Psicologia

La neurofisiologia delle emozioni.

PREMESSA.
Le neuroscienze hanno fornito evidenza scientifica del fatto che, la pima risposta dinnanzi a qualsiasi tipo di stimolazione, è di tipo emotivo.
Ciò significa che, nel momento in cui i nostri organi di senso ricevono un input, essi lo trasmettono al cervello e, il nostro comportamento, sarà quindi dettato dall’emozione che lo stimolo stesso ha cagionato.
Da sempre la psicologia ha dato importanza alle emozioni, ma il loro ruolo ora è divenuto ancor più significativo e degno di nota.
L’analisi scientifica del linguaggio non verbale, soprattutto per quanto concerne l’analisi delle microespressioni del volto, si fonda proprio sulla risposta emotiva del soggetto in analisi. Ekman e Friesen (2007), partendo da una suddivisione tra emozioni primarie (intendendo con esse delle emozioni base, dipendenti dall’interazione con l’ambiente), e emozioni secondarie (per le quali vi è un coinvolgimento cognitivo maggiore), hanno proceduto a categorizzare le emozioni primarie fornendo ad esse delle etichette corrispondenti a fenomeni identificati come “prototipi”. La differenza di base, secondo gli autori, consiste nel fatto che, le emozioni primarie, sono espresse da movimenti prototipici universali consentendo, in tal modo, la certezza dell’identificazione dell’emozione stessa.
In questo articolo, partendo dalla una distinzione tra emozioni primarie e secondarie, finalizzata a far comprendere come, in quelle secondarie, la parte cognitiva sia prevalente e con funzioni di ordine sociale, passando attraverso l’analisi dei meccanismi cerebrali coinvolti nell’elaborazione dello stimolo, indicherò perché è possibile dare fondamento scientifico all’analisi delle microespressioni del volto, in riferimento alle emozioni base, in quanto universali e indipendenti da contesto socio-culturale, a differenza di quanto avviene per le secondarie.
Porrò particolare attenzione alla spiegazione di come l’analisi delle microespressioni del volto possa indicare se una persona stia mentendo o sia sincera, identificando le emozioni primarie che la persona sta provando, ma anche perché essa non possa spiegare il perché dell’agito. L’analisi scientifica del linguaggio non verbale si identifica quindi come uno strumento per l’identificazione delle emozioni provate e, conseguentemente della menzogna, e, come tale, non in grado, senza supporto della psicologia e/o della psichiatria, di dare spiegazione delle motivazioni che spingono un individuo all’azione.

LE EMOZIONI.
Dal punto di vista neurobiologico le emozioni possono essere definite come risposte ad eventi di rilievo personale, caratterizzate da particolari vissuti oggettivi e da complesse modificazioni biologiche. L’insieme preordinato di tali reazioni è connesso all’attivazione di una rete di strutture corticali e sottocorticali, che costituiscono il sistema limbico.
Il cervello dell’uomo è predisposto a reagire a determinati stimoli emozionali con specifici repertori di azione. Queste risposte consistono in modificazioni dello stato interno, dell’apparenza esterna al corpo e delle strutture cerebrali che costituiscono la base del pensiero. Il risultato è la collocazione dell’organismo in un contesto più adatto alla sopravvivenza ed al benessere.
Sono considerate emozioni primarie (o fondamentali) la paura, la rabbia, la sorpresa, la tristezza, il disgusto e la felicità. Le emozioni complesse (o sociali) comprendono la compassione, l’imbarazzo, la vergogna, il senso di colpa, l’orgoglio, l’invidia, la gratitudine, l’indignazione ed il disprezzo.
L’emozione è un allontanamento dallo stato di quiete caratterizzato da specifiche reazioni fisiologiche interne connesse alle differenti risposte a da un impulso ad agire. La funzionalità delle emozioni è quindi di carattere fisiologico, motivazionale, cognitivo, comunicativo, individuale e sociale.
In quanto segnali indispensabili per regolare la comunicazione, le emozioni sono anche mediatori sociali. Fin dall’inizio le madri attribuiscono un’intenzionalità emotiva alle manifestazioni del bambino, rispondendo in modo appropriato ai suoi segnali (scaffolding), anche quando si tratta soltanto di risposte automatiche. In generale, attraverso la socializzazione delle emozioni (attribuzione di significato agli eventi che stimolano le emozioni), il bambino apprende dagli adulti del suo ambiente quali siano le condotte emotive appropriate al contesto e quali siano i modi appropriati per fronteggiarle, esprimerle o modificarle. In questo senso, l’azione dell’adulto orienta e canalizza le emozioni in accordo con le regole e le aspettative sociali e culturali. Quindi, le emozioni, acquistano significato all’interno delle relazioni affettive e sono strettamente legate ad esse. In particolare gli scambi emotivi che si stabiliscono tra bambino e figura di riferimento (madre) sono determinanti per lo sviluppo del primo.

LE EMOZIONI PRIMARIE.
Le emozioni possono essere considerate come schemi di risposta immediati, innescati automaticamente e tendenzialmente stereotipi. Le emozioni di base sono scatenate dalla percezione di uno stimolo soggettivamente apprezzato come emotigeno e sono caratterizzate da un complesso insieme di risposte ormonali, vegetative e motorie a cui si affiancano le reazioni cognitive, esperienziali ed anche sociali tipiche della nostra specie.
