Forensics

Dattiloscopia e livelli di identificazione.

Premessa – Identificazione, i vari livelli – Identificazione dattiloscopica, dal metodo Gasti all’utilizzo di AFIS – Dalla classificazione alla poroscopia – Conclusioni.

Premessa.
Lo studio delle impronte papillari, siano esse di origine digitale o palmare, ai fini di una identificazione personale trae origine negli ultimi anni dell’800, facendo, in un certo qual modo, da apripista alle varie tecniche comparative, su base biometrica(1), applicate allo specifico campo.
Ciò posto, l’utilizzo delle impronte per finalità di polizia spaziano, grazie al susseguirsi di norme, anche figlie di evoluzioni a livello transnazionale, da un contesto prettamente amministrativo, come la verifica delle liceità della permanenza sul territorio nazionale di uno straniero, a una connotazione preminentemente afferente alla sicurezza pubblica, basti pensare alla legislazione di emergenza, durante “gli anni di piombo”, e tra i tanti atti normativi il riferimento corre alla L. 191/1978 circa il “fermo per identificazione”. Continuando, anche l’attività di polizia giudiziaria, quindi rispondente più specificatamente a criteri investigativi, pur tenendo sullo sfondo l’art. 349 del c.p.p., colloca il fotosegnalamento quale ideale volano per verifiche speditive, non solamente sulle generalità poc’anzi declinate, sfruttando il soma di quell’individuo – le impronte digitali/palmari, in particolare – e l’interoperabilità tra più banche dati. Grazie ai dati biometrici è possibile verificare la presenza del dato soggetto su una scena del crimine, attraverso la comparazione con frammenti d’impronta lì repertati e ancora non associati ad alcuno, oppure, grazie agli strumenti di cooperazione internazionale, valutare eventuali “alias” associati a provvedimenti emessi da Autorità straniere.

Identificazione, i vari livelli.
I livelli di identificazione, a prescindere dal contesto, fanno sempre riferimento ad almeno due differenti  modalità, sulla base del noto paradigma che ognuno, anche nel quotidiano, per “dichiararsi” e quindi per farsi “identificare”, lo faccia sulla base di quello che si ha con sé, di quello che si conosce, di quello che in realtà si è. Applicato quanto detto ai fini di un controllo di polizia, è facile porre sul medesimo piano che il declinare le proprie generalità, a seguito di richiesta da parte di un pubblico ufficiale, ovvero fornire i propri documenti, sia dichiarare quello che si conosce ovvero quello che si ha con sé. Ovviamente, al fine di eludere ulteriori controlli, è sempre possibile per il soggetto in esame, dichiarare di essere chi non si è, da qui la possibile formulazione di un “alias”, ossia un’identità artatamente creata. Ne consegue, dopo questa breve disamina, che “quello che in realtà si è” viene ottimamente rappresentato dal proprio soma, quindi dalle caratteristiche biometriche e la letteratura scientifica, piuttosto che il mercato di prodotti associati, spaziano dalle impronte, di cui si approfondirà, all’iride, al DNA, alla geometria della mano; ancora: dalla palm vein recognition alla facial recognition(2), finanche identificando taluno attraverso il gesto scrittorio che lo stesso produce(3).

Identificazione dattiloscopica, dal metodo Gasti all’utilizzo di AFIS.
Lo studio delle impronte ha interessato in maniera trasversale settori differenti, dall’antropologia alla medicina, approdando solo in un tempo successivo al mondo processual-penalistico. Le linee papillari, nel corso dell’ultimo secolo, hanno permesso di far constatare la loro permanenza sul soma dell’individuo dalla loro fase di formazione, durante la vita intrauterina, fino al disfacimento post-mortem, consentendo quindi di accreditarsi come un dato estremamente versatile ai fini di polizia. Infatti, grazie alle impronte è possibile l’identificazione di un recidivo senza che si incorra, a carico del particolare dato, in variazioni di sorta in funzione dell’incedere del tempo. A quanto detto si aggiunga la relativa facilità di interpretazione, arrivando a poter definire la “dattiloscopia” una disciplina “campale”, bastando, all’abbisogna, una semplice “lente contafili” per facilitare un eventuale comparazione o comunque una speditiva analisi sul tracciato

