Diritto penale

La tutela cautelare nei reati di violenza di genere.

Come tristemente reso noto dalle cronache giudiziarie, l’intensificarsi dei delitti riconducibili al più ampio genus dei reati caratterizzati dalla violenza di genere, ha assunto negli ultimi anni le caratteristiche di una vera e propria emergenza sociale.
Occorre, peraltro, tener presente che per loro stessa natura i fatti di reato riconducibili alla categoria della cd. “violenza di genere” tendono a rimanere sommersi in quanto sono suscettibili di essere commessi, nella stragrande maggioranza dei casi, nell’intimità delle mura domestiche che da luogo sicuro e riservato quale dovrebbe essere, si trasforma in un ideale “locus ubi delictum committere” sottratto per destinazione allo sguardo di occhi estranei al nucleo familiare.
Altra caratteristica propria di tali fatti di reato è che presentano un alto tasso di reiterazione e un progressivo aggravamento delle condotte, nel senso che in una gran parte dei casi si verifica che si susseguano fatti sempre più gravi. Spesso, infatti, dalla violenza verbale si passa a quella fisica e/o psicologica con atti sempre più lesivi della persona e dell’incolumità fisica sino a giungere, nei casi più estremi, all’epilogo dell’omicidio.
Questa è la ratio che ha mosso il legislatore nazionale il quale, in saedes materiae, accanto agli ordinari e tradizionali strumenti cautelari, quali la custodia cautelare inframuraria, la misura autocustodiale, l’obbligo di presentazione alla P.G., l’obbligo di dimora ed il divieto di dimora, ha previsto ed introdotto nel nostro ordinamento le ulteriori fattispeci cautelari quali l’allontanamento dalla casa familiare ex art 282 bis c.p.p., ed il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla vittima ex art 282 ter c.p.p., applicabili, entrambi, anche in via precautelare d’urgenza ai sensi dell’art 384 bis c.p.p..
Tuttavia, nonostante l’introduzione di ulteriori misure cautelari e precautelari, spesso il sistema non è in grado di assicurare una efficace tutela alle vittime, posto che l’applicazione dello strumento cautelare, non deve solo essere astrattamente prevista, ma anche resa effettiva attraverso l’adozione di provvedimenti dispositivi.
Sollecitazioni in tal senso ci giungono anche dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo con la nota sentenza Talpis c/ Italia (Cort. Eur. I Sez. Sent. del 02.03.2017), con la quale l’Italia è stata condannata per violazione del diritto alla vita, del divieto di trattamenti inumani e degradanti nonché del divieto di discriminazione, in quanto le autorità non erano intervenute a tutela e protezione di una donna e dei suoi figli, destinatari della violenza domestica usata dal marito (padre) nei loro confronti e che è scaturita nel tentato omicidio della moglie e nell’omicidio di uno dei figli.
I reati di genere godono di una corsia preferenziale in ordine alla loro trattazione da parte degli organi inquirenti e giudicanti.
In effetti l’art. 132 bis disp. att. c.p.p. prevede che i reati previsti dall’art. 572 c.p. (maltrattamenti in famiglia), art. 612 bis c.p. ( atti persecutori) e quelli compresi tra gli artt. 609 bis c.p. a 609 octies c.p. (violenza sessuale), godono di una priotità nella trattazione che si intensifica qualora l’imputato sia stato sottoposto a misura cautelare personale comprese quelle previste all’art. 282 bis e ter c.p.p., anche se medio tempore revocate o divenute ineficaci.
L’enunciato dell’art. 132 bis disp. att. c.p.p. è stato assorbito dall’organizzazione giudiziaria per il quale è divenuto un criterio direttivo secondo il quale organizzare gli uffici e l’attività giudiziaria.
Sul piano pratico l’adozione di questo criterio ha determinato in primo luogo un coordinamento più intenso ed efficace tra P.G. e P.M.. Elemento determinante di questa organizzazione degli uffici è senza dubbio ravvisabile nella specializzazione e formazione che deve necessariamente avere il personale di P.G., sia con riferimento alla raccolta della notizia di reato e degli elementi di prova, sia, soprattutto, alla corretta e sollecita valutazione dei rischi che può correre la persona offesa ai fini della richiesta di una delle misure cautelari previste dal codice di rito.
