Psicologia

“Se ti fermi all’undicesimo giorno di viaggio non puoi vedere la luna sorgere sulla capitale”. La resilienza: un tesoro prezioso.

“Il viaggio da Kamakura a Kyoto dura dodici giorni: se viaggi per undici giorni e ti fermi quando ne manca uno solo, come puoi ammirare la luna sopra la capitale?”
Così scriveva alcuni secoli fa un monaco buddista ad un suo discepolo per incoraggiarlo a non fermare il suo viaggio. E ancora una citazione di probabile origine araba è “Non arrenderti potresti farlo un’ora prima del miracolo”. Ma cosa davvero ci consente di non arrenderci? Si tratta di carattere, personalità, motivazione nel raggiungimento del traguardo, autostima, fortuna o cos’altro?
È possibile che tutti questi elementi concorrano nello sviluppo di quella capacità di cui, da alcuni anni si parla come l’elemento fondamentale per uscire da una crisi personale ed evolutiva: la resilienza.
In un proverbio cinese è contenuta questa metafora che ben descrive la resilienza: “quando soffia il vento del cambiamento alcuni costruiscono muri altri mulini a vento”.
La resilienza è la capacità di far fronte in maniera positiva ad eventi traumatici, di riorganizzare costruttivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà, di ricostruirsi restando sensibili alle opportunità favorevoli che la vita offre, senza alienare la propria identità.
Un fattore che incide sulla possibilità che il soggetto diventi resiliente è l’imprinting familiare: le modalità di comportamento e soprattutto l’atteggiamento che i genitori avevano difronte alle difficoltà rappresentano la base per la creazione di un modello di approccio ai momenti non favorevoli, funzionale o disfunzionale.
La buona notizia, in ogni caso, è che resilienti si può diventare nell’arco della vita modificando il nostro atteggiamento mentale ed emotivo nei momenti di impasse. Ora nello specifico vediamo quando entra in gioco la resilienza come risorsa preziosa.
Fritz Perls, principale esponente della terapia della gestalt, ha teorizzato un ciclo articolato in quattro fasi attraverso il quale l’individuo entra in contatto il mondo interno ed esterno: pre-contatto, contatto, contatto finale o “pieno” e post- contatto. Sinteticamente possiamo dire, che nel pre- contatto l’individuo sperimenta una sensazione che destabilizza il suo normale equilibrio, ad esempio sente fame o sete, questa sensazione provoca in lui eccitazione e nello stesso tempo curiosità.
La fase del contatto è il momento in cui l’individuo diventa consapevole della nuova sensazione che sperimenta e dei bisogni emergenti.
Il suo corpo inizia ad attivarsi per raggiungere il livello di soddisfazione dei bisogni che lo riporti in una condizione di omeostasi e può farlo in forma proattiva o reattiva a seconda del livello di consapevolezza raggiunto.
Il contatto finale o pieno è il momento dell’azione, quello in cui il soggetto mette in atto comportamenti adatti per soddisfare i bisogni con cui è venuto in contatto nelle fasi precedenti, a seguire entra nella fase del post – contatto ovvero il ritiro e l’isolamento dall’esperienza appena vissuta. Il ciclo del contatto avviene sia con esperienze positive sia con avvenimenti traumatici.
Il pre- contatto con la pandemia che si è diffusa nel nostro Paese e nel mondo è stato caratterizzato per taluni da meccanismi di evitamento come la rimozione o la negazione della realtà.
Tali processi sono descritti nella psicoanalisi come difese primarie che l’Io mette in atto per prevenire, diminuire e risolvere i conflitti emotivi inconsci attraverso l’allontanamento di pensieri, sentimenti, ricordi, desideri ed emozioni percepiti come dolorosi, insopportabili e minacciosi.
La seconda fase quella del contatto con la realtà del covid -19 è stata la fase della paura, dell’angoscia, del senso di frustrazione e per alcuni di disperazione e disorientamento.
Il principale bisogno emerso è stato quello di ritrovare sicurezza e certezze, in momento in cui la nostra base sicura “sociale “ed “economica” ha iniziato a vacillare.
La necessità primaria è stata quella di placare le sensazioni sgradevoli derivanti dagli stati emotivi descritti, ormai non più negabili o rimovibili, ed è proprio in questa terza fase del ciclo del contatto che è entrata in gioco la resilienza individuale.
Una resilienza che si è tradotta in comportamenti quali: strutturare una nuova routine, modificare i propri pattern della relazione, gestire il bisogno di movimento, riprogettare il proprio futuro.
