Criminologia

La frode dei crediti di carbonio: connessione tra crimini ambientali e crimini di potere

Premessa.
Il presente lavoro vuole porre l’attenzione sull’analisi dei danni ambientali da una prospettiva criminologica, applicando il pensiero criminologico alle questioni ambientali. Come altrove nella criminologia, questo significa pensare ai crimini ed ai danni inflitti all’ambiente, ai soggetti che delinquono ed alle vittime. Vengono analizzati i dati inerenti i crimini ambientali transazionali, ponendo una particolare attenzione sull’attuale incremento dei fenomeni corruttivi inerenti il mercato dei crediti di carbonio e sulle normative, nazionali ed internazionali, che ne regolamentano lo sviluppo, attuando anche azioni di controllo e prevenzione di atti criminosi.

La Green Criminology.
L’interesse per le varie problematiche ambientali risulta, oggettivamente, caratterizzato da un attuale trend positivo nel tempo. La comunità Scientifica conferma che questi problemi risultano sempre più potenzialmente disastrosi se non affrontati con adeguate azioni, dimostrando che le questioni ambientali scaturiscono fermamente anche da azioni riconducibili alle varie politiche internazionali. L’ interesse sociale delle questioni ambientali ha il suo nucleo nella divulgazione della ricerca scientifica che evidenzia i pericoli associati alle varie forme di degrado ambientale. Recentemente si è visto un incremento per le questioni ambientali all’interno dello studio ed analisi anche nel campo scienze sociali risultando abbastanza ovvio che lo studio di una “sociologia dell’ambiente” possa risultare importante in quanto un qualsiasi danno ambientale comporta inevitabilmente delle implicazioni per gli individui e la società di tutto il mondo. Tale linea di pensiero può essere chiaramente evidenziata dall’affermazione del sociologo Ulrich Beck (1986) grazie alla quale si esplicita “il carattere democratico dello smog”, rilevando la poca importanza delle diverse suddivisioni sociali dinanzi alla prospettiva comune e globale di “potenziali vittime di danni all’ambiente”.
L’interazione tra le scienze sociali, tra cui la criminologia e l’analisi delle problematiche ambientali può rivestire un duplice scopo traendo, da uno studio multidisciplinare, uno scambio di informazioni e di prospettive da cui le comunità potranno trarre beneficio anche in termini di sicurezza e giustizia socio-ambientale, applicando le teorie criminologiche per l’analisi ed il riconoscimento dei soggetti interessati dai “crimini verdi” (green crime) e le metodologie di riduzione e prevenzione dei danni ambientali per lo sviluppo di nuove tecniche di prevenzione del crimine ambientale. In tale contesto si sta consolidando un innovativo legame tra criminologia ed ambiente consentendo studi socio-criminologici su attività ritenute dannose per l’ambiente ed individuando alcuni fenomeni criminosi in risposta a specifiche tematiche ambientali.
Nonostante l’interesse per le tematiche ambientali si sia sviluppato già da tempo in molte discipline scientifiche, le scienze criminologiche risultano ancora poco propense ad includere il “soggetto ambientale” nel proprio campo di applicazione anche se già dalla fine degli anni Ottanta alcuni studiosi si sono approcciati al tema rilevandone un interesse crescente negli ultimi anni.
L’espressione criminologia ambientale, in un linguaggio comune, potrebbe essere intesa come lo studio interpretativo delle conseguenze bio-fisiche e socio-economiche delle varie fonti di danno ambientale. La Green Criminology, che affiora all’interno della “criminologia critica”, registra un’apertura interdisciplinare che consente il superamento dei confini tradizionali e rappresenta lo sviluppo di un pensiero radicale all’interno del consueto sapere criminologico introducendo, oltretutto, la difesa dell’ambiente sociale e naturale da azioni distruttive e discriminatorie che creano disuguaglianze e ponendo una particolare attenzione alle strutture di potere che opprimono determinate categorie di individui.
Il termine Green Criminology è stato coniato per la prima volta da M. J. Lynch (1990) a seguito di uno studio da cui, lo stesso autore, ha distinto e sostenuto come, in una dimensione culturale, politica ed economica, l’eccessivo valore attribuito alla crescita economica causasse i più gravi danni ambientali. Secondo il pensiero di Lynch, per controllare i danni ambientali risulterebbe necessario che la criminologia “green” si basasse su un’analisi politico-economica che avesse l’obiettivo non solo di esporre le cause dei danni ambientali ma di porre e indicare analisi e rimedi fondati su azioni socio-politiche.
Anche altri studiosi, successivamente, hanno esaminato le origini economiche e politiche della criminalità verde e dell’ingiustizia ambientale rendendo il termine più ampiamente usato dopo la pubblicazione di uno studio speciale sulla criminologia verde (green criminology) a cura di Pierce Beirne e Nigel South (1998).
Secondo gli autori Pierce Beirne e Nigel South (2007), la green criminology potrebbe essere definita come l’analisi di quei danni agli essere umani, agli animali ed all’ambiente naturale commessi sia da individui comuni ma soprattutto da attori istituzionali dotati di potere.
Recentemente Rob White (2011), uno dei criminologi più rappresentativi della criminologia ambientale, non esplicita una definizione univoca della “green criminology” ma ne individua tre possibili aree di studio/competenza su cui tale nuova disciplina trova dei capisaldi ponendo l’attenzione sulla giustizia ambientale che analizza il rapporto uomo/ambiente, la giustizia ecologica che studia intrinsecamente l’ambiente naturale ed infine la giustizia tra le specie che pone l’attenzione sui diritti degli animali.
Anche se originariamente proposta come approccio socio-politico ed economico per lo studio criminologico del danno ambientale, l’accezione corrente di criminologia ambientale (green criminology) inquadra la tematica in una visione riconducibile all’analisi dei danni ambientali da una prospettiva criminologica, applicando il pensiero criminologico alle questioni ambientali estrapolando valutazioni sulle tipologie di crimini e/o danni inflitti all’ambiente (green crime), sul modus operandi dei criminali che commettono reati contro l’ambiente e sulle vittime primarie e secondarie di tali azioni criminali (vittimologia ambientale) spaziando anche sulla prevenzione e risposta istituzionale e giuridica a tali atti criminosi.
Utilizzando una più ristretta, ma meno controversa, concettualizzazione della green criminology, essa rappresenta il punto di incontro tra la criminologia e le questioni ambientali, l’analisi delle violazioni delle leggi destinate a proteggere l’ambiente naturale e/o gli animali mediante atti criminosi.
In una definizione più ampia, invece, la criminologia verde analizza i danni sociali e individuali causati da o attraverso il danno intenzionale o negligente dell’ambiente. Si preoccupa di tutti i tipi di danno inflitto all’ambiente causato dall’attività antropica, indipendentemente dal fatto che ci siano o meno vittime umane evidenti.
Il nesso tra le condizioni ambientali e la criminologia essenzialmente si potrebbe svolgere su tre livelli: in primo luogo si possono identificare una serie di reati ed una conseguente attività di giustizia penale direttamente connessa alle questioni ambientali; in secondo piano, possiamo percepire lo studio del danno come una naturale estensione della fondamentale tradizione socio-criminologica mettendo in discussione criticamente la definizione di crimine ed il soggetto interessato dall’evento delittuoso ed infine è possibile identificare un numero di aree di convergenza all’interno dei più tradizionali capisaldi socio-criminologici.

