Psichiatria

Mobbing, problema al femminile?

Sin dall’antichità le nostre società hanno riservato alla donna una posizione subordinata, sia per quanto riguarda i costumi sessuali, i rapporti con l’uomo e il ruolo all’interno della famiglia, sia per quanto riguarda le possibilità di realizzazione personale in ambito intellettuale.

Non raramente donne che eccellevano in campi del sapere tradizionalmente maschili si sono dovute scontrare con la rabbiosa reazione di uomini inferociti: basti ricordare la matematica e filosofa Ipazia di Alessandria, massacrata nel V secolo dopo Cristo dai seguaci del vescovo Cirillo, o, in tempi più recenti, al premio Nobel Rita Levi Montalcini, a più riprese bersaglio di attacchi violenti e intimidatori da parte di esponenti politici di rilievo nel primo decennio di questo secolo.

Del resto l’oppressione delle donne non è un’esclusiva degli strati sociali più conservatori: nel XIX secolo, in piena fioritura delle idee socialiste che prefiguravano l’avvento di un mondo nuovo e più giusto, il celebre anarchico francese Pierre-Joseph Proudhon definiva in termini dispregiativi (con il consueto insulto riservato alle donne e che ha a che vedere con i costumi sessuali) qualunque donna emancipata, lavoratrice o che comunque osasse esprimere la sua vitalità al di fuori del focolaio domestico.

La maggior parte dei sistemi culturali, antichi o moderni, laici o religiosi che siano, sembrano comunque attribuire un’importanza prioritaria al controllo e all’assoggettamento della donna, che possono esprimersi tanto in forme ritualizzate, culturalmente determinate, quanto in violenze estemporanee esercitate in ambiente domestico, all’esterno e nei luoghi di lavoro, dove le donne sono sottoposte a mobbing molto più spesso degli uomini, anche e soprattutto in settori delicati come l’insegnamento o la sanità, per non parlare degli ambienti accademici e militari, ma anche artistici e culturali.

Le psichiatre dell’Università del Michigan Laura Hirshbein, Kate Fitzgerald e Michelle Riba hanno osservato che, nonostante la sempre maggiore presenza delle donne nelle attività cliniche, la didattica delle scuole mediche è largamente affidata agli uomini per quanto riguarda le cattedre ordinarie.

La disparità di trattamento osservata nei luoghi di lavoro non è casuale, ma legata alla subordinazione femminile che di fatto è spesso ancora la regola; stereotipi culturali come il senso di colpa interiorizzato e la paura di rappresaglie rendono anche più difficile trovare la forza per tentare di ribellarsi. La donna lavoratrice, percepita come non conforme al modello di maternità idealizzata, sottomissione e dipendenza, stimola la rabbia e l’invidia dei colleghi.

Nei lavori di tipo intellettuale le più comuni forme di vittimizzazione nei confronti delle donne consistono nella continua assegnazione di nuovi compiti e nell’essere ripetutamente ostacolate nella loro esecuzione, oltre ad essere vittima di calunnie e bugie, molto spesso da parte di altre donne, in posizione gerarchicamente superiore, pari grado o subordinata rispetto alle vittime, ma che comunque hanno interiorizzato il modello maschilista di umiliazione della donna e che molto spesso si avvalgono della protezione di un uomo più influente per portare i loro attacchi alle colleghe, miranti in genere a distruggere la loro immagine e le loro relazioni sociali, mentre gli uomini sono più spesso contestati per il contenuto del loro lavoro.

Il sentimento di umiliazione che deriva da queste esperienze può essere devastante e portare allo sviluppo di depressione anche grave, ansia, disturbi dell’adattamento e da stress post-traumatico, disturbi del sonno e dell’alimentazione, abuso di alcol o altre sostanze con importanti conseguenze sulla salute fisica e sulla vita privata.

La situazione può essere ancora più dura per le lavoratrici straniere, impiegate come badanti o colf, che portano su di sé il peso del lavoro e quello della famiglia, spesso destinata a non reggere all’impatto della lontananza, e naturalmente per le lavoratrici del sesso, abusate, schiavizzate, ricattate e minacciate, costrette a una visione dei rapporti umani fondata su sopraffazione, volgarità e umiliazione; ma va tenuto sempre presente come tutti questi tipi di violenza traggano legittimazione da una disposizione culturale e psicologica che è più diffusa e radicata di quanto si pensi, anche negli strati più istruiti ed emancipati della società.

La cura del linguaggio, non solo nei proclami politici ma anche nell’espressione artistica e nella vita di tutti i giorni, è fondamentale per cercare di rimuovere in profondità le cause della discriminazione sessuale, fonte di conflitto e infelicità per la società nel suo insieme.

Dopo le rivendicazioni per i diritti e l’uguaglianza formale e quelle contro il sessismo esplicito che hanno caratterizzato le lotte femministe negli ultimi due secoli (i cui risultati non vanno mai comunque dati per acquisiti perché perdere i diritti è molto più facile che conquistarli), l’attenzione deve ora essere diretta verso quelle forme sottili di discriminazione, intrinseche alla nostra cultura e interiorizzate dalle stesse donne, superabili solo con una libera e autentica presa di coscienza di come l’innegabile diversità biologica tra uomo e donna sia troppo spesso un alibi per giustificare squilibri sociali, politici ed economici che mantengono le donne in uno stato di sudditanza di fatto.

Se la casa è ancora oggi il luogo dove avviene la maggior parte degli episodi di violenza contro le donne, rendere più giusti e sani gli ambienti lavorativi deve essere una priorità perché il lavoro possa essere autenticamente portatore di libertà, indipendenza ed emancipazione.

Catia Zucca

Francesco Cro

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *