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La “tecnologia civica”: la risposta non data al Covid 19. Il caso Taiwan e la privacy attenuata.

Il coronavirus e la conseguente pandemia, hanno messo duramente alla prova l’intero sistema di governance mondiale, messo di fronte di una grave emergenza. Le risposte date non sono state efficaci, considerato il diffondersi a livello globale del Covid 19.
Mancanza di coordinamento a livello globale, mancato scambio di informazioni da parte delle autorità deputate, senso di incertezza indotto in tutta la popolazione mondiale e, conseguenza, di cui in Italia siamo quotidianamente testimoni, la mancanza di rispetto delle regole imposte per cercare di limitare il contagio. La Cina, in particolare, si è distinta in negativo nella prima fase per non avere dato alcuna comunicazione, l’Europa, non a torto definita tecnofobica, per essersi mossa in ordine sparso. L’OMS non ha certo brillato per incisività di azione.
In Italia gli annunci di provvedimenti prima di averli firmati, ha scatenato incertezza e confusione il cui picco è stato toccato con la fuga dal nord che ha portato ad un aumento dei focolai di contagio al sud.
Ciò che è emerso in questo contesto, ed è un pesante segnale di allarme e messaggio per il futuro, sperando che non debbano essere affrontate altre simili calamità, è l’assoluta assenza nel nostro paese della tecnologia civica.
Si tratta di quella forma di tecnologia informatica, basata su sistemi software, che serve a migliorare i rapporti tra le persone e le istituzioni, per le comunicazioni, i processi decisionali, l’erogazione di servizi e, addirittura, i processi politici.
Un esempio ne è Code for America, un ente no profit con sede a San Francisco costituitosi peri colmare il divario fra settore pubblico e privato nell’impiego effettivo della tecnologia e della progettazione e collabora con i cittadini per la risoluzione dei problemi.
Possiamo definirla l’equivalente informatico dei Peace Corps o, se vogliamo, caschi blu digitali e disarmati (anche se un computer può essere un’arma micidiale) che hanno il loro segreto nella partecipazione e nella volontà dei cittadini.
Sotto questo punto di vista, nonostante sia a torto considerata anche dall’OMS parte della Cina, l’esempio che dovrebbe essere preso ad esempio, è quello di Taiwan, l’isola che da anni è un esempio di come democrazia e tecnologia possano convivere e migliorare non solo la normale quotidianità, ma essere un fondamentale strumento per combattere le emergenze.
Taiwan è una democrazia tecnologicamente all’avanguardia dove l’informatica si è messa a disposizione della politica, e la risposta data al Covid 19 ne è la prova.
La prestigiosa rivista Foreign Affairs ha addirittura paragonato la reazione di Taiwan al Coronavirus a quella degli Stati Uniti nel 1941 dopo Pearl Harbor, quando le azioni del governo, che dettero il via alla necessaria innovazione e produzione per lo sforzo bellico, vennero guidate dai cittadini, strumento chiave, come lo sono stati i taiwanesi oggi, per divenire utili produttori e non essere solo consumatori o restare inerti in attesa di interventi altrui.
Nel corso dell’emergenza Covid 19, Taiwan si è contraddistinta per lo scambio di informazioni reali dal basso, non fake, e forme di partenariato pubblico privato e un’azione collettiva partecipativa, come accadde nel 2003 per combattere la SARS, e la collaborazione tra cittadini e governo ha impedito una corsa sconsiderata all’accaparramento di maschere grazie ad una App che fornisce in tempo reale dati sulla loro disponibilità, dopo aver anche posto un limite settimanali di due maschere a testa.
C’è da dire che a Taiwan esiste anche un ministero deputato proprio alla digitalizzazione che ha permesso, tra l’altro, anche di evitare corse all’accaparramento e panico, grazie a una serie di App di mappatura create con la collaborazione di imprese e volontari.
Un’altra piattaforma ha permesso di ridurre l’esposizione al virus mediante scambio di informazioni in tempo reale su sintomi e situazioni di pericolo. Dopo lo sbarco da una nave alcuni passeggeri scoprirono dopo di essere positivi; da lì la creazione di una app con cui interagire. Poca riservatezza sui dati personali, ma in una situazione di emergenza possiamo soprassedere. Gli utenti hanno scaricato la App per verificare se erano stati in contatto con possibili situazioni di contagio e hanno trasmesso informazioni utili anche su eventuali sintomi del virus.
Non si tratta di una forma di controllo, ma di una manifestazione di senso civico, mutuo rispetto, cooperazione tra cittadini e Stato che hanno collaborato insieme, a differenza di altre nazioni dove, sui social e sui sistemi di messaggistica, si è preferito dare spazio alle fake, alla più o meno opportuna ironia, al continuo lamentarsi, a scagliarsi contro ogni possibile colpevole.
Quelli citati sono soltanto due esempi di quanto avvenuto e che permette oggi a Taiwan, grazie anche ad un eccellente sistema sanitario, di tenere sotto controllo il contagio evitando quella mancanza di coordinamento che ha caratterizzato realtà a noi ben conosciute. Insomma Taiwan si è rivelata essere molto avanti ed in prima linea nel dimostrare il potere della partecipazione attiva. In linea con la capacità tecnologica e di sviluppo che la inseriscono a buona ragione tra le più importanti potenze economie mondiali. Ciò ha permesso di evitare il ricorso a sistemi di stretta sorveglianza, come in Cina e quelli derivanti da una comunicazione distorta.
La tecnologia civica è una delle risorse che sono a disposizione per il miglioramento a più livelli non solo economico ma, principalmente, per l’approccio alla società sempre più tecnologica verso cui stiamo inevitabilmente andando. Potremmo prendere esempio dal Chi Hack Night di Chicago, un evento settimanale gestito da volontari per la creazione, la condivisione e l’apprendimento di tecnologie civiche.
La tecnologia civica, sulla base di un ricerche svolte negli Stati Uniti, individua due grandi gruppi nella sua applicazione: quella dell’Open Government (esercizio del potere, a livello sia centrale che locale, basato su modelli, strumenti e tecnologie che consentono alle amministrazioni di essere aperte e trasparenti nei confronti dei cittadini) e quella delle cosiddette azioni di comunità.
Mentre nella prima si fa riferimento all’accesso ai dati, trasparenza e dati di utilità, nella seconda rientrano la condivisione, il crowfounding civico, i forum di quartiere e l’organizzazione di comunità Specialmente queste ultime attività potrebbero essere meglio strutturate e non la sciate alla frammentarietà di gruppi sporadici, autoreferenziali e scollegati tra loro, come avviene sui social.
In conclusione, possiamo ritenere che la reazione al Covid 19 è stato un importante test a livello globale. Ma è stata anche una lezione a dimostrazione di come la tecnologia civica, anche in futuro, possa consentire a gestire emergenze, iniziando magari dal contenere un uso distorto delle tecniche di comunicazione, proprio come accaduto in Italia. Probabilmente mai come in questo momento abbiamo avuto prova che la tendenza a credere alle notizie false è inversamente proporzionale al livello di credibilità e di affidamento nelle istituzioni.
Non dimentichiamolo.

Avv. Gianni Dell’Aiuto

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