Diritto penale

Il reato di atti sessuali con minorenne. Un approfondimento dottrinale e giurisprudenziale.

Il reato di atti sessuali con minorenni previsto all’art.609 quater c.p. è stato introdotto dall’art. 3 della legge 15 febbraio 1966 n. 66, il cui art 1 ha abrogato la precedente normativa, ovvero l’art. 519 c.p. “Violenza carnale” e l’art 521 c.p. “Atti di libidine violenti”, nonché i reati satelliti quali il “Ratto a fine di libidine” o il “Ratto a fine di matrimonio”.
La novella ha profondamente modificato l’intero assetto in materia di libertà sessuale, ricomprendendo i delitti di violenza sessuale nell’ambito dei reati contro la libertà personale sottraendoli dalla categoria dei delitti contro la moralità pubblica ed il buon costume ove tradizionalmente erano inseriti.
Ad oggi, i reati contro la libertà sessuale, a prescindere dalla collocazione sistematica, sono stati tipizzati quali reati plurioffensivi.
Entrando più nel dettaglio del dettato normativo, preme subito chiarire la accezione attribuita dal legislatore alla locuzione “Atti sessuali” la quale ricomprende tutti quegli atti che esprimono l’impulso sessuale dell’agente e che comportano una invasione della sfera sessuale del soggetto passivo (Cass. Sez. IV del 03.10.2007 n 3447), senza che occorra, ai fini della integrazione della fattispecie incriminatrice, la soddisfazione della libidine, rimanendone, pur tuttavia, la manifestazione culminante.
La norma punisce “chiunque” – trattandosi reato comune e non proprio non richiede una particolare qualifica rivestita dall’agente- al di fuori delle ipotesi previste all’art 609-bis c.p. (ovvero le ipotesi di violenza sessuale tout court) “…compie atti sessuali che, al momento del fatto:

  • Non ha compiuto gli anni 14;
  • Non ha compiuto gli anni 16, quando il colpevole sia l’ascendete, il genitore anche adottivo, o il di lui convivente, il tutore, ovvero altra persona cui, per ragioni di cura, di educazione, di istruzione, di vigilanza o di custodia, il minore è affidato o che abbia con quest’ultimo una relazione di convivenza”.

Al secondo comma, è prevista la punibilità con una pena inferiore a quella prevista al primo comma, ossia da tre a sei anni, per chi rivestendo un determinato status – il secondo comma, a differenza del primo, tipizza un reato proprio – intrattiene una rapporto qualificato con il soggetto passivo compie atti sessuali con il minorenne, il quale, tuttavia, abbia compiuto gli anni 16, ovviamente fuori dalle ipotesi di cui all’art 609 – bis c.p. ( cd. clausola di riserva).
Al terzo comma, inoltre, è inserita una clausola di non punibilità per il minore che dovesse compiere atti sessuali con altro minorenne che abbia compiuto gli anni tredici, quando la differenza di età tra i due non superi i tre anni, sempre fuori dalle ipotesi dell’art 609-bis. Con questa norma il legislatore stabilisce in maniera inedita nel nostro ordinamento il principio di libertà sessuale anche dei minori degli anni quattordici seppur con i limiti ivi indicati, posto che non ha ritenuto di attribuire rilevanza penale alle relazioni tra minori di età ravvicinata tra loro.
Al quarto comma è prevista l’ipotesi attenuata, nei casi di minore gravità, così come stabilito nei reati di violenza sessuale.
Infine, all’ultimo comma dell’art. 609-quater c.p. è prevista la punibilità alla pena aggravata dell’ultimo comma art 609-ter c.p., per chiunque compia atti sessuali con persona che non ha compiuto gli anni dieci. Per quest’ultima fattispecie, la procedibilità è d’ufficio.
La novità è che la procedibilità a querela di parte è la regola ordinaria per il reato in trattazione ad esclusione di casi tassativi nei quali è prevista eccezionalmente la procedibilità d’ufficio.
Con le precedenti normative di “congiunzione carnale” e di “atti di libidine violenti”, abrogate dalla normativa in esame, il legislatore aveva previsto la procedibilità d’ufficio per chi avesse commesso il reato in danno di una persona infraquattordicenne, a prescindere dal consenso di quest’ultima.
