Diritto e procedura civile

Non solo “diffamazione”. I profili di responsabilità civile nel giornalismo.

E’ noto che lo spauracchio numero uno di ogni operatore della comunicazione sia la condotta p. e p. dall’art. 495 comma 2° lettera c del codice penale, cioè: “diffamazione a mezzo stampa”. Accade, spesso, purtroppo, che una completa informazione sia “vincolata” dal timore essere colpiti da iniziative giudiziarie non sempre promosse da soggetti ritenutisi offesi solo per motivi morali, ma anche economici, nonché politici anche a prescindere dalla condotta punita dal citato “noto reato”, ripeto art. 495 c.p. .
E’ qui pertanto che vogliamo esaminare le possibilità per un giornalista di incappare nella violazione della legge, anche inconspevolmente.
Parliamo di “responsabilità civile per fatto illecito” nella quale può incappare anche un diligente e corretto giornalista.
La base della responsabilità civile, cosidetta “aquiliana”, cioè extracontrattuale, deriva dall’art. 2043 del c.c. allorchè “Qualunque fatto doloso o colposo che cagiona ad altri danno ingiusto, obbliga colui che l’ha commesso al risarcimento del danno”.
Escludendo a priori che la deontologia del giornalista preveda un’ipotesi di fatto doloso, cioè di un atto preordinato ed indirizzato a provocare un danno, però è sempre possibile che qualcuno, anche inconscientemente, confezioni un pezzo che, divulgato nei media, può arrecare danno economico a taluno.
Quindi, preme segnalare a questo proposito che una forma di responsabilità civile possa sussistere anche nelle ipotesi di una colpa lieve, cioè di sole piccole leggerezze. “In lege aquilia et levissima venit”, dissero i giureconsulti del diritto romano.
Il punto dolens delle ipotesi di responsabilità civile, cui consegue la conseguenza finanziaria del risarcimento, è appunto anche un venticello di attività giornalistica che possa essere ritenuto “fatto illecito” da cui deriva una responsabilità civile.
Quindi, attenzione. Anche se un operatore delle comunicazione può essere scagionato dalle conseguenze penali della diffamazione ed anche altre figure di reato e contravvenzione, resta però sempre una possibilità che qualcuno, ritenutosi danneggiato dall’informazione resa, si rivolga al giudice civile per ottenere un risarcimento.
A caso, prendiamo, per es., un incauto articolo sulla pagina economica di un media che, commentando fatti di borsa valori, abbia comportato perdita di valore azionario e di reputazione di una società quotata.
La condotta dell’operatore della comunicazione, in questo caso, non potrà essere penalmente rilevante (diffamazione), però potrà esserlo in quanto fatto originario di un danno ex suddetto art. 2043 c.c..
Nessuno potrà essere esente da responsabilità civile per i suoi atti, neppure il giornalista che opera nell’informazione nell’ambito costituzionale della libertà del pensiero.
Per “tranquillizzare”, comunque, giova subito precisare che la responsabilità civile per “danno” da attività giornalistica è generica, quindi non oggettiva, cioè del tipo, che per un accertamento positivo, si valuta caso per caso l’elemento soggettivo: dolo o colpa.
Diversamente si prevede, per es. nell’art.2049 c.c.- (responsabilità oggettiva, quindi presunta, dei -padroni e committenti – che potrebbe riguardare, per esempio, un editore per fatti del giornalista suo dipendente). Quindi, nelle ipotesi previste ex art. 2043 c.c., ne consegue che il soggetto ritenutosi danneggiato sia tenuto alla piena prova dell’elemento psicologico dell’autore del danno e del pregiudizio subito. Nelle ipotesi, invece, di responsabilità oggettiva, il responsabile deve darne prova contraria.
In pratica, non essendo sempre possibile la prova di un danno civile in quanto questo, non derivando da reato (cfr.art.185 c.p.- danno morale-) non è presunto e neppure rientrando nelle ipotesi dell’art. 2059 c.c. (danno patrimoniale ammesso solo nei casi di legge), le parti ritenutesi danneggiate hanno un impegno probatorio che spesso non incoraggia un’azione civile con la concreta possibilità di mancato accoglimento.
Un ostacolo tipico all’accertamento della responsabilità civile è anche la dimostrazione del “nesso di causalità”, cioè della circostanza che sia stata proprio la pubblicazione quel qualcosa che abbia direttamente provocato pregiudizio alla parte offesa.
Esaminiamo a questo punto quali possano essere le conseguenze di una condotta colposa di un giornalista nella sua attività nelle accertate e provate ipotesi di danno arrecato.
Il danno si definisce nelle forme di “lucro cessante” e “danno emergente”.
E’ lucro cessante il danno immediato, danno emergente la perdita della chance.
Nell’esempio sopra ricordato, cioè dell’incauto servizio giornalistico su fatti di borsa valori, se il soggetto quotato in borsa avrà visto perdere valore dei suoi titoli nella giornata borsistica seguente la pubblicazione dell’articolo, avrà subito un lucro cessante, mentre se il corso azionario successivo sarà ancora negativo, potrà esserci un danno emergente, leggasi: perdita di fiducia dei suoi investitori.
Altrettanto, ipotesi di responsabilità può essere costituita dal diramare nei media fatti personali e aziendali di cui l’autore possa essere venuto a conoscenza per vie riservate, che, però, portate a conoscenza del pubblico, possano poi avere come conseguenza un nocumento alla posizione sociale del soggetto descritto ed al rating di un’azienda.
Tutto ciò anche a prescindere una condotta penalmente rilevante come la diffamazione o altre ipotesi di delitto.
Per quanto poi riguarda l’ammontare del risarcimento eventualmente dovuto al danneggiato in seguito ad una per lui favorevole decisione giurisdizionale, il giudice può fare riferimento alla liquidazione equitativa ex art. 1223 c.c. in difetto di possibile calcolo economico del danno.
E’ comunque sempre escluso il “danno morale”, perché esso si identifica solo con quello che è conseguenza di un reato.
In conclusione,  non volendo certo spaventare nessuno – proprio tra i professionisti dell’informazione che svolgono un’attività costituzionalmente rilevante – ma nemmeno scoraggiarli per svolgere un “giornalismo d’inchiesta” spesso foriero di fattispecie ritenute dannose, è opportuno sapere e tenere conto della esistenza e della possibilità che si possa essere ritenuti responsabili civili a prescindere quella specifica penale (per tutti art. 595 c.p.,) ma anche art.265 bis e ter c.p. (Disfattismo), 501 1° c.c.p. (notizie false esagerate che provocano rialzi prezzi merci), 658 c.p. (procurato allarme), 656 c.p.(diffusione notizie false e tendenziose), 661 c.p.(abuso credulità popolare) tutte fattispecie possibili nell’ambito giornalistico, anche se di limitato effetto.

Avv. Andrea Stefano Marini Balestra

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