Le emozioni primarie sono presenti alla nascita e sono regolate da processi biologici. Il sistema edonico sollecita il sistema gustativo grazie alle sensazioni di piacere, le reazioni di trasalimento proteggono da stimoli troppo intensi, le risposte di interesse o sconforto segnalano le risposte di attenzione o disagio. Tali segnali sono congruenti e facilmente riconoscibili, ma non possono ancora essere considerati forme intenzionali di comunicazione. Nel primo mese di vita non vi sono difatti specifiche espressioni che denotano particolari emozioni. Il neonato reagisce nel medesimo modo sia che abbia sete, sia che abbia bisogno di essere cambiato o freddo ecc.: esprime quindi un senso di disagio generalizzato a più situazioni. Le espressioni emotive non sono quindi specifiche e distinte sin da subito, lo diventano grazie alle occasioni prolungate di contatto e relazione che facilitano la comprensione e la decodifica di particolari comportamenti. Gli unici comportamenti mimici in grado di comunicare in modo universale ed inequivocabile uno stato emotivo, sono quelli che rappresentano dolore e piacere (sorriso e pianto). Per questa ragione è opportuno distinguere tra riconoscimento e comprensione delle espressioni emotive
L’insieme preordinato di modifiche biologiche connesse alle emozioni, innescate in risposta ai più svariati stimoli ambientali, è correlato all’attivazione combinata di una serie di strutture cerebrali, corticali e sottocorticali. Tutte le strutture coinvolte sono bilaterali e simmetriche e dunque presenti sia nell’emisfero destro che nell’emisfero sinistro; sole eccezioni l’ipotalamo ed il cervelletto che sono invece strutture impari e mediane, benché costituite da due metà simmetriche. È quindi possibile che, i due emisferi, abbiano competenze emozionali almeno parzialmente diverse. Ad esempio, per produrre le espressioni negative l’angolo della bocca si abbassa più dal lato sinistro, mentre per produrre le espressioni positive, si innalza di più il lato destro. In generale, gli stimoli a valenza negativa sono anche evocativi, molto di più di quelli a valenza positiva, di una risposta di allerta.
* Disgusto:
Il disgusto è un’emozione evocata da stimoli repellenti che si è sviluppata come risposta d’accompagnamento al rifiuto di cibo pericoloso per la salute. Questa emozione ha un’origine spiccatamente orale, in quanto consiste in un’avversione/rifiuto a talune categorie di sapore. Tale risposta ha un significato adattivo in quanto consente ai mammiferi di distinguere i cibi pericolosi da quelli commestibili. Per gli esseri umani il disgusto riveste una funzione molto importante in quanto si estende ad altre categorie di stimoli in grado di generare lo stesso tipo di reazione avversativa (es. il contatto con la morte, la scarsa igiene, le malattie, etc.). Questa emozione è quindi connessa ad un più generale pericolo di contaminazione del sé e ad uno svilimento della nostra dignità. Incorporare un dato oggetto implica in qualche modo l’assumerne le caratteristiche, per tale ragione siamo istintivamente portati a rifiutare il contatto diretto con tutto ciò che è contro le norme di igiene, decoro e dignità che ci caratterizzano come esseri umani e sono a fondamento del nostro sistema sociale.
– Rabbia:
La rabbia è un’emozione che genera un impulso all’azione aggressiva verso la fonte che cagiona il sentimento stesso. Le persone hanno la tendenza a reprimere l’impulso ad aggredire, per tale ragione la rabbia è una sensazione considerata principalmente interna, senza che ad essa faccia seguito un comportamento reale. La rabbia si manifesta quando l’individuo percepisce una minaccia nei confronti di qualcosa che ritiene appartenergli, piuttosto che dalla perdita di status o di autostima. La funzione adattiva della rabbia consiste nello spingere la persona all’azione nel momento in cui si sente minacciata da qualcosa, e quindi alla difesa.
-Tristezza:
La tristezza è un’emozione che si manifesta nel momento in cui l’individuo perde irrimediabilmente qualcosa a lui caro, o si trova a fronteggiare una situazione i cui esiti non sono stati positivi e rispetto alla quale non trova delle soluzioni alternative. Lo scopo adattivo di tale emozione è l’elaborazione della perdita e la ricerca di un sostegno sociale.
– Gioia:
La gioia è rappresentata da un senso generale di appagamento complessivo che può essere scomposto in termini di aree specifiche, quali ad esempio l’autorealizzazione e la salute. La gioia è l’emozione che segue il soddisfacimento di un bisogno o la realizzazione di un desiderio in essa. In termini adattivi la sua funzione è quella di trarre vantaggio dall’ambiente.
– Paura:
La funzione della paura è quella di promuovere la sopravvivenza dell’individuo e si innesca nel momento in cui si ha la percezione di una minaccia o di una situazione di pericolo. Gli eventi che scaturiscono la paura possono riferirsi a situazioni di reale pericolo, piuttosto che al ricordo di una situazione in cui si è stati in pericolo o in cui sono avvenuti eventi dolorosi. In termini di reazione in automatico viene attivato il sistema fight-or-flight (attacco-fuga) il cui fine è la difesa o la fuga dalla situazione di pericolo. L’attivazione di questo sistema comporta delle modificazioni fisiologiche (accelerazione del batto cardiaco, sudorazione, bocca secca, iperviglianza, …).