papillare. Nel corso della scansione temporale, siffattamente ampia, che ha visto il dermatoglifo sempre più protagonista delle scienze forensi, si è quindi potuto osservare l’immutabilità dei segni presenti sui polpastrelli delle dita, palmi delle mani e piante dei piedi, permettendo solo in un momento successivo una loro classificazione e quindi la creazione di un paradigma di individualità, arrivando allo studio delle “minuzie”, i punti caratteristici che si originano dall’interruzione o biforcazione delle linee papillari.
Andando per ordine: circa la classificazione del dermatoglifo, bisogna ricordare come si è arrivati alla stessa, in funzione dello studio dei disegni originati dai fasci papillari e della loro successiva “catalogazione”. Quest’ultima è stata fortemente diversificata, almeno prima dell’avvento dei sistemi telematici, in funzione della capacità organizzativa e tecnica dei vari servizi di polizia scientifica, significando che le varie polizie nazionali hanno provveduto in autonomia alla formazione dei propri esperti e allo stilare un metodo di classificazione tale da far ricondurre una certa tipologia di “disegno” a una particolare classe. A tal proposito basti osservare come gli studi nel tempo effettuati, hanno permesso di risalire a varie tipologie classificative, da Purkinje, Galton, Milton, continuando con Vucetich, Henry e l’italiano Giovanni Gasti; tutte hanno quale cifra comune il ricondurre i disegni in esame alla presenza dei centri focali di un’impronta: il centro di figura e il delta.
Le caratteristiche anzidette, “delta” e “centro di figura”, sono il risultato della particolare andatura che possono assumere le linee papillari nel loro naturale decorso sul polpastrello, considerando che ognuna può essere a sua volta raggruppata in un sistema di fasci: “basale”, quindi parallelo alla falange media o interdistale, “marginale”, che si sviluppa lungo la sagoma del polpastrello stesso, e “centrale”, conseguente alla morfogenesi delle precedenti. Sulla base della presenza, o assenza, dei centri focali e quindi dei sistemi di linea, è possibile apprezzare dermatoglifi del tipo “monodelta”, “bidelta”, “composte” e “adelta”. Il c.d. “metodo Gasti”, sicuramente maggiormente prossimo alla realtà nazionale, prevedeva la stesura di sotto-categorie per le tipologie “bidelta” e “monodelta”, arrivando quindi a individuare 10 tipologie di figure complessivamente. Al fine di permettere una maggiore individualità, lo schedario veniva poi completato con l’indicazione di serie, sezione e numero, comprendendo una sequenza numerica riferita, rispettivamente, al pollice, indice e anulare della mano sinistra; pollice, indice e anulare della mano destra; infine medio e mignolo di entrambe le mani. Si comprenderà quindi come l’archiviazione così descritta potesse essere veramente accurata, permettendo anche una veloce ricerca manuale: si ricordi che il periodo storico a riferimento, per l’utilizzo della specifica metodologia classificativa, è individuabile nel 1906-2000. Con l’avvento dei sistemi di ricerca telematici e quindi con il miglioramento apportato dall’utilizzo della suite di protocolli TCP/IP, è il metodo “Henry” a imporsi a livello transnazionale quale ideale tramite per la classificazione delle impronte digitali. In particolare, la “nuova” metodologia si limitava a individuare, senza scendere in sotto-categorizzazioni, solamente 4 tipologie di figure: adelta (contraddistinta dalla lettera “A”), monodelta, sia essa con delta a sinistra (individuata da “/”) ovvero a destra (“\”), composta (“W”) e indefinita/deturpata (“?”). A livello grafico si comprenderà come semplificava molto l’approccio al primo step, la classificazione, appunto, proseguendo dopo con l’elaborazione telematica del cartellino segnaletico nel frattempo prodotto.
I modelli predisposti per il fotosegnalamento ovviamente hanno subito dei cambiamenti, dal punto di vista grafico, nel corso degli anni, in linea di massima dettate dalle mutate esigenze investigative che andavano delineandosi, continuando a rappresentare una efficace sintesi, tra note biografiche e operative, a carico del soggetto con cui s’interfacciano gli operatori di Polizia. Vengono infatti lì indicati: le generalità declinate al momento del fermo, il motivo per cui si sta procedendo nei confronti di taluno (“identificazione”, titolo del fatto reato contestato, “inottemperanza normativa sugli stranieri”, per esempio), elementi utili a far riconoscere il modus operandi e i contrassegni posseduti. Il cartellino, come visto, corredato da informazioni biografiche, sarà poi completato con dati biometrici: le impronte digitali e palmari, che potranno essere apposte sugli stessi modelli o con modalità tradizionali, quindi mediante l’ausilio di inchiostro tipografico, ovvero tramite supporto live scanner.
