Archeologia giudiziaria

Saccheggi di beni archeologici in Iraq durante la II guerra del Golfo. Il caso dell’Iraq Museum e l’operazione “Antica Babilonia”.

Premessa.
L’antica Mesopotamia, oggi identificabile con l’attuale Iraq, fu una di quelle terre che ospitarono, millenni orsono, una delle civiltà più antiche del pianeta. Essa fu abitata da grandi sovrani, popoli guerrieri e sacerdoti, che edificarono templi, sfarzosi palazzi reali e le prime città della storia, le cui testimonianze sono giunte fino a noi.
Le popolazioni che per millenni si alternarono lasciarono, in territorio iracheno, tracce visibili della loro permanenza tramite opere architettoniche ed artistiche incredibili quali, ad esempio, la ziggurat ed il tesoro delle Tombe Reali nel cimitero dell’antica Ur, i palazzi neo assiri nei siti archeologici di Ninive, Khorsabad e Nimrud o la meravigliosa porta di Ishtar scavata nel sito di Babilonia. Queste opere convivono con altre testimonianze di epoche successive, quali quella islamica, dando vita ad un vastissimo patrimonio culturale in cui l’odierna popolazione irachena può rispecchiarsi, conoscendo il suo passato.
Per tutto questo, il patrimonio culturale ed artistico iracheno meriterebbe di essere adeguatamente tutelato. Ma, in un passato più recente, l’identità culturale del paese è stata fatta oggetto di propaganda dal dittatore Saddam Hussein, il quale sfruttò i beni culturali della nazione, specialmente quelli riconducibili alle fasi della storia mesopotamica e dell’Islam, per esprimere il concetto secondo cui la potenza incontrastata dell’Iraq moderno era direttamente collegata al glorioso passato della nazione. Nell’ottica di questa ideologia Hussein, negli anni Ottanta, diede ordine di ricostruire Babilonia, utilizzando dei mattoni inscritti su cui campeggiava l’iscrizione “Al re Nabucodonosor nel regno di Saddam Hussein”. La stessa residenza privata del dittatore era stata costruita nelle vicinanze delle rovine del sito archeologico di Babilonia.
Per completare questa operazione propagandistica, sono stati realizzati numerosi manifesti che ritraevano il dittatore iracheno accanto a personaggi del mondo antico, tra cui Hammurabi , re del periodo paleo babilonese (XVIII secolo a.C) e promulgatore del famoso codice, e in veste di sovrano mesopotamico stante su di un carro trainato da cavalli al galoppo mentre scocca frecce contro il nemico. Eppure i beni culturali, testimonianza tangibile dell’importanza storica della millenaria civiltà irachena, furono molto poco rispettati, a giudizio della scrivente, durante il conflitto armato che sarebbe poi stato ricordato come la II guerra del Golfo-
La maggior parte di questi scempi avvenne tra il 10 e il 12 aprile del 2003. Tra questi un evento che ha suscitato lo sdegno dell’opinione pubblica, sia irachena che mondiale, è stato il saccheggio dell’Iraq Museum di Baghdad.

Il saccheggio dell’Iraq Museum.
L’Iraq Museum di Baghdad, o National Iraqi Museum, è riconosciuto come uno dei musei orientali più importanti al mondo. Venne fondato da Gertrude Bell, archeologa ed avventuriera inglese che visse a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, nel 1923.
L’archeologa riuscì a fermare un illustre collega dal trasferire in Inghilterra i reperti rinvenuti nell’antica città di Ur (dunque su suolo iracheno) e risalenti al III millennio a.C.
Bell riteneva fosse giusto che la popolazione irachena potesse conoscere la propria storia tramite l’osservazione e la bellezza dei beni provenienti dagli scavi locali.
L’attuale Iraq Museum, come noi lo conosciamo oggi, è stato inaugurato nel 1964. Nonostante i pericoli corsi dal museo durante diversi conflitti, come durante la I guerra del Golfo (1990-1991), nessuno avrebbe potuto mai immaginare quello che accadde nell’aprile del 2003.

Gli eventi. 
Il 5 aprile del 2003 inizia la controffensiva dell’esercito statunitense contro le milizie irachene e Baghdad diventa il centro dello scontro.
Dei carri armati americani presidiano l’Iraq Museum, al fine di proteggere la struttura, i dipendenti dello SBAH (State Board of Antiquity and Heritage) che vi lavorano e i reperti che vi sono custoditi all’interno. Lo scontro dura diversi giorni, finché la situazione non si aggrava.
Dopo la fuga di alcuni dipendenti del museo, l’8 aprile restano all’interno della struttura soltanto poche persone, le quali sono costrette a lasciare la struttura all’arrivo di appartenenti dell’esercito iracheno muniti di lanciarazzi.
In quel momento comincia l’occupazione del museo.
Le parole del direttore di ricerca del museo e le numerose testimonianze raccolte dai giornalisti delle televisioni internazionali nei giorni successivi aiutano a ricostruire l’accaduto di quei giorni in cui il museo fu preso d’assalto.
Tra l’8 ed il 9 aprile non accadde nulla alle antichità esposte nel plesso museale.
Il 10 aprile un primo gruppo di saccheggiatori entrò nella struttura, attraverso una finestra sigillata con dei mattoni, per poi percorrere alcune gallerie ed introdursi nei magazzini sotterranei. Essendo gli ambienti sprovvisti di elettricità, i saccheggiatori si sono arrangiati, realizzando delle torce con materiali plastici da bruciare. Arrivati ai magazzini, mirarono dritti alle cantine, di cui possedevano le chiavi, e cominciarono a sottrarre quanti più oggetti era loro possibile. Un bottino ricchissimo, di cui fanno parte più di 5144 sigilli cilindrici e 5542 pezzi di gioielleria sumera.
Lo stesso giorno, un secondo gruppo di saccheggiatori entrò negli uffici del personale del museo, portandosi via sedie, scrivanie, condizionatori d’aria e computer, sfasciando e distruggendo quanto di più prezioso possa esserci in una simile istituzione: gli archivi, i quali vennero dati alle fiamme. Anche le schede dei reperti conservati nel museo e molto del materiale fotografico raccolti negli anni dagli archeologi venne distrutto. Si scoprirà solo in seguito che, di quei materiali, non esisteva nemmeno una copia digitalizzata.
Questo gruppo di saccheggiatori arrivò fino alle gallerie pubbliche, da cui vennero sottratti diversi reperti tra i più famosi ed importanti esposti all’interno del museo. Tra questi, vengono rubati la cosiddetta “Dama di Warka” (una maschera in argilla del 3100 a.C), il vaso sacro di Warka (datato al 3100 a.C), la statua di Bassetki (denominata come il suo sito di provenienza e risalente al 2250 a.C) e la statua di Entemena (sovrano dell’antica città di Lagash, risalente al 2400 a.C). I ladri portarono via anche la lira in oro proveniente dal Cimitero Reale di Ur e una copia di tori in rame denominati “tori di Ninkhursag” (dea della terra secondo la mitologia mesopotamica). A quanto sembra, i partecipanti a quest’ultima ondata di saccheggi erano dei veri ladri professionisti, armati di walkie-talkie, di armi, di piede di porco e punta di diamante per recidere i vetri. Tra il 12 ed il 13 aprile, i saccheggiatori abbandonarono il museo dopo l’arrivo dei giornalisti della stampa internazionale.