– Sorpresa:
La sorpresa è un’emozione che si manifesta dinnanzi a qualcosa di nuovo ed inatteso. Sul piano adattivo la sua funzione è quella di esaminare il mondo, rendere le persone più pazienti, meno materialiste e più desiderose di aiutare gli altri. Ciò accade perché l’emozione di meraviglia rallenta la percezione soggettiva dello scorrere del tempo.

EMOZIONI SOCIALI O SECONDARIE.
Nel corso del secondo anno di vita del bambino compaiono le emozioni sociali, definite anche autocoscienti e valutative. Le emozioni sociali non implicano solo la sfera della consapevolezza di sé e non riguardano in maniera esclusiva la valutazione di sé stessi nei confronti degli altri e da parte degli altri. Le emozioni sociali si sviluppano infatti mediante l’interazione con gli altri.
Tra i 2 mesi e il primo anno di vita, il bambino impara a comunicare le sue intenzioni attuando le prime forme di controllo emozionale. Tra le 5 e le 8 settimane compare il sorriso sociale non selettivo (in risposta alla voce umana persone familiari), mentre il sorriso sociale selettivo (specie diretto alla madre) fa la sua comparsa dopo il terzo mese di vita. A 6-10 settimane si fanno più evidenti le reazioni di sorpresa; a 3-4 mesi compaiono tristezza, gioia e collera; a 5-7 mesi si aggiungono paura e circospezione, come conseguenza della maggiore libertà di movimento del bambino; a 8-9 mesi si evidenzia la paura dell’estraneo, come indice del rapporto affettivo e di cura instaurato col caregiver.
È solo tra il primo ed il terzo anno di vita che si vede l’emergere di emozioni complesse, come timidezza, colpa, vergogna, orgoglio e invidia. Sono emozioni apprese, non immediatamente riconoscibili tramite indicatori facciali specifici che originano da un’autoriflessione e necessitano di una certa consapevolezza di sé. Tale relativa consapevolezza è raggiungibile dal bambino dopo i 18 mesi, giungendo a sperimentare nell’ordine imbarazzo, colpa e vergogna. Le emozioni complesse, a differenza di quelle primarie, sono dipendenti dalla cultura, dalle aspettative sociali e dalle norme di comportamento. Per poterle comprendere è quindi fondamentale saper valutare appropriatamente queste componenti.
– Compassione:
La compassione è la capacità di comprendere la sofferenza altrui, muovendo il desiderio di alleviarla e ridurla. Essa comprende una componente cognitiva che coinvolge l’attenzione e la valutazione della sofferenza altrui, il riconoscimento delle nostre capacità di agire di fronte ad essa; una componente comportamentale che include l’impegno da parte del singolo, la ferma decisione di agire al fine di mitigare o ridurre la sofferenza altrui ed una componente emotiva che spinge ad agire di impulso generando reazioni emotive che provocano soddisfazione personale.
Il benessere provato da una persona è dipendente anche dalle relazioni che ci legano agli altri: se esse sono fondate sulla compassione, ci si sentirà gratificati dalle proprie azioni.
La compassione è correlata all’empatia, la capacità di provare e comprendere appieno le emozioni altrui. Si può quindi dire che la compassione è uno stato mentale che invoca l’altruismo e lo fa agire, contrapponendosi al desiderio di punizione e di vendetta, funziona come un sentimento morale in grado di inibire le azioni che di solito comportano un’escalation di violenza.
– Imbarazzo:
L’imbarazzo è un’emozione connessa alla percezione che ciascuno di noi ha di sé e delle proprie caratteristiche in relazione con gli altri.
Ciò che scatena l’imbarazzo non è quasi mai un evento discriminante in termini oggettivi, ma il prodotto di una valutazione cognitiva. L’imbarazzo nasce quindi da una valutazione soggettiva di quel significato che diamo e pensiamo diano gli altri ad un evento.
L’imbarazzo si manifesta in tutte le situazioni in cui viene interrotta la norma e la regolarità delle interazioni sociali, ovvero quando non è possibile sapere a priori come aderire a comportamenti socialmente utili. È un sentimento simile al timore dell’imprevedibilità della reazione altrui al proprio comportamento: il timore del rifiuto può impedire l’azione. Quando si prova imbarazzo si è allertati da ciò che minaccia il proprio benessere sociale.
L’imbarazzo svolge una funzione sociale positiva perché, se percepito all’esterno, può facilitare la riparazione anche di danni conseguenti alla violazione di una norma sociale.
– Vergogna:
La vergogna è un’emozione che appare dopo il secondo anno di vita, in quanto necessita la percezione di un giudizio altrui per cui il bambino, per provarla, deve essere in grado di scindere tra sé e l’altro. Inoltre, la vergogna, è dipendente dall’immagine che ognuno ha di sé e dall’autoconsapevolezza.
Per esser provata, la vergogna, richiede la presenza fisica o mentale di un gruppo di riferimento o, almeno, di regole interne di comportamento a cui attenersi. In generale, la vergogna, può essere definita come un’attivazione emotiva improvvisa legata all’essere esposti al giudizio negativo degli altri.
