Editoriale

Lo “jus covidianus” e la “salus Rei Publicae”.

Confesso  che questo mese avrei voluto soffermarmi su qualche riflessione puramente accademica e prettamente giuridica.
Ma, se è vero, com’è vero, che il diritto altro non è che un utilissimo strumento per meglio interpretare anche la società, non posso anche in questa circostanza esimermi dal commentare alcuni fatti che stanno occorrendo nei giorni in cui scrivo e che, comunque, hanno assunto una certa rilevanza alla luce dello ius covidjanus, termine che abbiamo coniato su questa rivista e che abbiamo già abbondantemente e giuridicamente dileggiato. 
In questi giorni, come saprete, è stata approvata dal governo con la consueta attività di decretazione -non so più quanto emergenziale o meno – la proroga ad libitum del mandato dei direttori delle agenzie di sicurezza. 
Questa cosa, che ai tecnici del diritto puri e raffinati sarà saltata di sicuro agli occhi, avrà sicuramente minore importanza per coloro che sono appassionati di altre branche delle scienze umane.
Ormai il fatto che si ricorra esclusivamente all’attività di decretazione in esito all’emergenza della pandemia non ci stupisce più (solo come giuristi e non certo come politologi): l’abominio giuridico è ormai compiuto da parecchio tempo e, sappiamo che al gap democratico che si è creato in questi mesi, e che è stato ampiamente giustificato per colpa del covid-19, dovremmo e dovremo abituarci.
Mi chiedo però, come sia possibile che anche la disciplina dello status dei direttori delle agenzie di sicurezza possa essere stata rivista in questo modo. 
Prima di tutto, è stato utilizzato lo strumento della decretazione ma, verosimilmente, sarebbe stato opportuno ricorrere al Parlamento con una procedura “ordinaria”. 
Quando si parla di intelligence tutte le forze politiche in campo hanno necessariamente un atteggiamento maggiormente circospetto, erudito, cauto ed accorto.
Fateci caso: per esempio, tutti gli estremisti, in politica, grandi oratori contro gli avversari, quando hanno presieduto il Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica – o quando in esso hanno ricoperto ruoli strategici o di interesse – alla fine, dopo tale mandato, si sono sempre dati “una calmata”. 
Mi spiego meglio: vedendo ciò che è segreto – e che è segreto per il bene dello Stato e per il bene degli Stati alleati e a noi vicini – anche i politici più estremisti, siano di destra o di sinistra, non hanno potuto che assumere un aplomb istituzionale diverso, modificando visibilmente il proprio modo di apparire, di parlare e di fare politica successivamente. 
Non faccio nomi perché questa è una rivista scientifica. 
Altro guazzabuglio giuridico è il fatto che – così come peraltro recentemente affermato dal professor Mario Caligiuri [1] –  forse sarebbe stato necessario un provvedimento normativo ad hoc per l’intelligence e per i direttori delle agenzie di sicurezza. 
È assurdo che una cosa del genere sia stata decisa con una specie di milleproroghe, su cui far cadere anche la mannaia del voto di fiducia. 
Ma entriamo un po’ più nel merito della questione. 
Il fatto di consentire al potere esecutivo la possibilità di rinnovare ad libitum i mandati dei direttori delle agenzie di sicurezza altro non costituisce che un ulteriore gap democratico. 
Se prima i direttori delle agenzie, ultimato il loro mandato, erano soliti andare in pensione o rientrare nelle proprie amministrazioni di appartenenza oppure, con rango prefettizio, facevano ingresso in altri uffici della Presidenza del Consiglio o del Ministero dell’Interno, oggi non sarà più così. 
Di fatto la legge 124 del 2007 e tutti i decreti attuativi, alcuni dei quali classificati, costituivano un corpus normativo adeguato, sicuro, ove comunque tutte le garanzie di democraticità ed equilibrio istituzionale venivano rispettare. 
Equilibrio non facile, se si tratta di contemperare interessi vitali per sicurezza dello Stato, democrazia, privacy e diritti fondamentali. 
La legge 124 è stata frutto di un gravoso lavoro di riforma della precedente legge del 1977, che a sua volta aveva fatto un po’ di chiarezza anche nel precedente sistema normativo che disciplinava la delicatissima materia.
Quindi, per dirla tutta, il direttore di un’agenzia sapeva che avrebbe potuto agire veramente per la sicurezza dello dello Stato e, soprattutto, senza un mandato politico. 
E’ chiaro che, sapendo di offrire un servizio qualificatissimo e di altissimo livello per la Repubblica – ma comunque limitato nel tempo – ogni direttore poteva sino ad oggi profondere il massimo degli sforzi e, sicuramente, poteva avere la possibilità di non asservirsi alla politica, da cui poteva essere slegato e da cui poteva prendere ordini fino a un certo punto [2]
Estendendo all’infinito la possibilità di prorogare il mandato dei direttori delle agenzie, è inevitabile aver costruito una sorta di carrierismo anche tra le qualifiche apicali dei servizi.
Pertanto, qualsiasi direttore – seppure specchiatamente libero da vincoli politici – in futuro non potrà che cercare di accontentare i desiderata del governo in auge in quel momento, onde evitare di essere sostituito o, comunque, non rinnovato. 
Si noti bene: non è sicuramente il caso degli attuali vertici, che sono rappresentati da persone eccezionali e di fama e carriera preclare ed inappuntabili… e ci mancherebbe altro!
Il ragionamento che vogliamo qui fare è di natura esclusivamente socio-giuridica e non certo politica o personale.
Il problema, però, è che è stato un po’ “tradito” lo spirito originale della legge, che imponeva dei paletti “antipatici”, proprio per evitare storture e personalismi.
Tralascio altre considerazioni da bar, ma lancio la riflessione sul fatto che il gap giuridico e democratico, che tante volte ho citato, sta diventando un problema sempre più serio per la legislazione di questo paese. 
Non si può più giustificare qualunque cosa, qualunque legge o provvedimento normativo con la pandemia e con la necessaria tutela della salute. 
E se questa malattia durasse in eterno, avremo una legislazione emergenziale in eterno?
Pensate, solo per un attimo, a cosa potrebbe succedere quando, come probabilmente sarà, il numero dei parlamentari della Repubblica verrà ridotto. 
Il processo di legislazione sarà molto veloce. Eventuali decreti legge che dovranno essere convertiti, verranno convertiti con estrema facilità e, soprattutto, se l’abitudine è diventata quella di decretare tutto in via emergenziale, dobbiamo aspettarci che non ci saranno più processi legislativi normali in questo Paese. 
Ci auguriamo invece che queste forme di legislazione vengano in futuro adottate quando ne ricorrano realmente le esigenze ed i presupposti e non quando occorra sistemare qualcosa sic et simpliciter.
Per la salvezza della Repubblica.

Domenico Martinelli

 

[1] il Prof. Mario Caligiuri  è stato il primo studioso “civile” dell’intelligence in Italia, a cui va il merito – tra i tanti – di aver fatto assurgere l’insegnamento dell’intelligence al rango di disciplina universitaria.
Per il commento in questione si veda: https://formiche.net/2020/09/caligiuri-intelligence-dieni-copasir/

[2] ricordiamo che il segreto di stato ed il funzionamento delle agenzie, comunque, rispondono alle esigenze securitarie in ambito interno o esterno che il nostro Paese intende perseguire. Tali esigenze, in via generale, sono espressione della volontà politica e dalla autorità politica devono essere individuate. 

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