Per tutti sicuramente quello di adattarsi alla quarantena è stato un compito evolutivo particolarmente complesso, con differenze soggettive che hanno condotto una parte della popolazione a realizzare un adattamento creativo alla situazione e un’altra a vivere ancora in uno stato di forte disagio emotivo e psichico.
Dicevamo prima, tuttavia, che ci si può allenare a diventare resilienti, ma come?
Due aspetti sono importanti, il pensiero e la creatività.
I nostri pensieri, giudizi e opinioni su una determinata realtà, influenzano il nostro modo di entrarci in contatto e di viverla; il pensiero genera un’emozione positiva o negativa e dirige la nostra azione.
Virginia Satir, psicoterapeuta e esponente di grido dalla Programmazione Neurolinguistica, comunemente conosciuta come Pnl, ha descritto tre meccanismi di distorsione cognitiva rintracciabili nella nostra modalità di espressione linguistica: la generalizzazione, la cancellazione e la deformazione.
La generalizzazione è il procedimento attraverso il quale alcuni elementi del modello percettivo del soggetto vengono staccati dall’esperienza originaria e giungono a rappresentare l’intera categoria di cui quella esperienza era un esempio.
Se è vero che, in alcune situazioni la tendenza a generalizzare è a nostro favore, ad esempio, se venendo a contatto con una pentola d’acqua bollente ci bruciano e stabiliamo la regola per cui tutte le pentole bollenti sono pericolose, in altri casi, possiamo formare regole rigide di pensiero dovute ad una generalizzazione disfunzionale.
E’ il caso in cui la regola è “Non esprimere mai i tuoi sentimenti”, questo in un contesto di guerra può essere utile alla sopravvivenza, ma, traslato in una relazione no. Il secondo meccanismo di cui ci parla la Satir è la cancellazione; il processo attraverso il quale prestiamo attenzione ad alcuni aspetti della nostra esperienza e ne escludiamo altri.
La cancellazione riduce il mondo a proporzioni che ci sentiamo in grado di maneggiare; tale riduzione può essere funzionale in alcuni contesti in altri no. In ultimo la deformazione è il meccanismo attraverso cui operiamo cambiamenti nella nostra esperienza dei dati sensoriali.
La deformazione è l’elemento maggiormente presente nelle nostre fantasie e sicuramente è uno strumento utilizzato dagli artisti per creare realtà parallele meravigliose, nello stesso tempo è un meccanismo che può limitare di molto l’esperienza di un individuo, bloccandolo nel viverla. Immaginate come le tre distorsioni cognitive descritte dalla Satir possono avere influenzato la percezione singola, ma, in parte anche quella collettiva della realtà difficile che stiamo vivendo.
Operando un riconoscimento rispetto al processo che maggiormente utilizziamo attraverso l’attenzione al nostro linguaggio possiamo applicare una modifica a tutti quei pensieri che sono catastrofici e limitanti.
La nostra resilienza fa leva, infine, sulla possibilità di dare spazio alla creatività. Una creatività che può abitare in noi anche in un momento di fermo e di vuoto.
La psicoterapia della gestalt ha concettualizzato, infatti, l’esistenza di un contatto con il vuoto che può essere definito “un vuoto fertile”; questo è ciò che avviene quando siamo in presenza di una dissonanza cognitiva, qualcosa di diverso, inconcepibile e impensabile che si manifesta davanti a noi paralizzandoci e costringendoci a fare un passo indietro nel nostro percorso evolutivo.
Quello che appare come un baratro in realtà è un nuovo punto di inizio; una volta infatti, superato il momento di impasse e di blocco, attiveremo una creatività che non pensavamo di avere, per tornare a soddisfare con una modalità tutta nuova i nostri bisogni; come in natura la terra inizialmente è solo terra, ma contiene un seme che sarà fiore e poi frutto, così il “vuoto fertile” è un contenitore dal quale possono emergere creatività, speranza e una nuova progettualità.
Resilienti continuiamo il nostro viaggio per vedere insieme la luna sulla capitale, buon viaggio a tutti noi.

dott.ssa Valentina Tanini

 

BIBLIOGRAFIA

-V. Luigi Castellazzi (1991), “Introduzione alle tecniche proiettive”, Las, Roma.
-Fritz Perls (1977), “L’approccio della gestalt”, Astrolabio, Roma.
-Virginia Satir cit in Richard Bandler, John Grinder, (1981), “La struttura della magia” Astrolabio, Roma.

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