Proprio in questa fase è più marcata la necessità di un raccordo e di un dialogo tra P.G. e P.M.. In tale ambito riveste particolare importanza, in ragione della tenera età delle persone da sentire, l’assunzione di informazioni presso le persone minorenni coinvolte, che deve essere acquisita con le forme previste dall’art. 351 comma 1 ter c.p.p., sebbene la sede per eccellenza deputata allo svolgimento di tale attività sia da individuarsi nell’incidente probatorio speciale.
E’ tale l’incidenza del fenomeno della cd “violenza di genere” e l’esigenza di affrontarlo in via prioritaria che ha spinto gli uffici di Procura di maggiori dimensioni ad istituire la figura del P.M. del turno violenza. Negli uffici di dimensioni minori è in uso la prassi di istituire quantomeno un magistrato specializzato in reati di genere.
Altro elemento fondamentale è il raccordo tra P.M. e G.I.P., tenendo conto che l’art. 132 bis riguarda anche quest’ultimo. E’ del tutto evidente, peraltro, che tanto più ha senso predisporre un criterio di priorità, quanto più si può disporre di un intervento tempestivo da parte del G.I.P. sia esso giudice del precautelare, quanto del cautelare.
La caratteristica precipua delle misure cautelari nell’ambito dei reati connotati dalla “violenza di genere”, risiede nella loro strumentalità rispetto alla tutela della vittima, nel senso che le misure cautelari devono essere teleologicamente orientate alla più efficace e concreta protezione della persona offesa.
A tal proposito il giudicante dovrà di volta in volta ritagliare sul caso di specie sottoposto al suo vaglio, la più idonea nel panorama delle misure disponibili e modularla sia sul piano della sua estensione, spazio/temporale, sia sul piano della sua intensità in termini di compressione della libertà del preposto. Quanto sopra facendo in modo che la stessa sia al contempo in grado di tutelare la persona offesa in maniera efficace ed effettiva pur mantenendo fermo il rispetto del tradizionale ed indefettibile principio di proporzionalità ed adeguatezza, quale caposaldo dell’intero sistema cautelare, che impone un necessario contemperamento tra le esigenze di tutela della vittima e la minore compressione dei diritti del preposto, il quale, lo si ricorda, nella fase procedimentale de quo, riveste lo status di indagato in quanto attinto da gravi indizi di colpevolezza, ma che, nel pieno rispetto dei principi costituzionali, deve essere considerato innocente fino al passaggio in giudicato di una futura eventuale sentenza di condanna.
In questa ottica le misure cautelari dell’allontamento dalla casa familiare di cui all’art. 282 bis c.p.p. e divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dall a parte offesa ex art 282 ter c.p.p., introdotte proprio con riferimento alla categoria dei reati che ci occupano, devono assumere il carattere della dinamicità nel senso che devono essere applicate, soprattutto la seconda, in modo che possano accompagnare la persona offesa in qualunque suo spostamento, sia in luoghi fisici, sia in luoghi virtuali, quali social, chat e network.
Con riferimento ai luoghi fisici, premesso che il giudiante non può prevedere ed indicare a priori nell’ordinanza applicativa della misura tutti gli spostamenti possibili e tutti i luoghi che saranno frequentati dalla persona offesa, senza peraltro addivenire in tal modo ad una irragionevoloe ed inaccettabile limitazione della libertà di movimento proprio della persona che si intende tutelare, è emersa la necessità di ricorrere ad un meccanismo per così dire aperto grazie al quale la tutela possa essere estesa anche a luoghi non conosciuti, non previsti e non prevedibili come frequentabili dalla vittima al momento in cui viene emessa la misura. Di qui discende il carattere itinerante delle misure de quo.