I “Green Crime”.
Attualmente la criminalità ambientale non ha una definizione universalmente concordata, ma viene regolarmente utilizzata per riferirsi a quasi tutte le attività illegali che danneggiano l’ambiente per il beneficio (spesso finanziario) di individui, gruppi o aziende. Ciò può comportare lo sfruttamento illegale e il traffico di risorse naturali, la contaminazione delle matrici ambientali e il traffico di sostanze pericolose. Mentre alcuni reati ambientali sono di carattere locale, altri crimini possono rientrano nella categoria della criminalità organizzata transnazionale, in quanto i gruppi criminali e le reti ad essi connessi, sono sempre più impegnati in ciò che attualmente rappresenta una crescente opportunità lucrativa. Molto spesso il modus operandi delle reti criminali comporta la corruzione e il riciclaggio di denaro in relazione ai crimini contro l’ambiente.
Il crimine ambientale copre la gamma di attività che violano la legislazione ambientale e causano danni o rischi significativi per l’ambiente, la salute umana o entrambi.
Gli studiosi Lynch e Stretesky (2003) propongono una definizione di green crime connessa alla teoria di base secondo cui esiste una matrice comune tra i crimini ambientali ed il potere all’interno della società, includendo condotte che non necessariamente possono violare norme ambientali esistenti ma che inducono ad un danno ambientale identificabile e quantificabile la cui origine è di natura antropica.
In letteratura sono state proposte due percezioni diverse di danno (White, 2008): il danno Antropocentrico e il danno Ecocentrico. La prima tipologia di danno esamina il pregiudizio per l’ambiente dal punto di vista dell’umanità, considerando ad esempio un danno da inquinamento come un problema in quanto danneggia le singole matrici ambientali provocando anche malattie il cui superamento comporta un notevole e costoso impatto. La seconda prospettiva di danno non separa gli esseri umani dal resto dell’ecosistema e quindi considera i danni ambientali a livello complessivo indipendentemente dal fatto che esista o meno un impatto economico specifico per l’uomo.
Alcuni studiosi, tra cui Nigel South (2008), propongono due visioni diverse di criminalità “verde” individuandone una Primaria in cui esiste una correlazione diretta tra crimine commesso e atti che generano danni all’ambiente (inquinamento, deforestazione e commercio illegale di carbone, estrazione illegale di risorse naturali e minerali, commercio illegale di rifiuti e sostanze pericolose, bracconaggio e crudeltà verso la fauna).
La criminalità ambientale Secondaria invece contempla e analizza gli atti criminosi che si fondano su quanto indirettamente collegato alle questioni ambientali (terrorismo ambientale, atti violenti contro gruppi ambientalisti, frode e concussione per la violazione delle normative ambientali).
I reati ambientali, abbracciando un ampio ventaglio di attività illecite, consentono lo sviluppo di eventi criminosi altamente lucrativi e molto attraenti per varie organizzazioni criminali. Il coinvolgimento di gruppi criminali organizzati che agiscono anche a livello transfrontaliero è uno dei principali fattori che hanno favorito la notevole estensione dei reati ambientali negli ultimi anni.
Spinti da considerevoli guadagni economici e agevolati da un basso rischio di rilevazione e di limitati tassi di condanna, le reti criminali stanno manifestando sempre più interessate per tali “eco-attività” illecite. Questi fenomeni alimentano la corruzione, il riciclaggio di denaro pregiudicando lo stato di diritto e colpiscono le comunità mettendo a rischio la salute e la sicurezza dei cittadini.
Il livello organizzativo essenziale per questi reati indica anche un nesso con altri gravi atti delittuosi, tra cui furto, frode, corruzione, droga e traffico di esseri umani, contraffazione, contrabbando di armi da fuoco e riciclaggio di denaro.
I reati ambientali rappresentano un’attuale forma emergente di criminalità organizzata transnazionale che richiede un’analisi più approfondita e risposte più coordinate a livello nazionale e internazionale.
Gli organismi internazionali preposti alla prevenzione, lotta e risposta ai vari fenomeni di criminalità (INTERPOL, EUROPOL, UNICRI) e gli enti finalizzati alla tutela dell’ambiente (UNEP), da anni considerano la criminalità ambientale, compresi i suoi legami con altre forme di delinquenza, un grave e crescente pericolo per lo sviluppo, la stabilità globale e la sicurezza internazionale, tanto da contribuire sinergicamente alla lotta dei crimini contro l’ambiente e le minacce emergenti, attraverso la costruzione di una solida rete internazionale finalizzata alla ricerca applicata, la sensibilizzazione e le iniziative di sviluppo delle capacità di risposta a tali fenomeni.
Nonostante tutti questi sforzi, i crimini ambientali spesso non riescono a sollecitare una decisa risposta governativa adeguata collocandosi, ancora oggi, tra le ultime priorità delle forze di polizia e sono comunemente puniti con sanzioni non sempre chiare e poco incisive.
Un primo report analitico realizzato dalla Organizzazione internazionale della Polizia Criminale (INTERPOL) e dal Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP), ha analizzato un periodo temporale antecedente al 2014 evidenziando le attività criminali ambientali transnazionali finanziariamente più gratificanti. Esse includono:
• Deforestazione e commercio illegale di risorse naturali (valore annuo stimato (USD): 30-100 miliardi);
• Estrazione e traffico illecito di minerali (valore annuo stimato (USD): 12-48 miliardi);
• Pesca illegale (valore annuo stimato (USD): 11-30 miliardi);
• Commercio illegale di piante e bracconaggio di animali selvatici (valore annuo stimato (USD): 7-23 miliardi);
• Commercio illegale di sostanze pericolose (valore annuo stimato (USD): 10-12 miliardi);
Complessivamente nel periodo pre-2014, si è stimato un valore annuo del crimine ambientale transnazionale compreso tra 70-213 miliardi all’anno (USD).
In un’ottica attuale di studio, in aggiornamento al precedente report, le istituzioni internazionali (INTERPOL-UNEP) hanno documentato (cfr. Tabella 1) un aumento delle perdite annue di risorse riconducibili ai crimini ambientali, stimando nel 2016 un incremento annuo complessivo pari a 91-259 miliardi (USD), con un valore percentuale positivo pari al 30-22% con un aumento medio del 26%, il cui motore trainante si può individuare nel commercio illegale di risorse naturali (+ 70-52%) e constatando una lieve flessione della pesca illegale (11-23.5 miliardi (USD)).