La ratio rimane inalterata per il fatto previsto all’ultimo comma dell’art 609 quater c.p., sul già illustrato presupposto secondo il quale la persona minore degli anni dieci non possa esprimere un valido consenso al compimento di atti sessuali con persona di età superiore ai quattordici anni, non essendo in grado di valutare il valore ed il disvalore degli atti.
Un aspetto critico è rappresentato dalla differenza con il reato previsto all’art 609-bis c.p., per cui sovente continua ad essere contestato il reato di cui all’art. 609-quater c.p. ogni qual volta sia coinvolta una persona minore degli anni quattordici negli atti sessuali compiuti in suo danno.
Tuttavia è di palmare evidenza che non sia quest’ultima l’interpretazione fedele della norma incriminatrice, laddove, come si rileva dalla chiara ed inequivocabile lettura del primo comma dell’art. 609-quater c.p., l’esegesi delle norma vada elaborata nel senso di ritenere che il reato di atti sessuali con minore degli anni quattordici si verifica “ fuori dalle ipotesi” di cui alla violenza sessuale.
Ne discende che il reato descritto dall’art 609-quater c.p. viene integrato senza il ricorso alla violenza o alla minaccia, senza abuso di autorità e comunque quando non vi sia stato “costringimento” della parte offesa, né quando vi sia stato abuso previa induzione, tutte fattispecie che costituiscono le figure previste al secondo comma dell’art. 609-bis nn. 1) e 2) c.p..
Pertanto, affinché si ricada nella ipotesi di atti sessuali con minorenne, è indispensabile il consenso tra le persone che compiono gli atti sessuali e che (almeno) una di esse sia di età inferiore agli anni quattordici.
Altro elemento di differenziazione riguarda il bene tutelato dalle due norme.
L’art. 609-bis c.p. tutela la sfera sessuale della persona da intromissioni di carattere sessuale.
L’art. 609-quater c.p. tutela la assoluta intangibilità sessuale del minore degli anni quattordici.
Ulteriore e dirimente elemento che distingue i due reati è dato dall’ultimo comma dell’art 609-ter c.p. e dell’art. 609-quater c.p., nella misura in cui entrambe le norme prevedono l’aggravamento della pena quando i fatti sono commessi in danno di un minore degli anni dieci.
La differenza è la seguente: nel reato previsto dall’art 609-bis eter c.p., occorre la costrizione della vittima e l’abuso è compiuto contro la sua volontà.
Nel reato previsto all’art 609 quater c.p., invece, gli atti sessuali vengono compiuti con la vittima che vi acconsente (anche se ha meno di dieci anni). Di volta in volta andrà analizzata la parte offesa per verificare il consenso prestato.
Il reato di atti sessuali è punito a querela proposta dai genitori ovvero da un tutore ed, in mancanza, di un curatore speciale.
I casi di procedibilità di ufficio son l’eccezione e comunque tassativamente previsti all’art 609 septies, quarto comma c.p..
Al contrario, il reato di violenza sessuale nei confronti di persone minori degli anni quattordici, oltre che essere aggravato ai sensi dell’art 609-ter n. 1 c.p., è procedibile d’ufficio come prevede l’art. 609 septies, comma quarto, n 1 c.p.
Pertanto l’elemento discriminante tra il reato di atti sessuali con minorenni ed il reato di violenza sessuale è senza dubbio l’assenza di consenso in quest’ultimo e la presenza di consenso prestato nel reato previsto dall’art 609-quater c.p..
In tal senso si è orientata in modo univoco anche la Giurisprudenza di legittimità la quale ha più volte stabilito che proprio l’elemento del consenso debba considerarsi elemento discriminate fondamentale tra le due ipotesi di reato e che in questo aspetto debba rinvenirsi la novità introdotta dalla citata novella del 1996.
In particolare la Terza Sezione Penale della Suprema Corte di Cassazione con la Sentenza n 347 del 21.11.2008, stabilendo che la circostanza attenuante del concorso doloso della persona offesa non possa essere compatibile con la fattispecie di atti sessuali con minorenne, nel corpo motivo della sentenza sancisce: “…il consenso della persona offesa costituisce l’elemento costitutivo della struttura del paradigma criminoso, di cui al contestato art 609-quater c.p., talché è errato far derivare dallo stesso l’attenuante della pena”.