Secondo l’approccio psico-evoluzionista, l’emozione di vergogna si è sviluppata al fine di garantire la permanenza dell’individuo all’interno del proprio gruppo sociale di riferimento. La spinta dell’essere umano a presentare agli altri un’immagine positiva di sé, ha giocato un ruolo fondamentale nell’evoluzione della nostra specie. Essere ben accetti nel proprio gruppo di appartenenza significava garantirsi l’accesso a risorse altrimenti inarrivabili singolarmente. La vicinanza dell’altro non solo garantisce beni materiali, ma permette di soddisfare i bisogni psicologici fondamentali come quello di sicurezza, di regolazione emotiva e di autostima.
La vergogna è quindi intimamente legata alla competenza sociale, in quanto strettamente connessa alla valutazione ed alla comprensione degli standard culturali a cui la persona cerca di aderire. Tale sentimento nasce quando l’individuo devia rispetto alla norma sociale, percependo un senso di fallimento. La vergogna nasce quindi dalla valutazione della propria inadeguatezza, essendo frutto di uno stato interno del sé e non il prodotto di un conflitto esterno, andando a minare così l’integrità, appunto, del sé oltre che delle proprie capacità. Formandosi mediante esperienze intersoggettive il sé, viene conservato ed organizzato dalla vergogna.
La vergogna, come visto, può presentarsi anche in assenza di un contesto sociale, può cioè essere provata dall’individuo anche quando è solo. Per tale ragione si differenzia dall’imbarazzo, che viene provato solo in presenza altrui. Si è visto che la vergogna nasce da un processo di autovalutazione che genera un senso di inadeguatezza rispetto a dei modelli personali, mentre l’imbarazzo è dipendente dalla sensazione di avere contravvenuto delle regole sociali, non necessariamente condivise. La vergogna ha la funzione di proteggere la nostra valutazione da parte degli altri mantenendo alta l’autostima, mentre l’imbarazzo si associa ad un senso di mancanza.
-Senso di colpa:
Il senso di colpa fa parte di quelle emozioni definite “morali” in quanto tende a promuovere un comportamento etico presentandosi con una valenza negativa in risposta a situazioni in cui il soggetto mette in atto una trasgressione ad una norma. La sua funzione è quelle di inibire gli atti considerati immorali.
Il sentimento di colpa deriva dal giudizio negativo di uno specifico atto (commesso o mancato) rivolto ad un’altra persona, generando nel soggetto emozioni di rimorso e di rimpianto in riferimento al comportamento avuto, generando uno stato di tensione. Sentire una colpa implica che, il soggetto, infrangendo una norma etica, si sia accorto di avere avuto la possibilità di agire in un altro modo o di agire in un modo socialmente più accettabile.
Il senso di colpa spesso viene confuso con la vergogna quando, in realtà, sono due componenti emozionali ben differenti.
Il senso di colpa è successivo ad un atto trasgressivo, mentre la vergogna è conseguente alla percezione di un fallimento totale o parziale della propria dignità e dalla sensazione del pericolo dell’abbandono come conseguenza della percezione si essere viste come persone spregevoli.
Il senso di colpa coinvolge maggiormente la possibilità di riparazione, in quanto più predisponente all’azione riparatoria, mentre la vergogna fa mettere in discussione il soggetto in termini di autostima, in quanto si ritiene che vi siano poche possibilità di porre rimedio a quanto accaduto, dando luogo a una inibizione dell’azione.
Sia il senso di colpa che la vergogna promuovono il comportamento morale, hanno entrambe valenza negativa e si presentano quando l’individuo è chiamato a rispondere a delle situazioni in cui devono affrontare un fallimento personale in un contesto interpersonale. Nonostante ciò sono profondamente diverse. Una persona prova vergogna in quanto si concentra sul sé, percependolo dolorosamente come negativo, mentre il senso di colpa concerne la valutazione negativa di uno specifico comportamento verso un’altra persona, perciò il proprio sé non viene coinvolto dalla sofferenza emotiva.
– Orgoglio:
L’orgoglio è un’emozione autoriflessiva che si sviluppa con la comparsa della capacità di autovalutazione dei propri comportamenti rispetto a norme culturali e familiari di riferimento.
Si è costruttivamente orgoglioso quando si vive una gratificazione per un risultato dipeso dal proprio impegno intenzionale per il raggiungimento di un determinato obiettivo. In tal modo la relazione con l’altro non verrà messa in pericolo, in quanto andrà a fondarsi su di uno scambio costruttivo che porta cambiamento e vantaggio per entrambi e non un rapporto fondato sul bisogno di riconoscimento e conferma di un valore personale.
– Invidia:
L’invidia è l’emozione che si sperimenta quando qualcuno possiede qualcosa che noi vorremmo: Posizione sociale, successo, oggetti, amore, bellezza. Nasce da un confronto perdente con qualcuno.
* Gratitudine:
La gratitudine è quell’emozione che consente all’individuo di prendere consapevolezza di quanto il suo benessere dipenda dall’altro.
La gratitudine non è un’emozione positiva per quanto concerne i rapporti sociali, rispondendo al bisogno di affiliazione, essendo in grado di alimentare le relazioni interpersonali, consentendo una visione non sospettosa, evitando isolamento e diffidenza e andando così ad associarsi alle altre emozioni prosociali.