Diverse tipologie di reati ambientali e la loro stima approssimativa pre-2014/2016
(UNEP-INTERPOL)
Crimine Ambientale Perdita annua di risorse
Stima pre 2014 (USD)
Perdita annua di risorse
Stima 2016 (USD)
Commercio illegale di risorse naturali 30-100 miliardi 50.7-152 miliardi
Estrazione e traffico illecito di minerali 12-48 miliardi 12-48 miliardi
Pesca illegale 11-30 miliardi 11-23.5 miliardi
Commercio illegale di piante e bracconaggio di animali selvatici  7-23 miliardi  7-23 miliardi
Commercio illegale di sostanze pericolose 10-12 miliardi 10-12 miliardi
Somma Crimini Ambientali  70-213 miliardi 91-259 miliardi

Tabella 1

Lo sfruttamento illegale delle risorse naturali ha ovvie conseguenze negative sui potenziali ricavi provenienti da svariati settori di sviluppo per ogni comunità (es. turismo, importexport…) che intrinsecamente avrebbero potuto produrre sviluppo socio-territoriale, sanitario, infrastrutturale ed imprenditoriale.

I “Power” e “State-Corporate” Crimes.
I reati legati alle risorse naturali, ai rifiuti e alla fauna selvatica, con conseguenti risvolti in materia di frode fiscale e riciclaggio di denaro, “cyber crime”, reati finanziari e frode dei crediti di carbonio, dimostrano come i “crimini di potere” possano essere la rappresentazione di un mercato illegale sommerso con bassi rischi ed alti profitti anche in campo ambientale. La visione suggerita da Frank Pearce (1976) in merito ai “crimini di potere” pone l’attenzione criminologica su una prospettiva di analisi indirizzata verso “gli alti strati sociali” includendo in tale espressione i “white-collar crime” e gli “state-corporate crime”, sottolineando l’importanza e la notevole influenza dei soggetti politico-economici nello studio dei comportamenti criminosi. Il rapporto tra crimine organizzato e colletti bianchi è stato da sempre un connubio ben definito soprattutto sotto l’aspetto economico-finanziario e solo recentemente tale punto di osservazione si è radicalmente spostato verso le questioni criminologiche green. Proprio in virtù di tale cambiamento, alcuni autori hanno approfondito importanti sovrapposizioni tra crimini ambientali e crimini di potere. Trattandosi di crimini realizzati da attori con elevato potere socio-economico (istituzioni politico-finanziarie e multinazionali), secondo l’analisi dello studioso Ruggiero (2013) tali azioni criminose possono essere definite come “crimini potenti” (powerful crimes). Il potere da essi esercitato si manifesta nella opportunità di attuazione di rilevanti azioni a fronte della possibilità di utilizzo di elevate risorse.
Presentano, inoltre, un’estrema versatilità grazie alla celere mobilità negli scambi economico-finanziari e commerciali a fronte di significativi profitti da attività criminose anche a livello ambientale.
Tali crimini mostrano anche una notevole “invisibilità” grazie alla quale i “white-collar crime” non condividono con le vittime la scena del crimine ed i luoghi in cui viene commesso l’atto criminoso che non sempre potranno coincidere con quelli in cui si manifestano gli effetti del danno ed inoltre non esiste una sovrapposizione del tempo di esecuzione del crimine con quello della manifestazione delle conseguenze dannose sulle vittime.
Questi crimini, compresi i reati societari attraverso una vasta rete di società fittizie con sede in paradisi fiscali, utilizzando anche uno schema a “scatole cinesi”, coinvolgono gravi crimini e ingenti somme di denaro che tendono a minare i mercati giuridici, azionari e le imprese permettendo alla criminalità organizzata di utilizzare tali meccanismi criminali per riciclare i soldi, ad esempio, dal traffico illegale di droga e/o armi.
Una particolare categoria di crimini, da includere nella sfera dei crimini ambientali, venne individuata e proposta dallo studioso Ruggiero (2013) che ne individuò una differente peculiarità nel campo d’azione. Tale tipologia di atto criminoso, definito dallo stesso autore “foundational power crime” si manifesta in un campo d’azione non ben definito in cui le condotte sono in un “limbo” giuridico-legislativo e pertanto potrebbero diventare oggetto di normativa sanzionatoria oppure trasformarsi in azione comune accettata dalla comunità e dalle istituzioni. In tale complessa ed innovativa sfera nozionistica-criminologica vengono annoverati quei crimini riguardanti la riduzione delle emissioni di carbonio in atmosfera da parte dei Paesi più sviluppati che, pur dichiarando una diminuzione del 2% delle loro emissioni, hanno incrementato le importazioni di beni dai Paesi più svantaggiati “appaltando” le consequenziali emissioni con l’ovvio risultato di aumentare l’inquinamento globale, trasferendo l’azione di responsabilità delle drammatiche conseguenze ambientali.
Il “Carbon Trading” è un mercato mondiale in rapida crescita e la vulnerabilità di tale sistema, in un’ottica criminale riconducibile al reato di frode e commercio illegale, deriva soprattutto dall’immaturità del mercato e dalla natura immateriale delle operazioni e del prodotto. Modus operandi analogo e conseguenze simili, si possono riscontrare anche nel caso di trasferimento illecito di sostanze tossiche con associati fenomeni corruttivi e falsificazione di atti e documenti.
Da quanto finora esposto si evince che la caratteristica principale della green criminology è l’analisi dei comportamenti delittuosi verso l’ambiente visualizzati sia da una prospettiva “micro” relativa ai singoli comportamenti individuali, sia a livello “macro” inglobando anche i “crimini potenti” e gli atti criminosi dei potenti. In considerazione di tale innovativa ottica di applicazione del pensiero criminologico, una corrente di pensiero proposta dagli studiosi Ronald C. Kramer e Raymond J. Michalowski (2012), considera il cambiamento climatico globale un esempio attuale di “state-corporate crime” individuando e analizzando le modalità che inducono danni ambientali e sociali da parte dell’industria mondiale dei combustibili fossili e identificando atteggiamenti socio-politici atti ad occultare la responsabilità umana del riscaldamento globale, ad ostacolare la riduzione dei gas serra ed escludere qualsiasi azione atta alla riduzione delle attività che concorrono al “Climate Change”. La visione nozionistica di “state-corporate crime” implica una partnership pubblico-privato ponendo l’attenzione su quelle azioni socialmente illegittime e/o dannose attuate da una alleanza organizzativo-decisionale tra istituzioni pubbliche ed economico-industriali.
Un ulteriore importante contributo della criminologia ambientale in riferimento al cambiamento climatico è stato apportato da una pubblicazione di White (2012) in cui si evidenzia la natura criminologica transazionale del cambiamento climatico rappresentando il più grave crimine ambientale a livello globale, innescando una peculiare vittimizzazione differenziata in relazione alle zone geografiche ed alle specifiche condizioni politiche e socio-economiche.
Tale studio ha individuato i crimini ambientali strettamente connessi al Climate Change (“pollution crime”), le azioni devianti originatesi dalle relative conseguenze e le violazioni normative in risposta a tale fenomeno. Coerentemente con tale visone del fenomeno, alcune possibili azioni da intraprendere nel campo dei fenomeni criminologici ambientali connessi al cambiamento climatico potrebbero essere riconducibili ad un indebolimento dei processi che celano le dannose conseguenze, allo sviluppo di azioni di attivismo ambientale, alla mitigazione degli effetti del fenomeno anche attraverso la modifica dei rapporti tra istituzioni politiche ed economiche, al rafforzamento del rapporto tra comunità scientifica ed istituzioni internazionali atte a monitorare il Climate Change ed allo sviluppo di un nuovo approccio conoscitivo del sapere criminologico in campo ambientale ritenendo tale aspetto di rilevanza pubblica.

