Editoriale

Cosa ci ha insegnato il coronavirus? Qualche riflessione banale, ma non troppo (forse).

È sicuramente strano, per una rivista scientifica, trattare talvolta di questioni non attinenti alla propria sfera di interesse.
Oggi questo è il caso mio, poiché in qualità di direttore, occupandomi di diritto quasi tutti i giorni della mia vita, stamane preferisco occuparmi di questioni generali, cercando di raccogliere lo spirito degli articoli trattati dalla rivista, ma di fornire anche una mia interpretazione dei fatti che si stanno verificando e si sono verificati.
Ho scelto volutamente il silenzio in questi mesi, perché è stato giusto dare spazio ai vari professionisti – giuristi e psicologi – che, nell’ambito delle discipline di competenza, hanno affrontato il fenomeno del coronavirus e dei suoi impatti sul diritto, sulla società, sulla psiche dei singoli, e, perché no, anche sul Centro Studi che edita euNOMIKA.
Cosa ci ha insegnato dunque il coronavirus? Ovviamente potremmo già scrivere svariati volumi sull’argomento. Ma mi soffermerò su quanto mi ha più impressionato.
Ci ha insegnato sicuramente che ognuno di noi ha insita in sé una capacità di adattamento che non credeva di avere.
Infatti ciascuno di noi ha dovuto confrontarsi prima di tutto con sé stesso in una situazione di clausura totale, di soppressione – giustificata, almeno stavolta – dei più fondamentali diritti di movimento e di assembramento; tutti hanno dovuto, in molti casi, cercare di impiegare il tempo nel miglior modo possibile per evitare di sprecare questi mesi.
Altri hanno dovuto confrontarsi con problemi amministrativi e con difficoltà economiche, che sicuramente si protrarranno anche nei prossimi mesi.
Altri ancora hanno beneficiato di un periodo di relativa calma, dovendo necessariamente interrompere attività lavorative o motorie particolarmente stressanti.
Da un punto di vista internazionale, l’attività delle organizzazioni internazionali, dell’Unione Europea e delle organizzazioni non governative ha subito delle sensibili riduzioni, quasi subito fronteggiate mediante l’impiego di ausili informatici di tutti i tipi.
Questa realtà, estrinsecatasi nei settori internazionali pubblici o privati, si è riverberata, se ci pensiamo, anche sulla vita di tutti noi.
Tutti o quasi infatti avevamo ormai un livello di alfabetizzazione informatica di primo ordine già prima della crisi.
Tuttavia le competenze informatiche che molti di noi consideravano un corollario alle normali abitudini di vita, per esigenze lavorative o di socializzazione, sono invece diventate l’unico strumento indispensabile per poter sopperire alle limitazioni imposte dalla pandemia. Inevitabilmente, in tutti i settori delle attività umane, la componente informatica si è rivelata l’unico strumento fondamentale per ogni attività lavorativa e sociale: di questa cosa non potremo non tener conto anche quando la pandemia sarà del tutto finita.
Non potrà non tenerne conto la pubblica amministrazione, che in questo periodo è riuscita a fornire servizi essenziali derogando per una volta ad inutili procedure burocratiche e velocizzando l’accesso ai propri servizi al pubblico mediante l’uso di email, scannerizzazioni, identità digitale, et similia.
Da oggi tutti possiamo e dobbiamo tranquillamente pretendere che le varie articolazioni dello Stato offrano servizi veloci, impersonali, e on-line, senza opporre questioni di lana caprina.
Il coronavirus ci ha insegnato anche ad apprezzare quello che prima davamo per scontato. Una stretta di mano, non solo tra amici, ma anche tra sconosciuti, la possibilità di guardare in viso chiunque incontriamo sul nostro cammino, l’opportunità insita in ogni relazione umana a cui prima potevamo ricorrere di persona e che, invece fino ad oggi, ci è stata giustamente (sic!) proibita.
A partire da oggi, quindi, con la parziale apertura delle attività lavorative e sociali, è bene che ognuno di noi apprezzi il valore delle amicizie, degli affetti familiari, dell’amore, e della libertà di passeggiare anche senza un obiettivo o senza dover attendere a qualche incombenza.
Durante la pandemia, si sono registrati molti episodi di violenze in ambito domestico e familiare.
Da un punto di vista criminologico, questo è sicuramente rilevante ed è lapalissianamente frutto delle convivenze forzate.
Aumentano i casi di violenze sulle donne e sulle persone appartenenti a categorie protette. Ma le convivenze forzate non sono state solo fonte di negatività e di cattiveria: molte persone, prima distratte dal lavoro e dal vivere incessantemente i nostri tempi frenetici, hanno riscoperto la bellezza della famiglia, l’intrinseco valore delle persone che ci circondano e la cui presenza, ancora una volta, davamo per scontata.
In molti casi, le limitazioni hanno consentito di rinvigorire e rinsaldare rapporti familiari che prima non erano sufficientemente vissuti.
Possono sembrare banalità, ma se ci pensate non è così.
Sarebbe bello che oltre alle nuove competenze informatiche acquisite, ad una nuova concezione di sé come centro di interessi, oltre che di doveri e di diritti, tutti portassimo con noi il sentimento di appartenenza ad una comunità familiare e nazionale a cui abbiamo fatto appello durante i terribili mesi di pandemia.
Sarebbe bello che il via alla socialità non implichi nuovamente la necessità di trascurare questo senso di appartenenza familiare e patriottica.
Sarebbe bello che i cittadini comprendessero, così come hanno compreso durante l’emergenza covid-19, che il rispetto della legge non è un atto di prostrazione e di vassallaggio nei confronti delle Istituzioni, ma costituisce esplicazione di senso civico, proteso al bene comune e collettivo, e forse quasi coincide con un interesse legittimo: perché se tutti ci comportiamo bene, tutti quanti non potremo che trarne vantaggio in termini giuridici, civili, economici, e soprattutto, libertari.

Domenico Martinelli

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