A questo punto sembrerebbe cristalizzata la struttura della norma:

  1. Atti sessuali di qualsiasi natura
  2. Età di una delle persone coinvolte minore negli anni quattordici
  3. Consenso validamente prestato da questa

Tuttavia la medesima Corte di Cassazione, stessa Sezione Terza in diversa composizione, ha sancito che: “il delitto di atti sessuali con minorenne si configura a prescindere o meno dal consenso della vittima, non soltanto perché la violenza è presunta dalla legge, ma anche perché la persona offesa è considerata immatura ed incapace di disporre consapevolmente del proprio corpo a fini sessuali”. (Cass. Pen. Sezione Terza Sent. N. 24258 del 27.05.2010).
Sorge immediatamente un moto di perplessità dalla lettura di tali decisioni della Suprema Corte in quanto non si comprende in cosa sia cambiata la abrogata disciplina, soprattutto se si insiste nel voler considerare la violenza sessuale presunta per legge.
Accedendo a tale indirizzo interpretativo, verrebbe meno anche la differenza tra le due norme ed anzi l’art 609 quater c.p. finirebbe per divenire un inutile orpello.
Per la verità sarebbe sufficiente attenersi al dettato normativo, riportato al comma I dell’art 609 quater c.p., e dal quale non può certo prescindersi, ossia che il reato sussiste quando gli atti sessuali con la persona minore degli anni quattordici sono commessi “fuori dei casi previsti dall’art 609-bis c.p.”.
A ben guardare all’indomani della novella introdotta nel 1996, la Suprema Corte aveva ben spiegato la ratio della norma.
Con una decisione che per il tempo in cui è stata adottata è stata illuminate, infatti, la Suprema Corte di Cassazione, con l’evidente intento di fare chiarezza, aveva stabilito che “ con la entrata in vigore della legge 66 del 1996 la cd. violenza carnale presunta, di cui all’art. 519, II comma c.p. non è più configurabile. Per colmare detto vuoto normativo è stato introdotto il nuovo autonomo reato di atti sessuali con minorenne ( art 609-quater c.p.) che punisce il compimento anche non violento di atti sessuali con minorenni infraquattordicenni” (Cass. Sez. III Sent. 2841 del 04.12.1997).
E’ tuttavia del tutto evidente che il consenso costituisce al tempo stesso un elemento strutturale del reato in esame e un elemento distintivo rispetto agli altri reati previsti nella stessa Sezione, posto che il “consenso” è il presupposto per applicare l’art 609-quater c.p. e distingue quest’ultima fattispecie da quello di cui all’art. 609-bis c.p..
E’ utile segnalare come il consenso deve persistere per tutta la durata degli atti sessuali perché se viene meno durante il rapporto, cd “dissenso in itinere”, quando sia manifestato in maniera riconoscibile dall’altra persona, si esce dalla liceità del rapporto per entrare nell’alveo delle condotte integranti il reato di violenza sessuale.
E’ peraltro sufficiente che la manifestazione del dissenso venga rappresentata una tantum per far si che da quel momento in poi gli atti sessuali successivi, e quindi il prosieguo del rapporto, acquistino la natura di condotta antigiuridica di per sé idonea ad integrare la fattispecie criminosa, non essendo richiesto che il dissenso si manifesti per tutta la durata del rapporto.
Per contro il consenso al compimento degli atti sessuali deve rimanere durante tutto il rapporto senza soluzione di continuità, con la conseguenza che sicuramente integra il reato di violenza sessuale la prosecuzione di un rapporto nel caso in cui il consenso, originariamente prestato, venga meno in itinere a seguito di ripensamento o di non accettazione/condivisione delle forme e/o delle modalità di conduzione del rapporto sessuale (in tal senso Cass. Pen. Sez, III Sent. N. 25727 del 24.02.2004).
Diverso il caso in cui il consenso al compimento degli atti sessuali non era presente all’inizio del rapporto ma sia sopravvenuto in costanza dello stesso, per cui gli abusi sessuali commessi con violenza e minaccia siano stati seguiti da ulteriori atti sessuali commessi con il consenso della persona originariamente abusata.