Carbon Trading & Corruption.
Un’indagine condotta dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) ha rivelato che la corruzione tende ad un uniformarsi tanto nei paesi sviluppati quanto in quelli in via di sviluppo e, specialmente in questi ultimi, sembra avere un impatto decisivo sul quantitativo di emissioni di CO2 finalmente registrate dalle autorità competenti (Zhang et al, 2016). Per quanto riguarda i meccanismi con cui la corruzione tende ad impattare sulle emissioni di Diossido di Carbonio, una serie di studi ha effettivamente tentato di fornire alcune spiegazioni. Innanzitutto sembra che, a causa sia di una regolamentazione imperfetta che della complessità delle questioni di natura ambientale, la corruzione si estenda così in profondità al punto da inglobare gran parte delle realtà istituzionali (a partire dalle autorità per la tutela dell’ambiente fino agli uffici della pubblica amministrazione), producendo effetti devastanti sulla gestione dei servizi ecologici rivolti alla tutela dell’ambiente (Zhang et al, 2016; Transparency, 2019). Ad esempio, secondo il rapporto Guardian del 24 agosto 2015, circa 600 milioni di tonnellate di carbonio sono state illecitamente emesse nonostante il vigente atto prodotto dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), generando un’inevitabile sequela di accuse di corruzione e associazione a delinquere ai danni di svariati paesi firmatari (Zhang et al, 2016). Ancora, utilizzando i dati di 94 paesi per il periodo compreso tra il 1987 e il 2000, Cole (2007) ha esaminato gli effetti diretti e indiretti della corruzione sulle emissioni di carbonio sottolineando che la corruzione non solo può influenzare attivamente le emissioni di carbonio al di fuori della necessaria regolamentazione ambientale ma può anche indirettamente influenzare le emissioni di CO2 impattando sulla crescita economica dei paesi coinvolti. Altri studi e ricerche hanno, in modo interessante, rivelato l’esistenza di una potenziale correlazione fra la qualità ambientale offerta dai paesi analizzati ed i loro livelli di corruzione interna (cfr. Tabella 2).

Esempi di studi che mettono in luce il collegamento esistente fra la corruzione e la qualità ambientale
Lavoro in Letteratura Argomento Risultati
Ozturk & Al-Mulali (2015) Corruzione ed emissioni di CO2 La corruzione si correla positivamente al tasso di emissioni di CO2
Biswas e colleghi (2012) Inquinamento, ‘shadow economy’ e corruzione La relazione fra l’inquinamento e la shadow economy dipende fortemente dalla corruzione
Cole (2007)  Corruzione e politiche ambientali Le differenze nei livelli di corruzione tra i paesi sembravano essere più importanti delle differenze di reddito. I livelli di corruzione sono stati il fattore più importante per spiegare la variazione delle politiche ambientali nei paesi dell’Unione europea allargata (UE)
Fredriksson e colleghi (2004) Corruzione ed efficienza energetica Una maggiore corruzione dei policy makers riduce il rigore delle politiche energetiche
Damania e colleghi (2003)  Corruzione e politiche ambientali L’effetto prodotto dalla liberalizzazione degli scambi sulla rigidità delle politiche ambientali dipende dal livello di corruzione