Prescindendo dal funzionamento dei sistemi AFIS, che variano anche in funzione dell’organizzazione territoriale delle FF.PP., è chiaro come gli stessi abbiano sostituito (o comunque si sono affiancati, a causa di una de-materializzazione in fieri) gli archivi tradizionali. Quanto precede significando che con il “metodo Gasti” veniva dato particolare enfasi alla classificazione delle singole figure anche per poterne poi favorire la ricerca nel relativo schedario, continuando poi con la successiva comparazione tra le impronte in esame, siano esse state individuate su scene del reato, e quindi “parziali”, o di personaggi di cui si voleva ricostruire l’elenco dei precedenti dattiloscopici. Con i sistemi automatizzati, invece, il ricondurre il dermatoglifo a una certa classe è passato in secondo piano, attribuendo particolare enfasi alla triangolazione effettuata dai vari algoritmi, i quali obiettivi sono giustappunto gli elementi che caratterizzano un’analisi di “secondo livello”: i punti caratteristici. Se l’analisi di “primo livello” viene ricondotta dalla letteratura alla tipologia di classe attribuibile a un dermatoglifo, l’analisi successiva vede l’operatore osservare le “minuzie” rinvenibili su quel tracciato papillare. I punti caratteristici sono definiti tali perché giustappunto meglio caratterizzano il dermatoglifo stesso, favorendo l’individualità di quell’archetipo. La disposizione dei punti infatti è casuale, taluni studi hanno evidenziato possibili rapporti di ereditarietà. Proprio riferendosi alle minuzie, al netto dell’univoca appartenenza di classe, la nazionale giurisprudenza favorisce l’attribuzione dell’identità dattiloscopica: basti ricordare, a tal proposito, la Sentenza del 14.11.1959, che pone in 16 o 17 il numero di punti caratteristiche che debbono essere corrispondenti tra i tracciati papillari in esame.
Nel corso degli anni si è assistito all’incedere di una sostanziale diatriba tra giudizi di natura “quantitativa” o “qualitativa” interessanti le “minuzie”. Nel primo caso rientra sicuramente la citata sentenza, che funge da caposaldo per la giurisprudenza prevalente, mentre nel secondo vi rientrano taluni dispositivi figli anche di ordinamenti differenti, si pensi a quello statunitense, per esempio, permeato, almeno in prima facie, anche da una certa soggettività attribuita alla professionalità del dattiloscopista(4).
Per meglio comprendere il concetto di rarità, associata sia al dermatoglifo, considerato come disegno nella sua globalità, che riferito ai singoli punti caratteristici, è sufficiente richiamare alcune analisi. Gli autori del presente, nel corso dell’ultimo decennio, hanno partecipato a varie ricerche volte a suffragare quanto già presente in letteratura. Un primo studio, del 2007-2009, ha permesso di verificare une effettiva associazione dito/dermatoglifo, chiaramente in chiave statistica su un campione di 4.800 soggetti, significando che la figura del tipo “monodelta” è facilmente rinvenibile sul polpastrello del dito mignolo, la figura del tipo “adelta” invece è possibile sia stata depositata da un dito indice, così come una figura “composta” possa essere osservata sul polpastrello di un pollice. Ovviamente questi dati debbono essere interpretati in un contesto globale: giova precisare come nel medesimo studio veniva richiamata anche la rarità della figura “Tridelta”, ossia un archetipo composto dove è possibile rinvenire delle particolari evoluzioni delle linee papillari, tali da concorrere alla formazione di un numero maggiore di punti focali (si potrebbe anche scrivere di “tri-delta” e di figure “tri-centriche”). Elemento interessante era stato individuare nel ceppo asiatico di quel campione, quindi cinesi e indiani, osservando una preponderanza di figure chiuse, quindi di dermatoglifi che potrebbero essere ricondotte alla “racchetta”, oppure “composta” e “concentrica”, a prescindere dal dito a riferimento. Le figure chiuse, tra i caucasoidi, non era raro venissero ritrovate sugli indici, sui pollici e sugli anulari. Successivi studi, questa volta condotti sulle minuzie, hanno avvalorato, con una base numerica sicuramente maggiore, quanto presente in letteratura (si pensi agli studi di Osterburg, 1977): i punti caratteristici maggiormente ricorrenti paiono infatti essere i termini di linea, quando la linea papillare interrompe il proprio percorso; la biforcazione, quando una cresta splittando ne origina due differenti. Sicuramente con una presenza differente possono essere richiamati i c.d. “laghi” o le “triforcazioni”, continuando con l’annoverare anche i “tratti” o le “linee interrotte”. Quindi, tornando alla dicotomia quantitativa e qualitativa, si comprenderà meglio ora l’oggetto del contendere: se nel primo filone possono rientrare studi e postulati che vogliono nel raggiungimento di una certa soglia numerica, l’attribuzione di una certa identificazione dattiloscopica, nel secondo caso vanno, invero, tesi tendenti a considerare i punti caratteristici in funzione di un differente “peso identificativo”, che gli stessi potrebbero esprimere in funzione della rarità delle minuzie stesse. Continuando, studi, anche effettuati dagli autori (2015), hanno portato a mitigare, o comunque a valutare differentemente, la portata della rarità esprimibile in termini assoluti dalla singola minuzia, senza considerarne l’archetipo, cui appartiene il dermatoglifo in esame, e la zona oggetto di analisi (basale, marginale, centrale). A tal proposito è possibile ricordare come le biforcazioni ricorrano frequentemente nelle figure composte mentre un maggior numero di laghi consecutivi è possibile siano osservati nelle figure concentriche, magari a ridosso del centro di figura. Ovviamente i termini di linea continuano a essere i punti meno caratterizzanti, rappresentando la tipologia più diffusa e trasversale ai vari archetipi, in particolare nella zona basale del disegno papillare.

