Sociologia e antropologia

Essere “con” gli altri o essere “per” gli altri ai tempi del coronavirus.

C’era del resto un certo numero di persone non ancora persuase che questa peste ci fosse. E perché tanto nel lazzaretto come per la città alcuni pur ne guarivano; si diceva dalla plebe et ancora molti medici non esser vera peste … per levare ogni dubbio il tribunale della sanità trovò un espediente proporzionato al bisogno …. nell’ora del maggior concorso, in mezzo alle carrozze e alla gente a piedi, furono condotti al cimitero su un carro i cadaveri ignudi affinchè la folla potesse vedere in essi il marchio della pestilenza. La peste fu più creduta … ma del resto andava acquistandosi fede da sé, ogni giorno più.
In principio dunque non peste … poi non vera peste, vale a dire peste sì ma solo in un certo senso … finalmente senza dubbio peste … non è credo necessario d’esser molto versato nella storia delle idee e delle parole per vedere che molte hanno fatto un simile corso. Si potrebbe però evitare quel corso così lungo e cosi storto, prendendo il metodo proposto da tanto tempo d’osservare, ascoltare, paragonare, pensare …

Così Alessandro Manzoni scriveva della peste del 1629 a Milano nel 31° capitolo dei Promessi Sposi e sembra quasi incredibile come oggi si sia seguito il medesimo schema a proposito della diffusione del corona virus: è stata definita inizialmente una semplice influenza per poi riconoscere, in presenza delle prime vittime, che si moriva, sì, ma solo in concomitanza di altre patologie pregresse. E infine ci si è arresi all’evidenza di una pandemia.

Ma se il Manzoni richiamava alla memoria sicuri precedenti (“…nella storia delle idee e delle parole molte hanno fatto un simile corso”) e se 5 secoli di storia successiva ci mettono oggi nelle condizioni di reagire sempre allo stesso modo nonostante i progressi della medicina e della comunicazione, evidentemente non si può attribuire né a quest’ultima né tantomeno alla scienza medica la responsabilità, ma evidentemente alla nostra incapacità di recepire nella sua effettiva portata la dimensione dell’invisibile.

Tale incapacità in effetti si esprime sotto forma di resistenza e rifiuto di quel che non si vede.

Ora se ciò che non si vede non è pericoloso, la reazione più diffusa è l’indifferenza; ma se invece si palesa come un pericolo, allora mettiamo in campo strumenti di autodifesa quali la negazione, la rimozione, la proiezione, la catarsi, ma il pericolo non svanisce, perché noi abbiamo bisogno di tempo per pensare, per capire, per cambiare.

Nonostante infatti le prescrizioni (e le sanzioni) emesse dopo alcune settimane dalla iniziale diffusione del virus e nonostante fossero già evidenti le sue violente manifestazioni, quanti di noi hanno comunque resistito e negato a sé stessi la presenza del pericolo continuando a seguire vecchie abitudini e vecchi stili di vita perché cambiare ci spaventa più di qualsiasi altra cosa?

Ma non solo, quante persone hanno pensato di esorcizzare il problema incontrandosi più di prima nei bar o nei parchi ? A mio avviso è troppo banale definire tali atteggiamenti come solamente irresponsabili, senza approfondirne le motivazioni.

E’ presumibilmente un modo di vivere ed affrontare la paura, quella paura del buio che abbiamo sempre avuto  quando eravamo bambini, e a causa della quale molto spesso chiedevamo ai nostri genitori di rimanere con noi fino a quando non ci addormentavamo: la paura della solitudine.

La scienza ci suggerisce la temporanea separazione dagli altri per non propagare il virus, poi le autorità ce la impongono e a quel punto ci assale la paura della solitudine davanti all’invisibile e all’ignoto; non è più sufficiente la luce accesa sul comodino o la presenza di un genitore per addormentarci e allora una modalità per scongiurare il pericolo diventa l’aggregazione a tutti i costi piuttosto che la separazione imposta.

Già Aristotele sosteneva che “l’uomo è un animale sociale incapace di vivere isolato dagli altri” in quanto stare con gli altri garantisce la procreazione, il procurarsi il cibo e la difesa personale; Darwin confermava che l’aggregazione è un mezzo necessario per difendersi e avere aiuto; Sartre definisce il desiderio di stare con gli altri come “solidarietà ontologica per lo sfruttamento del mondo”.

Ne scaturisce, dunque, che la tendenza a stare con gli altri non nasce solo da una dimensione affettiva, ma prevalentemente da un bisogno egoista; di qui la negazione della peste o del coronavirus e la resistenza alla necessità di separarci piuttosto che aggregarci e poco importa quindi ad alcuni se questa loro reazione aumenti i rischi per il nostro prossimo soprattutto per i più deboli.

Il rischio per sé stessi viene quindi negato o rimosso in ossequio al desiderio di non essere soli neanche nella malattia e il rischio per il nostro prossimo viene ignorato perché la natura egoista prevale sull’alternativa altruista: se ne deduce che “prossimo e altruismo” sono due concetti spesso invocati ma sostanzialmente abusati senza convinzione!
Ma se questa è una delle ipotetiche diagnosi quale può essere la cura?

Potremmo accettare la scomodità dell’isolamento e cogliere l’opportunità del raccoglimento per trasformare il nostro “essere con gli altri” in “essere per gli altri” … è una rivoluzione ontologica dove pensare al nostro prossimo diventa coscienza e responsabilità e rappresenta una risposta sicuramente più efficace al nostro senso di finitezza e solitudine.

C’è solo un termine che può mettere in moto questa intenzione ed è la parola “amore”: è l’unico termine che può definire non solo il concetto di autentica prossimità ma anche quello di condivisione e di reciprocità; solo percorrendo questo nuova strategia possiamo tutti accettare la prescrizione limitativa e proibitiva e trasformarla in positiva in quanto “a favore dell’altro” e quindi anche di sé stessi, consentendoci di diminuire il nostro senso di finitezza e sconfiggendo la nostra paura della solitudine.

E quando la “peste” scomparirà potremo finalmente capire il vero motivo per cui è bello incontrarci, ma non virtualmente sui social ma realmente, in quanto dell’altro possiamo conoscere tutto: età, origini, aspetto fisico, professione, interessi, sogni e passioni, ma solo incontrandoci possiamo avvicinare le nostre “anime” … un altro termine per alcuni senza significato e invisibile come il virus ma al contrario di quest’ultimo capace di dare un senso alla vita di molti!

Avv. Claudio Mariani

Bibliografia:

  • Sartre J.P. – 1965 – “L’essere e il nulla” – Edizioni Mondadori;
  • Semerari A. Citterio – 1975 – “Medicina criminologica e psichiatria forense” – Edizioni Dr. Francesco Vellardi Società editrice libraria;
  • Lopez Ibor J.J – 1990 – International college of psycosomatic medicine” – Edizioni S. Karger AG;
  • Hidegger M. – 1927 – “Essere e tempo” traduzione A. Marini;
  • Hartmann Nicolai – 1970 – “Assiologia dei costumi” – Edizioni Guida.

1 reply »

  1. Una analisi forte della immediatezza dei concetti a cui possono accedere tutti e ciò succede quando il vero sapere crea cultura. Grazie e.buon lavoro. Giuseppe Maria lotano

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