La gratitudine si configura quindi come un’emozione positiva utile alla costruzione delle relazioni sociali.
– Indignazione:
L’indignazione è l’emozione tramite cui si esprime disapprovazione dinnanzi ad un’azione biasimevole che viene percepita implicitamente come un abuso nei confronti della propria identità e, in modo esplicito, come una violazione dell’ordine.
Anch’essa, come il senso di colpa, si inserisce nell’ambito delle emozioni morali, in quanto è caratterizzata da sdegno, risentimento e riprovazione dinnanzi a persone o comportamenti ritenuti offensivi in sé o nei confronti del proprio senso morale.
– Disprezzo:
Il disprezzo è un’emozione che ha la funzione di segnalare agli altri un senso di superiorità.
Il disprezzo ha una valenza adattiva. In una prospettiva evoluzionistica lo si può considerare come una modalità espressiva con la funzione di preparare l’individuo od il gruppo a fronteggiare un avversario pericoloso. Mette in guardia l’individuo da situazioni potenzialmente pericolose, ma, a differenza del disgusto, parrebbe essere un’emozione più evoluta in quanto non ha come referente principale un oggetto inanimato, ma un essere vivente, risultando quindi connesso all’interazione sociale. Da questo punto di vista il disprezzo è considerato un’emozione complessa perché riconosciuto con minore facilità rispetto ad altri stati emotivi primari e perché si manifesta più tardivamente. Si ipotizza inoltre che, sull’emozione del disprezzo e sulla sua espressione, influiscano le regole sociali e culturali che il bambino apprende durante il suo sviluppo.
Il disprezzo è anche una modalità con cui si stabilisce la propria autorità.

LA FUNZIONE DELL’AMIGDALA.
Nel momento in cui siamo di fronte ad uno stimolo, la prima parte del cervello che andrà a risponde ad esso sarà l’amigdala.
L’amigdala è una parte del cervello viene considerata come il nucleo di integrazione delle emozioni, ma, in realtà, ricopre un ruolo maggiore; è infatti coinvolta nell’elaborazione degli stimoli olfattivi in relazione alla memoria, all’attivazione dei riflessi, è importante in termini di memoria a lungo termine e nelle abilità spaziali
L’amigdala fa parte di quelle parti primordiali del cervello che non hanno subito sostanziali variazioni nel corso dell’evoluzione, con probabilità perché risultanti già adattive. Non è infatti un caso il fatto che l’amigdala sia più responsiva, tra le varie emozioni, alla paura. Immaginiamoci nei panni dei nostri antenati, abitavano in caverne, dovevano procacciarsi il cibo, erano a loro volta facili prede delle fiere. La paura consentiva loro di attivare lo stato di allerta, di riconoscere il pericolo e di predisporsi alla fuga. La funzione adattiva è quindi perfetta, considerando anche gli effetti per gli altri membri del gruppo. Nel momento in cui si prova paura, la parte posteriore dell’ipofisi, chiamata neuroipofisi, si attiva, producendo l’ADH e, una delle prime cose che accade, è l’attivazione di tubi collettori renali con lo scopo fondamentale di trattenere l’acqua e alcune proteine, come la creatinina per cui, in una condizione di paura, si trattiene più acqua e si urina meno. Oltre a ciò viene dato ordine dal cervello di produrre cortisolo (chiamato anche l’ormone dello stress), il cui compito è aumentare la forza dell’organismo (se devo ad esempio fuggire), l’adrenalina e la noradrenalina, ad opera dell’ipotalamo, con la funzione vasocostrittiva; in pratica viene tolto sangue agli organi che non servono (ad esempio dall’apparto digerente), per farlo convogliare ai muscoli (è necessario se devo scappare, difendermi o attaccare); si chiudono anche gli sfinteri perché durante la fuga o il combattimento non ho tempo per defecare. In ultimo il glucosio perché, in caso di combattimento, è necessario avere un gran quantitativo di zuccheri. Il sistema risulta essere perfetto, è vero, ora non si teme più il leone, anzi, probabilmente la questione al giorno d’oggi è molto più delicata perché, quello che ci spaventa, non è visibile, non è tangibile e, spesso, è mascherato. Però la nostra reazione di fronte alla paura è la stessa dei nostri antenati. Ci mettiamo in allerta, predisponendoci alla fuga e, la fisiologia coinvolta, è la medesima. Non è quindi difficile comprendere perché l’amigdala non sia cambiata nel tempo, al pari dei processi di regolazione emotiva che, per altro, agiscono automaticamente.
Dal momento in cui, di fronte allo stimolo, la prima risposta è emotiva, è facile comprendere perché l’analisi delle microespressioni del volto consenta di determinare se, quanto provato dal soggetto, sia corrispondente a quanto affermato. Nel mio libro “Psicologia dell’animo oscuro Morale, devianza e psicopatologia” (Brasi, 2019) conio il termine “congruenza tra le incongruenze” per far comprendere come, la risposta emotiva, sia sempre coerente. In pratica, anche nel momento in cui il soggetto oggetto di analisi mente, la tipologia di risposta allo stimolo seguirà sempre la stessa modalità ogniqualvolta venga presentato lo stesso stimolo. Il contenuto verbale potrebbe cambiare, ma la risposta emotiva no.