Dalla classificazione alla poroscopia.
Facendo un rapido cross over con argomenti già qui dissertati, corre l’obbligo di ricordare, ancora una volta, che l’analisi delle impronte non ha interessato subito il comparto investigativo/giustizia, venendo invero ricondotto inizialmente a motivazioni di studio di carattere anatomico e antropologico, andando, ad esempio a ricercare differenze insite sul soma di appartenenti a diverse etnie, motivazioni, queste, già addotte nel 1872 da Galton. Uno studio di livello ancora più elevato, prescindendo quindi dalla classificazione e dall’analisi delle minuzie, conosciuto per l’appunto come “terzo livello” (Ashbaugh, 1994), sarebbe quello che pone l’accento sulla poroscopia e crestologia del disegno papillare. Lo studio in parola viene postulato da Locard già nel 1912, ulteriormente validato da Faulds nel 1913. Nel caso di specie le analisi prodotte porterebbero a supporre che una corrispondenza tra i 20 e i 40 pori siano sufficienti per stabilire l’univoca appartenenza tra i tracciati papillari in esame. Ovviamente i problemi da porsi sul tema sono vari: superficie su cui il frammento papillare di cui si voglia conoscere la paternità è stato rivenuto; possibilità tecnica di addivenire a una corretta comparazione tra il dermatoglifo del sospettato e quello in esame; possibilità di rendere fruibili a terzi l’avvenuto esito comparativo, anche richiamando studi/ricerche/statistiche che hanno confutato o confermato la validità degli assunti afferenti a talune metodologie. Andando per ordine, la superficie su cui l’impronta viene depositata, e quindi successivamente rinvenuta, ha la sua rilevanza ai fini del “trattenimento” di quelle informazioni considerate utili ai fini comparativi. Se è assodata la possibilità di procedere a classificazione di un frammento papillare di origine digitale, come già detto in precedenza, e quindi di rinvenire su quel tracciato delle minuzie in numero tale da garantire l’avvenuta identificazione, non è facile poter dare analoghe garanzie circa la possibilità che sulla medesima superfice possano essere rinvenute tracce riconducili ai pori sudoriferi. Interessante, a tal proposito, uno studio pubblicato sul Turkish journal of forensic science and crime studies(5), dal quale è possibile evincere che la superficie influenza notevolmente il metodo di esaltazione del contatto, conseguenza di ciò è l’interazione della particolare componente, dalle polveri dattiloscopiche – a titolo esemplificativo – alla ninidrina ovvero al ciaonoacrilato, che potrebbe contribuire a rendere meno dettagliata la traccia in disamina, almeno per la componente crestologica e quindi poroscopica. Giova precisare, infatti, che la conformazione della cresta contribuisce a rendere maggiormente fruibile la presenza dei pori, ovviamente se le linee papillari riescono a essere ben esaltate e definite si avranno anche un numero di punti caratteristici tali da poter garantire un processo d’identificazione. Il secondo aspetto interessa direttamente il processo comparativo. Come visto, la comparazione potrebbe riguardare sia un set d’impronte, quindi da cartellino segnaletico, con un frammento repertato, che due cartellini a confronto, in questo caso per l’individuazione di eventuali “alias”. Ovviamente un’analisi di “terzo livello”, se proprio necessitasse, avrebbe la sua ragion d’essere laddove la comparazione riguardasse una porzione di impronta. Infatti sarebbe proprio quella “parzialità informativa” sul reperto in esame, a poter attivare un accertamento ulteriore, a causa, evidentemente, di un numero di punti caratteristici nettamente inferiori a quanto individuato nella Sentenza del 1959 (ricordiamo, le 16 o 17 minuzie corrispondenti) e dalla giurisprudenza conseguente, magari i pochi punti lì presenti non rivestono neanche un particolare “peso identificativo” per la loro rarità, come invece ricordato dalla sentenza del maggio 2011(6), allorquando si pervenne a identità con “soli” 12 punti corrispondenti.  