Editoriale

Riflessioni sul Coronavirus. Rispetto, prudenza e continenza.

Una rivista scientifica, in un momento storico come questo, dovrebbe occuparsi di analizzare il feomeno del Coronavirus e del contagio dal punto di vista giuridico o sociologico.
E’ quello che ci ripromettiamo di fare nei prossimi giorni, quando riusciremo a farci dare il parere di qualche nostro esperto in materia, sia esso medico o – appunto – sociologico.
Ritengo, però, sia giusto fare il punto su alcuni accadimenti di questi giorni, che rispecchiano un po’ la nostra società, il nostro essere italiani, ed il nostro modo di percepire la politica.
Credo che ogni giornale debba doverosamente concentrarsi sull’emergenza e descrivere il proprio punto di vista.
Io non ho nulla di nuovo o di particolarmente approfondito da scrivere, ma vorrei solo illustrare una fotografia di quello che mi sembra di aver capito sinora dei fenomeni socali che attorno al virus stanno girando.
Mentre scrivo, si registrano 240 contagiati in Lombardia, con 9 morti, 45 casi con 2 morti in Veneto, ed una altra ricca serie di persone infettate in altre regioni d’Italia. Il Parlamento si appresta a varare un apposito decreto legge del Governo sull’emergenza.
Ritengo, anzitutto, non veritiero che l’emergenza fosse stata già presa sottogamba in precedenza.
Si percepisce, almeno da quanto emerge dalle conferenze stampa continue, che una preparazione all’emergenza c’era stata e già da settimane, prima del contagio, si respirava un’aria di allerta.
Si era capito che qualcosa sarebbe successo anche da noi. Piuttosto, penso non ci si aspettasse i numeri così “importanti” che il destino ha riservato al nostro Paese. Probabilmente non ci si aspettava che la cosa potesse sfuggirci di mano.
Il Ministero della Salute ed il suo Ministro mi sono sembrati efficienti, e sufficientemente reattivi e vicini alla popolazione ed al suo desiderio/diritto di conoscere.
Ma alcune cose non mi sono piaciute.
In primis, le chiacchiere da bar: ma come si fa a minimizzare il fenomeno pensando che “vabbé, tanto chi è morto aveva oltre ottant’anni/aveva un tumore/era già grave“.  Non è forse, comunque, un lutto grave? Non è comunque una tragedia per i parenti e gli amici e, prima di tutto, per le vittime stesse? Non si tratta di tumori che non abbiamo potuto sconfiggere o di altri mali che non abbiamo potuto debellare? Alle chiacchiere da bar io rispondo che, forse, senza contagio, una terapia salvavita avrebbe potuto sortire un effetto migliore o un tumore avrebbe avuto qualche speranza in più di essere debellato. Il fatto che le vittime da Coronavirus fossero già malate o fossero molto anziane non toglie loro la dignitià, di malati e di persone. E di defunti.
In secundis, la gestione del fenomeno all’estero. Probabilmente c’è un errore di disallineamento dei dati. Noi, virtuosamente, abbiamo comunicato al mondo il numero di tutte le persone risultate positive ai test. Da un punto di vista comunicativo, a mio parere, questa virtù e la ricerca di trasparenza si sono rivelati, tristemente, un boomerang.
Mi spiego: da quanto mi è sembrato di capire, noi i pazienti positivi ce li siamo andati giustamente a cercare. Il nostro sistema sanitario, pur se criticato da sempre e da tutti, in realtà ha ben funzionato ed ha dimostrato un ottimo e capillare funzionamento territoriale.
Verosimilmente, non è stato così negli altri Paesi, anche europei. Sinceramente mi sembra molto poco veritiero che altrove i contagiati si contino sulle punte delle dita.
La nostra sincerità è stata fraintesa, ed altrettanto è stato per la riservatezza degli altri. Il loro metodo di comunicare i rispettivi “numeri” è stato inteso quale una minore diffusione del contagio. Secondo me non è così.
Sono infatti sicuro che i nostri cugini d’oltralpe si tengano ben stretti i loro dati e comunichino solo gli episodi conclamati e realmente gravi. Non è possibile che ci sia questa disparità così netta e sovrastante tra i nostri numeri ed i loro, al punto da far correre l’OMS qui da noi a vedere cosa stesse succedendo. Finalmente oggi si è deciso di eseguire i test solo su chi presenta sintomi concreti di contagio.
Gli effetti dell’epidemia sono stati e saranno devastanti, oltre che sul morale della gente – che non è un fattore da sottovalutare – anche sull’economia.
Presto la cosa avrà impatti sulla sicurezza nazionale, molto più di quanto non sia già accaduto e molto più di quanto non sarà dato sapere. La cosa più triste è che sono state colpite maggiormente le Regioni più produttive del Paese. Di spunti – senza cadere nel becero complottismo – per parlare di intelligence ed epidemie ce ne sarebbero molti. La storia lo insegna.
