ad un campo sportivo e spesso, non per particolari motivi di sicurezza, ma per “prassi”, per “carenze di organico” della polizia penitenziaria o, semplicemente, perché l’attività fisica all’aria aperta non viene ritenuta una prerogativa del trattamento penitenziario…….Anche l’attività fisica al chiuso non è sempre garantita, nel 28% degli istituti (24 su 85) non c’è o comunque non è garantito l’accesso ad una palestra, almeno settimanale». In netto contrasto la Legge di Riforma Penitenziaria del 1975, che all’art. 27, comma 1 stabilisce che « negli istituti di pena devono essere favorite e organizzate attività culturali, sportive e ricreative e ogni altra attività volta alla realizzazione della personalità dei detenuti e degli internati, anche nel quadro del trattamento rieducativo».
Non è facile avere un censimento completo delle attività riabilitative e rieducative svolte nelle carceri, perché, oltre i progetti relativi all’istruzione ed alla formazione lavorativa, che sono tra i più presenti e rilevati, esistono una miriade di altre attività, spesso non strutturate, ma nate sulla base di circostanze favorevoli o disponibilità di persone ed organizzazioni (in genere collegate al terzo settore), e che magari sono svolte una tantum o saltuariamente. La maggior parte di queste attività è demandata di fatto al volontariato ed ai suoi operatori, e, di conseguenza, risente di tutti i limiti di queste situazioni. Sempre il Rapporto Antigone afferma che il teatro è l’attività culturale più diffusa nelle carceri, da più di un decennio, tanto da dar vita al Coordinamento Nazionale Teatro in carcere, riconosciuto anche dal DAP. A questo si affiancano, come già detto, progetti di formazione lavorativa dei più svariati tipi, dall’operatore informatico, al manutentore di biciclette, dalla sartoria all’artigianato artistico, progetti specifici per le donne e i bambini, ecc.,(Carmignani, 2012).
Oltre tutte queste attività, più o meno “usuali”, da alcuni anni si stanno sviluppando in numerose carceri, anche minorili, interventi rieducativi che utilizzano l’assistenza e la mediazione animale.
Interventi assistiti con Animali
Gli Interventi Assistiti con animali, a volte ancora, per semplicità, definiti “pet-therapy”, sono attività di tipo ludico-ricreativo, educativo o terapeutico che, grazie alla presenza e alla mediazione di animali domestici, si propongono di agire sia su situazioni patologiche, che di disagio sociale. L’animale prescelto (tra cane, gatto, coniglio, cavallo ed asino), a seconda delle sue caratteristiche etologiche, viene impiegato in progetti riabilitativi/rieducativi, con minori, adulti, anziani. E’ la sua presenza che facilita l’affiorare di vissuti rimossi, predispone ad una migliore relazionalità, influisce positivamente sull’autostima del soggetto, creando quelle condizioni generali che influiscono concretamente sul benessere psicofisico del soggetto. Anche se ad oggi cominciano ad essere presenti in letteratura un buon numero di promettenti evidenze scientifiche (Cirulli 2011), è troppo presto perché ci siano delle indicazioni cliniche specifiche. Sicuramente risultati potenzialmente promettenti si sono avuti in ambito psichiatrico (Cerino 2011), neurologico (Peppe et al. 2017), ed in molte situazioni di disagio sociale .
Gli Interventi assistiti con animali sono definiti da apposite Linee Guida (ISS 2015), che specificano le cornici di riferimento delle diverse attività, le qualifiche e la formazione degli operatori abilitati, le caratteristiche delle strutture in cui si svolgono, ed indicano una serie di prescrizioni a tutela della salute e del benessere dell’animale impiegato. Esula dai temi del presente articolo un’analisi dettagliata di questo argomento, decisamente vasto e complesso: ci si limiterà quindi a focalizzarsi sugli aspetti riabilitativi che possono essere di maggiore interesse nell’ambito della situazione penitenziaria.

IAA in ambito penitenziario.
Come si è detto il regime di vita carcerario agisce da “incubatore” per molte patologie, soprattutto di tipo psichico. Sembrerebbe estremamente interessante poter contare su uno strumento riabilitativo, come è quello degli IAA, capace di agire non solo sul benessere psicofisico in generale, ma anche su tutto quegli aspetti molto più ampi della relazionalità che, anche se non decisamente patologici, risentono però dello stile di vita e della coartazione emotiva tipica dell’ambiente. Non è un caso, come evidenziato nel Congresso “Carceri e Animali: il modello italiano” (IZSVE, Padova, 2019) che siano abbastanza numerosi gli istituti di pena dove sono da tempo svolte attività con animali (Tab. 1)

INTERVENTI IAA CARCERI ITALIANE 2019
Struttura Città Provincia Regione Animale
C.C. San Vittore Milano Lombardia Cavallo
Istituto per Minori
C. Beccaria
Cavallo
Casa di Reclusione
Bollate
Milano Cavallo
SERT Bollate Cavallo
C.M. F. Aporti Torino Piemonte Cane
Casa Reclusione
Montalto
Alba Cn Piemonte Cane
Casa Circondariale
Montorio
Verona Vr Veneto Cane
Casa Circondariale
Sollicciano
Firenze Fi Cane
Asino
Casa Circondariale Lucca
Istituto Ranza S. Gimignano Si
Casa Circondariale
Don Bosco
Pisa Pi Cane
Casa Circondariale
Isola di Gorgona
Livorno Li Cane
Casa Circondariale
Le Sughere
Livorno Li Cane
Carcere Rebibbia Roma Rm Cane
Casa Circondariale Velletri Rm Cane
Carcere Militare S. Maria Capua
Vetere
Ce Cane
Casa Circondariale Salerno Sa Cane
ICAT Eboli Sa Cane
Istituto Penitenziario
Minorile
Palermo Pa Cane

Tab. 1- Attività con animali nelle carceri italiane

Quello che si vuole qui discutere sono le caratteristiche della particolare relazione uomo-animale che si sviluppa nella situazione di carcerazione e come quest’ultima possa influire positivamente sul benessere delle persone detenute.
Come si sa le relazioni tra uomini ed animali domestici risalgono a migliaia di anni fa ed iniziano con quel particolare processo detto domesticazione. Con la domesticazione l’uomo prende il controllo dell’alimentazione e della riproduzione e crea quindi un rapporto di comunicazione ed interdipendenza con l’animale, che in molti casi collabora al mantenimento di tale relazione anche perché compagno di vita e di lavoro (in particolare per cani, cavalli ed asini). Per quanto “utilitaristico” possa essere il contatto tra uomo e animale, nondimeno esso è permeato da una serie di connotazioni empatiche, assolutamente significative.
La neotenia, a sua volta, è quel fenomeno evolutivo per cui anche negli individui adulti di una determinata specie permangono caratteristiche somatiche tipiche degli individui giovani. Tali caratteristiche risultano particolarmente attrattive dal punto di vista empatico, e sono quelle che fanno provare sentimenti affettivi e di attrazione verso tutti i cuccioli in generale e la maggior parte degli animali in particolare. A tutto ciò vanno a sommarsi diversi effetti fisiologici dovuti al contatto ed alla presenza dell’animale, tra cui l’abbassamento della pressione sanguigna e il miglioramento dei problemi di salute ordinari, come raffreddore, mal di testa, insonnia (Cirulli et al. 2007). Parimenti alto ed efficace, sul versante psicologico, è l’impatto sull’autostima, sull’identità, la corporeità, le relazioni interpersonali.
