Beni Culturali

La riforma del sistema di protezione penale dei beni culturali: luci ed ombre.

1. Introduzione.
In sede di elaborazione del d.lgs. 29 ottobre 1999 n. 490 (Testo unico delle disposizioni legislative in materia di beni culturali) e del d.lgs. 22 gennaio 2004 n. 42 (Codice dei beni culturali e del paesaggio) sono stati imposti limiti tali che non consentivano interventi sulle disposizioni di carattere penale. Nonostante ciò, interventi sono stati talora compiuti. Essi, oltre ad essere per lo più incostituzionali per eccesso di delega, sono da ritenere disorganici, non esaustivi ed anzi talora pure peggiorativi rispetto alla tutela di valori di rilievo pure universale.
Va tuttavia sottolineato come da molti anni sia stata avvertita la necessità -come pure l’urgenza- di un riordino complessivo della materia, al fine di ammodernare l’attuale vetusto sistema, adeguandolo non solo ai principi costituzionali e alla normativa internazionale medio tempore formatasi, ma pure alle esigenze di una mutata filosofia nella tutela dei beni culturali ed al nuovo atteggiarsi dei relativi fenomeni criminali. In breve, si avvertiva e si avverte l’esigenza di proteggere gli aspetti peculiari di tali beni sinora accomunati, quanto a tutela penale, a quelli comuni1 che, com’è noto, hanno rilievo per profili soprattutto economici. La parola d’ordine di tutti i progetti di riforma che nel tempo si sono susseguiti2 è stata quella di una tutela specifica ed attenta ai valori tangibili ed intangibili propri dei beni culturali.
La domanda che ora ci si deve porre è se ciò si sia verificato o se, viceversa, le norme del codice siano state sostanzialmente copiate e gli interventi progettati si siano limitati ad un mero inasprimento delle pene (non sempre realizzato3). Questo inasprimento è, comunque, meritorio perché segnala il particolare grado di offensività della condotta e garantisce un più efficace espletamento dell’attività investigativa.
Meglio però si poteva operare; e già da ora si può sottolineare come poco sia stato proposto con riguardo ai danni che producono i reati in questione, per lo più permanenti o difficilmente riparabili. Sicché la configurazione da parte del legislatore di ipotesi criminose aventi natura permanente non sarebbe affatto oltre modo punitivo, e neppure percepito tale dalla collettività nazionale ed internazionale.
Altra questione è se il nostro ordinamento con lo Schema di Disegno di Legge di che trattasi si sia adeguato alla normativa internazionale ed in particolare abbia compiutamente recepito le International Guidelines e le Operational Guidelines4, i cui principi e fattispecie penali sono stati in parte accolti dalla Council of Europe Convention on Offences relating to Cultural Property, adottata in Nicosia il 19 maggio 2017, di cui l’Italia è per ora solo firmataria. Ma su di ciò vi sarà analisi nel paragrafo che segue.

2. La protezione penale dei beni culturali nell’attuale progetto di riforma.
Come è noto, nel programmare un ambito di tutela penale, occorre accertare che le sanzioni siano adottate in presenza di condotte che violano un bene, il quale, se pure non di pari grado rispetto al valore sacrificato -in ambito penale, in genere, la libertà personale e, talora, il diritto di proprietà-, sia almeno dotato di rilievo costituzionale. Con riguardo al patrimonio culturale tale rilevanza è chiaramente assicurata dal disposto dell’art. 9 della Costituzione italiana.
Va anche detto che l’approccio privatistico5 e le garanzie pure costituzionali al diritto di proprietà non debbono porre in secondo piano gli aspetti pubblicistici del bene culturale ed il conseguente nesso funzionale che lo lega allo sviluppo della società. Ne deriva che talune figure criminose vanno modulate adeguatamente e prescindere, quantomeno, dal titolo di proprietà sul bene, sia esso pubblico o privato. Pari indifferenza deve esservi rispetto alla valutazione economica che di esso può darne il proprietario.
Per rispondere a quanto premesso, occorre valutare lo Schema di Disegno di Legge Recante Ratifica della Convenzione del Consiglio D’Europa sui Reati Contro il Patrimonio Culturale, meglio specificato in nota n. 2. Esso, introducendo il Titolo VIII-bis (Dei delitti relativi ai reati contro il patrimonio culturale6), disciplina la tutela penale dei beni culturali7. Di tale Schema verranno qui appresso esaminate “luci ed ombre”.