Silvestro Marascio e Francesco Mongia, nel corso della stesura del presente, hanno avuto modo di osservare 169 impronte, significando che è stata attenzionata sia la riproducibilità di eventuali pori che la conformazione delle creste, attingendo alla catena di fotosegnalamenti riferibili a un medesimo soggetto. Preliminarmente bisogna ricordare come AFIS sia, allo stato, un database dove si ritrovano set d’impronte assunte con inchiostro tipografico ma anche altre assunte in formato digitale, mediante c.d. live scanner. Il distinguo assume rilievo anche alla luce dell’accuratezza da usarsi, da parte dell’operatore di polizia che procede al fotosegnalamento e quindi al lancio del cartellino in banca dati, previa sua elaborazione. Nel caso dell’inchiostrazione del polpastrello, l’operatore deve dosare l’inchiostro su cui poi saranno apposti i palmi delle mani e le falangi delle dita, seguirà poi l’impressione degli stessi polpastrelli sui modelli cartacei predisposti dal Ministero dell’Interno, quindi scansionati e inviati per l’elaborazione. Nel caso, invece, di utilizzo di un supporto digitale, l’operatore appone le dita/mani del soggetto d’interesse direttamente su una sorgente d’acquisizione, live scanner, appunto, favorendone la trasmissione telematica direttamente e solo successivamente si avrà la stampa delle impronte sui cartellini. Si comprenderà come nel primo caso gli elementi di disturbo potrebbero trovarsi in un eccesso di inchiostro adoperato; nella pressione non uniforme esercitata dall’operatore sui polpastrelli del soggetto fermato; dalle impostazioni dello scanner; che sarà il tramite attraverso il quale sarà poi possibile l’elaborazione dello stesso cartellino. Nella seconda ipotesi (live scanner), si potrebbe avere del “rumore di fondo” direttamente sull’immagine. I polpastrelli vengono fatti poggiare su uno scanner, abbinato a uno specifico software, che permette una visualizzazione in real time della “digitalizzazione” del dermatoglifo. Si comprenderà come i disturbi in parola potrebbero ancora una volta interessare la pressione esercitata, significando la compresenza di zone più scure, dovuta a una eccessiva pressione sulla parte, a zone più chiare, dove non vi sia stata, invero, una pressione tale da permettere di “catturare” i dettagli della cute, finanche gli “slittamenti”, dovuti a movimenti repentini durante la rotazione del polpastrello, possono contribuire ad alterare il dettaglio delle immagini. Tutte le aberrazioni evidenziate, siano esse riscontrate con l’inchiostro o con modalità telematica, inficiano certamente accertamenti di “terzo livello”, andando a deformare direttamente la conformazione delle linee papillari, data l’elasticità della cute, e conseguentemente a interessare anche i pori, senza che la loro forma possa essere riprodotta. I problemi poc’anzi menzionati non alterano invece verifiche sull’analisi delle minuzie: l’impronta ancorché “impastata” potrebbe essere elaborata sfruttando tool di editing in ambiente AFIS. Le modifiche apportate con l’elaborazione grafica non altererebbero l’immagine residente in banca dati, permettendo un eventuale riesame della stessa comparazione in altro momento. Un problema, facendo quindi riferimento alle caratteristiche dei software AFIS, è la norma tecnica che vuole la risoluzione della scansione, sia essa del cartellino segnaletico – quindi a seguito di inchiostrazione dei polpastrelli – che delle impronte assunte con acquisizione diretta, secondo lo standard FBI, quindi validate dal NIST statunitense(7), in almeno 500 dpi. In letteratura è possibile trovare studi effettuati sui dettagli in parola, i pori, appunto, ma solo a seguito di scansione diretta e con risoluzioni maggiore alla citata soglia(8).
Questo secondo aspetto, la risoluzione, pone l’accento anche sull’importanza delle unità di storage e della loro messa in sicurezza; si consideri, infatti, che la finalità perseguita è pur sempre di polizia: rintracciare l’autore di un fatto reato ovvero l’individuare un recidivo. Questo è un inciso di non poco conto e che sovente non pare venga affrontato durante le fasi sperimentali realizzate da enti di ricerca privati, giacché durante questa fase l’immagazzinamento massivo di dati, anche ridondati, non avrebbe motivo d’esser attenzionata(9).
Continuando, l’analisi a più livelli contribuisce a rendere in maniera plastica, quasi tridimensionale, lo studio delle impronte, nelle more che senza un buon template, costituito dai flussi di cresta e dai punti caratteristici, è comunque assai improbabile arrivare a mappare i dettagli di livello 3, considerando quindi tutti gli attributi dimensionali della medesima cresta (contorno bordo, forma dei pori, incipienze). A livello tecnico il punto di forza viene dato dal connubio tra lo storage, che deve essere in grado di supportare molteplici informazioni tra di loro concatenate: dati biografici, impronte digitali, siano esse in formato “slap” – le 4 dita simultaneamente assunte – che singolarmente riprese, impronte palmari ed effigi del soggetto d’interesse e del software, potenza dell’algoritmo (o degli algoritmi) che allo stato, per la maggior parte dei sistemi AFIS è figlio di uno standard che non può supportare la gestione automatizzata su elementi cosi soggetti a facile distorsione come i pori.

Immagine 2: Comparazione tra contatti papillari di origine digitale, archetipo composto – classificazione Henry “w”

I termini oggetto della comparazione nell’immagine “2” si riferiscono alla medesima impronta ma assunta in differenti scansioni temporali. Al fine di dimostrare quanto detto nell’illustrazione seguente vengono individuati alcuni dei punti corrispondenti tra gli stessi.

Immagine 3: Comparazione tra impronte, i punti contrassegnano le minuzie corrispondenti sui due tracciati.

Scorrendo le pagini precedenti si è fatto cenno alla letteratura di settore, nella fattispecie si poneva l’accento sulla tecnologia “inkless” per riuscire a catturare maggiori dettagli, al netto delle specifiche tecniche che vogliono un certo numero di dpi quale risoluzione dell’immagine. Nel caso di specie, la comparazione mette a confronto la medesima impronta assunta in un caso, a sinistra, mediante scanner, quindi a diretto contatto della cute, mentre l’immagine di destra è stata realizzata a seguito di assunzione con inchiostro. In quest’ultimo caso è possibile osservare lungo le linee papillari delle flebili interruzioni: si tratta dei pori.

Immagine 4: esploso dimostrativo dal quale è possibile individuare ¬– nel termine di destra, per il lettore – i pori sudoriferi.

Analogo dettaglio non è invero possibile riscontrarlo sul tracciato papillare realizzato a contatto diretto, potendo in questo caso ipotizzare, data una buona qualità dei termini a confronto, la possibile minore pressione esercitata in sede di assunzione di quel polpastrello.
Come detto in precedenza, la differente pressione non inficia la classificazione del dermatoglifo, nemmeno l’individuazione delle minuzie ma purtroppo rappresenta un limite a carico del livello crestologico e poroscopico.

Immagine 5: comparazione dattiloscopica interessante impronte del tipo composto.

Come nell’esempio precedente anche nell’immagine “5” viene presentata la medesima impronta assunta in differenti occasioni. Il termine di destra presenta una qualità chiaramente migliore rispetto al contatto di sinistra, in entrambi i casi i polpastrelli sono stati assunti mediante live scanner. Il dermatoglifo di sinistra, ancorché deprezzato, permette una sua classificazione e l’individuazione di minuzie corrispondenti con il termine a confronto.

Immagine 6: individuazione di punti corrispondenti volti ad attribuire l’univoca paternità dei due segni.

Purtroppo, a fronte di caratteristiche di rilievo a carico del centro di figura, non è possibile fare un’analisi più approfondita coinvolgendo la particolare conformazione delle linee papillari, proprio in funzione della non uniforme pressione esercitata durante la rotazione del polpastrello. La differenza data dalla meccanicità nel rilievo è facilmente individuabile nella variata connotazione cromatica dell’immagine.

Immagine 7: particolare del centro di figura dal quale è possibile osservare come la differente qualità nell’assunzione abbia comportato una perdita informativa a carico della morfologia delle creste papillari, senza comunque inficiare l’accertamento d’identità.

Ancora, la differente pressione esercitata, assommata ai movimenti che potrebbero essere posti durante i rilievi, comporta la possibile creazione di aberrazioni grafiche e la cristallizzazione, almeno per il terzo livello, di informazioni diversificate, sia nella forma che per la possibile futura riproducibilità.

Immagine 8: Particolare comparativo tra impronte, è possibile osservare un vistoso slittamento a carico di uno dei termini a confronto, lo stesso non inficia comunque la genuinità dell’accertamento, considerando la possibilità di classificare la figura e di procedere all’individuazione delle minuzie corrispondenti (nella zona centrale e marginale, ovviamente nel lato non interessato dall’aberrazione descritta).

Immagine 9: Comparazione dattiloscopica tra due contatti di origine digitale del tipo monodelta (classifica Henry “/”).

Quanto appena rilevato ben si presta ai rilievi dell’immagine “8”: il contatto di sinistra, assunto per mezzo di supporto digitale, presenta una pressione diversificata, desumibile anche dalla disomogeneità cromatica. Interessante constatare che dove la pressione impressa sia stata maggiore è possibile apprezzare anche i pori mentre nel contatto in verifica (a destra), assunto con l’utilizzo dell’inchiostro, ancorché non siano visibili i pori è possibile valutare una ottima qualità d’insieme.

Immagine 10: Comparazione dattiloscopica tra due impronte digitali.

Continuando, nel contatto di sinistra della figura “10” è possibile visualizzare la posizione di alcuni pori lungo quel tracciato papillare, è possibile apprezzare come il movimento di rotazione durante l’assunzione di quella traccia denota un “senso orario”, seguendo giustappunto una gradualità della pressione impressa, da sinistra verso destra, con una forza evidentemente maggiore nell’assunzione della zona centrale dell’impronta. Nel contempo, nel contatto di destra con cui la comparazione viene a realizzarsi, è possibile notare come la pressione non uniforme o una pulizia non ottimale sullo scanner, comporta una figura poco nitida nella parte marginale.

Immagine 11: Comparazione dattiloscopica tra due impronte digitali, sequenza delle aree oggetto di indagine.

Facendo riferimento all’importanza della pressione e alla conseguente cristallizzazione di taluni dettagli, si noti, nella figura “11”, come nel termine di destra, l’impronta presenti, su alcune parti del tracciato, i pori, come detto, al variare della pressione sul polpastrello tali dettagli vengono meno. Nella prima ripresa è possibile osservare la zona centrale delle impronte a confronto. Come già scritto, nel termine di destra sono visualizzabili i pori: la pressione esercitata durante la rotazione del dito viene poi scemando a carico della zona apicale (contermine all’unghia) come da seconda ripresa, dove la presenza dei pori è meno fittamente presente sulle linee papillari. In ultimo, nel terzo scatto, spostandosi nella zona marginale del medesimo polpastrello, si può osservare come la pressione sia stata interamente scaricata: la presenza di eventuali pori diviene sporadica.

Immagine 12: Dettaglio della comparazione tra due impronte, la zona interessata è quella del triradio: è presente un esploso dimostrativo sui pori, i termini contrassegnati non sono tra di loro corrispondenti ma indicativi.

Si è fatto riferimento alla pressione esercitata molte volte. Considerando anche l’elasticità cutanea è corretto evidenziare come, anche a fronte di differenti metodi di assunzione (digitale e inchiostro, come nel caso dell’immagine “12”), è possibile che i dettagli “catturati” siano ugualmente non utili ai fini di polizia, nelle more della loro riproducibilità, perché comunque approssimativi nella loro presentazione. Al fine di esaltare la loro presenza è stato necessario qui evidenziare taluni pori con degli indicatori. Stante il potenziale utilizzo della poroscopia, nella pratica, parrebbe ovvio l’utilizzo di supporti diversificati in ausilio alla particolare analisi, si pensi, ad esempio, ai fogli millimetrati o all’utilizzo di griglie grafiche, al fine di stabilire un’esatta corrispondenza tra i termini a raffronto(10), grazie alla presenza di un ausilio graduato. Ovviamente sarebbe anche il caso, come visto, di procedere a più assunzioni, anche con differente metodologia, se l’attività dovesse interessare un confronto tra una traccia e l’impronta di un sospettato.

Conclusioni.
Giungendo alla conclusione, circa l’importanza identificativa delle impronte si è avuto modo di dissertare sulla successione di studi che, nel tempo, hanno avuto come obiettivo l’individuazione di ulteriori potenzialità che le stesse avrebbero potuto offrire per lo specifico settore. Nella fattispecie, si è posto l’accento sulla rarità dei punti caratteristici e sulla individuazione degli stessi in alcune aree dell’archetipo in analisi. Studi, principalmente indiani, hanno poi interessato, come visto poc’anzi, la poroscopia e la crestologia, incrementando una statistica altrimenti carente a causa della specificità dell’analisi. Da un punto di vista processual-penalistico, a livello nazionale, si è invece avuto modo di osservare come la Giurisprudenza si sia polarizzata sull’importanza della presenza di un congruo numero di minuzie corrispondenti nei tracciati papillari a confronto; in modo minore la stessa ha considerato, nel corso del tempo, la commistione quantitativa e la rarità dei punti individuati o dell’archetipo in esame. Nel merito, invece, sentenze hanno posto l’accento sulla necessità di contestualizzare l’analisi della traccia dattiloscopica in relazione all’indagine tradizionale eseguita(11) e sulla pregnanza degli studi nel tempo avanzati, si pensi alle valutazioni su nuove metodologie di analisi e verifica, come il GYRO(12), o indagini statistiche sempre più accurate.

Silvestro Marascio

Francesco Mongia

Nicola Caprioli

Si ringrazia – per gli iniziali spunti offerti- la dott.ssa Gabriella Marano – Psicologa e Archeologa.

NOTE:

(1) Βιομετρία= dal greco “vita” e “misura”, disciplina che studia le grandezze biofisiche allo scopo di identificarne i meccanismi di funzionamento, di misurarne il valore e di indurre un comportamento desiderato in specifici sistemi tecnologici.

(2) D’interesse la lettura “Mapping the state of facial recognition around the world” – https://www.visualcapitalist.com/facial-recognition-world-map/

(3) Cassazione penale, sez.I, n. 24667 del 15/6/2007, si legge: “[…] le risultanze di un significativo e decisivo elemento di prova acquisito agli atti del processo […] consistente nella relazione peritale circa l’indicazione di identità grafica dei tracciati in comparazione […]”. Sul punto, per una lettura più completa del dispositivo richiamato, si rimanda al seguente sito giuridico: http://www.gadit.it/articolo/6373

(4) Interessante rileggere, per meglio comprendere le differenti valutazioni che sono state espresse in un recente passato, gli accadimenti circa il “Mayfield Case”: https://archives.fbi.gov/archives/news/pressrel/press-releases/statement-on-brandon-mayfield-case;
https://oig.justice.gov/special/s0601/exec.pdf;
https://oig.justice.gov/special/s0601/final.pdf.

(5) “Poroscopy as a method for personal identification: issues and challenges” – Slobodan Oklevski; Om Prakash Jasuca; Gangandeep Singh – dicembre 2019.

(6) Cassazione penale sez. I sentenza n.17424 del 15.03.2011, depositata il 05.05.2011.

(7) Di seguito i link alle varie specifiche, comprensive di glossario, nel tempo preparate dall’ente statunitense: https://www.nist.gov/publications/writing-guidelines-develop-memorandum-understanding-interoperable-automated-fingerprint;
https://www.nist.gov/publications/writing-guidelines-requests-proposals-automated-fingerprint-identification-systems;
https://www.nist.gov/system/files/documents/oles/AFIS_Glossary-Rev-02-05012012.pdf;

(8) Tra questi: “Pores and ridges: Fingerprint Matching using level 3 features” di Anil Jain, Yi Chen, Meltem Demirkus – Department of Computer Science and Engineering – Michigan State University – 18th International Conference on Pattern Recognition (ICPR).
“Pore sub-features reproducibility in direct microscopic and livescan images – their reliability in personal identification” – Paper – di Abhishek Gupta, M.Phil and Raul Sutton in Journal of Forensic Science, Luglio 2010.
“Pore and ridges: High resolution fingerprint matching using level 3 features” di Anil K. Jain, Yi Chen, Meltem Demirkus in IEEE TRANSACTIONS ON PATTERN ANALYSIS AND MACHINE INTELLIGENCE, Gennaio 2007.

(9) Giova ricordare a tal proposito anche le conformità necessarie alle unità in uso, sfavorite dalla rapida obsolescenza che il mercato tecnologico offre e dalle innovazioni legislative, sempre in fieri. Si potrebbero fare dei semplici riferimenti ad alcune delle norme tecniche maggiormente attinenti allo specifico settore, spaziando da quelle in essere per un laboratorio di analisi forense, ISO/IEC 17025, ovvero appartenenti alla suite 9001, a quelle attinenti ai servizi IT: ISO/IEC 27001, seguita dalla sua naturale estensione, con la ISO 27701, in funzione dell’applicazione dell’art. 32 del Reg. UE 2016/679 (Privacy), ovvero ISO 27018 per i servizi in cloud per la Pubblica Amministrazione, fermo restando anche il rispetto di caratteristiche di mercato, tra le tante si vedano le circolari 2 e 3, dell’aprile 2018, di AgID.

(10) Si consideri anche lo studio di B. Brinda, A.K. Singla, O.P. Jasuja “Poroscopy: A method of personal identification revisited” – Univ. Punjab (India).

(11) A titolo esemplificativo si possono richiamare alcuni dispositivi circa la tematica in parola: Ufficio GIP Milano, Sent. 12380/2015; Trib. Arezzo, Sent. 1155/2019; Corte di Cassazione, Sent. 35551/2019.

(12) Sull’argomento si legga pure un paper al seguente collegamento: https://projects.nfstc.org/ipes/presentations/Langenburg_GYRO-System.pdf

 

 

 

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