Identificare la differenza tra ciò che è “umano” e ciò che è “animale”, e come questi due aspetti siano tra loro in relazione, è sempre stato uno dei più importanti aspetti speculativi in campo filosofico ed antropologico. Da Aristotele in poi, ciò che differenzia uomo e animale è stato individuato nel λογος, di cui l’animale è privo, caratteristica che segna il confine tra “umanità” ed “animalità”. Questa differenza non impedisce però la presenza fortissima di legami affettivi. Nel Ciclo di Gilgamesh della letteratura sumerica, risalente a circa 4500 anni fa, il re Uruk piange la perdita dell’amico Enkidu, creatura chimerica metà uomo e metà animale, con queste accorate parole: «Enkidu, amico mio, mulo imbizzarrito, asino selvatico delle montagne, leopardo della steppa, noi dopo esserci incontrati, abbiamo scalato assieme la montagna [….] e ora qual è il sonno che si è impadronito di te?». Nelle parole del re traspare l’amicizia, l’affetto, il legame. La relazione con Eikidu si caratterizza per il valore empatico, non per gli aspetti di razionalità, tipicamente umani. Jacques Derrida, uno dei più grandi filosofi contemporanei, suggerisce che l’uomo non sia altro che un animale “incompleto”, «mancante di sè» (Derrida, 2002). La mancanza che Derrida vuol sottolineare è la nudità. Mentre l’animale non dà peso alla sua “nudità”, la nuda pelle umana, di cui l’uomo acquisisce consapevolezza con l’esperienza del pudore, viene dall’uomo coperta e nascosta sotto le vesti. La pelle, confine del corpo e dell’identità che Anzieu (1985) definisce l’“involucro psichico” o “Io pelle”, struttura di frontiera del corpo, che lo limita, lo contiene e lo avvolge è anche la prima parte del corpo che stabilisce il contatto con l’Altro, con il mondo esterno, tramite il capezzolo materno. Come scrive Anzieu: « la pelle, per la sua struttura fisiologica, è più che un semplice organo sensoriale, piuttosto un insieme di organi differenti, e la sua complessità sul piano fisiologico e culturale non è che un’ anticipazione fisica di quello che è l’Io a livello psichico» (Anzieu, 1985, p. 19).
Secondo Derrida la filosofia dell’Alterità prende vita proprio dall’animalità, per cui coabitare con gli altri viventi chiamati animali è quello di cui c’è bisogno per ricominciare a pensare l’umanità. Il carcere è uno di quei luoghi in cui non è semplice far emergere l’umanità, anche se è senz’altro un luogo di solidarietà tra coloro che condividono la stessa esperienza di privazione della libertà. Il rapporto con l’animale va ripensato guardando oltre la lettura utilitaristica e di sfruttamento che lo ha caratterizzato per molto tempo, a favore di una visione relazionale in cui l’animale si presenta come Altro diverso da Sé. E’ lo sguardo dell’Altro che fa emergere la nudità di ciascuno, e la relazione che si stabilisce con quello sguardo è la relazione con l’Alterità. Dice Derrida della sua gatta: «possiede un suo punto di vista su di me. Il punto di vista dell’assolutamente altro e niente mi ha mai fatto pensare all’alterità assoluta del vicino e del prossimo, quanto i momenti in cui mi vedo visto nudo sotto lo sguardo di un gatto». L’Alterità e la “diversità” di chi è in carcere è già di per sé ben evidente e stigmatizzata, il problema è se ed in quale misura lo sguardo animale, possa servire al detenuto stesso per ri/pensarsi in un’ottica diversa, per cercare di ri/stabilire una dimensione relazionale proficua con il mondo esterno e con il proprio mondo interno, che possa essere la base per una nuova forma di contatto, comunicazione e condivisione. L’animale è certo un “diverso Altro da sé”, ma ci permette con la sua presenza di non porre confini tra i due mondi (umano ed animale) e di provare a non porre confini rispetto ad esperienze di vita marginali e devianti, che hanno condotto all’esclusione sociale tramite la carcerazione.
Se come osserva Cimatti (2013 ) « la vita dell’animale si svolge tutta nel momento in cui si svolge, è una vita sotto il segno dell’immanenza», l’uomo, a sua volta, dovrebbe ri/acquisire la sua dimensione animale rinunciando alla trascendenza che gli è propria ed in cui si struttura la soggettività. In questo modo anche l’uomo può vivere una propria “animalità”, per andare verso una pienezza di vita, in quanto “formatore di mondo” (Heidegger, 1983). Resta quindi da stabilire « ciò che è l’animale “in quanto” animale, e ciò che è il vivente “in quanto” vivente, in tutte le sue forme e in tutti gli stadi della vita, nonché della vita stessa, nella sua alterità» (Polidori,2014).