Le indagini e i risultati.
L’esercito americano arrivò sul posto il 16 aprile.
Il giorno dell’inizio dell’attacco all’Iraq Museum, le forze del Comando centrale USA erano dispiegate davanti a due edifici, ovvero il Palestine Meridien Hotel, dove si trovavano i giornalisti stranieri, e il Ministero del petrolio.
Il governo statunitense decise così di aprire un’indagine per la restituzione del maltolto alla popolazione. Il 21 aprile venne resa operativa una task force, guidata da un Colonnello dei Marines.
La squadra era composta da 13 uomini, quattro dei quali appartenenti all’esercito e nove persone provenienti dall’Immigration and Customs Enforcement (ICE).
Il capo della squadra si prefissò come obiettivo finale quello di recuperare i reperti trafugati e restituirli al popolo iracheno, non gli interessava processare i colpevoli di tale azione criminosa.
Nel suo rapporto, dal titolo “The Casualties of War”, edito nel 2005, l’ufficiale racconta delle diverse problematiche che riscontrò nel collaborare con la popolazione irachena, mentre elogia la direttrice dell’Iraq Museum, il capo dello SBAH e Youkhanna per averlo assistito al meglio durante le indagini. Inizialmente, la cifra dei reperti sottratti ammontava a 170.000 pezzi, poi rivista in 15.000 pezzi mancanti. Fu problematico cercare di comprendere quanti e quali reperti mancassero all’appello anche a causa di un problema riguardo la numerazione degli stessi. Vi erano infatti beni stipati in delle casse nei magazzini che ancora aspettavano una numerazione precisa.
La task force iniziò a ricostruire la dinamica degli eventi, così come riportata poco addietro. Venne confermato che il saccheggio del museo durò ben 96 ore, tra l’8 e il 12 aprile 2003.
La scena del crimine venne suddivisa in tre parti distinte: le gallerie pubbliche, i magazzini al pian terreno e i sotterranei. A ciascuna delle tre parti del museo corrispondeva una razzia differente.
Eppure, in particolar modo sul gruppo di saccheggiatori che depredò i sotterranei del museo, si allungò per un istante l’ombra dell’inside job, eseguito da professionisti del crimine e che tanto farà discutere l’opinione pubblica irachena.
Nonostante lo scetticismo generale, l’operazione dei Marines diede i suoi frutti: fu grazie anche all’emanazione dell’Amnesty Program, durante cui la task force collaborò con la popolazione locale, che vennero ritrovati circa 1.935 reperti trafugati dal museo tra l’aprile e la fine di dicembre del 2003.
Dei beni culturali sottratti dalle gallerie pubbliche ne furono ritrovati 15 su 40. Tra i “grandi assenti” vennero ritrovati i “tori di Ninkhursag” e il vaso sacro di Warka (rinvenuto il 12 giugno 2003 nel baule di un’automobile dopo settimane di negoziazione), la “Dama di Warka” (ritrovata il 23 settembre 2003 nel cortile di una fattoria nei pressi di Baghdad) e la statua di Bassetki (recuperata il 6 novembre 2003 in una latrina di un magazzino della città).
Dei reperti custoditi nei magazzini al pian terreno vennero recuperati, alla fine di dicembre 2003, approssimativamente 3.037 pezzi rubati, mentre di quelli stoccati nei sotterranei del museo ne vennero recuperati circa 2.307, dei quali 911 in Iraq e ben 1.395 al di fuori della nazione.
Gli altri 1.395 reperti dei sotterranei furono ritrovati fuori dai confini nazionali: alcuni di essi si trovavano negli Stati Uniti e nel Regno Unito, altri in diversi paesi del Medio Oriente, tra cui Giordania, Siria, Kuwait e Arabia Saudita. Dal saccheggio indiscriminato del museo in quei giorni si salvarono diversi reperti di enorme valore.
Prima dell’attacco all’Iraq Museum, 16 casse contenenti la collezione relativa alla famiglia reale irachena, 4 con all’interno reperti provenienti dalle tombe reali di Ur e una con dentro il cosiddetto “tesoro di Nimrud” furono trasferite all’infuori della struttura, nel nuovo edificio della banca centrale.
Qui, il 26 maggio 2003, la task force rinvenne le casse contenenti gli ori e la collezione della famiglia reale irachena, mentre il 5 giugno 2003 furono recuperate le casse con al proprio interno i tesori di Ur e di Nimrud, fortunatamente intatti dopo aver subito un ulteriore spostamento.