Tabella 2

A questo proposito, Callen e Long (2015) hanno messo in luce l’esistenza di veri e propri ‘corrupted networks’ tra gruppi politici ed organi istituzionali aventi come unico scopo quello di promuovere un invisibile commercio di servizi di natura eco-ambientale in cambio di vantaggi personali. All’interno di questo meccanismo corruttivo, specialmente in seguito all’approvazione del Protocollo di Kyoto, rientra anche (e soprattutto) il commercio di crediti CO2. A riprova di ciò, vi sono diverse ricerche che hanno dimostrato l’esistenza di una correlazione positiva significativamente forte proprio fra le emissioni di CO2 ed i tassi di corruzione registrati a livello nazionale. Ad esempio, uno studio condotto da Ozturk e Al-Mulali (2015) ha rivelato che l’applicazione di misure anti-corruzione nazionali più stringenti ha permesso una drastica riduzione delle emissioni di diossido di carbonio. Ancora, Biswas e colleghi (2012) hanno condotto una ricerca che ha messo in luce il fatto che la forte correlazione positiva esistente fra la cosiddetta ‘shadow economy’ (l’economia ombra), intesa come il prodotto economico derivante da dinamiche illecite nel sistema giuridico-amministrativo nazionale, ed i livelli di inquinamento ambientale (tramite anche CO2) sembra dipendere dal livello di corruzione registrato. A sostegno di quanto riportato da Biswas e colleghi nel 2012, l’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (USAID) ha rivelato che è stata proprio la corruzione nel settore economico-ambientale, anche in materia di carbon dioxide market, a provocare lo spostamento (ed utilizzo improprio) di fondi stanziati per la realizzazione di progetti eco-sostenibili (Zhang et al, 2016). Tutto questo perché l’inquinamento, o la cosiddetta ‘aria sporca’, sono divenute delle preziose merci di scambio all’interno di un mercato globale sempre più normalizzato (Walters & Martin, 2013).
In tal senso, la Sezione 17 del Protocollo di Kyoto ha stabilito precisi criteri commerciali da rispettare in materia di ‘carbon dioxide trade’. Esso afferma, infatti, che quest’ultimo deve essere sempre e comunque tracciato e monitorato (Walters & Martin, 2013), producendo così un vero e proprio mercato di nicchia (UN Framework Convention on Climate Change, 1997).
Di conseguenza, al fine di facilitare l’avvio (ed il mantenimento) di quest’ultimo sono stati sviluppati alcuni metodi, ad esempio: (a) lo ‘scambio’ (attraverso l’acquisto e la vendita) di crediti di emissione per compensare volontariamente quelle emissioni che non è possibile ridurre; (b) agevolazioni fiscali e contributi per facilitare investimenti su progetti per lo sviluppo eco-sostenibile (specialmente nei paesi in via di sviluppo) così da compensare e consequenzialmente ridurre le emissioni di CO2 (Corbera e Brown, 2010). All’interno di tale cornice, i tentativi internazionali rivolti alla regolamentazione e al rispetto delle emissioni atmosferiche, attraverso permessi e modelli di partnership, sono stati indubbiamente numerosi (Walters, 2010). Tuttavia, la maggior parte di essi si è rivelata insoddisfacente, inefficace e a volte addirittura controproducente proprio a causa del fatto che il mercato è diventato il fulcro di prevedibili fenomeni di ‘corruption and compliance’ (Walters & Martin, 2013).
Infatti, i maggiori inquinatori del mondo quali le multinazionali, si sono sempre più avventurati nel mercato volontario dei crediti di carbonio, in gran parte non regolamentato, per compensare le loro emissioni e offrire così ai propri clienti l’opportunità di essere “carbon neutral” (Walters & Martin, 2013). Di conseguenza, questo mercato ha visto la proliferazione dei cosiddetti ‘broker di carbonio’, i quali tendono ad offrire compensazioni di CO2 sulla base delle necessità dei loro potenziali clienti (Walters & Martin, 2013). Il risultato è stato la costruzione di un meccanismo commerciale molto fluido e permeabile anche verso potenziali investitori esterni, incluse eventuali organizzazioni criminali.
Infatti, mentre i singoli consulenti sfruttano l’architettura fluida di questo mercato per aumentare i profitti dei loro clienti (oltre che di loro stessi), è vero anche che essa genera, al contrario, una sequela di abusi centralizzati (Lohmann, 2009). Ad esempio, un problema chiave è che per ogni progetto inclusivo di eventuali compensazioni di CO2, i consulenti chiamati a lavorarci devono sviluppare, in una sorta di analisi demiurgica, una ‘storia’ che possa descrivere ipoteticamente il mondo nel caso in cui il progetto non venisse attuato, associando a quel ‘mondo’ un quantitativo previsto di emissioni di CO2 (Lohmann, 2009). Successivamente, attraverso una comune sottrazione fra la previsione di carbonio emesso e quello ridotto attraverso il progetto, devono dimostrare che, al contrario, l’attuazione di quest’ultimo permetterebbe effettivamente la riduzione di emissioni di CO2 nell’aria (Lohmann, 2009). Infine, sulla base di questa differenza, viene identificato il numero di crediti di compensazione previsti che il progetto permetterà di vendere (Lohmann, 2009).
Questa procedura, come sottolineato da Transparency International (2012), tende ad essere esposta a fenomeni corruttivi. Ad esempio, dopo l’approvazione del Protocollo di Kyoto, un’indagine condotta in Ucraina nel 2010 ha rivelato che la procedura di assegnazione e vendita dei crediti CO2 (del valore di circa 320 milioni di euro) alla Spagna e Giappone è stata esposta in modo significativo a fenomeni corruttivi da parte dei rappresentanti dei governi coinvolti (Transparency International, 2012). Il risultato è stato lo spostamento del denaro ricevuto, dapprima frazionato in quantitativi più piccoli, in conti offshore dai quali poi sarebbe stato intaccato di volta in volta per finanziare attività ben diverse dalle cosiddette ‘greening activities’ (attività per la riduzione delle emissioni) (Transparency International, 2012).
Pertanto, osservando la letteratura esistente ed i numerosi case studies effettivamente riportati, si nota che la modalità con cui viene gestita la distribuzione delle quote non sembra aver funzionato. Infatti, i dati dell’ultima stima prodotta dal Carbon Dioxide Information Analysis Center (CDIAC) mostrano che le emissioni europee di CO2 in atmosfera sono state, nel 2014, di 3590 Mt di CO2 (circa il 10% delle emissioni mondiali), corrispondenti al 61% al di sopra delle emissioni del 1990, l’anno di riferimento stabilito da Kyoto (Giaccio, 2015). A tal proposito, la letteratura stima che tra il 33% e il 66% dei certificati presenti sul mercato europeo non rappresentano reali riduzioni di emissioni di carbonio (Wara, 2008; Giaccio, 2015). Al contrario, secondo quanto affermato da Giaccio (2015), sono soprattutto i trader e gli intermediari finanziari ad essersi arricchiti proprio a causa di frequenti casi di frodi e corruzione.
Alla luce di quanto emerso fino ad ora, non sorprende che la letteratura internazionale abbia individuato dei sostanziali problemi nel mercato dei crediti CO2, quali ad esempio (Giaccio, 2015):
Le imprese più inquinanti sono al contempo anche quelle che trainano economicamente il mercato. Queste ultime, come rivelato in numerosi casi, si sono rese protagoniste di raggiri sistematici per far affluire il denaro all’interno del mercato dei crediti CO2, pur essendo inefficace rispetto ad una vera e propria riduzione delle emissioni;
Molti progetti nel campo ‘green emissions’ hanno evidenziato casi di frode (o sospetto di frode) e di doppia contabilità.
Le problematiche riscontrate hanno fatto sì che numerosi autori evidenziassero la necessità di revisionare urgentemente la politica del funzionamento del meccanismo per lo sviluppo pulito (CDM) (Giaccio, 2015). Ad esempio, alcuni suggeriscono una moratoria immediata di tutti i nuovi crediti di carbonio sia nel sistema CDM che in quello per lo scambio commerciale delle quote (o permessi di emissione) di anidride carbonica emessa (ETS) (Giaccio, 2015). In seguito, come suggerito da Giaccio (2015), il CDM e l’ETS dovrebbero essere eliminati, a causa dei profondi difetti strutturali e di attuazione che comportano. Di conseguenza, il danno fatto finora dai CDM dovrebbe essere incluso nel calcolo del ‘debito climatico’ che i paesi più sviluppati devono a quelli in via di sviluppo, con l’obiettivo di compensare le vittime dei CDM in modo appropriato contrastando così eventuali casi di corruzione e frode.
Si potrebbe infine affermare che il meccanismo proposto dall’ETS ha provocato l’effetto contrario a quanto si proponeva. Infatti, dal momento che i permessi costano poco, l’investimento in progetti reali per ridurre le emissioni non sembrano convenire alle aziende, in quanto maggiormente orientate verso l’acquisto di quote eccedentarie del mercato avvalendosi, a volte, di piccoli ‘loops’ (falle) nel sistema.
Questo tipo di meccanismo ha probabilmente facilitato il verificarsi di frequenti (e spesso ingenti) movimenti finanziari, i quali possono essere altrettanto frequentemente divenuti la porta d’ingresso di dinamiche corruttive, compliance e frodi.

