Psicologia

Rinnovare la relazione in tempo di crisi

I lunghi mesi che stiamo trascorrendo, tra incertezze, dubbi e interrogativi sul futuro ci obbligano a misurare la tolleranza di ciascuno di noi verso questa “nuova normalità” (quanto e come provvisoria?) non solo sul piano personale, ma per di più immersi in un immaginario collettivo tinto di malesseri – e talvolta panico, o psicosi – e circondato da una mole di informazioni difficile da gestire.
In questo contesto, i nostri punti di vista e i nostri stili di comportamento – anche in famiglia, in casa, in coppia, nelle relazioni più prossime – spesso divengono più marcati e radicali, e può capitare di sentirci fortemente insofferenti, o persino di perdere il controllo, per ritrovarci poi turbati, arrabbiati, isolati e stanchi (per non dire talvolta esausti).
Tutte le relazioni cambiano nel tempo, è normale, ma in situazioni particolari i processi si accelerano. E allora come possiamo affrontare in maniera più consapevole le circostanze in cui ci troviamo coinvolti?
Questi brevi appunti si propongono di offrire spunti di pensiero, osservazioni, e auspicabilmente sponde di dialogo con chi ci è vicino.
Ognuno di noi – ormai lo sappiamo – ha una doppia esigenza esistenziale, di stabilità e novità: la stabilità ci rassicura e ci protegge, nella sua prevedibilità tranquillizzante; la novità è la tensione all’esplorazione, alla scoperta, ad un desiderio di sorpresa vitalizzante ed energizzante.
Ed è proprio quella la porzione di vita attualmente compressa, nel momento in cui siamo invitati a restare più fermi, uscire poco, non frequentare estranei, non andare in luoghi o situazioni sconosciuti o imprevedibili. L’ignoto diviene la paura di ammalarsi, o di far ammalare qualcuno, anziché – come sarebbe “normale” – essere la pulsione vitale a scoprire novità: persone, luoghi esperienze che ci dinamizzano e ci mantengono radiosi e vibranti. Qualcuno la chiama la dimensione dell’Eros. E ci manca, nella costrizione all’immobilità, alla ripetitività, nel reiterato invito alla stabilità. E se pure sappiamo razionalmente che la cautela è l’atteggiamento giusto da avere, dopo mesi di questa condizione siamo indubbiamente provati. Molte persone riferiscono di sentirsi impaurite, stanche, inquiete, persino “stagnanti”, e la mancanza di una prospettiva temporale certa su quando tutto questo cambierà certo non favorisce le cose.
Inoltre ci sono anche decisioni importanti e cruciali da prendere: “Come facciamo con i genitori anziani? Possiamo portarli in una casa di riposo oppure no? Chi li accudisce? E i bambini? Li facciamo uscire a giocare con altri bambini oppure no? Possiamo vederci con familiari o amici che hanno adottato comportamenti diversi dal nostro? Ci andiamo alla tale cena oppure no? ” Tante domande di questo tipo; quasi più dilemmi che problemi da risolvere.
E come risuona – o si amplifica – tutto questo nelle nostre relazioni intime? E nella nostra sfera sessuale?
Forse l’arrivo del virus ci ha colto in un momento che già era di stallo relazionale con il/la partner, una di quelle situazioni in cui la relazione gira in tondo, ripetendosi; lì dove entrambi pensano che la “colpa” sia dell’altro/a, dove si crea e ripete un circolo vizioso di biasimo sull’altro/a, di attesa che l’altro/a faccia qualcosa di diverso, ma dove invece fatalmente ci si rinforza vicendevolmente in azioni insoddisfacenti.
E allora anche i piatti da lavare possono diventare un simbolo della mia privazione, di tutto quello che ho fatto per te lungo gli anni, o di tutto quello che tu non hai fatto per me durante questi anni passati, o persino delle memorie di quanto ho fatto nella mia fanciullezza, e che nessuno mi ha mai riconosciuto… e allora anche quel piccolo episodio in evidenza diviene innesco per una quantità di cose taciute e sottostanti, che abitano nella nostra vulnerabilità (mi sento non vista, mi sento sopraffatta, non apprezzata, abbandonata, trattata ingiustamente, e non ti piace quello che faccio…) e in casi di questo tipo il passato e il presente si intrecciano, come se vecchi copioni si appiccicassero alla situazione attuale.
Tutte queste dinamiche, se si presentano, probabilmente si ricollegano a situazioni di poca chiarezza pregressa, o di stallo nelle relazioni, automatismi magari trascinati da tempo in uno stato di impasse.
Ma da dove vengono i momenti di impasse? Come si formano? Come mai accadono e si ripetono, nonostante siano frustranti per tutti? Come mai ci incastriamo in questi meccanismi, in che modo li manteniamo, e soprattutto, come se ne può uscire? Cosa possiamo fare? Cosa ci può essere d’aiuto in situazioni del genere?
E sì, questo è un momento particolare e possiamo convenire che siamo tutti un po’ stressati, ma parlando di stallo possiamo concentrarci più specificamente sul modo in cui riusciamo ad agire e reiterare un atteggiamento che a sua volta chiama una risposta disfunzionale e inconsapevole, contribuendo in qualche modo al rinforzo reciproco dei nostri meccanismi di difesa, in una dinamica di relazione che irrigidisce i comportamenti, divenendo una forma, uno “stile”, una sorta di danza, che poi agisce e si diffonde in situazioni diverse. E così relazioni pregresse non ottimali, in questa fase rischiano di irrigidirsi, e potenzialmente divenire problematiche.
Allora un primo passo importante è chiedersi “cosa mi succede dentro?”; e piuttosto che puntare il dito all’infuori, rivolgerlo a sé, per chiedersi come si sta, cosa si ricorda, cos’è che fa male… In questo modo potrebbe notevolmente cambiare la qualità della comunicazione. Riuscire a dirsi e dire “quando succede una cosa del genere, IO MI SENTO così”… anziché dire “questo è quello che TU FAI a me”; oppure “quando tu fai quello, IO FACCIO L’ESPERIENZA di questo stato d’animo”… Una modalità di questo tipo di solito aiuta a cambiare il meccanismo, a incrinare la rigida catena di automatismi che sono alla base dell’impasse.
E se la discussione non funziona, interromperla. Non andare avanti a logorarsi. Prendersi una pausa, fare una passeggiata, farsi una doccia, mettere su una musica, cucinare qualcosa, versarsi un bicchiere di vino.
Provare a creare azioni di protezione della relazione, e non manovre di potere. Pensare ed esprimere il NOI, l’essere insieme, sfuggire le discussioni polarizzate, dove si confrontano/scontrano due io, che rischiano di andare “muro contro muro”.
E porre attenzione al giusto momento, non ricercando una soluzione immediata, bensì provando anzitutto a preservare la connessione, la comunicazione, la comprensione, rimarcando il fatto che in due, entrambi, ci teniamo alla relazione, ce ne prendiamo cura. Portare sempre e comunque con sé la domanda: Cosa posso fare? Come posso procedere in maniera migliore? E scegliere di muovermi, anche se sono sola/o a farlo, perché agire costruttivamente fa bene in primis a me.
Allora possiamo riconoscere che cosa ci può aiutare a regolare le nostre attese, diminuire l’abituale ritmo vorticoso, abbassare le aspettative.
In realtà abbiamo diverse strade, anche se magari non troppo frequentate nel quotidiano “ordinario”; tuttavia ciascuno potrebbe sondare le possibilità di andare verso aree di
esplorazione diverse da quelle più comunemente praticate: leggere, scrivere, riflettere, disegnare o dipingere, dedicare del tempo all’ascolto della musica.
E nel cercare nuove forme di ricarica, possibilmente coltivare la calma e la meditazione, il prezioso rapporto con la natura.
L’esercizio del corpo e il movimento rimangono fondamentali: mi pare un ottimo segno il fatto che si sono moltiplicate le persone che corrono, camminano, vanno in bicicletta, passeggiano, con compagni ed amici, con e senza cani.
E comunque parlare, comunicare, cercare alleanze e scambi possibili e/o perché no? lamentarsi! Anche sfogarsi può essere d’aiuto, talvolta. E talvolta meglio in un rapporto di aiuto professionale.

Kathleen Aurigemma

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