In questo articolo analizzerò la base neurofisiologica non solo delle emozioni, ma anche delle contrazioni muscolari in risposta agli stimoli emotivi, a supporto dell’attendibilità scientifica dell’analisi delle microespressioni del volto in riferimento alle emozioni primarie.

IL FUNZIONAMENTO A DUE VIE.
Il funzionamento delle due vie nervose attraverso cui gli stimoli generano delle risposte emotive, è alla base dell’accuratezza della certezza dell’analisi comportamentale. Lo stimolo emotivo raggiunge l’amigdala per due vie sensoriali, quella alta e quella bassa. La via alta è la più rapida, ma la meno precisa seguendo il percorso breve talamo-sensoriale-amigdala; quella alta è più fine, ma meno rapida e segue il percorso talamo-corteccia-amigdala. L’amigdala reagisce istantaneamente inviando un messaggio al corpo ed al cervello in modo che vi sia una reazione in funzione della conclusione della sua analisi preliminare. Durante l’analisi comportamentale ciò risulta in maniera evidente in quanto, nell’individuazione delle incoerenze per mezzo dell’analisi delle micro-espressioni del volto, si evidenzia la “coerenza tra le incongruenze”. In altre parole, anche nel momento in cui il soggetto di analisi mente, la tipologia di risposta allo stimolo seguirà sempre la stessa modalità ogniqualvolta venga presentato lo stesso stimolo.

LA NEUROFISIOLOGIA ALLA BASE DELL’ANALISI SCIENTIFICA DELLE MICROEPRESSIONI.
Alcuni dei muscoli principali del volto sono coinvolti soprattutto nel masticare e nel mangiare, altri nel linguaggio e nell’articolazione delle labbra perciò, la zona orale, è mossa in quasi ogni direzione da molti piccoli muscoli. Al contrario pochi muscoli muovono le sopracciglia, che possono spostarsi soltanto in su, in giù o in un’increspatura verticale.
I movimenti unilaterali, per esempio, sono facili per le labbra, ma difficili nella parte superiore del volto (sopracciglia) a causa delle differenze nei modi in cui i muscoli sono connessi ai nervi. L’area cerebrale coinvolta nei movimenti facciali inferiori (intorno alla bocca) è molto più vasta di quella che controlla i movimenti facciali superiori.
Nel caso specifico della muscolatura mimica tutto parte dalle spinte emozionali. La sede delle emozioni è a livello di alcuni neuroni specchio specializzati presenti nel cervello limbico. Il primo effetto di un’emozione è una stimolazione enterocettiva, ossia di recettori presenti a livello gastro-intestinali.
Da questi ricettori parte lo stimolo afferente ai centri nervosi che poi si traduce in una risposta motoria a livello dei muscoli mimici, diversa in rapporto al tipo di emozione. Tutto si rifletterà sulla tonicità o atonicità e sull’apertura o chiusura dei ricettori. A livello centrale tali spinte emotive devono essere sottoposte al filtro neocorticale, diverso da persona a persona.

I CORRELATI NEURONALI DELLA REGOLAZIONE DELLE EMOZIONI.
La regolazione delle emozioni implica l’attivazione di nuove risposte emotive o la variazione di quelle già in atto in modo da esprimere il comportamento ritenuto più adeguato alle condizioni ambientali. Le complesse connessioni tra le strutture nervose permettono la regolazione delle emozioni sulla base sia di meccanismi cognitivi automatici, sia di processi strategicamente guidati.
È possibile ipotizzare che la regolazione delle emozioni sia fondata sul funzionamento di una rete neuronale deputata a modulare gli stati emotivi, senza che possano essere individuate singole sedi anatomiche responsabili di una specifica risposta emozionale.
Quello che differenzia grandemente le risposte emozionali tra loro è l’interpretazione soggettiva della loro valenza affettiva che corrisponde a pattern diversi di attivazione cerebrale. Tali pattern sono modulati dalle interconnessioni tra tutte le strutture della rete; ciò consente di regolare gli stati emozionali in funzione delle condizioni interne ed esterne alla persona, e permette una mediazione del comportamento ai fini di un miglior adattamento all’ambiente. L’azione regolatrice delle aree orbito-mediali si svolge attraverso un delicato processo di selezione di comportamenti che implica l’inibizione o la liberazione di condotte comportamentali e la modulazione di stati interni o comportamenti facciali e motori (Brasi, 2019) .
I processi di regolazione emozionale agiscono automaticamente (habitual emotion regulation) perché fondati su meccanismi cerebrali connessi allo stile emozionale. Tuttavia, le risposte emozionali possono essere modulate anche attraverso l’uso di strategie emozionali fondate su processi cognitivi (reappraisal), grazie alla capacità delle regioni prefrontali di influenzare la reattività dell’amigdala e, dunque, di regolare le emozioni(Brasi, 2019).

IL RUOLO DELL’AMIGDALA NELA PERCEZIONE COGNITIVA DELLE EMOZIONI.
