Pillole di Eunomia

Prescrizione: garanzia di civiltà e democrazia.

“Dei delitti e delle pene” è un testo che indica i capisaldi del moderno diritto e supera quello della peggiore inquisizione; è il trattato che pone le linee guida di una Giustizia da applicarsi in una società moderna, non oppressa da oscurantismi, prevaricazioni, violazione dei diritti e quant’altro appartenga a regimi dittatoriali che negano le libertà umane.
I principi enunciati da Cesare Beccaria vennero applicati in Russia, fornirono ispirazione ai padri costituenti americani, sono alla base dell’abolizione della pena di morte e della tortura. Se l’Italia è considerata la culla del diritto il merito, oltre ai gradi giureconsulti, va anche all’autore di quest’opera troppo spesso citata senza averne una chiara e completa visione.
La prescrizione dei delitti è argomento centrale del lavoro di Beccaria (o forse di Pietro Verri). Per alcuni delitti non deve trovare applicazione (e qualcuno “dimentica” che per strage ed omicidio è già così), o essere modulata sulla gravità del reato: è principio di civiltà cui non è possibile venir meno.
Beccaria ne parla sostenendo come sia una figura indispensabile ai fini dell’amministrazione della giustizia: Qual più crudele contrasto che l’indolenza di un giudice e le angosce d’un reo? I comodi e i piaceri di un insensibile magistrato da una parte e dall’altra le lagrime, lo squallore d’un prigioniero? Processo celere e certezza della pena anche in termini di immediatezza della stessa dopo la commissione di un reato.
È un argomento di cui solo gli addetti ai lavori possono avere piena cognizione, ma oggi tutti sono diventati esperti di un istituto giuridico che è, per sua stessa natura, uno dei più complessi e sensibili e già oggetto di riforme talvolta non ottimali.
Ma volerla sospendere dopo la sentenza di primo grado è non solo giuridicamente, ma anche umanamente, un grosso errore.
La prescrizione, sbandierata come garanzia di certezza della pena (e solo per alcune categorie di delinquenti), esiste anche in materia civile: è l’istituto giuridico in base al quale, a seguito del decorrere di un termine, viene meno la possibilità di esercitare un diritto; permette di non essere soggetti a vita a possibili rivendicazioni altrui o, nell’ipotesi opposta, acquisire diritti rispetto a chi si disinteressa dei propri, come nel caso dell’usucapione.
Nel diritto penale la prescrizione è una causa di estinzione del reato per il decorso di un lasso di tempo dalla sua commissione, tale da giustificare il venir meno dell’interesse dello Stato alla punizione.
Un individuo non può restare soggetto vita natural durante ad un processo. Lo dice la Costituzione che parla di ragionevole durata di un processo; lo dice la Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea:Ogni persona ha diritto a che la sua causa sia esaminata equamente, pubblicamente ed entro un termine ragionevole…”.
Bloccare o sospendere la prescrizione potrebbe non solo essere incostituzionale, ma anche contrario a principi internazionali e potrebbe rappresentare una grave violazione dei più basilari diritti umani.
Si sostanzierebbe in un ergastolo a vita rappresentato da un processo senza fine.
Ed in tal senso si muove una proposta avanzata recentemente in Italia che, in barba alla presunzione di innocenza, vuole rendere potenzialmente perenni gli effetti di una condanna di primo grado. In tutto ciò dimenticando anche i diritti delle parti lese che, in tal modo, vedrebbero bloccate le possibilità di avanzare rivendicazioni.
Alcuni sostengono che questa “innovazione” potrebbe servire a mettere in carcere gli autori di alcuni reati, nell’ottica della certezza della pena.
In tale contesto, gli avvocati potrebbero sembrare semplici azzeccagarbugli che ricorrono a cavilli per difendere posizioni indifendibili; tuttavia sembrerebbe ci si stia dimenticando che la quasi totalità delle prescrizioni matura già in fase di indagini preliminari.
Una riforma della giustizia, a parere di chi scrive, dovrebbe partire da investimenti in strutture e, non ultimi, in interventi sulla base culturale politica e valutare l’opportunità di mantenere l’obbligatorietà dell’azione penale.
Un’ultima osservazione che vorrebbe far riflettere tutti: ogni sentenza di assoluzione è un errore giudiziario.
Senza voler sempre richiamare il caso Tortora, siano specialmente gli operatori del diritto e della giustizia a riconsiderare il loro ruolo.

Avv. Gianni Dell’Aiuto

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