Diritto e procedura civile

La liquidazione del danno da fatto illecito non si cumula con l’indennità assicurativa Corte di Cassazione Civile, SS.UU., Sentenza n. 12565 del 22/05/2018.

Articolo a cura dell’avv. Marianna Arpaia e dell’avv. Francesco Attianese

Con la sentenza n.12565 del 22 maggio 2018 gli Ermellini sono stati chiamati a stabilire se, in relazione alla liquidazione del danno da fatto illecito, dalla quantificazione del pregiudizio patito da una compagnia aerea -titolare di un velivolo, abbattuto nel giugno del 1980 – andasse sottratto l’importo ottenuto a titolo di indennizzo assicurativo per la perdita dell’aereo.
Un primo indirizzo giurisprudenziale sosteneva che l’indennità assicurativa ed il risarcimento del danno si cumulassero sulla scorta del principio compensatio lucri cum damno, destinato a trovare attuazione laddove il vantaggio ed il danno fossero entrambi conseguenza immediata e diretta del fatto illecito e, quindi, non operante qualora l’assicurato avesse ottenuto dalla compagnia assicurativa il relativo indennizzo a causa del fatto illecito del terzo.
A sostegno di tale tesi gli Ermellini consideravano il titolo su cui si fonda l’indennizzo per il danneggiato da parte dell’assicurazione, sostanzialmente diverso dal fatto illecito: esso è, difatti, rappresentato dal rapporto contrattuale instaurato con la sottoscrizione della polizza ed il pagamento del relativo premio, che, dunque, giustifica l’ottenimento da parte del danneggiato di un ristoro complessivo (fra risarcimento da parte del responsabile e indennizzo assicurativo) maggiore del danno subito.
Per altro orientamento giurisprudenziale, diametralmente opposto, l’indennità assicurativa ed il risarcimento del danno assolvono ad un’identica funzione reintegratoria e, come tali, non possono cumulativamente coesistere. La liquidazione dell’indennizzo al danneggiato esclude in misura corrispondente il suo credito risarcitorio nei confronti del responsabile, che, pertanto, si estingue e non può essere più preteso, né azionato, atteso che non sussiste più un danno risarcibile per la parte indennizzata dall’assicuratore.
Ne consegue che l’assicurazione potrà rifiutare l’indennizzo nel caso in cui il danneggiato abbia già ottenuto il risarcimento dal responsabile e, a sua volta, “il responsabile del danno può legittimamente rifiutare il pagamento del risarcimento allorché l’assicurato abbia già ottenuto il pagamento dell’indennità dal proprio assicuratore privato contro i danni” (Corte di Cassazione Terza Sezione Civile, giugno 2014, n. 13233).
Tale ultimo indirizzo è stato indicato come preferibile dalla Terza Sezione, che ha rimesso la questione giuridica sottesa al disastro in parola, alla Suprema Corte di Cassazione a Sezioni Unite.
Difatti, dalla lettura proposta nell’ordinanza di rimessione, il cumulo dei benefici di carattere risarcitorio ed indennitario determinerebbe nei fatti un arricchimento del danneggiato che contrasterebbe con la natura meramente reintegratoria della responsabilità aquiliana.
A ben vedere, la soluzione della specifica questione sottoposta al vaglio delle Sezioni Unite coinvolge un tema di carattere più generale, attinente alla individuazione della portata del principio della compensatio lucri cum damno: opera come regola generale nel diritto civile o soltanto in relazione a determinate fattispecie?
Gli Ermellini, attraverso un valido iter argomentativo, forniscono un’esauriente risposta, ritenendo che non a tutti i casi potrà essere insindacabilmente applicata la compensatio e che occorre esaminare la concreta fattispecie giuridica.
Individuano quale criterio da adottare quello dell’indagine sulla ragione giustificatrice dell’attribuzione patrimoniale entrata nel patrimonio del danneggiato, e concludono affermando che: “la determinazione del vantaggio computabile richiede che il vantaggio sia causalmente giustificato in funzione di rimozione dell’effetto dannoso dell’illecito: sicché in tanto le prestazioni del terzo incidono sul danno in quanto siano erogate in funzione di risarcimento del pregiudizio subito dal danneggiato”. “In altri termini”, quando si applica l’istituto della compensatio, “il risarcimento deve coprire tutto il danno cagionato, ma non può oltrepassarlo, non potendo costituire fonte di arricchimento del danneggiato”.