Può accadere, infatti, che in conseguenza di una “infatuazione” ovvero di una diversa scelta della persona dapprima destinataria degli abusi, quest’ultima abbia successivamente e nel corso del rapporto prestato il consenso alla prosecuzione degli atti sessuali.
In tali ipotesi il consenso sopravvenuto non si estende agli atti compiuti prima della sua manifestazione, posto che al consenso prestato in costanza del rapporto non può riconoscersi alcun effetto retroattivo o “legittimante” rispetto agli atti sessuali compiuti antecedentemente allo stesso.
Gli atti sessuali compiuti in assenza di consenso, anche nel caso in cui lo stesso intervenga durante il rapporto, continuano ad integrare una condotta penalmente rilevante.
In effetti argomentando diversamente si finirebbe per cadere in un errore prospettico censurabile in sede di legittimità con riferimento ad una inammissibile lettura retrospettiva come presunta prova di un consenso preesistente e/o retrovalente, poiché la valutazione del giudice deve essere fatta con riferimento ai singoli frammenti della complessiva condotta al fine di individuare quali di queste frazioni siano caratterizzate dal consenso e quali dal dissenso della persona che, in quest’ultimo caso, non vi partecipa consensualmente ma le subisce, trasformandosi da attore autodeterminato e partecipe del rapporto sessuale a vittima di violenza sessuale in parte qua.
Con riferimento in particolare al reato di atti sessuali con minorenne, trattandosi di rapporti con un minore di anni quattordici, appare evidente che non si possa attribuire alcun significato di accondiscendenza al loro comportamento.
Appare incontestabile che un soggetto in tenera età il quale non ha conoscenza della sfera sessuale, se non tutto al più sommaria ed incompleta, reagisce in modo diverso da come farebbe un adulto e comunque non in maniera altrettanto decisa e determinata.
Anzi spesso subisce in silenzio perché è disorientato e spaventato rispetto a ciò che sta vivendo. Da questa assenza di reazione non si deve presumere una sorta di consenso al compimento di atti sessuali da parte del minore in termini di percezione di un improbabile c. d. “consenso presunto”. Dato percettivo che deve essere categoricamente escluso. La intangibilità del minore non è compatibile con un “consentire videtur” .
In definitiva la ratio della disciplina del consenso in tema di reati sessuali è che prima di procedere al compimento degli atti a sfondo sessuale con qualsiasi persona e a maggior ragione con minori, il consenso deve essere accertato e non presunto da una apparenza, che l’esperienza ci indica come fallace.
Al riguardo la Suprema Corte Sezione III Penale con Sentenza n 6945 del 27.01.2004, ha confermato la sentenza di merito con la quale un medico era stato condannato per violenza sessuale per aver indotto una paziente a spogliarsi per praticarle una iniezione e profittando della situazione l’aveva repentinamente palpeggiata.
Con riferimento in particolare ai minori degli anni quattordici, la Suprema Corte ha ritenuto integrato il reato di violenza sessuale anche nella intimidazione psicologica in grado di provocare la coazione della vittima, come nel caso di compimento di atti sessuali repentini ed all’improvviso all’insaputa della persona destinataria, in modo da poterne prevenire la manifestazione di dissenso e comunque prescindendo dal consenso, ancorché viziato, o dal dissenso in ogni caso manifestabile (Cass. Pen. Sez. III Pen. n 46170 del 18.07.2014).
Dunque il consenso non può presumersi per esistente neanche prima che possa manifestarsi il dissenso. Sono frequenti, infatti, i casi nei quali gli imputati di atti sessuali meno gravi come baci, carezze fugaci o palpeggiamenti, tendono a giustificarsi invocando la convinzione di un consenso non espresso, ma ciò non di meno ritenuto esistente, anche se solo presuntivamente.
Occorre a questo punto analizzare l’ipotesi dell’errore sul consenso presunto. Al riguardo tiene conto richiamare una pronuncia del GUP presso il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere (CE), il quale ha pronunciato sentenza di assoluzione nei confronti di un imputato accusato di violenza sessuale con la formula “il fatto non costituisce reato” per avere, il predetto imputato, baciato una donna dopo averla afferrata alle spalle immobilizzandola.
