Editoriale

Il nostro ordinamento giuridico è pronto per un nuovo lockdown?

Più volte su questa rivista abbiamo fatto cenno al problema – tutto giuridico e assolutamente non politico – del covid e della locuzione di “jus covidianus”, coniata da uno dei nostri autori più agguerriti.
Abbiamo sviscerato il problema del virus da un punto di vista psicologico e sociologico ma, non abbiamo trascurato di trattare l’argomento anche da un punto di vista squisitamente giuridico. Ribadisco, non ci importa quale possa essere o essere stata la matrice politica dell’attività di decretazione emergenziale del governo: quello che ci importa e che, sebbene in “tempo di guerra”, il diritto emergenziale – più o meno democraticamente generato – tenga conto, tautologicamente, dello stato di diritto e del rispetto dei diritti umani e sia improntato ad una consecutio logico-giuridica che sia in grado, pur nel sacrificio, di non scontentare completamente proprio tutti e di non escludere dalla sua portata applicativa alcune categorie – professionali e non – che diverrebbero così semplicemente “privilegiate“.
Mi spiego meglio: così come si legge sui giornali di questi giorni, esiste un concreto rischio che il Belpaese possa piombare nuovamente in un secondo lockdown.
Esiste, pertanto, il concreto rischio che il Governo, magari con un maggiore e più previdente supporto dei due rami del Parlamento, possa di nuovo attivarsi secondo gli schemi già consolidati della decretazione d’urgenza.
Qualora l’attività legislativa fosse anche delegata, quello che preoccupa è che alcune libertà fondamentali possano essere limitate nuovamente, come se su questo virus nulla ancora si sapesse e come se la popolazione (non solo italiana, ma mondiale) non abbia ormai tristemente compreso come ci si debba comportare e cosa si possa concretamente fare o non fare.
È vero: le città ed il mondo pullulano di persone che del contagio non si curano, continuano a muoversi in spregio delle regole non solo giuridiche, ma anche della prudenza e della civile convivenza.
Sarebbe allora forse il caso di punire seriamente, duramente e solamente i trasgressori e non – preventivamente – tutti quanti o, comunque, molti “innocenti“?
Va da sé che, comunque, il Legislatore nazionale – ed anche quello regionale – dovrebbero ormai aver compreso che applicare sanzioni penali a condotte – seppur deprecabili – comunque ispirate alla necessità di godere di uno qualsiasi dei diritti fondamentali (come quelli connessi alla socialità o alla libertà di movimento) altro non comporta che perdita di tempo per le Forze di Polizia e per i Tribunali.
Non solo di tempo, anche di soldi.
Soprattutto di soldi: instaurazione di procedimenti penali (tutti o quasi destinati all’archiviazione), spese di notifica, gratuito patrocinio, spese di cancelleria, costi vivi e manutentivi delle aule giudiziarie, della benzina delle auto delle Forze di Polizia, della carta e dell’inchiostro utilizzati per scrivere fiumi di atti da ambo le parti: queste esemplificazioni potrebbero essere solo la punta dell’immenso iceberg costituito dalle infinite voci di spesa che alcune decisioni drastiche hanno comportato.
Se è vero – com’è vero – che l’attività delle Forze di Polizia e della Magistratura non dovrebbe essere finalizzata a far numeri e riempire tabelle (recanti dati sulle persone arrestate e denunciate) ma dovrebbe essere piuttosto mirata alla condanna dei veri colpevoli, tutto ciò assume toni raccapriccianti.
Più sagge sono state allora le decisioni legislative volte a conferire a certe condotte il carattere di illecito amministrativo, come tali sanzionabili anche economicamente.
Bene sarebbe continuare a punire, con maggiore severità, puntigliosità e cavillosità, tutti i cretini che sbagliano volutamente e che agiscono nel più totale spregio delle norme giuridiche e di condotta.
Puniamoli, economicamente ed amministrativamente, ma lasciamogli i diritti.
Sì: anche a loro. Anche ai cretini.
Soprattutto, lasciamo i diritti a tutti coloro che dimostrano ed hanno dimostrato di meritare fiducia e garanzie da parte dello Stato.
È anche vero, infatti, che esistono persone molto coscienziose, che hanno osservato i dettami normativi e sociali, sono stati attenti e pretendono attenzione, nella convinzione che certi comportamenti attivi od omissivi servano per tutelare sé stessi ma, in maniera molto consapevole, anche gli altri.
Ci sono imprenditori che, tra le lacrime e la disperazione, hanno visto fallire e forse hanno coscientemente fatto fallire le proprie aziende perché intimamente convinti della necessità di rispettare le regole, la legge, il diritto e la civile convivenza nella nostra società.
Recentemente, però, ho letto che verranno chiuse le discoteche: di nuovo un ragionamento giuridico concepito per categorie.
Non so perché (anzi sì, lo so) ma l’idea di “categoria” e l’idea di “legge”, quando si accompagnano insieme, mi fanno un po’ paura.
Sono concetti che, messi insieme, richiedono maggiore cautela ed attenzione.
Non escludo a priori che possa esistere una legge che tuteli certe categorie e che, in quanto tale, sia una buona legge.
Mi spaventa però pensare che possano esistere leggi che, con la forza della loro cogenza, alcune categorie possano anche discriminarle.
(Una digressione fondamentale è che non sono stato pagato dall’associazione che rappresenta i gestori di discoteche – chi mi conosce sa che non sono mai andato in discoteca – né che in questi giorni ho raggranellato ingressi gratuiti per i miei amici).
Quando ho sentito questa notizia, però, mi sono chiesto: “il nostro ordinamento giuridico è davvero pronto per un altro lockdown?
Possibile infatti che il diritto creato dal Legislatore non abbia tenuto conto del diritto vivente?
Sinceramente non credo che, almeno da un punto di vista giuridico, questa pandemia non abbia insegnato nulla, non solo agli italiani ma anche a tutti i cittadini del mondo.
Credo allora che se l’autorità legislativa, esecutiva e giudiziaria abbiano – seppur con strumenti e con metodi diversi – il compito di legiferare, applicare, interpretare il diritto per il bene dei cittadini e per la sicurezza della Repubblica e della Patria esse debbano, con il contagio in crescita, tenere conto degli insegnamenti scientifici e anche giuridici che questa pandemia, nella sua precedente e gravissima esplosione, ci ha fornito.
Eravamo ignoranti e sprovveduti di fronte ai sintomi, alle cause ed al decorso della malattia.
Eravamo sprovveduti, ed ignoranti, in relazione alle attività (anche giuridiche e legislative) da compiersi per arginare il contagio e continuare a vivere.
Oggi non è più così.
Oggi possiamo combattere il virus guardandolo in faccia, ad armi quasi pari, senza indebolirci e senza rinunciare ai nostri diritti fondamentali.
Ci vogliono meno fretta, più coraggio e, soprattutto, maggiore capacità di discernimento.

Domenico Martinelli

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