L’impegno dell’Europa verso un’economia più sostenibile. L’Accordo di Parigi.
L’Accordo di Parigi, del 2015, per la prima volta, unisce tutte le Nazioni al perseguimento di una causa comune, ovvero mettere in atto ambiziosi sforzi per contrastare il cambiamento climatico e adattarsi ai suoi effetti, tentando anche di aiutare i Paesi in via di sviluppo a raggiungere tale scopo. con un maggiore sostegno per i Paesi in via di sviluppo.
L’obiettivo centrale dell’Accordo di Parigi è, appunto, rafforzare la risposta globale alla minaccia dei cambiamenti climatici mantenendo un aumento della temperatura globale di questo secolo ben inferiore ai 2 gradi Celsius rispetto ai livelli preindustriali e proseguire gli sforzi per limitare l’aumento della temperatura anche a 1,5 gradi Celsius.
L’’accordo, inoltre, tende ad incrementare la capacità dei Paesi ad affrontare gli impatti dei cambiamenti climatici. Per raggiungere questi obiettivi verranno introdotti adeguati flussi finanziari, un nuovo quadro tecnologico e un quadro rafforzato per lo sviluppo delle capacità, sostenendo in tal modo l’azione dei paesi in via di sviluppo e dei paesi più vulnerabili, in linea con i loro obiettivi nazionali. L’accordo prevede anche una maggiore trasparenza dell’azione e del sostegno attraverso un quadro di trasparenza più solido. L’accordo di Parigi impone a tutte le parti di mettere in atto i loro migliori sforzi attraverso contributi a livello nazionale (NDC) e di rafforzare questi sforzi nei prossimi anni. Nel 2018, era prevista una valutazione degli sforzi e dei progressi messi in atto dalle Parti per raggiungere l’obiettivo fissato nell’Accordo di Parigi e per relazionare in merito all’organizzazione dei NDC. Ci sarà anche uno stock globale ogni 5 anni per valutare i progressi collettivi verso il conseguimento dello scopo dell’accordo e per informare ulteriormente le singole azioni delle parti.
L’accordo di Parigi è entrato in vigore il 4 novembre 2016, trenta giorni dopo la data in cui almeno 55 parti della convenzione che rappresentano in totale almeno il 55% delle emissioni globali complessive di gas a effetto serra hanno depositato i loro strumenti di ratifica, accettazione, approvazione o adesione.
Finanza sostenibile: “la tabella di marcia” della Commissione per un’economia più verde e pulita
La Commissione Europea, a fronte, di un pianeta sempre più esposto alle imprevedibili conseguenze del cambiamento climatico e dell’esaurimento delle risorse, si è prodigata per sviluppare una strategia per la realizzazione di un sistema finanziario che sostenga il programma dell’Unione Europea per il clima e lo sviluppo sostenibile.
Per conseguire gli obiettivi dell’Unione Europea per il 2030, concordati a Parigi, in particolare la riduzione del 40% delle emissioni di gas a effetto serra, come detto, occorrono investimenti supplementari dell’ordine di 180 miliardi di euro all’anno. La Commissione Europea, pertanto, redige una tabella di marcia per rafforzare il ruolo della finanza nella realizzazione di un’economia efficiente che consegua anche obiettivi ambientali e sociali, a vantaggio del pianeta e della nostra società.
La transizione verso un’economia più verde e sostenibile, peraltro, favorisce la creazione di nuovi posti di lavoro, gli investitori ed i cittadini potranno avranno la certezza che il loro denaro venga utilizzato in modo responsabile e a favore della sostenibilità.
5.3 Principi chiave della “tabella di marcia”
Nel 2017, la Commissione ha incaricato un gruppo di esperti di finanza sostenibile per predisporre un pacchetto di raccomandazioni rivolte al settore finanziario, per accompagnare la trasformazione verso un’economia a basse emissioni di carbonio. La Commissione Europea, quindi, propone una “tabella di marcia” che predispone i lavori e le iniziative future che coinvolgeranno tutti i soggetti interessati del sistema finanziario. Le azioni proposte possono riassumersi come segue:
creare un linguaggio comune per la finanza sostenibile, un sistema unificato, quindi, di classificazione dell’UE o “tassonomia” per individuare ciò che è sostenibile e riconoscere gli ambiti in cui gli investimenti sostenibili possono incidere maggiormente.
creare marchi UE per i prodotti finanziari, permettendo così agli investitori di individuare agevolmente gli investimenti che rispettano i criteri ambientali o di basse emissioni di carbonio.
chiarire l’obbligo, per i gestori di attività e gli investitori istituzionali, di tenere conto dei fattori di sostenibilità nel processo di investimento e di rendere più stringenti gli obblighi di comunicazione.
imporre alle imprese di assicurazione e di investimento di indirizzare i clienti a seconda delle loro preferenze in materia di sostenibilità.
integrare la sostenibilità nei requisiti prudenziali: le banche e le imprese di assicurazione sono una fonte importante di finanziamento esterno per l’economia europea. La Commissione esaminerà la fattibilità di una ricalibrazione dei requisiti patrimoniali delle banche (il cosiddetto “fattore di sostegno verde”) per gli investimenti sostenibili, quando si giustifica sotto il profilo del rischio, al tempo stesso assicurando la tenuta della stabilità finanziaria.
Migliorare la trasparenza per quanto riguarda le comunicazioni societarie: si propone di rivedere le linee guida sulle informazioni non finanziarie per allinearle maggiormente alle raccomandazioni della task force del Consiglio per la stabilità finanziaria sull’informativa finanziaria collegata al clima.