Per quanto attiene agli aspetti positivi, va sottolineato come notevoli passi in avanti siano stati compiuti verso una effettiva tutela dei beni culturali. A tal riguardo, basti pensare che: (i) le disposizioni penali previste nello Schema in esame si applicano anche quando il fatto è commesso all’estero in danno del patrimonio culturale nazionale. Questa è una disposizione fondamentale che consente di perseguire tutti quei casi che in passato rimanevano impuniti per difetto di giurisdizione, ovvero imponevano alla pubblica accusa di ricorrere a contestazioni articolate, non sempre poi feconde di positivi risultati. Con tale norma si stabilisce una nuova forma di giurisdizione extraterritoriale che si aggiunge a quelle esistenti; (ii) le disposizioni contenute nello Schema di che trattasi assicurano strumenti investigativi speciali che la normativa internazionale già ci richiedeva da tempo e che finalmente, anche in ottemperanza alla Convenzione di Palermo sul crimine organizzato transnazionale8, saranno possibili nel settore dei beni culturali; (iii) sono, poi, previste specifiche sanzioni nei confronti delle persone giuridiche. Sanzioni più che opportune perché le società hanno un ruolo importante nel traffico illecito di beni culturali. Queste entità sono difficili da investigare ed offrono alla delinquenza di settore schermi e molteplici opportunità per riciclare i beni nella loro disponibilità; (iv) è, inoltre, confermato l’obbligo per il giudice di disporre la confisca dei beni culturali in caso di illecita esportazione; provvedimento ablativo che è obbligatorio, salvo che i beni appartengano a persona estranea al reato. Qualora il reato sia estinto, il giudice dovrà procedere con incidente di esecuzione nel corso del quale si avvarrà di strumenti propri della fase cognitiva9. È pure confermato che la confisca avrà luogo in conformità delle norme della legge doganale relative alle cose oggetto di contrabbando. Nel caso di condanna o di applicazione della pena su richiesta delle parti, a norma dell’articolo 444 del codice di procedura penale, per uno degli altri delitti contemplati dal progetto di riforma, è sempre ordinata la confisca delle cose che servirono o furono destinate a commettere il reato e delle cose che ne costituiscono il prodotto, il profitto o il prezzo, salvo che appartengano a persone estranee al reato. Quando non è possibile procedere alla confisca delle cose di cui ai commi precedenti, il giudice ordina la confisca del denaro, dei beni o delle altre utilità delle quali il reo ha la disponibilità, anche per interposta persona, per un valore equivalente. Le navi, le imbarcazioni, i natanti e gli aeromobili, le autovetture e i motocicli sequestrati nel corso di operazioni di polizia giudiziaria a tutela dei beni culturali sono affidati dall’autorità giudiziaria in custodia giudiziale agli organi di polizia che ne facciano richiesta per l’impiego in attività di tutela dei beni medesimi. Delle cose confiscate è vietata, senza limiti di tempo, la vendita nelle aste dei corpi di reato. Con riguardo a queste disposizioni, va, però, ricordato come dei reperti archeologici non vada disposta la confisca, procedimento ablativo che in pochissimi casi ha ragione di essere. Questo perché la cosa già appartiene ab origine allo Stato. Eccezionalmente, quando il reperto è stato acquisito prima del 1909 ovvero si trova all’estero, sarà possibile la confisca. In quest’ultimo caso (reperto in territorio estero), ciò si verifica perché lo Stato non è in grado, senza la cooperazione internazionale, di esercitare i poteri che competono ad ogni proprietario. Va poi detto che i beni confiscati dovrebbero essere destinati ope legis al Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo, il quale dovrebbe essere poi competente ad imprimere la destinazione scientifica più compatibile alla natura del bene stesso. Senza una disposizione espressa di legge al riguardo, i beni culturali a seguito di confisca vengono assegnati al Ministero di Giustizia, il quale, in genere, li destina al museo criminale, non avendo altri luoghi per la loro tutela e valorizzazione10; (v) l’uso dei c.d. metal-detectors in aree archeologiche è finalmente sanzionato. Trattasi di contravvenzione che pone l’Italia in linea con quegli obblighi internazionali11 che impongono di adottare provvedimenti che limitino tale dannoso utilizzo12, visto che tali strumenti sono sempre più capaci di leggere il terreno, anche a profondità consistenti. Trattasi evidentemente di un reato di pericolo e di posizione, la cui legittimità costituzionale è assicurata dai limiti normativamente imposti13. Essendo poi fatto contravvenzionale potrà essere punibile a titolo di dolo o di colpa.