Secondo il giudice campano, nel caso di specie, la condotta tenuta dall’imputato dopo il bacio (si era immediatamente fermato, non aveva tentato altri approcci, né tanto meno impedito alla donna di allontanarsi) rendeva verosimile e credibile che lo stesso non avesse posto in essere alcuna violenza nei confronti della donna per costringerla a subire il bacio e rendeva plausibile la convinzione maturata dall’uomo in ordine alla sussistenza del consenso della vittima o, comunque, risultava idonea ad ingenerare, nel giudicante medesimo, un dubbio più che ragionevole circa la esistenza della convinzione medesima.
In definitiva, il decidente ha osservato che trattavasi di errore sul consenso che escludeva la punibilità dell’imputato non essendo alla sua condotta sotteso il dolo generico inteso come coscienza e volontà di coartare o indurre la vittima a subire un atto sessuale.
Il giudice giungeva, peraltro, ad evidenziare come non aveva rilievo l’indagine sulla colposità o meno di tale errore non essendo prevista accanto alla violenza sessuale dolosa una corrispondente fattispecie colposa.
Va tuttavia precisato che non rientrano nella scriminante testé citata, i casi in cui la mancanza del consenso costituisce requisito strutturale della fattispecie. In tali casi l’errore sul dissenso, quale elemento costitutivo della norma incriminatrice, finisce col risolversi in un errore sulla legge penale, che non può essere invocato quale scriminante a norma dell’art 5 c.p..
Nel caso in esame, la sussistenza di un possibile errore sul consenso della vittima doveva ritenersi escluso dalle dichiarazioni rese dalla vittima (Cass. III Sez. Pen. Sent. n. 17210/2011).
Se il destinatario degli atti sessuali è minore degli anni quattordici la presenza o l’assenza del consenso vale a qualificare il reato come atti sessuali con minorenne, nel primo caso, e come violenza sessuale, nel secondo caso.
Tiene consto in questa sede richiamare un caso concreto affrontato dalla Giurisprudenza di merito che ha determinato un esito erroneamente assolutorio. Ci si riferisce al Tribunale di Belluno, in composizione collegiale che con pronuncia del 04.11.2015 assolveva l’imputato con la formula “il fatto non sussiste” dal delitto di violenza sessuale nei confronti di una donna.
Il thema decidendum verteva sulla considerazione che in precedenza vi erano stati altri rapporti sessuali consensuali e, in taluni casi, caratterizzati da violenza.
La motivazione della sentenza sul punto riporta: “l’imputato la schiaffeggiava sui glutei e le faceva assumere posizioni non gradite; nelle occasioni la donna lo accontentava per non deluderlo”. Quindi, la presunta violenza accettata dalla donna si risolve in sostanza negli schiaffi sui glutei.
Da questo presupposto il giudicante ha tratto la convinzione che, dato il rapporto tra due i soggetti, si potesse “….ritenere plausibile che vi sia stata nella specie una mancata comprensione, ad opera dell’imputato, del dissenso manifestato dalla Sig.ra..…nell’occasione”.
Tuttavia va aggiunto che dagli atti processuali era emerso chiaramente che la donna aveva esplicitamente detto all’imputato che quella sera non voleva avere rapporti sessuali, sia perché: “….aveva il ciclo mestruale, sia perché voleva solo parlare”, per cui il dissenso non solo era presente, ma era stato ampiamente e chiaramente manifestato – e tanto basterebbe – ma anche ampiamente motivato e giustificato. Ci sembra di poter dire che i giudici bellunesi abbiano fatto confusione tra manifestazione del dissenso e riconoscibilità del consenso. Senza peraltro voler stigmatizzare la formula assolutoria adottata, in ogni caso errata perché anche a voler accedere alla discutibile convinzione del giudice, l’assoluzione concernente l’assenza dell’elemento soggettivo del reato, avrebbe dovuto essere pronunciata con la formula “ perché il fatto non costituisce reato” e non “perché il fatto non sussiste”.
La Cassazione Sezione III Penale con Sentenza n. 17210 del 10.03.2011 a proposito di un imputato che aveva baciato una donna supponendo il suo consenso – che invece non c’era stato e non c’era – ed in accoglimento del ricorso del Procuratore della Repubblica, ha sancito che, con riferimento al reato di violenza sessuale, non esiste la possibilità di invocare un consenso putativo o presunto, a maggior ragione quando sia stato manifestato il dissenso.