Cosa si può fare?
Adottando l’accordo di Parigi sul cambiamento climatico e l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile, l’UE e i governi del mondo si sono impegnati a favore dell’obiettivo di un’economia e una società più sostenibili. L’UE si sta già rivelando determinante grazie alla strategia in materia di energia e clima, al piano d’azione per l’economia circolare e all’attuazione dell’Agenda 2030. Per conseguire una crescita più sostenibile, quindi, occorre che ciascun membro della società faccia la propria parte e il sistema finanziario non fa eccezione. Riorientare i capitali privati verso investimenti più sostenibili, infatti, comporta un riesame globale del funzionamento del nostro sistema finanziario.
Dal Protocollo di Kyoto al Pacchetto clima energia 2030 dell’Unione europea
La ratifica del Protocollo di Kyoto, del 11 dicembre 1997, ha rappresentato per l’Unione Europea e i suoi Stati membri la prima presa di responsabilità in merito alla riduzione delle emissioni di gas serra. L’Unione Europea, infatti, si è vincolata a ridurre le proprie emissioni di gas serra, nel periodo tra il 2008 ed il 2012, dell’8% rispetto ai livelli del 1990. L’impegno alla riduzione dei gas serra è stato suddiviso tra gli Stati Membri e all’Italia è stata assegnata una riduzione delle emissioni del 6,5% rispetto ai livelli del 1990, tale decisione assunta in ambito comunitario è stata successivamente introdotta nell’ordinamento nazionale con la legge 120/2002.
Nell’ambito della XVIII Conferenza delle Parti della Convenzione Quadro sui i cambiamenti climatici (Unfccc – Cop18/Cmp8), svoltasi a Doha nel 2002, è stato possibile raggiungere un accordo a livello internazionale per la successiva ulteriore riduzione delle emissioni di gas serra dei Paesi industrializzati nel periodo 2013-2020. L’Italia ha ratificato tale accordo il 18 luglio 2016.
Il Consiglio Europeo, nella primavera del 2007, lungimirante rispetto agli avvenimenti a livello internazionale, aveva già previsto un’apertura a un’economia a basso contenuto di carbonio mediante un approccio combinato che presumesse politiche energetiche alla lotta ai cambiamenti climatici. Il Consiglio d’Europa, pertanto, ha fissato i seguenti obiettivi da raggiungere entro il 2020:
riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra del 20% rispetto ai livelli del 1990, vincolante;
produzione di energia da fonti rinnovabili pari al 20% dei consumi energetici dell’Unione Europea, vincolante;
uso dei biocombustibili per il 10% della quantità di combustibile utilizzato nel settore dei trasporti, vincolante;
riduzione dei consumi energetici del 20% rispetto allo scenario energetico di riferimento, non vincolante
Successivamente, è stato approvato il cosiddetto “Pacchetto clima-energia”, ovvero un insieme di provvedimenti legislativi finalizzati all’attuazione degli impegni assunti: i provvedimenti più pregnanti in materia di gas ad effetto serra consistono nella decisione 406/2009/UE (c.d. Decisione “Effort Sharing” o Esd) riguardante gli obblighi degli Stati membri per ridurre le emissioni dei gas a effetto serra, al fine di adempiere agli impegni della Comunità in materia di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra entro il 2020 e la direttiva 2009/29/ UE che modifica la direttiva 2003/87/CE (c.d. Direttiva “Emissions Trading System” o Ets), la quale definisce il sistema comunitario per lo scambio di quote di emissione di gas a effetto serra.
Per gli anni successivi al 2020, invece, gli obiettivi di riduzione europei rispecchiano gli impegni presi dall’Unione nell’ambito della Cop21, svoltasi a Parigi nel 2015 (c.d. Accordo di Parigi).
L’Accordo, come già esemplificato, stabilisce il bisogno impellente di contenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto dei 2°C e di porre in essere tutti gli sforzi possibili per l’aumento a 1.5°C, rispetto ai livelli preindustriali. L’Italia ha sottoscritto l’accordo il 22 aprile 2016 e lo ha ratificato l’11 novembre 2016.
In ottemperanza dell’dell’Accordo di Parigi, ciascuna delle Parti deve predisporre e comunicare il proprio “Contributo determinato a livello nazionale” (Nationally Determined Contribution, Ndc) con l’obbligo di adottare misure idonee al suo raggiungimento. L’Unione Europea ha trasmesso il proprio Ndc il 5 ottobre 2016. Gli obiettivi, da raggiungere a livello europeo, entro il 2030, sono:
la riduzione delle emissioni di gas serra di almeno il 40% rispetto all’anno 1990, senza utilizzo di meccanismi di mercato internazionali.
– un obiettivo vincolante pari ad almeno il 27% di consumi energetici da rinnovabili;
– un obiettivo indicativo pari ad almeno il 27% per il miglioramento dell’efficienza energetica nel 2030 rispetto alle proiezioni del futuro consumo di energia.
L’obiettivo relativo alle emissioni è ripartito tra i settori Ets e non-Ets ed è pari, rispettivamente, ad una riduzione del 43% e del 30% rispetto ai livelli del 2005. Tra i settori da considerare per il raggiungimento dell’obiettivo non-Ets è incluso anche il settore dell’uso del suolo, dei cambiamenti di uso del suolo e della silvicoltura (“Lulucf”). Queste prescrizioni rientrano in una nuova proposta presentata il 30 novembre 2016 dalla Commissione relativa ad un pacchetto legislativo che prevede anche la modifica dell’Effort Sharing, dell’Ets e un regolamento sulla Governance dell’Unione dell’energia. Tale progetto la predisposizione, da parte degli Stati Membri, di Piani Nazionali Integrati Energia e Clima, i quali devono presumere politiche e misure nazionali, coadiuvanti il raggiungimento degli target europei previsti per il 2030. Detti Piani Nazionali devono predisposti considerando le 5 ‘dimensioni’ dell’Energy Union: sicurezza energetica, mercato interno dell’energia, efficienza energetica, decarbonizzazione, ricerca/innovazione/competitività.
Le nuove norme in materia di Effort Sharing e di Ets sono state adottate nel corso del 2018 (rispettivamente con il Regolamento 2018/842/UE e la Direttiva 2018/410/UE), mentre la proposta di regolamento sulla Governance è stata approvata nell’ambito del Trilogo (ossia l’incontro tra rappresentanti del Parlamento, del Consiglio e della Commissione) dello scorso 26 giugno e prevedeva l’invio delle bozze dei Piani Nazionali Integrati, entro dicembre 2018 e la loro conclusione entro il 31 dicembre 2019.
Il regolamento offre la garanzia di conquista dei target energetici e climatici dell’UE per il 2030, con particolare attenzione alle energie rinnovabili, all’efficienza energetica ed agli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra. Esso è il mezzo attraverso il quale l’Unione Europea adempie agli obblighi derivanti dall’accordo di Parigi. I Piani Nazionali per l’Energia e il Clima dei singoli Paesi dovranno includere obiettivi, contributi, politiche e misure a livello nazionale per ciascuna di queste categorie sopra citate: decarbonizzazione, efficienza energetica, sicurezza energetica, mercato interno dell’energia, nonché ricerca, innovazione e competitività.