Poi le polemiche politiche. Credo davvero che questo non sia il momento di cercare dei responsabili politici per omissioni, colpe o ritardi. Ora è il momento di serrare i ranghi, di darsi da fare, di rispolverare l’aspetto davvero istituzionale dei ruoli politici e cercare di far funzionare al meglio la macchina, stanca ed affaticata, del nostro Stato in deficit.
Penso ai Governatori ed ai Sindaci, su cui grava una responsabilità impareggiabile in questi momenti: gestione vera e propria di vite umane, dei servizi sanitari e scolastici, dei trasporti e – più in generale, con Prefetti e Forze dell’Ordine – della sicurezza del territorio.
Se ci si accorge di un gap nella sicurezza di stazioni ferroviarie, porti e aeroporti, forse ora sarebbe il caso di porre rimedio, piuttosto che di cercare un colpevole.
Anche perché – almeno in teoria – la libertà di circolazione dovrebbe rimanere incomprimibile.
A cosa servono esposti e denunce in procura? A nulla, se si pensa che un’eventuale indagine dovrebbe tener conto di procedure emergenziali non ben definite, di reticoli sociali non quantificabili né censibili in fatto di trasmissione del contagio.
E sarà anche peggio, se pensiamo che un’indagine così tecnica e così approfondita – come tutte quelle che riguardano la pubblica amministrazione e la scienza medica – darà vita ad un procedimento penale che, con la nuova aria che tira, potrebbe non finire mai. O meglio, finirà tutto in una bolla di sapone, ma dopo circa un ventennio.
Infine, credo che tutti abbiamo davvero percepito il potere immenso della comunicazione. Ormai tutti ci siamo accorti di come la  liquidità e la velocità delle informazioni rappresentino una medaglia con due facce.
Da una parte la velocità ed il vantaggio nel venire a conoscenza di informazioni in rapidissimo tempo, con estrema facilità di reperimento. Dall’altra, inevitabilmente, il tam tam mediatico (escludendo le fake news, ovviamente) ha contribuito innegabilmente a generare stress, a farci dubitare anche un po’ di noi stessi e del nostro stato di salute oltre che a farci rivedere i nostri comportamenti. Dite la verità: chi di voi, sotto sotto, sommessamente, tra sé e sé, non ha pensato a come stesse e che forse si sentisse un po’ sotto tono?
Credo che il livello di informazione e che la qualità della stessa (escludendo alcuni casi isolati, anche’essi abbastanza prevedibili) siano stati in generale ottimi. Oggi non si può dire che nessuno sappia quali siano i principali accorgimenti per evitare il contagio, quali siano le zone maggiormente colpite, cosa occorra fare se si ritiene di essere stati infettati.
Sicuramente, è possibile esprimere in generale un plauso a chi ha fatto informazione, perché effettivamente – ad eccezione dei primissimi giorni – ho registrato un continuo appello alla razionalità, volto a limitare il dilagare del panico, un invito costante a non fare incetta inutile di generi alimentari ed altri generi di necessità. Parlo di canali informativi ufficiali, ovviamente.
Da ragazzo, una volta, mi fu mostrato a scuola un film. Si chiamava “La Seconda Guerra civile americana”. Era un film del 1997, che ipotizzava  come sarebbe potuta avvenire tragicamente una lite tra Stati confederati negli USA del giorno d’oggi. Alla fine tra atti di guerra, guardie nazionali che si schieravano ai confini, morti e feriti, quello che emergeva chiaramente era il potere dilaniante di una comunicazione sbagliata. Sostanzialmente i leader dei vari Stati si dichiaravano vicendevolmente guerra sulla base delle notizie riportate dai telegiornali che, di volta in volta deviavano, dalla verità e trasmettevano messaggi fuorvianti ed esagerati. In sostanza, la comunicazione la faceva da padrone in una guerra fratricida, e per colpa di una comunicazione sbagliata si era dato il via ad una guerra civile vera  e propria.
Pertanto, l’invito che rivolgo a tutti è quello di informarsi e fare informazione attingendo a fonti sicure, ufficiali, non a chat e catene di Sant’Antonio.
Anche l’Ordine dei Giornalisti della Lombardia, molto più autorevolmente di me, ha richiamato i suoi appartenenti al rispetto dei malati, a contenere il vacuo sensazionalismo, a comunicare dati sanitari solo se si è certi della loro veridicità.
Mi sembra un buon invito. Da estendere non solo ai giornalisti, ma a tutti.  Ne va del morale di una Nazione, della sua economia e del suo prestigio internazionale. Ne va dell’amore che dovrebbe unire tutti noi, in questo momento così difficile per il nostro Paese.
Dovremmo ricordarcelo sempre. Anche sui social media.
Anche al bar. 

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