Nello Schema ora in esame vanno, tuttavia, segnalate notevoli zone d’ombra. Esse potrebbero essere eliminate con modifiche assai semplici da apportare e di sicuro impatto rispetto alla tutela dei beni ora in esame. Soprattutto, le modifiche appresso suggerite non violano principi costituzionalmente protetti. Anzi, esse promuovono quel sentimento di protezione e valorizzazione dei beni medesimi che deve essere a tutt’oggi rafforzato nella collettività.
Quanto a rilievi di ordine generale, le seguenti osservazioni vanno proposte: (i) per quasi tutti i reati si assiste ad un aggravamento delle pene. Ciò è in linea con il particolare disvalore delle condotte criminose di che trattasi e con i parametri sanzionatori richiesti dalla normativa internazionale. Tuttavia le sanzioni appaiono in molti casi veramente eccessive per quel che riguarda il minimo da irrogare. Ciò avviene senza alcuna concreta giustificazione, considerando che è alla pena massima a cui occorre soprattutto far riferimento per consentire strumenti di investigazione per così dire speciali14; (ii) manca una nuova formulazione dei delitti o almeno di alcuni di essi, in modo tale da renderli reati permanenti. Al riguardo, va sottolineato come il reato commesso in danno dei beni culturali sia sovente assai grave; ed esso, almeno negli effetti dannosi, è quasi sempre permanente ed irreversibile. Vi è, quindi, più di una ragione per formularlo alla stregua di un crimine che perdura nel tempo; o, almeno, di far decorrere la prescrizione dal momento in cui la vittima abbia avuto compiuta conoscenza del delitto commesso in suo danno e del suo autore. Solo così facendo diverrebbe possibile contrastare quelle condotte che, in quanto clandestine o comunque occulte, non sono conoscibili se non dopo svariato tempo. Di ciò si avvantaggia la delinquenza di settore che spesso “congela” la commercializzazione di un bene di provenienza delittuosa, attendendo per l’appunto che siano maturati i termini di prescrizione; (iii) alcune fattispecie delittuose potrebbero essere declassate al rango di contravvenzioni. Si potrebbe addirittura prevedere un intervento di tipo solo amministrativo, soprattutto quando il trasgressore fattivamente elimina la situazione di pericolo determinata dalla sua condotta. Si eviterebbe così il ricorso al giudice penale, spesso oneroso e che richiede sovente tempi lunghi, per fatti che sono viceversa di scarso rilievo e comunque sanzionabili efficacemente e con tempestività in sede differente da quella penale; (iv) problematico è talora il concorso tra i delitti come descritti nello Schema in esame così come il loro eventuale assorbimento; (v) occorre armonizzare molte delle fattispecie criminali descritte nel progetto in esame con i reati previsti e puniti dalla legge 23 ottobre 2009, n. 157 che ha ratificato la Convenzione sulla protezione del patrimonio culturale subacqueo; nonché con quelle fattispecie contemplate dalla legge 16 aprile 2009, n. 45, di ratifica ed esecuzione del II Protocollo relativo alla Convenzione dell’Aja del 1954 per la protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato. Coordinamento da effettuare anche per i livelli sanzionatori sovente ingiustificatamente differenziati.

Quanto a taluni rilievi particolari sullo Schema in esame -perché riferiti a singole fattispecie-, va sottolineato quel che segue: (i) per il furto compiuto su beni culturali, manca il riferimento all’art. 624bis del codice penale. Ciò non può che essere una svista, atteso che molte sottrazioni avvengono in abitazione o mediante introduzione in un edificio o in altro luogo destinato in tutto o in parte a privata dimora o nelle pertinenze di essa; (ii) finalmente le ricerche abusive ed il c.d. furto archeologico saranno adeguatamente puniti. Il furto di un paio di pantaloni non potrà più essere sanzionato con maggiore severità rispetto alla sottrazione di un vaso di Eufronio. Saranno, inoltre, consentiti mezzi investigativi appropriati; (iii) quanto alla appropriazione indebita di beni culturali, il suo regime sanzionatorio non consente mezzi investigativi idonei, quali, ad esempio, le intercettazioni telefoniche. Appare, inoltre, ingiustificato un trattamento sanzionatorio meno severo rispetto all’appropriazione indebita di cose comuni che prevede una pena edittale da due a cinque anni ed una multa da euro 1.000 a euro 3.00015; (iv) nei delitti che per la loro configurazione richiedono un reato c.d. predicato, si sarebbe dovuto evitare di riportare circostanze che determinano una diminuzione di pena per il solo fatto che il reato base non supera una determinata soglia sanzionatoria. L’attenuazione della pena dovrebbe, invece, essere in relazione diretta al bene e al suo valore culturale; (v) il reato di importazione illegale -che la normativa internazionale da tempo ci richiede- dovrebbe concorrere con i delitti di ricettazione, riciclaggio ed auto-riciclaggio, sia perché differente è la condotta, sia perché essa avviene in tempi sovente successivi. Non si giustifica, quindi, l’esclusione del concorso di tali reati con quello di importazione illecita. Due ulteriori rilievi vanno poi fatti. Il primo è positivo perché questo reato impone al giudicante di valutare la lex originis della nazione di provenienza; e ciò è assolutamente lodevole. L’altro rilievo è, invece, negativo. Non si comprende, infatti, perché il delitto in parola debba essere punito in modo meno severo rispetto all’esportazione illecita. Non appare di certo etico ritenere che il patrimonio di altri ordinamenti debba essere trattato in modo differenziato rispetto al nostro; (vi) quanto al delitto di danneggiamento, appare di grande rilievo che il fatto in questione possa essere imputato pure al proprietario del bene. Ciò è del tutto opportuno perché, quando l’obiettivo di un atto di aggressione è rivolto verso un bene culturale, tale atto acquisisce un grado di gravità particolarmente qualificato, che trascende il valore economico o il titolo di proprietà; ed acquisisce una connotazione spirituale collettiva16. L’ipotesi di un danneggiamento colposo che sia rilevante in sede penale, contemplato da altri progetti, sembra poi essere stata pretermessa nello Schema ora in esame. Ciò non è senza conseguenze sia sul piano concettuale, sia per quel che riguarda il regime sanzionatorio. Tale Schema, infatti, abroga espressamente il reato di uso illecito previsto dall’articolo 170 del Codice dei beni culturali e del paesaggio, il quale, essendo ipotesi contravvenzionale, consente di punire anche per colpa fatti che recavano pregiudizio ai beni culturali esposti ad un uso improprio; (vii) lodevoli sono le circostanze aggravanti configurate dal progetto ora in esame. Manca però la previsione di ulteriori aggravanti per chi usa il web per promuovere la sua attività delittuosa, ovvero per coloro che detengono i beni culturali in Porti Franchi o aree parimenti protette e di difficile investigazione17; (viii) opportuna è pure la disposizione che prevede il c.d. ravvedimento operoso e la circostanza che esso sia stato esteso a tutti i reati riguardanti i beni culturali. Forse potrebbe essere di maggiore portata lo sconto di pena, sino ad irrogare simboliche sanzioni pecuniarie. Ciò consentirebbe di avvalersi di fonti di prova di cui già godono altri Paesi in cui è facoltativo l’esercizio dell’azione penale.