L’operazione “Antica Babilonia” (2003-2006) e il saccheggio dei siti archeologici.
Il 1 maggio 2003 terminò ufficialmente la II guerra del Golfo, con la vittoria delle truppe statunitensi in territorio iracheno.
Iniziò dunque una fase post conflitto, il cui obiettivo era quello di creare le condizioni necessarie ad un ritorno alla stabilità politica, sociale ed economica dell’Iraq.
Con l’approvazione della risoluzione n.1483, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite tentò di spronare gli stati membri a partecipare alla creazione di una rinnovata stabilità del paese. Nell’ottobre dello stesso anno, l’UNESCO emanò una Dichiarazione riguardante le distruzioni intenzionali del patrimonio culturale, nella quale si invitavano gli stati a prendere parte alla convenzione dell’Aja 1954 e ad elaborare dei corretti strumenti legislativi al fine di prevenire e contrastare queste atrocità culturali. La risposta italiana non si fece attendere.
Nel maggio 2003, venne messo a punto dal Ministro della Difesa di allora un piano per la creazione di una task force interministeriale, coordinata dal ministero degli Affari Esteri, poi suffragata da una risoluzione approvata dal Consiglio di Sicurezza (1511 sull’Iraq del 16 ottobre 2003) che gettava le basi per una partecipazione alla ricostruzione irachena indicata dalle Nazioni Unite.
Nacque così l’operazione “Antica Babilonia”, che iniziò il 15 luglio 2003 ed ebbe termine il 1 dicembre 2006.
Le forze armate italiane, tra cui vi erano i Carabinieri facenti parte del Comando per la Tutela Patrimonio Culturale (TPC), vennero stanziate a Nassiriya, collocata nella provincia del Dhi-Qar, nel sud-ovest dell’Iraq.
Si tratta di una provincia nella quale risiedono alcuni dei siti archeologici millenari di maggior importanza per la storia del paese, tra cui spiccano le antiche città di Uruk, Ur, Umma, Isin, Larsa e Lagash.
Questo territorio, così ricco di storia, era però caratterizzato dal fenomeno del saccheggio massiccio di siti archeologici, violati senza alcuna azione di contrasto da parte delle autorità irachene.
È questo lo scenario in cui si trovarono ad operare i Carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale.
Al fine di prevenire tali attività illecite, i Militari dell’Arma iniziarono un’attività di addestramento specifico del personale volto a compiere la vigilanza dei siti a rischio.
Una particolare attenzione venne posta al ruolo della polizia locale, ai cui appartenenti vennero fornite le informazioni necessarie per concretizzare un primo intervento nel caso di individuazione di uno scavo clandestino.
Il fenomeno del saccheggio delle aree archeologiche risultava molto diffuso nel Dhi-Qar. Molti dei siti di maggior importanza, come Ur e Babilonia, si salvarono grazie alla posizione strategica di alcune basi militari nei loro pressi, mentre Uruk risultava protetta da una famiglia locale di beduini ed era dunque sorvegliata.
Altri siti archeologici non furono così fortunati. Le antiche città di Umma, Nippur, Isin e Larsa furono pesantemente danneggiate dall’attività dei saccheggi che, in una certa misura, ne cambiarono anche le connotazioni estetiche, riducendole a dei paesaggi quasi lunari.
Viene spontaneo porsi delle domande. Chi sono questi saccheggiatori? Cercano una determinata tipologia di reperti e quindi si attengono ad un range cronologico preciso? Preferiscono saccheggiare dei siti più vasti o si “accontentano” di aree di minori dimensioni?
Sappiamo, dai dati forniti agli archeologi dall’analisi dei siti saccheggiati, che i ladri preferiscono ripulire aree archeologiche risalenti al periodo Ur III, a quello Cassita o al periodo paleo babilonese, tutte epoche concentrate nell’arco cronologico che si snoda tra il III ed il II millennio a.C..
Anche i siti dell’epoca achemenide (quindi della dominazione persiana) sembrano essere stati presi di mira in modo considerevole. Tra gli oggetti più quotati dai predatori sembrano esserci i più raffinati dei sigilli cilindrici (databili all’epoca accadica, III millennio a.C), tavolette cuneiformi (in particolare attribuibili cronologicamente ai periodi Ur III e paleo babilonese) e le monete (di epoca partica e sasanide), ma anche sigilli a stampo, placche o sculture in avorio, figurine in bronzo, pietra o argilla, rilievi, vasellame o contenitori in argilla, vetro o bronzo e gioielli.
Per vie traverse, numerosi di questi oggetti furono venduti e finirono in commercio in diversi paesi occidentali.
In Inghilterra, nel 2003, una famosa casa d’aste ricevette un’offerta per alcuni sigilli cilindrici e tavolette cuneiformi di provenienza non meglio specificata.
Tutto questo, contro le regole dettate nell’articolo 2 dell’Antiquities Dealers Association’s Code of Ethics, che recita: «I membri dell’ADA si impegnano a non acquistare o vendere oggetti finché non verrà stabilito al meglio che il suddetto oggetto non sia stato rubato da scavi archeologici, monumenti architettonici, istituzioni pubbliche o proprietà private».
Al fine di evitare una simile tragedia culturale, i Carabinieri si impegnarono ulteriormente nelle proprie attività.
Alla fine dell’operazione “Antica Babilonia”, gli appartenenti al Comando per la Tutela del Patrimonio Culturale hanno censito 650 siti archeologici, effettuato 25 tra missioni di pattugliamento via terra e via aria delle zone archeologiche a rischio, sequestrato 1.636 reperti sottratti illegalmente dai siti, identificato 127 soggetti ed arrestato 53 persone coinvolte.
Nella banca dati del Reparto, alla fine dell’operazione, risultano censiti 4137 reperti trafugati.

Conclusioni.
I casi qui trattati dimostrano quanto la destabilizzazione dovuta ad un conflitto bellico possa rendere complessa, addirittura impossibile in alcuni casi, la protezione dei beni culturali in un simile scenario.
Nel caso del saccheggio sistematico dell’Iraq Museum, si è visto come i musei – intesi come istituzioni che conservano beni antichi di un paese – vengono attaccati e depredati con ferocia e spogliati di beni preziosi per l’intera comunità, mentre i saccheggi messi in atto all’interno dei siti archeologici della Mesopotamia meridionale e contrastati dai Carabinieri del Comando Tutale Patrimonio Culturale durante l’operazione “Antica Babilonia” ci consegnano uno spaccato molto più complesso della situazione, per quel che riguarda il contrasto ai crimini contro il patrimonio culturale.
Il saccheggio di reperti archeologici, sia che si trovino custoditi in musei o ancora sotto il terreno di un sito, è una piaga dolorosa insita nel tessuto culturale iracheno, sviluppatasi durante i conflitti moderni e che, purtroppo, è una tematica molto attuale anche in altre zone dell’odierno Medio Oriente.
Sia durante il saccheggio dell’Iraq Museum che nel saccheggio sistematico dei siti archeologici dell’Iraq meridionale, sono state deliberatamente violate le leggi nazionali relative alla gestione e alla protezione del patrimonio culturale iracheno.
Tra queste, l’Antiquities Law No. 59 (1936) e due emendamenti, il No. 120 (1974) ed il No. 164 (1975). In questi provvedimenti, si stabilisce che ogni antichità rinvenuta sotto o sopra il suolo iracheno è da considerarsi bene appartenente allo stato.
È stata violata anche l’Antiquities Law No. 55 (2002), in cui si stabilisce che le antichità scoperte entro i confini della Repubblica dell’Iraq devono essere depositate presso lo SBAH (State Board of Antiquities and Heritage) con sede all’Iraq Museum; qui, i reperti verranno conservati, documentati, fotografati e inventariati secondo la numerazione e la sigla I.M (Iraq Museum).
Essendo questi accadimenti verificatisi in tempo di guerra, è stata violata anche la Convenzione per la protezione dei Beni Culturali in caso di conflitto armato, ratificata a L’Aja nel 1954.
Di questa precisa convenzione sono stati praticamente ignorati, nel caso specifico, l’articolo 2 (“protezione dei beni culturali”), l’articolo 3 (“salvaguardia dei beni culturali”) e l’articolo 4, comma 3 (“rispetto dei beni culturali”, in cui viene acclarato quanto segue: «Le Alte Parti Contraenti si impegnano, inoltre, a proibire, a prevenire e, occorrendo, a far cessare qualsiasi atto di furto, di saccheggio o di sottrazione di beni culturali sotto qualsiasi forma, nonché qualsiasi atto di vandalismo nei riguardi di detti beni […]»).
Al tempo della II guerra del Golfo, alcuni Stati appartenenti alla coalizione avevano già siglato la convenzione nel 1954, sebbene alcuni di essi non avevano firmato il primo protocollo riguardante lo stato degli oggetti culturali movibili.
Anche la Convenzione concernente le misure da adottare per interdire ed impedire l’illecita importazione, esportazione e trasferimento di proprietà di beni culturali, siglata a Parigi nel 1970, venne parzialmente violata, come si può desumere da quanto redatto nell’art.3 («L’importazione, esportazione o trasferimento di proprietà di beni culturali effettuati contrariamente alle previsioni adottate sotto questa convenzione dalle Alte Parti Contraenti saranno considerate illecite»).
Nel giugno del 2019, il governo iracheno ha varato un provvedimento secondo cui verranno avviate numerose controversie internazionali rivolte contro stati che hanno partecipato o contribuito al furto e al traffico di reperti trafugati in Iraq dal 2003 in poi.
Questa misura è senz’altro un primo passo verso il riconoscimento delle atrocità culturali che sono state commesse all’inizio del XXI secolo su suolo iracheno.

Dott. ssa Federica Iannucci

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