Come rapportarsi dunque con questo sguardo “altro” che nel momento stesso in cui ci guarda ci fa prendere coscienza della nostra condizione, egualmente “altra”? La condizione di vita che l’uomo sperimenta in carcere potrebbe essere assimilata a quella della nudità di Derrida. In questo caso sarebbe forse più opportuno di parlare di “nudità emotiva”, cioè una condizione di vita in un ambiente istituzionale, rigido, particolarmente stressante, in cui contraddizioni ed esperienze incidono profondamente sui vissuti individuali, creano malessere, sovente veri e propri stati psicopatologici, e dove spesso è smarrita la bussola dell’umanità e finisce con il prevalere la condizione di animalità. E’ in questa dialettica che può inserirsi la relazione con un Altro diverso da sé (“forse”), non giudicante ed accogliente, che, a dispetto della sua alterità immanente, può ricondurre verso la trascendenza di una nuova e più “sana” soggettività umana.
Identità ed Alterità sono quindi i due punti chiave della relazione uomo animale, che può strutturarsi in un intervento di tipo riabilitativo in ambito penitenziario. L’Identità a sua volta è strettamente legata alla Corporeità. «L’Io è fondamentalmente un Io corporeo» scrive Freud (1922). Husserl (1961) a sua volta, distingue “Körper” e “Leib”, il primo “corpo anatomico, “avere un corpo”, il secondo “essere un corpo”, “avere la possibilità di relazionarsi con il mondo”. L’Io quotidiano o Identità è una compenetrazione di corpo e anima, ed è quest’Io che stabilisce la relazione con l’Altro.
L’Alterità appare così un  vissuto emotivo già presente nella capacità originaria di riconoscere e distinguere il già conosciuto dal nuovo, sulla base emozionale del piacere/dis-piacere. “Sentire” la diversità è dunque una capacità e ciò la rende un fondamentale organizzatore psichico. Essa permette la distinzione fra un IO e un NON-IO, un mio sentire e un sentire non mio, la distinzione fra il dentro (mente e psiche) e il fuori (realtà concreta), la distinzione fra ciò che prende vita dalle pulsioni, dall’inconscio e dal desiderio pulsionale, da ciò che è organizzato dalla coscienza, dalla consapevolezza e che è anche comunicabile, condivisibile, appunto “relazionale”. Se si riflette su questi concetti all’interno delle dinamiche psicologiche, sociali ed ambientali del carcere si rileva che l’Identità è fortemente «aggredita», si tende alla de/personalizzazione ed all’omologazione, aspetti peculiari del controllo che caratterizza l’istituzione. L’Alterità, e la conseguente necessaria distinzione fra IO e NON IO, è uno strumento indispensabile per il mantenimento dell’equilibrio e del benessere psichico, e quindi la possibilità di «conoscere» e «relazionarsi» con un soggetto Altro consente di rafforzare la propria identità (e salute mentale). L’animale, diverso Altro da sé, rappresenta questa Alterità, e si definisce come mediatore “attivante” proprio in ragione di alcune sue caratteristiche specifiche, quali la presenza rassicurante, l’empatia, l’assenza di stigma e la facilità di relazione.
La rassicurazione offerta dall’animale è dovuta anche alla possibilità del contatto fisico, in particolare tattile. Tutti gli animali domestici coinvolti negli IAA, per loro caratteristiche etologiche, sono sensibili agli stimoli ed alla comunicazione tattile. Da parte del detenuto questo vuol dire mettere in gioco, tramite la corporeità fisica (Körper), la propria identità che si ri/conosce attraverso il contatto egualmente fisico con l’Altro, base della comunicazione (Leib) intraspecie. Ancora l’empatia che naturalmente si prova verso gli animali (collegata con la neotenia), crea le prime basi del contatto con l’animale, che permette poi di approfondire il livello di relazione con lo stesso e successivamente con gli altri. Altra caratteristica particolarmente importante nel contesto carcerario è data dal fatto che la relazione con l’animale si struttura in completa assenza di stigma. Non sentire su di sé lo sguardo stigmatizzante aiuta a mettersi in gioco per quello che si è, fuori dagli stereotipi, senza bisogno di dover dimostrare nulla, perché l’animale non ci chiede conto di nulla se non di esserci.