Tuttavia il dissenso deve essere manifestato e riconoscibile dall’agente perché altrimenti verrebbe meno l’elemento soggettivo del reato.
Il consenso, peraltro, deve essere pieno e cosciente, oltre che esente da inganni che possano renderlo viziato.
E’ sicuramente invalido il consenso espresso come frutto di inganno ed abuso. In particolare si devono analizzare in maniera rigorosa le ipotesi in cui sono coinvolte persone affette da inferiorità fisica e/o psichica. In questo ambito la novella del 1996 ha inteso punire la induzione all’atto sessuale solo quando ci sia stato abuso delle condizioni di inferiorità, laddove la normativa previgente, per contro, ricollegava la sussistenza del reato alla mera presunzione legale costituita dalla sussistenza della inferiorità psichica e/o fisica.
E’ bene precisare che la inferiorità non deve essere necessariamente correlata con una effettiva menomazione psichica o fisica, non essendo richiesto che la vittima sia affetta da deficit mentale oppure da una condizione fisica tale da non consentirgli di opporre alcuna efficace resistenza. In effetti, la fattispecie risulta integrata non solo quando la inferiorità è certificata ed è una caratteristica intrinseca della persona abusata, ma ricorre ogni qual volta le condizioni di inferiorità si verifichino concretamente tenendo conto della situazione soggettiva e di fatto in cui si trovi la vittima. Pertanto l’inferiorità è sussistente ad es. quando la differenza di età, di esperienze, di conoscenze tra abusante ed abusato sia tale da determinare una sperequazione tra la posizione del primo rispetto alla capacità di autodeterminazione del secondo, come nel caso in cui un uomo adulto abusi di una bimba di pochi anni inducendola a compiere atti sessuali rappresentati come un gioco.
A questo punto è opportuno distinguere l’induzione dall’abuso. Si ha induzione quando con opera di persuasione l’agente spinge o convince il partner a subire atti sessuali ai quali diversamente non sarebbe sottostato.
L’abuso, invece, si ha quando le condizioni di menomazione sono strumentalizzate per accedere alla sfera intima della persona che versando in condizioni di difficoltà viene a trovarsi ad essere uno strumento attraverso il quale l’agente soddisfa le proprie pulsioni sessuali.
In sede giudiziale, pertanto, è necessario procedere ad un serio e profondo accertamento in ordine all’intento della persona che si trova in stato di inferiorità per appurare se egli abbia assentito liberamente al compimento degli atti sessuali o meno.
Quanto sopra perché qualora fosse presunto un automatismo tra la condizione di inferiorità e la violenza sessuale, si finirebbe per privare le persone affette da minorità del loro diritto alla sessualità riconosciuto come diritto fondamentale ed inalienabile della persona sia come precipitato dei precetti costituzionali posti a presidio della libertà ed autodeterminazione dell’individuo, sia dalla conferenza di Pechino.
Con riferimento alla condotta del reato di atti sessuali con minorenne si rileva che per “compimento di atti sessuali” si intendono tutti quegli atti che esprimono l’impulso sessuale dell’agente e che comportano una invasione nella sfera sessuale del soggetto passivo, senza che debba necessariamente giungersi alla soddisfazione della libido, pur essendone certamente manifestazione.
In questo senso coincide con la condotta del reato di cui all’art. 609-bis c.p. dal quale, tuttavia, si differenzia per il fatto che la persona con cui si compiono gli atti sessuali vi acconsente liberamente.
La condotta può essere anche passiva essendo irrilevante il ruolo assunto dall’agente nell’ambito del rapporto con la persona minore degli anni quattordici.
Con riferimento alla natura degli atti sessuali, sono stati ritenuti penalmente rilevanti tutti quegli atti che, sebbene non direttamente indirizzati in zone corporee chiaramente definibili come sessualmente sensibili, ciò non di meno possono essere rivolti verso la vittima invadendo la sua sfera intima come abbracci, carezze, baci e palpeggiamenti ed anche qualora fossero posti in essere con intenzioni diverse, dovendo l’interprete valutare la condotta nel suo complesso ed il contesto generale in cui questa si è dispiegata.