La sentenza in commento pone in rilievo il collegamento tra i diversi piani su cui si fondano il risarcimento (fatto illecito) e l’indennizzo (il contratto di assicurazione) nell’istituto della surrogazione ex art. 1916 c.c., la cui finalità è duplice e concorrente: da un lato, la salvaguardia del principio indennitario, per cui la prestazione assicurativa non può mai trasformarsi in una fonte di arricchimento per l’assicurato e determinare, in suo favore, una situazione economica più vantaggiosa di quella in cui egli verserebbe se l’evento dannoso non si fosse verificato; dall’altro lato, la conservazione del principio di responsabilità aquiliana (artt. 1218 e 2043 c.c.), per cui chi ha commesso il danno è in ogni caso tenuto al risarcimento, senza possibilità di vedere eliminata o ridotta l’entità della relativa prestazione per effetto di una assicurazione non da lui, o a suo favore stipulata.
E così la Corte sottolinea che: “in forza di tale principio, un sinistro non può diventare fonte di lucro per chi lo subisce, neppure quando l’indennizzo gli spetti a duplice titolo e da parte di soggetti diversi, e cioè dall’assicuratore e dall’autore del danno, l’eventualità del doppio indennizzo per lo stesso danno essendo appunto scongiurata dalla surrogazione legale dell’assicuratore che ha pagato l’indennità, fino a concorrenza di essa, nei diritti dell’assicurato verso i terzi responsabili”.
Dunque, il diritto al risarcimento del danno subito ed il diritto all’indennizzo assicurativo sono concorrenti, giacché ciascuno di essi rappresenta, sotto il profilo funzionale, un mezzo idoneo alla realizzazione del medesimo interesse, che è quello dell’eliminazione del danno causato nel patrimonio dell’assicurato-danneggiato per effetto della verificazione di un sinistro, sicché l’assicurato-danneggiato non può pretendere dal terzo responsabile e dall’assicuratore degli importi che nel totale superino i danni che il suo patrimonio ha subito. Anzi, la previsione dell’istituto della surrogazione (operante di diritto ex art. 1203 c.c.) da parte dell’assicuratore che ha pagato, nella posizione del danneggiato, consente da un lato il recupero dal responsabile civile delle somme erogate – così evitando che il divieto di cumulo avvantaggi quest’ultimo – e dell’altro di scongiurare che il fatto illecito si trasformi in una fonte di lucro.
A ciò si aggiunga che riscosso l’indennizzo dal proprio assicuratore, il danneggiato non può agire contro il responsabile se non per la differenza, non essendovi spazio per una doppia liquidazione a fronte di un identico pregiudizio.
Le Sezioni Unite sono, dunque, giunte alla risoluzione di quest’annoso contrasto giurisprudenziale enunciando il seguente principio di diritto: “il danno da fatto illecito deve essere liquidato sottraendo dall’ammontare del danno risarcibile l’importo dell’indennità assicurativa derivante da assicurazione contro i danni che il danneggiato-assicurato abbia riscosso in conseguenza di quel fatto”.
Ritornando alla vicenda del disastro aereo, poiché alla compagnia aerea era stata corrisposta un’indennità assicurativa in misura superiore al valore corrente al momento del disastro dell’aeromobile di sua proprietà (avendo incassato dall’assicurazione, per la perdita dello stesso, un’indennità di lire 3.800.000.000, superiore al suo valore, stimato dal C.T.U. in lire 1.586.510.540), essa, in assenza di prova della sua insufficienza rispetto al danno effettivo, ha concretamente eliso il danno e con esso il diritto della compagnia aerea di ottenere da parte delle Amministrazioni convenute il risarcimento per la perdita dell’aereo, a nulla rilevando che la società assicuratrice non avesse mai esercitato la surroga nei confronti dei Ministeri dei Trasporti e della Difesa.

Avv. Marianna Arpaia

Avv. Francesco Attianese

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