Medicina e medicina legale

Minacciati ma non impotenti: la risposta della civiltà alle epidemie globali.

L’epidemia da coronavirus ci costringe a limitare i nostri spostamenti e i contatti umani in un modo che stentiamo ad accettare, dopo che gli ultimi decenni ci avevano abituato a un mondo relativamente sicuro dal punto di vista infettivologico, a una libertà di movimento pressoché illimitata e a una fiducia quasi assoluta nelle possibilità della medicina di debellare qualunque agente patogeno e in generale di garantire la nostra salute, tanto da indurci persino ad accettare le politiche di tagli alla sanità quasi come la giusta decisione di ridurre delle spese eccessive o superflue.

A una prima fase di scetticismo a tutti i livelli nei confronti della gravità della minaccia ha fatto seguito una maggiore consapevolezza, che ha indotto le autorità sanitarie e politiche a disporre misure di contenimento del rischio basate sulla limitazione degli spostamenti e delle interazioni sociali non strettamente necessarie e i cittadini ad assumere comportamenti responsabili, basati su una corretta informazione, che si spera consentano di rallentare la diffusione dell’epidemia e di non sovraccaricare troppo le strutture sanitarie (soprattutto i reparti di terapia intensiva già sottoposti a una pressione che eccede le loro capacità ordinarie), evitando contemporaneamente il panico e il blocco delle attività produttive: “unità” e “fiducia” diventano quindi le parole chiave negli appelli rivolti dalle autorità alla popolazione.

I danni per la salute individuale e pubblica saranno certamente pesanti, così come le ricadute negative sulle attività economiche, già pesantemente colpite dopo poche settimane di epidemia; ma da questa difficile situazione scaturiscono anche nuove energie e nuove risorse, che ci rendono più forti per affrontare il pericolo attuale e quelli futuri. Giova ricordare come esempio (con le dovute differenze e proporzioni) che la peste che infierì a metà del Trecento su tutta la popolazione europea diede un notevole impulso allo sviluppo e alla strutturazione della sanità pubblica soprattutto in Italia, dove intorno al Quindicesimo secolo si poteva osservare un’organizzazione sanitaria d’avanguardia, in anticipo sul resto d’Europa. L’epidemia, che anche allora proveniva dall’Estremo Oriente (tra Mongolia e Cina), arrivò in Europa proprio dall’Italia, dove dodici navi genovesi sfuggite all’asssedio dei Mongoli a Caffa (oggi Feodosia in Crimea) approdarono cariche di grano, di topi (veicoli dell’infezione attraverso le pulci) e di contagiati. Nel giro di un anno si diffuse a tutta la penisola italiana e ai Paesi mediterranei, e in cinque anni raggiunse i confini più estremi del continente europeo, colpendo soprattutto le aree densamente popolate ed esaurendosi solo dopo aver raggiunto la disabitata Siberia.

Il triangolo Genova-Pisa-Venezia, caratterizzato da intensi scambi commerciali globali, fu il più duramente colpito dalla pestilenza, mentre la città di Milano, dove i Visconti imposero una stretta limitazione alla circolazione di merci e persone, fu sostanzialmente risparmiata. Nel 1377 nacque il concetto di “quarantena”: la città di Ragusa dispose per le navi provenienti da località infette il blocco di un mese, elevato per chi viaggiava via terra a quaranta giorni, che Ippocrate aveva fissato come limite massimo di incubazione per le malattie acute.

Nel combattere l’epidemia (che si considerava diffusa, sempre in omaggio alla dottrina ippocratica, attraverso l’aria) l’efficienza dell’amministrazione non fu meno importante del sapere medico che, piuttosto carente sul piano teorico, cominciava ad avvalersi dell’esperienza sul campo nell’elaborare strategie preventive, che nella mancanza assoluta di cure specifiche potevano riassumersi essenzialmente nel motto, attribuito a Galeno: “fuggi presto, vai lontano, torna tardi”, che esortava la popolazione a tenersi a distanza dai focolai infetti.

L’istinto naturale di proiettare su “altri” l’origine del male, magari come conseguenza di comportamenti abietti e immondi, aiuta a dare un senso agli accadimenti, altrimenti casuali e ingovernabili, e un nome e un volto al nemico, altrimenti percepito come immateriale: l’indeterminatezza rende infatti ancora più angosciante la sensazione di pericolo imminente che dà il doversi confrontare quotidianamente con il nuovo senso di precarietà che mina la nostra percezione di benessere.

Ma abbiamo imparato anche che “altri” tendono a vedere in noi il pericolo, magari respingendo noi o i nostri prodotti: atteggiamenti che nella loro rozzezza ci colpiscono e ci offendono. Indubbiamente la consapevolezza che siamo “noi” (il nostro corpo) i potenziali vettori del virus può aiutarci a sviluppare un atteggiamento più responsabile: non solo per proteggerci adottando le precauzioni raccomandate dalle autorità sanitarie, ma anche per prenderci cura degli altri, evitando di esporli alla nostra vicinanza o al nostro tocco se non necessario. In questo modo una nuova forma di rispetto interpersonale, che va oltre l’educazione sanitaria, sembra scaturire dalle riflessioni suscitate dalla diffusone del virus.

La scienza medica non può forse mantenere per sempre la promessa di una vita più lunga e libera da malattie; ma può recuperare e attualizzare i suoi valori etici, ritrovando la sua vocazione antropologica e sociale e impegnandosi in una ritrovata sinergia con le istituzioni politiche e civili per ridurre i comportamenti individuali e collettivi causa di malattia e di degrado ambientale e sociale, sottolineando l’importanza del ruolo di tutti e di ciascuno nella difesa della salute e nella promozione del benessere.

Francesco Cro

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