L’evoluzione della decisione Effort Sharing.
La decisione 406/2009/UE Effort Sharing suddivide tra gli Stati membri il fine di riduzione delle emissioni di gas serra al 2020 per quei settori che non sono regolati dalla Direttiva Ets: trasporti, riscaldamento edifici parte dell’industria, agricoltura e rifiuti. Per l’Italia la decisione impone un obiettivo di riduzione del 13% rispetto ai livelli del 2005 da raggiungere entro il 2020.
La decisione 406/2009/CE, poi, inoltre predispone alcuni strumenti di flessibilità da utilizzare nel caso in cui lo Stato Membro non riesca a rispettare il target emissivo annuale. L’articolo 3 della decisione citata, infatti, prevede che nel periodo dal 2013 al 2019, uno Stato membro possa utilizzare in anticipo una quantità fino al 5% della sua assegnazione annuale di emissioni relativa all’anno successivo (c.d. borrowing), mentre qualora le emissioni di gas a effetto serra di uno Stato membro siano inferiori al target assegnato lo stesso può riportare all’anno successivo, fino al 2020, la parte della sua assegnazione annuale eccedente (c.d. banking). Le emissioni eccedenti l’obiettivo di un determinato anno possono, di fatto, entro certi limiti, essere compensate dalle maggiori riduzioni degli anni precedenti o successivi. Uno Stato membro può, ancora, dislocare, fino al 5% della sua assegnazione annuale di emissioni per un dato anno, ad altri Stati membri.
Gli Stati Membri, inoltre, per ottenere il conseguimento dei target, possono utilizzare i crediti di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra, ovvero riduzioni di emissioni certificate (Certified Emission Reductions — Cer) e unità di riduzione delle emissioni (Emission Reduction Units — Eru), come prevede l’art. 5 della decisione. Non sono previsti crediti dall’attività di uso del suolo, cambiamenti di uso del suolo e silvicoltura. Nella tabella 3 sono riportati i target annuali delle emissioni Esd in MtCO2eq3 per l’Italia sia così come stabiliti dalle decisioni del 2013, sia dalla successiva revisione per il periodo 2017 – 2020.

Tabella 3

Obiettivi Esd per l’Italia – target annuali MtCO2eq

2013 2014 2015 2016 2017 2018 2019 2020
Assegnazioni
ai sensi delle decisioni 2013/162/UE e 2013/634/UE
308.2 306.2 304.2 302.3 300.3 298.3 296.4 294.4
Assegnazione con valori modificati
ai sensi della Decisione (UE) 2017/1471
308.2 306.2 304.2 302.3 298.3 295.8 293.4 291.0

Fonte: Decisioni 2013/162/UE, 2013/634/UE e (UE) 2017/1471

L’Effort Sharing è stato recentemente rivisto dal Regolamento 2018/842/UE (c.d. Effort Sharing Regulation – Esr) del 30 maggio 2018, che stabilisce riduzioni annuali, a carico degli Stati membri, relative alle emissioni di gas serra a carico degli Stati membri nel periodo 2021-2030. Esso mira ad essere un supporto agli impegni assunti con l’accordo di Parigi, nonché a modificare il regolamento UE n. 525/2013. Tale Regolamento ripartisce tra gli Stati Membri l’obiettivo europeo di riduzione delle emissioni (30% rispetto al 2005) sulla base del Pil pro-capite del 2013. Per l’Italia è previsto un obiettivo di riduzione al 2030 del 33% rispetto al 2005. I target emissivi annuali del periodo 2021-2030 non sono ancora stati assegnati e nel regolamento si richiama esplicitamente a successivi atti di implementazione.
Con tale nuovo Regolamento, inoltre, si è proceduto ad intensificare gli strumenti di flessibilità previsti dalla legislazione previgente e ne sono stati introdotti di nuovi: poter usufruire, ad esempio, consiste nel poter usufruire di crediti generati dal settore Lulucf, per un ammontare massimo europeo di 280 milioni di tonnellate. Tale quota complessiva è stata suddivisa tra i diversi Stati membri, all’Italia sono state assegnate 11,5 Mt di CO2.da utilizzarsi nell’intero periodo 2021-2030.
E’ stata, poi, introdotta una “riserva di sicurezza”, pari a 105 Mt di CO2eq, destinata ai Paesi con Pil pro capite 2013 inferiore alla media UE, i quali dovranno effettuare riduzioni maggiori di quanto richiesto per il 2020 (“overachievement”). L’accesso alla riserva è subordinato al raggiungimento dell’obiettivo UE di riduzione al 2030, pari al 30% rispetto ai livelli del 2005 e prevede una flessibilità specifica per i Paesi con obiettivo positivo al 2020 (Paesi dell’Est che, di fatto, avevano la possibilità di aumentare le emissioni nel periodo 2013-2020), i quali potranno beneficiare al 2021 di una quota maggiore di emissioni.
Il sistema di scambio delle quote di emissione (Emission Trading System – Ets)
La Direttiva 2003/87/CE ha fondato il sistema comunitario per lo scambio di quote di emissione di gas a effetto serra (Emission Trading System – Ets), a partire dal 2005, per alcuni dei settori industriali maggiormente energivori, la quale, poi, ed è stata modificata dalla Direttiva 2009/29/ UE che ha incluso nel sistema anche il settore dell’aviazione. L’Ets, allo stato, si occupa del 45% circa delle emissioni di gas a effetto serra dell’UE.
In base alle disposizioni della Direttiva, per ogni anno viene fissato un tetto massimo di emissioni consentite per ciascun impianto/attività (quote di emissione) e attraverso un apposito registro europeo viene garantito lo scambio delle quote tra i diversi partecipanti al sistema. Ogni quota attribuisce il diritto ad emettere 1 tonnellata di CO2eq. Le quote vengono acquisite tramite un sistema d’asta o assegnate a titolo gratuito, sulla base della tipologia di attività e in considerazione del rischio di “carbon leakage” (trasferimento della produzione in Paesi al di fuori dell’UE, dove, in assenza di politiche climatiche, i costi industriali possono essere inferiori). L’assegnazione a titolo gratuito si basa su dei parametri di riferimento che valorizzano le migliori prestazioni emissive (benchmark) e su delle regole di armonizzazione condivise a livello europeo. Le emissioni prodotte devono essere compensate da ciascun operatore tramite le quote assegnate o acquisite all’asta: emissioni superiori alle quote assegnate devono essere acquistate sul mercato da quegli operatori che hanno emesso meno delle quote a loro disposizione.
Fondamentale è evidenziare come il tetto massimo di riduca in modo che le emissioni totali diminuiscano gradualmente. Il numero massimo delle quote è, pertanto, determinato a livello europeo e decresce dell’1,74% annuo dal 2013 al 2020.
Le principali novità contenute nella recente Direttiva 2018/410/UE riguardano l’incremento del fattore di riduzione lineare annuo delle quote di emissione che passa da 1,74% a 2,2%, l’istituzione di una riserva per garantire la stabilità del mercato, l’introduzione di regole specifiche per evitare il carbon leakage, l’utilizzo di fondi per l’innovazione e la modernizzazione, l’aggiornamento dei benchmark emissivi per allinearli ai progressi tecnologici avvenuti dopo la loro definizione.
L’obiettivo delle più recenti politiche adottate a livello europeo è quello di conseguire entro il 2030 una riduzione delle emissioni soggette ad Ets pari al 43% rispetto ai livelli raggiunti nel 2005.

Andrea Chines
Giacomo Salvanelli
Alessandra Cecca

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