3. Conclusioni.
Come accennato, l’attuale tessuto normativo italiano non considera appieno il reale disvalore che hanno le condotte criminali nel settore dei beni culturali, ed in particolare dei reperti archeologici, vale a dire quelli più esposti a saccheggi e devastazioni. Il legislatore, anzi, sembra nel tempo aver attenuato le sanzioni che possono essere irrogate18, nonostante i danni a cui quotidianamente si assiste. Non viene neppure considerato il fatto che taluni beni hanno un valore superiore, sovente, a svariati milioni di euro, per cui al danno culturale si aggiunge quello economico.
Occorrere, quindi, una vera e propria radicale svolta, ed una differente attenzione dovrebbe essere sollecitata. Attenzione che, purtroppo, manca pure in ambiti qualificati e persino nelle aule di giustizia, ove le sanzioni per tali fatti sono per lo più irrisorie. Ove sembra esservi un atteggiamento di sufficienza, come se non avessero valenza penale quelle condotte di sottrazione di taluni “coccetti”, che l’Italia possiede in abbondanza.
L’esigenza di cambiamento si avverte tanto più perché, proprio a livello internazionale, si assiste invece ad una difesa sempre più efficace dei patrimoni culturali dei Paesi ricchi di vestigia del passato e quindi anche del nostro. E recentemente si può segnalare una tendenza a dare puntuale attuazione alle convenzioni e raccomandazioni di settore e segnatamente a quelle dell’UNESCO, con restituzioni di reperti da parte di molte istituzioni museali estere che così, non solo onorano la scienza archeologica, ma offrono un sicuro aiuto all’opera di contrasto avviata anche in sede processuale. A questo punto risulta evidente che una sottovalutazione dei fenomeni criminali in esame all’interno del nostro ordinamento rischia di creare sconcerto a livello internazionale, ove si apprestano tutele che noi sovente disattendiamo, sia a livello normativo che giurisprudenziale.
Occorre, quindi, una risposta penale proporzionata al danno economico e culturale ed ai profitti conseguiti. Lo strumento penale, per quanto estremo, risulta invero tra i più efficaci ed idonei a fronteggiare in maniera risolutiva il fenomeno dei traffici illeciti di beni culturali, la cui gravità è riassunta dall’espressione (che ne rende il vero significato) stealing history, da usare come vero e proprio marchio.
E’ quindi più che mai opportuno che il legislatore metta mano ad una riforma penale in materia, sicuramente auspicata da più parti e mai, comunque, tempestiva. Infatti, con riguardo a quest’ultimo aspetto, è urgente evitare che i saccheggi dei siti archeologici continuino indisturbati, sino al punto che unico ostacolo alla loro perpetuazione è costituita dalla mancanza di nuove strutture da scoprire; tant’è che di recente si assiste al moltiplicarsi dei falsi, specie in quelle aree particolarmente devastate in passato. Inoltre, ogni riforma in materia abbisogna di diversi anni -se non addirittura di qualche decennio- affinché possa divenire effettiva ed operativa.
E’ noto infatti come gli scavi illeciti siano per lo più clandestini e non sia affatto agevole determinare, nella maggior parte dei casi, l’epoca della condotta e, quindi, stabilire, in caso di successione di legge, quale disposizione sia applicabile, dovendo nel dubbio essere avvantaggiato il colpevole, il quale finirà per essere giudicato in base alla normativa meno severa.

Paolo Giorgio Ferri

 

[1] E’ comune esperienza di ogni operatore del diritto di come la protezione del c.d. cultural heritage avvenga soprattutto attraverso il codice penale, attualmente il tessuto normativo di maggior estensione ed applicazione rispetto alla tutela criminale del settore in parola.

[2] Ad esempio si veda nella XV Legislatura l’A.C. 19.6.2007 n. 2806 relativo al d.d.l. recante Delega al Governo per la riforma della disciplina sanzionatoria penale in materia di reati contro il patrimonio culturale; nella XVI Legislatura l’A.S. 21.11.2011 n. 3016 relativo al d.d.l. recante Delega al Governo per la riforma della disciplina sanzionatoria in materia di reati contro il patrimonio culturale; nella XVII Legislatura l’A.S. n. 2864, già approvato dalla Camera dei deputati come A.C. 12.1.2017 n. 4220 e trasmesso al Senato della Repubblica il 23.6.2017, relativo al d.d.l. recante Disposizioni in materia di reati contro il patrimonio culturale; nella XVIII Legislatura l’A.S. n. 882, assegnato alla 2ª Commissione permanente (Giustizia) in sede redigente il 6 novembre 2018. In questa sede verrà però preso in considerazione lo “Schema di Disegno di Legge Recante Ratifica della Convenzione del Consiglio D’Europa sui Reati Contro il Patrimonio Culturale” elaborato dall’Ufficio Legislativo del  Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo e che risale al mese di marzo 2019.

[3] Ad esempio, l’appropriazione indebita di beni comuni è punita più severamente di quella che riguarda i beni culturali.

[4] Si fa riferimento alle “International Guidelines for crime prevention and criminal justice responses with respect to trafficking in cultural property and other related offences”, adottate il 18 dicembre 2014 dall’Assemblea Generale dell’ONU; ed alle “Operational Guidelines for the Implementation of the Convention on the Means of Prohibiting and Preventing the Illicit Import, Export and Transfer of Ownership of Cultural Properties (Paris, 1970)”, adottate il 18-20 maggio2015 dal “Meeting of States Parties”. 

[5] La Commissione Rodotà ha proposto una modifica alle norme del codice civile distinguendo i beni in tre categorie: beni comuni, beni pubblici e beni privati. La Commissione ha pure proceduto ad un’elencazione esemplificativa dei beni comuni, menzionando, fra gli altri, i beni archeologici e culturali. Nell’ottica seguita dalla predetta Commissione, i beni comuni assumono rilevanza autonoma rispetto agli altri beni poiché sono a titolarità diffusa. Rilevando, poi, per tali realtà, una situazione altamente critica, per problemi di scarsità e depauperamento e per assoluta insufficienza delle garanzie giuridiche, la Commissione in parola ha prospettato una disciplina garantistica tesa a rafforzarne la tutela e ad assicurarne in ogni caso la fruizione collettiva, compatibilmente con l’esigenza prioritaria della loro preservazione a vantaggio delle generazioni future. Tali prospettive hanno continuato ad evolversi; e si sta delineando una nuova visione di ciò che va garantito al privato, pur se quest’ultimo continua ad essere protetto dalla nostra Carta Costituzionale. In breve, specie nell’ambito dei beni culturali, si finisce per ampliare e sfruttare quel limite assai elastico della funzione sociale a cui si piega ogni diritto reale pur da imputare al privato.

[6] Tale Titolo viene dopo il Titolo VIII – Dei delitti contro l’economia pubblica (artt. 499-518 c.p.). La collocazione appare discutibile. Sarebbe stato forse meglio porre tale Titolo aggiuntivo tra il Titolo XII -Dei delitti contro la persona (artt. 575-623ter c.p.)- ed il Titolo XIII -Dei delitti contro il patrimonio (artt. 624-649bis c.p.)-.

[7] Disciplina non esclusiva, visto che permangono reati contro il patrimonio culturale puniti in altri testi normativi ad iniziare dal d.lgs. 22 gennaio 2004 n. 42, dalla legge 23 ottobre 2009, n. 157 e dalla legge 16 aprile 2009, n. 45. 

[8] Si vedano, in particolare, gli articoli 19 e 20 della Convention against Transnational Organized Crime del 2000.

[9] Con tale disposizione possono, inoltre, essere superate quelle critiche che fondano i loro argomenti sulle innovazioni introdotte dal d.lgs. n. 21 del 2018 che ha inserito nel codice di rito penale l’art. 578bis c.p.p. e, tra le norme di attuazione del medesimo codice di rito, l’art. 183quater.

[10] Si è in concreto verificato il caso di un tesoretto di monete, parte detenuto da un museo locale e parte da quello criminale del Ministero di Giustizia. Questa divisione si era verificata in quanto alcune monete che componevano l’originario hoard erano state confiscate alla delinquenza di settore che se ne era indebitamente appropriata, prima dell’intervento della competente Soprintendenza che aveva poi recuperato le altre monete a seguito di approfondimenti archeologici nell’area. E’ ovvio il danno scientifico che derivava da una tale divisione; e ci sono voluti diversi anni per ricondurre ad unità il tesoretto stesso.

[11] Si vedano, ad esempio, le citate Operational Guidelines e le International Guidelines, come pure la European Convention on the Protection of the Archaeological Heritage del 6 Maggio 1969, come modificata il 16 gennaio 1992.