Gli stimoli appena presentati e le rappresentazioni precedentemente immagazzinate, vengono integrate nella memoria di lavoro attraverso le interazioni tra le aree preferontali, i sistemi di elaborazione sensoriale ed i sistemi di memoria esplicita a lungo termine (memoria dichiarativa).
Attraverso le proiezioni alle aree corticali, l’amigdala è in grado di influenzare le operazioni dei processi percettivi della memoria a breve termine. Inoltre l’amigdala proietta a sistemi aspecifici coinvolti nella regolazione dell’attivazione corticale (arousal) e controlla le risposte somatiche (comportamentali, autonomiche, endocrine) che, a loro volta, forniscono un feedback in grado di influenzare l’elaborazione corticale in maniera indiretta.
Pertanto, la memoria di lavoro, riceve un numero maggiore e più vario di afferenze in presenza di stimoli privi di salienza emozionale; questi stimoli aggiuntivi possono rappresentare esattamente ciò che viene richiesto per aggiungere una carica affettiva alle rappresentazioni della memoria di lavoro e trasformare esperienze soggettive in esperienze emozionali.

I LIMITI DELL’ANALISI SCIENTIFICA DEL COMPORTAMENTO NON VERBALE.
La regolazione delle emozioni implica l’attivazione di nuove risposte emotive o la variazione di quelle già in atto in modo da esprimere il comportamento ritenuto più adeguato alle condizioni ambientali.
Le complesse connessioni tra le strutture nervose permettono la regolazione delle emozioni sulla base sia di meccanismi cognitivi automatici, sia di processi strategicamente guidati.
Si è visto come sia possibile ipotizzare che la regolazione delle emozioni sia fondata sul funzionamento di una rete neuronale deputata a modulare gli stati emotivi, senza che possano essere individuate singole sedi anatomiche responsabili di una specifica risposta emozionale. Si è visto inoltre che, quello che differenzia grandemente le risposte emozionali tra loro, è l’interpretazione soggettiva della loro valenza affettiva che corrisponde a pattern diversi di attivazione cerebrale. Tali pattern sono modulati dalle interconnessioni tra tutte le strutture della rete; ciò consente di regolare gli stati emozionali in funzione delle condizioni interne ed esterne alla persona, e permette una mediazione dei comportamenti ai fini di un miglior adattamento all’ambiente
La struttura del cervello, come ben si sa, è molto complessa e ancora molto vi è da scoprire, come dimostrato da una recentissima ricerca, pubblicata l’11 maggio 2020 (Narikiyo K et coll., 2020) che analizza le funzioni del claustrum. Il claustrum è una sottile e lastriforme struttura neurale sita tra la corteccia insulare e lo striato, in interconnessione con tutte le aree limitrofe. Le ipotesi degli studiosi, che parrebbero essere confermate dallo studio di cui sopra, lo vedrebbero coinvolto in diverse funzionalità, tra cui la coscienza, il processo di integrazione tra i sensi, la rilevazione degli stimoli salienti, l’assegnazione del carico attentivo, il controllo sensoriale e motorio. Si è difatti dimostrato che, molte aree cerebrali superiori, mandano connessioni al claustrum che, a sua volta, esso ha connessioni in uscita con numerose aree del cervello. È al centro di una rete cerebrale estesa, che copre molte aree coinvolte nei processi cognitivi, nello specifico lo studio ha dimostrato come, il claustrum sia coinvolto nella sincronizzazione dei neuroni corticali. Il claustrum potrebbe, secondo i ricercatori, avere la funzione di coordinare differenti strutture cerebrali, essendo in collegamento con tutte le aree deputate alle funzioni superiori, oltre che alle differenti tipologie di neuroni. Se, come parrebbe, il claustrum, connesso anche all’amigdala, come visto parte primitiva del cervello, è coinvolto in funzioni di ordine superiori come la coscienza, diviene chiaro come, per un’analisi attenta e completa della persona, non si possa prendere l’analisi scientifica del linguaggio non verbale come risposta, ma come un semplice indicatore che andrà ad integrarsi in un processo di analisi che coinvolge l’intera persona, con le sue storie, le sue motivazioni e, soprattutto, il potere decisionale (scelgo ad esempio di mentire), rispondendo così anche alle domande che si pongono rispetto al libero arbitrio.
È quindi chiaro come, il processo di elaborazione cognitiva delle emozioni sia complesso, e non si fermi alla prima risposta emotiva. L’analisi scientifica del linguaggio non verbale può quindi fornire, con accuratezza e con base scientifica, come visto nel corso dei paragrafi precedenti, la fotografia della vera emozione provata dall’individuo, identificando se, il soggetto oggetto di analisi, sia sincero oppure stia mentendo, ma non può e non deve fornire spiegazione della motivazione per cui il soggetto decida, ad esempio di mentire. Se trasliamo, per fare un esempio pratico, tale pratica in ambito forense o investigativo, possiamo facilmente comprendere come limitarsi alla pura analisi comportamentale, senza aggiungere ad essa una profilazione psicologica, possa esporre il soggetto in analisi a scorrette interpretazioni del proprio modus agendi. Le motivazioni dell’agito umano e l’analisi dei tratti personologici possono e devono essere compiuti da chi ha un percorso accademico psicologico e psichiatrico, oltre che una grande pratica in ambito psicodiagnostico e clinico; un puro analista comportamentale non potrà, ad esempio, definirsi un Criminal Profiler (Turvey, 2012).