Tutti i momenti precedenti, non tanto in senso strettamente temporale, quanto piuttosto come livelli contemporanei che si intrecciano e sovrappongono, contribuiscono alla creazione della capacità relazionale, da cui partire per strutturare una vera e propria relazione d’aiuto, risposta terapeutica agli elementi stressogeni presenti nella vita quotidiana di chi è in regime di detenzione. Con l’animale domestico è possibile creare una relazione d’aiuto anche nel contesto penitenziario.

La relazione d’aiuto negli Interventi Assistiti con Animali in ambiente carcerario.
Rogers nel 1951 ha definito la relazione d’aiuto come «Una relazione in cui almeno uno dei due protagonisti ha lo scopo di promuovere nell’altro la crescita, lo sviluppo, la maturità ed il raggiungimento di un modo di agire più adeguato e integrato. L’altro può essere un individuo o un gruppo» . Questo si sposa molto bene con il percorso rieducativo/riabilitativo del carcere, anche in funzione del generale benessere della persona. Perché esso si attui pienamente è necessario un tragitto di crescita individuale e personale , ed in questo l’animale, con cui si ha un contatto semplice, immediato, non giudicante può aiutare nella ri/presa di contatto con le parti di Sé negative (delinquenziali) per elaborarle verso una prospettiva diversa e più “sana”. La trasformazione della concezione negativa del proprio Sé e capacità di «ripensarsi» in un contesto diverso, con ruoli nuovi e nuove capacità di affrontare la realtà esterna porta alla crescita dell’autostima assieme ad una maturazione psicologica per cui si passa dalla posizione psicologica dominata dal narcisismo e dal porre al primo posto unicamente i propri bisogni, a quella in cui si tiene conto della realtà esterna, della vita sociale e della programmazione e valutazione dei propri comportamenti in una visione non Ego-centrica, che prenda in considerazione anche l’ambiente sociale.
Questo vuol dire impegnare maggiormente le proprie capacità cognitive, tenere nel giusto conto le emozioni proprie e quelle altrui e di conseguenza orientare il proprio comportamento.
L’integrazione sociale è il fine ultimo di ogni progetto riabilitativo e socio educativo, tanto più importante quando riferito alla devianza sociale e criminale. Si ottiene quando la persona viene restituita al suo contesto di appartenenza, dove è in grado di vivere ed essere accettato, intrattenendo relazioni personali, affettive, essendo in grado di lavorare e provvedere autonomamente ai propri bisogni.
Quando si riesce a trasformare la “semplice” relazione d’aiuto in un contatto più strutturato, si riuscirà a produrre quel cambiamento psicologico che potrà influire in senso positivo su eventuali successivi comportamenti devianti e favorire la creazione di un Io maturo e stabile, capace di una vita sociale integrata. Bowlby è lo studioso che maggiormente ha approfondito le dinamiche della relazione d’attaccamento, notando che esse erano legate anche alla ricerca di serenità, calore affettivo e sensibilità da parte della madre. Partendo da qui egli si interrogò su come le diverse relazioni d’attaccamento potessero influire sui comportamenti e gli stili di vita adulti. In estreme sintesi giunse alla conclusione che l’”attaccamento sicuro” era quello che offriva maggiori opportunità per un equilibrato sviluppo psichico. L’attaccamento sicuro per Bowlby è collegato al concetto di «base sicura», una situazione ci si sente protetti ed accettati , senza paura a relazionarsi con il mondo esterno (Bowlby 2008).