[12] E’ di esperienza comune come la ricerca con tali strumenti -sempre più sofisticati- si concentri su beni a contenuto metallico che sono altrettanti “specchietti per le allodole” di altri beni culturali siano essi ceramici, di marmo o di altra natura. Inoltre, se negli anni ‘60, ‘70, ‘80 e ‘90 i beni ceramici e quelli marmorei sono stati quelli più commercializzati dalla delinquenza di settore, oggigiorno la moneta come reperto archeologico costituisce uno dei beni più appetibili, con un sicuro incremento sia degli scavi, sia ovviamente della loro commercializzazione nei mercati nazionali ed internazionali. Favoriscono tale fenomeno le dimensioni del bene, facilmente occultabile ai varchi doganali e comunque di agevole collocazione. La delinquenza di settore ben poi sa come i beni numismatici siano di difficile indicazione quanto a provenienza, potendo, il più delle volte, circolare in ambiti culturali assai vasti. Va anche aggiunto che la moneta è il bene che con maggiore facilità è in grado di fornire datazioni dei siti e di quantificare gli aggregati umani che li occupavano, la loro ricchezza, propensione ai commerci, alleanze etc. Notevole è, quindi, il danno che deriva dalla loro decontestualizzazione. 

[13] L’imputato non deve essere in grado di giustificare l’attuale destinazione dell’apparecchio e deve operare all’interno di aree e parchi archeologici, di zone di interesse archeologico delimitate con apposito atto dell’amministrazione competente, o di aree nelle quali sono in corso lavori sottoposti alle procedure di verifica preventiva dell’interesse archeologico.

[14] Tali strumenti potrebbero comunque essere utilizzati introducendo apposite deroghe nel codice di rito, proprio come avviene per talune ipotesi criminose.

[15]L’articolo 646 del cod. pen. risulta modificato dall’art. 1, comma 1, lett. u), Legge 9 gennaio 2019, n. 3, a decorrere dal 31 gennaio 2019. 

[16] Al riguardo, vanno richiamate, tra gli altri strumenti internazionali, la Raccomandazione adottata dalla Conferenza generale dell’UNESCO il 28 novembre 1978 e la Dichiarazione di Parigi dell’UNESCO del 17 ottobre 2003. E’, poi, universalmente riconosciuto che il proprietario di un bene culturale non ha il diritto di distruggerlo, mentre la comunità nazionale/internazionale ha un interesse fondamentale alla sua conservazione. Va anche detto che la giurisprudenza di molti ordinamenti giuridici appare sensibile a questo tipo di problematiche.

[17] E’ di comune esperienza come i siti internet ad oggi risultino essere veicolo privilegiato di molte transazioni riguardanti i beni culturali che si svolgono sovente in modo del tutto anonimo. Stimolando il collezionismo, tale e-commerce risulta allo stesso tempo volano del saccheggio dei siti archeologici e di altre illecite attività. Va anche detto che Internet è pure utilizzato al di fuori delle consuete platforms e che sovente la criminalità si serve del c.d. dark corner of the web, rendendo le indagini difficili e spesso infruttuose. Quanto ai Porti Franchi, in essi le norme sono molto permissive e tali luoghi offrono ai criminali molteplici opportunità di riciclare i beni. Nessuno può con certezza affermare, senza elaborate indagini -possibili solo in caso di fattiva collaborazione internazionale-, che i beni culturali depositati in Porti Franchi -che ad oggi si sono moltiplicati in numero e dimensioni-  siano di provenienza furtiva, frutto di saccheggi ovvero di altre illecite attività, quali il commercio di droga o il finanziamento del terrorismo. 

[18] Si vedano ad esempio gli interventi operati attraverso il d.lgs. 29 ottobre 1999, n. 490, (Testo unico delle disposizioni legislative in materia di beni culturali) ed il d.lgs. 22 gennaio 2004 n. 42 (Codice dei beni culturali e del paesaggio) che non consentono di applicare al furto archeologico le aggravanti -prima previste- per il furto comune; e che hanno -almeno apparentemente- esonerato il detentore di bene archeologico dall’obbligo di denuncia. Si vedano pure i tentativi, in gran parte poi rientrati, di dare una diversa tutela ai beni numismatici. L’art. 10 – comma 3, lett. e) e comma 4, lett. b) -e l’allegato A- punto A, n. 13, lett. b) – del Codice dei beni culturali e del paesaggio sono stati, infatti, modificati dal Decreto-Legge 26 aprile 2005, n. 63, per poi subire altre

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