Psichiatria

Libertà e responsabilità: la liberazione di maggio, quarantadue anni dopo la legge Basaglia.

Il 13 maggio di 42 anni fa fu approvata la celebre Legge 180, detta anche “Basaglia” dal nome del suo ispiratore, lo psichiatra veneziano che per primo sostenne che l’unica strada possibile per superare la segregazione e l’esclusione dei pazienti psichiatrici, stimolando così la società ad affrontare i dilemmi e le sfide poste dalla malattia mentale, era l’abbattimento totale dell’istituzione manicomiale.
Fu così che gli ospedali psichiatrici vennero chiusi uno dopo l’altro (l’ultimo nel 1998, a vent’anni dall’approvazione della legge) e venne costruita la rete dei servizi di salute mentale, che si occupano di prevenzione, terapia e riabilitazione psichiatrica agendo sul territorio, evitando così che i pazienti vengano sradicati dal loro contesto di appartenenza per essere inglobati in istituzioni globali come i manicomi, che ne cancellavano l’identità personale.
Basaglia rifuggiva da tutte le spiegazioni semplicistiche circa l’origine della malattia mentale, sia da quelle troppo medicalizzate, che, presumendo “ideologicamente” un corpo malato, “fabbricavano” l’idea di un malato inquadrabile secondo i canoni della medicina identificando il paziente con la sua malattia, sia da quelle troppo politicizzate, che attribuivano banalmente la causa dei disturbi psichiatrici a fattori sociali secondo un rapporto causa-effetto.
Per Basaglia le cause del disagio psichico andavano ricercate in “una interazione di tutti i livelli di cui siamo composti, biologico, sociale, psicologico, e di questa interazione fanno parte una enorme quantità di variabili”. Pertanto la prima e più importante cosa da fare era quella di sovvertire l’idea del malato mentale come “uomo senza diritti, soggetto al potere dell’istituto e quindi dei delegati della società che lo ha allontanato ed escluso”. Era proprio questa esclusione ad impedire, nella prospettiva basagliana, lo stabilirsi di una relazione autentica, e quindi curativa, tra medico e paziente, imprigionati in un rapporto di potere, all’interno del quale lo psichiatra spesso si limitava ad esercitare il mandato di controllo che la società gli aveva affidato.
Lo psichiatra, secondo Basaglia, doveva “essere per il malato il limite della realtà”, aiutandolo a confrontarsi con le sue contraddizioni e responsabilità, ma nello stesso tempo doveva porre la società di fronte alle sue, escluse e rimosse dalla coscienza collettiva grazie alla barriera fisica dell’ospedale e a quella incorporea del sapere “tecnico” psichiatrico, cui Basaglia attribuiva una funzione “escludente” non inferiore a quella del manicomio, per la sua capacità di ridurre l’uomo malato ad una “cosa”, rappresentata dai suoi sintomi.
Responsabilità e libertà, dunque, come unica possibilità di rinascita, senza le quali restano solo il paternalismo e l’autoritarismo. Lo sviluppo di nuovi strumenti terapeutici (compresi gli psicofarmaci, cui Basaglia contrariamente a quanto a volte si afferma non era contrario, a patto che venissero usati per alleviare i sintomi dei malati e non per sedarli come “camicie di forza” chimiche) consente di superare il nichilismo, non solo di quei medici che non sono capaci di immaginare prospettive evolutive per i loro pazienti, ma anche dei cittadini scoraggiati e diffidenti nei confronti delle possibilità offerte dalla medicina.
E’ necessario un cambiamento culturale (Basaglia parlava di “rieducazione tecnica e umana”) che induca le persone a prendersi cura responsabilmente della propria salute, non rinunciando per questo alla propria libertà. Per questo è opportuno che i pazienti e i loro familiari siano correttamente informati sulla loro malattia, sui rischi che corrono adottando certi comportamenti e sui vantaggi che possono ottenere aderendo alle terapie suggerite, diventando protagonisti delle loro scelte e non limitandosi a seguire passivamente le prescrizioni o gli obblighi imposti in caso di trattamenti coercitivi.
Fondamentali erano poi, nella visione di Basaglia, l’abbattimento delle barriere fisiche, l’apertura delle porte e la ripresa dei contatti con l’esterno; insomma la sostituzione del principio di autorità con quello di libertà.
Il trattamento sanitario obbligatorio (TSO) viene limitato ai casi in cui vi sia la necessità di interventi terapeutici urgenti e irrinunciabili per la salute del paziente, che questi però non accetta: solo in tal caso la legge prevede che il sindaco, con proposta motivata di due medici e autorizzazione del giudice tutelare, ordini un intervento coercitivo.
Ciò a cui si tende in salute mentale non è tanto la “guarigione” da condizioni che spesso, più che “malattie” vere e proprie, sono modi di stare al mondo, ma piuttosto la riconquista della propria identità, del proprio spazio vitale e della propria rete di relazioni: ricordare chi si è oltre la propria diagnosi e trovare la “giusta distanza” dagli altri, evitando sia l’invadenza che il ritiro e l’abbandono.
Anche oggi, nella fase di ripresa che segue la diffusione dell’epidemia da coronavirus, per riuscire ad abbattere le barriere che limitano la nostra espressione vitale è necessario gestire con saggezza i nostri contatti interpersonali: ciò presuppone, ancora una volta, senso di responsabilità e consapevolezza dei propri diritti, per tutelare la nostra salute e quella di chi ci circonda senza rinunciare a vivere o cadere nei due estremi del nichilismo irresponsabile o dell’autoritarismo bioetico. La scienza ha il diritto/dovere di diffondere liberamente informazioni rigorose sulle modalità di prevenzione delle malattie; la politica quello di indicare la strategia generale; il cittadino quello di fare responsabilmente le sue scelte.

Dott. Francesco Cro

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