E’ evidente che chi compie azioni criminali è spesso portatore di un profilo psicologico opposto, quello dell’attaccamento «insicuro». Nei processi rieducativi e riabilitativi per le persone detenute è necessario riuscire a ricostruire la primitiva relazione d’attaccamento, cercando di trasformarla da insicura a sicura. In questo la mediazione animale può giocare un ruolo molto importante. La relazione d’attaccamento costruita nell’infanzia si riflette sulle esperienze di vita adulte, condizionandole in vari modi. Per valutare l’influenza della relazione d’attaccamento infantile nelle successive età della vita esistono strumenti diagnostici (Adult Attacchment Interview), che possono evidenziare come si tenda ad evitare il ricordo di:
– Esperienze di attaccamento negative o frustranti
-Esperienze di abusi, traumi, maltrattamenti, luttiA seconda dei vari meccanismi difensivi messi in atto si arriva ad una classificazione degli stili di attaccamento adulti.

Bowlby (2008) scrive: « la violenza genera violenza, la violenza nelle famiglie tende a perpetuarsi da una generazione a quella successiva». Quindi i bambini vittime di violenze ed abusi saranno adolescenti difficili che tenderanno a replicare gli schemi comportamentali appresi, anche in senso deviante, fino a commettere anche veri e propri atti criminali. Le personalità di autori di crimini violenti, connotate da rigidità psicologica ed incapacità di instaurare relazioni interpersonali positive, derivano da modelli di attaccamento insicuro, distanziante e disorganizzato e sono caratterizzate da  mancato sviluppo dell’empatia con una tendenza sadica ad infliggere dolore alla propria vittima (Skodol, 2000; Dazzi, Madeddu, 2009) .

Conclusioni.
Alcune riflessioni alla fine di questo breve excursus sulle potenzialità degli Interventi Assistiti con animali in ambiente penitenziario, come supporto ai programmi rieducativi e riabilitativi e per il mantenimento del benessere psicofisico della persona detenuta. Il tempo vissuto in carcere può essere un momento di riflessione e presa di contatto con le proprie parti più negative, per cercare di raggiungere o aumentare la consapevolezza della propria dimensione dell’Io e dei comportamenti delinquenziali (catastrofici) messi in atto. In questo senso, come si è detto, la presenza di un animale in un contesto relazionale strutturato può giocare un ruolo interessante.
L’Animale un diverso Altro da Sé, con cui si deve instaurare prima di tutto una relazione di reciproca comunicazione e fiducia, può fungere da «specchio» dove far riflettere e quindi portare in superficie le parti negate e negative del proprio Sé. Ci si trova davanti ad un Altro da Sé che costringe a ri/guardare e ri/pensare alla propria «nudità emotiva», che non va più fuggita ed esorcizzata con comportamenti devianti, ma va conosciuta, esplorata, accettata pur con tutta la sua fragilità e disperazione. Ci si deve per forza confrontare con la modalità del «prendersi cura», che va dalla soddisfazione dei bisogni primari a quelli emotivi ed affettivi, e prendendosi cura dell’Altro non si può non riflettere sulla possibilità di prendersi cura di Sé stessi, che in questo caso vuol dire ripensare la propria storia di vita e le sue conseguenze. Con presenza, fiducia ed empatia la presenza dell’animale apre nuove prospettive rispetto alla «narrazione» della propria esistenza, ed offre la possibilità di ri/osservarla secondo ottiche differenti da quelle generalmente impiegate (cercando di andare oltre i meccanismi di difesa attuati attraverso l’attività criminale ). Infine presenza e contatto con l’animale consentono l’apertura di spazi di «intimità» che in genere l’ambiente carcerario, a causa della sua struttura e delle sue funzioni, non facilita.
La pena detentiva è un istituto previsto dall’Ordinamento Giudiziario e pertanto va rispettata ed attuata secondo quando stabilito dalle varie sentenze. Però il suo scopo non è solo quello di proteggere la società evitando le recidive, ma anche quello di offrire alle persone che delinquono la possibilità di riflettere sui propri errori e cercare uno stile di vita compatibile con le norme sociali.
Gli Interventi Assistiti con gli Animali negli Istituti Penitenziari, nelle varie realtà che li stanno sperimentando, dimostrano la propria utilità in funzione dell’inclusione sociale successiva all’espiazione della pena e soprattutto possono essere un fattore protettivo rispetto al mantenimento del benessere psicofisico generale e della salute mentale in particolare.
Ulteriori studi e sperimentazioni saranno necessarie per confermare le potenzialità ad oggi intravedibili.

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