Si consideri che i tratti di personalità sono quelle dimensioni di base della personalità, quelle caratteristiche che vanno a descrivere l’uomo come individuo unico. Consentono anche di ipotizzare che tipologia di reazioni un individuo possa avere in risposta ad un determinato stimolo, consentendo al profiler (psicologo o psichiatra) di compiere ipotesi previsionali comportamentali piuttosto attendibili e, conseguentemente, di stilare un profilo attendibile. È difatti solo il comportamento psichico della vittima che consente di delineare la personalità, la presenza o l’assenza di psicopatologia, lo stile delle relazioni interpersonali per le modalità di reazione agli stressors. Si compie un’analisi di una configurazione dei tratti di personalità, che va a definire la struttura psicologica più generale, consentendo di riconoscere quella determinata persona, in quanto, quelle determinate strutture, in quel modo gerarchicamente organizzato, rendono quell’individuo unico, sia esso vittima o reo, approcciandosi ad esso per mezzo del concetto di non replicabilità. È difatti il costrutto di personalità a fornire una descrizione globale del funzionamento individuale, indagando il modo in cui i diversi tratti tendono ad organizzarsi in maniera più o meno costante. Tale costrutto di stile consente di inferire previsioni piuttosto attendibili della risposta comportamentale dell’oggetto di analisi rispetto a uno specifico stimolo (Brasi, 2019).
Di contro, essere psicologi e/o psichiatri e, al contempo, analisti scientifici del comportamento non verbale, in sede di analisi, consente di discriminare come le reazioni comportamentali del soggetto, siano legate alla situazione piuttosto che ad un ricordo rievocato da un determinato stimolo. La raccolta di questa tipologia di informazione consente di identificare con precisione ed accuratezza l’appartenenza di un tratto ad una categoria primaria, piuttosto che secondaria; di fornire una spiegazione delle risposte comportamentali inattese che si discostano dai tratti stessi. Saranno quindi l’analisi dell’intensità della risposta allo stimolo e del tratto a consentire un’analisi più approfondita del profilo personologico.

CONCLUSIONI.
Nel corso del paper è stata dimostrata la validità scientifica dell’analisi del linguaggio non verbale, nella fattispecie per quanto concerne l’analisi delle microespressioni delle emozioni primarie. Si è dimostrato anche come la regolazione emotiva sia un processo complesso, che implica, come nel caso delle emozioni secondarie, il coinvolgimento della sfera cognitiva e un’elaborazione più complessa sotto il punto di vista dei circuiti neuronali coinvolti. Tale complessità ci indica come, l’analisi scientifica del linguaggio non verbale sia accurata e, con precisione, sia in grado di identificare, nei soggetti oggetto di analisi, la menzogna. Tramite quella che ho definito “congruenza tra le incongruenze” (Brasi, 2019) ho indicato come, la risposta emotiva, di fronte alla stessa stimolazione, sia sempre la medesima. Per cui, nel momento in cui un individuo sceglie di mentire, fa riferimento a un’elaborazione secondaria dell’emozione, per cui potrà ogni volta, di fronte allo stesso stimolo, scegliere coscientemente di essere sincero o di mentire, mentre la risposta che verrà letta sul volto per mezzo delle microespressioni, non potrà essere mai controllata e risulterà, pertanto, la risposta effettiva.
Per quanto concerne la sfera della coscienza ho dimostrato come, a livello cerebrale, sia coinvolto il claustrum. Il claustrum potrebbe, secondo i ricercatori, avere la funzione di coordinare differenti strutture cerebrali, essendo in collegamento con tutte le aree deputate alle funzioni superiori, oltre che alle differenti tipologie di neuroni Se, come parrebbe, il claustrum, connesso anche all’amigdala, come visto parte primitiva del cervello, fosse coinvolto in funzioni di ordine superiori come la coscienza, diventa chiaro come, per un’analisi attenta e completa della persona, non si possa prendere l’analisi scientifica del linguaggio non verbale come risposta, ma come un semplice indicatore che andrà ad integrarsi in un processo di analisi che coinvolge l’intera persona, con le sue storie, le sue motivazioni e, soprattutto, il potere decisionale (scelgo ad esempio di mentire). Data la complessità della psiche umana, per fornire una reale motivazione dell’agito o stilare un profilo attendibile del soggetto oggetto di analisi, si dovranno possedere formazione accademica e pratica in ambito psicologico o psichiatrico, non si può infatti prescindere dall’analisi dei tratti di personalità e dalle conoscenze accademiche e cliniche che consentono di spiegare il reale motivo dell’agire umano. Solo in questi termini sarà possibile fare ipotesi anche di ordine previsionale rispetto all’azione.
Anche Ekman e Friesen (2007) si sono interrogati rispetto alla mancanza di materiale scientifico che desse risposta a come, soggettivamente, siano vissute le emozioni, oppure a come, i differenti eventi siano in grado di suscitare emozioni o ancora come differiscano le sensazioni soggettive corrispondenti a ciascuna di esse. Tali risposte possono essere fornite, come evidenziato in questo paper, solo da indagini empiriche nell’ambito della psicologia con il supporto delle neuroscienze.

Dott.ssa Cristina Brasi

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