Sul piano pratico questo comporta che il giudice, dopo aver dato indicazione nell’ordinanza applicativa dei luoghi già noti e normalmente frequentati dalla vittima in ragione della sua residenza, della sua attività lavorativa e delle sue abitudini di vita, possa ricorrere ad una clausola aperta, in termini di riserva, alla stregua della quale i luoghi diversi da quelli indicati vengono individuati per relationem proprio in virtù dell’efficacia itinerante della misura.
La natura per così dire pro personam, pertanto, prevale su quella pro loco della misura, tanto che, alloccorrenza, puo essere estesa oltre i confini nazionali. In effetti, qualora la persona oggetto di protezione dovesse avere la necessità di spostarsi all’estero, può chiedere con apposita istanza diretta al magistrato che ha emesso la misura, l’emissione di un ordine di protezione europeo che dovrà essere trasmesso per via ministeriale al giudice dello Stato di destinazione e soggiorno della persona offesa tradotto mella lingua dello Stato ospite.
Qualora il Paese destinatario dell’ordine di protezione dovesse rifiutarsi di darvi esecuzione, il diniego verrà comunicato alla persona offesa. Nel caso in cui, invece, sia lo Stato italiano a ricevere un ordine di protezione europeo da parte di uno Stato estero, sara la Corte di Appello del luogo nel quale la persona oggetto di tutela si dovesse trovare a soggiornare ad essere competente della sua esecuzione.
In questo particolare ambito, inoltre, vige il criterio di prevalenza delle misure cautelari. In effetti, quando i reati de quo incidono su un contesto familiare nel quale sono presenti figli minori, è inevitabile che della più complessiva vicenda familiare venga interessato anche il giudice minorile la cui finalità precipua, come è noto, è quella di adottare provvedimenti nel preminente interesse dei minori ed il cui intervento si dispiega parallalelamente all’attività del giudice penale. Pertanto, stante il principio immanente dell’autonomia e della non ingerenza delle diverse giurisdizioni, può accadere che le pronunce incidentali o endoprocedimentali adottate autonomamente e inaudita altera iurisdictione dai due giudici vengano a collidere o comunque a trovarsi del tutto o parzialmente in contraddizione le une con le altre.
In particolare si può verificare l’ipotesi alla stregua della quale il giudice penale giunge ad emettere un’ordinanza applicativa di misura cautelare nei confronti del genitore ed il giudice minorile, invece, all’esito di una valutazione della complessiva vicenda, analizzata da un diverso punto di vista che parte da presupposti differenti rispetto al primo giudicante, può giungere, traguardando i fatti attraverso il prisma preminente dell’interesse del minore, a conclusioni assolutamente divergenti quale ad esempio quella di consentire l’esercizio del diritto di visita al genitore, già destinatario di misura cautelare in sede penale.
Questo proprio in virtù del fatto che le due giurisdizioni si “occupano” di aspetti diversi delle medesima vicenda e valutano gli stessi fatti da un diverso punto di vista e con differenti finalità.
E’ tuttavia evidente come in un caso analogo a quello qui rappresentato, tutt’altro che insolito nella realtà della prassi giudiziaria, i due provvedimenti sono non solo in contrasto, quanto al loro contenuto dispositivo, ma addirittura incompatibili tra loro.
In tali casi è indubbia la prevalenza del provvedimento del giudice penale rispetto a quello di altri giudicanti, per la ragione sostanziale che il provvedimento cautelare penale partecipa di una natura intrinsecamente ablativa dei diritti, delle potrstà e delle facoltà civili riconducibili allo status libertatis. In effetti, comprimendo lo status libertatis, il provvedimento penale finisce per elidere lo status civilis e le facoltà civili in cui lo stesso si declina, tra le quali vi è senza dubbio la potestà genitoriale.
Tornando al tema della modulabilità ed evolutività della misura cautelare in ragione del rischio alla quale la persona offesa di volta in volta si trova esposta e delle esigenze di tutela conseguenti, va precisato che la stessa consta di due momenti fondamentali, ossia la scelta della misura iniziale e la sua modulazione durante l’esecuzione.
Per una precisa scelta di politica criminale il legislatore ha stabilito che il giudice nella scelta e modulazione della misura cautelare, con riferimento ai reati di genere per eccellenza ossia maltrattamenti ed atti persecutori, deve tener presente esclusivamente i criteri di necessità ed adeguatezza, in quanto per i predetti reati è stata prevista all’art. 275 comma 2 bis c.p.p., una deroga al criterio generale operante per l’applicazione della misura della custodia cautelare in carcere, che prevede che il giudice operi una prognosi fondata e motivata di erogazione, con la futura eventuale sentenza di condanna, di una pena detentiva non inferiore ai tre anni.
Una precisazione ulteriore merita la misura degli arresti domiciliari in saedes materiae in quanto il giudice, qualora decida di farvi ricorso, dovrà accertare che il preposto non abbia la possibilità di reiterare i fatti di reato in costanza della misura.
Un cenno a parte richiede, inoltre, la questione relativa alla utilizzabilità o meno del braccialetto elettronico cd. antistalker.
L’uso del braccialetto elettronico come strumento di controllo di coloro che sono sottoposti alla misura degli arresti domiciliari è stato introdotto dall’art. 275 bis c.p.p., normato con il decreto legge n. 341/2000, convertito con modificazioni nella legge n. 4/2001.
Tuttavia, se la compatibilità del braccialetto elettronico con la misura autocustodiale non solleva problemi operativi, lo stesso non si può dire per le altre misure previste per la tutela della vittima di reati di genere.
Unico richiamo all’utilizzo del braccialetto elettronico si ha nell’art. 282 bis c.p.p., che introduce e disciplina la misura dell’allontanamento della casa familiare. Con riferimento alla introduzione dell’utilizzo del braccialetto elettronico in ambito della tutela della vittima di reati di genere avvenuta con legge n. 119/13, vi è da rilevare un difetto di coordinamento tra norme risolto con un successivo intervento costituito dalla legge n. 132 del 01/12/2018.
In primo luogo la novella del 2013 introduceva il ricorso al braccialetto elettronico, solo per la misura dell’allontanamento dalla casa familiare ex art. 282 bis c.p.p., escludendo la misura del divieto di avvicinamento alla persona offesa ex art. 282 ter c.p.p..
Inoltre, la legge del 2013 ha inserito tale disposizione al comma 6 del citato art. 282 bis c.p.p., che costituisce una norma derogatoria rispetto alla disciplina generale dettata dall’art. 280, I comma c.p.p. per l’applicazione delle misure cautelari, alla stregua della quale le misure diverse della custodia cautelare in carcere possono essere disposte solo quando si procede per delitti per i quali la legge stabilisce le pene dell’ergastolo o della reclusione superiori nel massimo a tre anni. In virtù di tale delega il legislatore ha inteso estendere l’applicazione di dette misure anche a reati per i quali, ratio poena, non sarebbe stato consentito applicarle.
Orbene il riferimento normativo dell’art. 282 bis comma 6 c.p.p., a reati più gravi quali violenza sessuale di cui all’art. 609 bis e ss c.p., per i quali già autonomamente era prevista l’applicabilità della misura cautelare, va letto nel senso di voler consentire anche per quest’ultimi l’utilizzo congiunto dell’allontanemento dalla casa familiare e del braccialetto elettronico.
Tuttavia, a causa di una evidente lacuna normativa, non sono stati inseriti ab initio, nel richiamo operato dall’art. 282 bis comma 6, i reati che costituiscono l’archetipo della categoria dei delitti di genere, ossia il reato di maltrattamenti ex art. 572 c.p. ed il reato di atti persecutori, meglio conosciuto come stalking, di cui all’art. 612 bis c.p..
Questa grossolana “svista” del legislatore ha prodotto un risultato paradossale, nel senso che la misura dell’allontanamento dalla casa familiare può essere disposta sia per i reati meno gravi, sebbene già indici di un clima di violenza – cd. delitti sentinella – anche in deroga ai limiti di pena e facendo financo ricorso all’utilizzo dello strumento del braccialetto elettronico, sia per i reati più gravi, quali quelli di violenza sessuale, mentre ex absurdo era esclusa la possibilità di utilizzare il braccialetto elettronico per i reati non indicati dell’art. 282 bis, 6 comma, nonostante si tratti dei reati che costituiscono la cd. “violenza di genere” per eccellenza, quali i maltrattamenti e gli atti persecutori.
Nel 2018 è intervenuto il parlamento a colmare, sebbene solo parzialmente, la lacuna generata dalla legge del 2013.
La legge n 132 del 01.12.2018, infatti, ha inserito tra i reati elencati nel comma 6 dell’art. 282 bis, anche i delitti di maltrattamenti ed atti persecutori.
Tuttavia l’intervento normativo del 2018 supera solo in parte la lacuna ed il difetto di coordinamento tra norme venutosi a creare con la legge del 2013, posto che, l’inserimento dei reati di maltrattamenti e di atti persecutori nel comma 6 dell’art. 282 bis c.p.p., ha determinato l’effetto di estendere anche a quest’ultimi la deroga quod poenam all’art. 280 c.p.p., ma, tuttavia, non ha colmato la lacuna normativa che non consentiva di utilizzare il braccialetto elettronico per la misura coercitiva del divieto di avvicinamento alla vittima, con ciò rendendo di fatto inutilizzabile tale strumento proprio con riferimento alle ipotesi di stalking per le quali tale misura cautelare è statisticamente la più applicata.
Inoltre vi è da segnalare sul piano meramente pratico che non la novella del 2018 non è stata “accompagnarta” dalla destinazione di alcuna risorsa economica per l’acquisto di braccialetti eletronici cd antistalker, i quali sono diversi, sià per tecnologia che per funzioni e finalità, dagli omologhi dispositivi utilizzati per il controllo dei preposti ai quali è applicata la misura degli arresti domiciliari. In effetti, mentre quest’ultimi devono segnalare l’allontanamento da un perimetro predefinito coincidente con il domicilio del preposto, i primi devono monitorare e segnalare non l’allontanamento da un luogo predefinito, bensì l’avvicinamento del preposto alla vittima che è libera di muoversi e che deve, a sua volta, acconsentire alla installazione su se stessa di un analogo dispositivo di controllo.
Per questo il legislatore è dovuto intervenire per l’ennesima volta in saedes materiae con la legge 19 luglio 2019 n. 69, intitolata “ Modifiche al codicepenale, al cofice di procedura penale e altre disposizioni in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere” al fine di colmare defnitivamente il residuo vuoto normativo.
La legge appena citata si compone di 21 articoli e riflette un approccio interdisciplinare, che il legislatore ha voluto adottare in tale materia, modificando il codice penale, il codice di procedura penale, ed anche la disciplina non direttamente penalistica, ma connessa alla tutela delle vittime dei reati di genere.
In effetti, oltre ad introdurre ulteriori e innovative ipotesi di reato quali “costrizione ed induzione al matrimonio”, “deformazione dell’aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso” e “diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti”, la novella in esame si è occupata anche delle misure cautelari, argomento trattato specificatamente nel presente contributo, introducendo, proprio con riferimento alla misura dell’allontanamento dalla casa familiare ex art 282 ter c.p.p. ed alla misura del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa ex art 284 quater c.p.p., la possibilità di controllo del preposto mediante il ricorso a mezzi elettronici o altri strumenti tecnici di cui all’art. 275 bis c.p.p., prevedendo, altresì, l’obbligo di comunicazione dei provvedimenti modificativi delle predette misure cautelari, oltre che direttamente alla persona offesa, anche al difensore di quest’ultima qualora sia in atti nominato.

BIBLIOGRAFIA:

1) “La violenza di genere” Ed. Giuffrè 2019 di Fabrizio Filice – Magistrato con funzione di G.I.P. presso il Tribunale di Vercelli
2) “Lo stalking. Il reato di atti persecutori: aspetti sostanziali e processuali” Ed. Dike Giuridica Editrice di Tovani S., Trinci A.
3) “Codice Rosso. Commento alla L. 19 luglio 2019 n. 69 in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere”Ed. Pacini Giuridica 2020 – Bartolomeo Romano e Antonella Marandola.

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