Si parla in proposito di “contesto di azione” , ossia del contesto generale in cui si è verificato il contatto. Il giudicante deve tener conto della dinamica intersoggettiva perché l’azione può essere stata determinata tanto da errore quanto da casualità. Ipotesi, quest’ultime, entrambe in grado di escludere una intrusione penalmente rilevante dell’agente nella sfera sessuale della vittima.
Con una pronuncia molto esplicativa la Suprema Corte ha delineato in saedes materiae una sorta di “noli me tangere”, ossia del divieto assoluto di qualsiasi intrusione corporale la cui violazione è idonea ad integrare il reato di violenza sessuale ( Cass. III Sez. Pen. Sent. n. 35591 del 29.08.2016).
Ne consegue che, come detto, vanno considerati atti sessuali penalmente rilevanti anche quelli fugaci, insidiosi e rapidi, idonei a cogliere di sorpresa la persona offesa non solo impedendole di manifestare tempestivamente il proprio dissenso, ma lasciandola sovente persino priva di qualsivoglia reazione.
La Cassazione ha ribadito, dunque, che la nozione di “atto sessuale” non fa riferimento ai soli toccamenti delle zone erogene del corpo, ma comprende anche le improprie dilatazioni che possono offendere la libertà di autodeterminazione dell’individuo.
La natura “sessuale” dell’atto deve essere valutata secondo il significato sociale della condotta, avuto riguardo alle modalità della condotta, alle parti attinte dai toccamenti, al contesto dell’azione, ai rapporti intercorrenti tra le persone coinvolte ed ad ogni altro elemento sintomatico di un’indebita compromissione della libertà di autodeterminazione sessuale della persona offesa.
Va precisato che il reato in questione può prescindere finanche dal contatto fisico tra la vittima e l’agente posto che può configurarsi anche quando l’autore trova soddisfazione sessuale dal fatto di assistere ad atti sessuali posti in essere dalla vittima. (Cass. Pen. Sez. III Sent. N. 25822 del 09.05.2013).
L’elemento soggettivo richiesto dalla norma incriminatrice si configura come dolo generico costituito dalla coscienza e volontà di compiere un atto invasivo della sfera sessuale altrui e della libertà sessuale della vittima senza che questa vi acconsenta. Non è richiesto che vi debba essere necessariamente soddisfazione della libido, sebbene sovente ne sia la manifestazione più evidente e culminante, né acquistano rilevanza ulteriori eventuali finalità che possono essere di concupiscenza, ludiche o di umiliazione nei confronti della persona offesa.
Nel delitto di atti sessuali con minorenne l’elemento soggettivo del reato è connotato dalla coscienza e volontà di compiere gli atti con persona intangibile sotto il profilo sessuale perché minore degli anni quattordici (a nulla rilevando l’ignoranza sull’età della persona offesa a meno che non si tratti di “ignoranza inevitabile” come espressamente sancito dall’art. 609 sexies c.p.).
Essendo la prova del dolo indiretta per natura, posto che l’oggetto probandi è un fatto psichico interno, rectius interiore, dell’agente, la sussistenza dell’elemento soggettivo richiesto dalla norma incriminatrice deve essere desunta da elementi esterni, ossia da quegli elementi fattuali della condotta che per la loro univoca offensività o attitudine ad offendere il bene tutelato dalla norma, denotano la sussistenza del fine perseguito dall’agente.
La prova del dolo con riferimento ai reati sessuali diviene particolarmente complessa nei casi in cui l’atto non sia particolarmente invasivo e sia stato commesso in un contesto scherzoso o riconducibile ad un fattore casuale.
In tal caso l’analisi deve essere ancora più rigorosa e come ha avuto modo di osservare la Suprema Corte Sez. III Pen. Sent. N. 11866 del 2010, occorre attenersi a due regole fondamentali:

  1.  Alla stretta aderenza dei fatti esposti dalla parte lesa senza forzature interpretative
  2.  Alla necessità di dare spazio ad approfondimenti probatori sollecitati dalle parti

Avv. Antonio Giannotti

 

 

BIBLIOGRAFIA:

  • F. Coppi, I reati sessuali. I reati di sfruttamento dei minori e di riduzione in schiavitù per fini sessuali, 2007, Giappichelli Editore;
  • G. F. Cicero, Il reato di atti sessuali con minorenne, 2017, Giuffrè Editore.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *