Archeologia giudiziaria

La violenza dello Stato Islamico tra distruzioni di santuari, musei e siti archeologici in Iraq

Premessa

Nel 2006, dopo l’esecuzione di Saddam Hussein, le tensioni tra sunniti e sciiti aumentarono fino ad esplodere in una guerra civile della durata di circa un anno. Al termine di questo conflitto l’esercito iracheno, in collaborazione con quello degli Stati Uniti, tentò di sradicare al-Qaeda dal territorio dell’Iraq, per poi arrivare alla creazione di un governo eletto dal popolo. In seguito, si vennero a creare delle frange estremiste che diventarono sempre più radicate e persistenti sul territorio. Nel 2011, l’abbandono delle forze statunitensi dall’Iraq permise a queste organizzazioni di proliferare sul territorio nazionale. La più affiatata e complessa di queste prendeva il nome di IS (Islamic State, declinato anche come ISIL, ossia Islamic State of Iraq and the Levant, oppure come ISIS, Islamic State of Iraq and Syria) o Daesh (Al Dawla Al Islamiya fi al Iraq wa al Sham, Stato islamico dell’Iraq e della grande Siria).

 

Lo Stato Islamico (IS)

L’ ascesa dello Stato Islamico (al-Dawla al-Islamiya) avvenne nel giugno 2014, 11 anni dopo il termine della II guerra del Golfo, nel territorio denominato Jazira (“l’isola”), in quanto compreso tra i fiumi Tigri ed Eufrate. La nascita di questa organizzazione è una diretta conseguenza del caos in cui piombò l’Iraq durante e dopo la II guerra del Golfo. In quello specifico momento, l’estremismo islamico di matrice sunnita si diffuse nel paese, in cui nacque un gruppo di estremisti che cominciarono con l’assaltare ambasciate e la moschea sciita dell’Imam ‘Ali a Najaf tramite attentati suicidi. Nel 2010, a capo di questa organizzazione vi era al-Baghdadi, fondatore del Daesh; il gruppo estremista è stato così rinominato in quanto la sua egemonia si era estesa anche in Siria, complice il disastro della rivoluzione siriana scoppiata nel 2011. Gli appartenenti a questo gruppo seguivano una dottrina sunnita di stampo estremista, il Salafismo jihadista, che si differenzia dalle forme non violente di Salafismo in quanto viene utilizzata la violenza al fine di realizzare la jihad per restaurare pratiche religiose che conducessero sulla “retta via”. Per i salafiti jihadisti, «Dio chiede degli atti che confermino la Fede» e dunque ciò, quello che loro mettevano in pratica, poteva essere considerata (da loro stessi) una dichiarazione di Fede. Il sacrificio per la causa farà guadagnare ai jihadisti lo status di martiri. Lo Stato Islamico è passato alle cronache per la sua ferocia, esercitata in maniera indistinta contro le minoranze sia religiose che etniche. Non solo la persecuzione contro gli sciiti, ma anche quella contro altre etnie, quali gli yazidi, gli shabak, i mandei, i turcomanni, tutte etnie praticanti culti che risalgono alle antiche culture mesopotamiche. Le persecuzioni effettuate nei confronti degli yazidi sono ormai note ai più, grazie alle testimonianze dei sopravvissuti. Ancora oggi, resta sconosciuto l’esatto numero di vittime tra i popoli perseguitati. I jihadisti affermarono la loro fama anche tramite la distruzione del patrimonio culturale iracheno.

 

Le distruzioni: santuari, chiese e monasteri

Nell’estate del 2014, lo Stato Islamico si proclamò tale, conquistando la città di Mosul ed iniziando la mattanza culturale. I primi a cadere furono i santuari sciiti. A giugno venne distrutto il santuario di Al-Askari e danneggiata la cupola della moschea di Samarra. Nel luglio dello stesso anno, vennero distrutti almeno 6 dei più importanti tra moschee e santuari sciiti a Mosul, due dei quali rasi al suolo completamente a causa di detonazioni controllate: la moschea Husayniyyatul-Qubbah e la tomba dell’Imam Yahya ibn al-Qasim, una moschea mausoleo edificata nel 1239 sulle rive del Tigri. Il 24 luglio venne devastato a causa di un’altra esplosione il santuario dedicato al profeta Giona, a Mosul, risalente al XIV secolo ed edificato sulla collina di Nebi Yunus. Miracolosamente, la reggia-arsenale  edificata per volere dell’imperatore neo assiro Sennacherib (in assiro ekal masharti) su quella stessa collina, si salvò dalla devastazione. Seguì la sistematica distruzione dei santuari dei cosiddetti “cristiani assiri”, residenti nella piana di Ninive. Caddero così il santuario di Set e quello di Jaris, rinnovato dal Tamerlano nel 1393. Anche i monasteri e le chiese non vennero risparmiati. Ne sono un esempio tangibile la distruzione di San Shmoni (VIII secolo), San Zena (XIII secolo) e San Giorgio (XII secolo). Tra i monasteri, vennero distrutti Mar Benham e Mar Elia. Nel Sinjar, si assistette alla distruzione sistematica dei templi yazidi. Perfino i monasteri caldei di Mar Oraha (VI secolo) e Mar Gewargis (X secolo) non vennero risparmiati. Seguì l’attacco alla tomba dell’Imam Ibn Hassan Awn al-Din, eretta nel 1248 e, in seguito, nell’ottobre 2014, l’esplosione dell’Imam Dur, mausoleo dell’emiro sciita di Mosul Sharaf al- Dawla Muslim. Venne poi distrutto il santuario dedicato a Sheikh Fathi, riedificato completamente nel 1760. Tutte queste perdite religiose e culturali risvegliarono la reazione di Imam e fedeli sciiti, che tentarono di salvaguardare i loro luoghi di culto. Questa iconoclastia religiosa sembra essere il risultato di una distorta interpretazione dei testi normativi e della loro esegesi. L’odio riverso sui santuari, ad esempio, è una connotazione estremista di stampo wahhabita. ‘Adb al-Wahhab, fondatore del movimento in questione, sosteneva che non si dovessero edificare moschee o mausolei sulle tombe e, nell’eventualità che questo fosse accaduto, le suddette strutture avrebbero dovuto essere distrutte. Questa tipologia di pensiero è correlabile a quello di una delle scuole giuridiche sunnite esistenti, la più conservatrice in ambito religioso, ossia quella degli hanbaliti. Al centro di questo pensiero, si auspica un ritorno alla purezza primigenia dell’Islam e si ostacola qualunque forma di innovazione. La narrativa dello Stato Islamico non accettava l’appartenenza ad altri rami dell’Islam, i quali vengono presentati come l’antitesi degli insegnamenti del Profeta e il cui patrimonio viene identificato come idolatro e, in quanto tale, deve essere distrutto.

 

Le distruzioni: le capitali neo assire e il museo di Mosul

Dopo la distruzione dei principali luoghi di culto sciiti, lo Stato Islamico iniziò ad attaccare i siti archeologici ed i musei. Tra il 2015 e il 2016 i beni culturali dell’Iraq settentrionale divennero protagonisti di numerose distruzioni. In questo scenario, le capitali neoassire (IX-VII secolo a. C) furono le prime a finire nel mirino. Il primo sito archeologico ad essere colpito fu Nimrud, la capitale dell’imperatore neoassiro Assurnasirpal II. L’area archeologica venne colpita il 7 marzo 2015. Con l’utilizzo di mezzi pesanti, l’antica città venne demolita e della florida capitale degli assiri, del magnifico Palazzo Nord-Ovest dell’imperatore, celebre per le meraviglie artistiche racchiuse al suo interno, rimase soltanto un cumulo di macerie. Lo stesso giorno, venne attaccata anche l’antica città di Hatra, capitale di età ellenistica ed araba e primo sito archeologico iracheno ad essere dichiarato patrimonio mondiale dell’umanità dall’UNESCO. Era stato riferito di “un’esplosione avvenuta la mattina presto” e che i jihadisti dello Stato Islamico avessero distrutto alcuni edifici e spianato degli altri con l’uso di mezzi pesanti. I miliziani danneggiarono diverse statue e tirarono giù, a colpi di martello, numerose teste scolpite presenti sulle facciate degli Iwan 4 e 12 del sito. Altri volti in pietra scolpita sulle pareti degli edifici vennero sfregiati con colpi di arma da fuoco. L’8 marzo venne saccheggiata l’antica Dur Sharrukin (oggi moderna Khorsabad), capitale di Sargon II, di cui vennero distrutti mura ed alcuni templi. Il 28 maggio, vennero fatti esplodere diversi settori dell’antica Assur. Nel 2016, è toccato al sito archeologico dell’antica Ninive. La capitale in cui vissero gli ultimi tre imperatori assiri (Sennacherib, Esarhaddon ed Assurbanipal) subì la stessa sorte delle altre. Tra maggio e giugno furono rese pubbliche le immagini della distruzione del Palazzo Sud-Ovest di Sennacherib e delle fortificazioni dell’antica città assira. Assieme a tratti delle mura urbiche, vennero rase al suolo da bulldozer anche la porta di Mashki (il 10 aprile) e quella di Adad (il 14 dello stesso mese). Anche la porta di Nergal, i cui lamassu furono sfregiati nel 2015, venne completamente rasa al suolo. Nel febbraio 2015 i jihadisti attaccarono il museo di Mosul (Mosul Cultural Museum). Quello che è accaduto all’interno della struttura è stato documentato da dei video, girati dagli stessi miliziani. In questi, si possono vedere le drammatiche distruzioni di alcune statue, buttate giù dai propri piedistalli e spezzate con dei martelli. Alcuni utilizzano anche dei martelli pneumatici, mentre altri sfregiano un lamassu (toro androcefalo alato) con una trivella e alcuni loro compagni sferrano colpi di mazza su altre sculture. Nel filmato è visibile la decapitazione di un blocco di pietra recante la raffigurazione di un genio alato. Vennero distrutte anche delle sculture di epoca ellenistica provenienti dal sito dell’antica Hatra. Perché un simile accanimento contro delle testimonianze culturali di epoca preislamica? Queste distruzioni di beni culturali possono essere considerate come “uno strumento attraverso cui si intende veicolare un preciso messaggio”, ossia un atto di propaganda.  Una strategia che incuteva terrore come quella dello Stato Islamico, per poter essere attuata, necessitava della rimozione delle testimonianze delle società precedenti quella islamica. In questo modo, eliminando le suddette vestigia delle civiltà passate, si “preveniva” la diffusione delle dottrine definibili come pagane e dunque idolatre. Come per la distruzione dei luoghi di culto sciiti, l’estremismo intacca l’interpretazione del Corano, di cui molti concetti vengono nuovamente decontestualizzati. Uno di questi è legato proprio alla concezione del termine idolatra e degli idoli. In una biografia di Muhammad (il Profeta) dello storico al-Tabari, del X secolo, egli racconta che il Profeta, dopo essere entrato nell’antico tempio pagano della Ka’ba alla Mecca, «[…] ordinò che gli idoli venissero estromessi e distrutti […]», ma permise comunque la venerazione della Pietra Nera e quella delle immagini di Maria e Gesù. In questo caso, le immagini pagane vennero abbattute in quanto rappresentanti un pericolo di idolatria. Pericolo inesistente, al giorno d’oggi, in una società moderna come quella irachena.

 

Diwan al-Rikaz

E per quanto riguarda il saccheggio dei musei e delle aree archeologiche? A seguito di una perquisizione effettuata nel maggio del 2015 in Siria, l’esercito statunitense ha rinvenuto, all’interno di un covo, una serie di documenti che possono chiarirci questo aspetto. Si trattava di fotografie e dati informatici, il cui contenuto svelava numerosi dettagli sulla struttura interna dell’organizzazione. Si scoprì così dell’esistenza del Diwan al-Rikaz, ossia il “Dipartimento delle cose preziose che vengono da sotto terra”, di cui si intende petrolio, gas, minerali e reperti archeologici. Sono stati rinvenuti anche diversi documenti cartacei, tra fatture e permessi di scavo, rilasciati ai miliziani per permettere loro di recuperare reperti direttamente dal sottosuolo. Questi permessi autorizzavano la realizzazione di scavi in territori sotto il controllo dell’organizzazione, trattenendo una tassa (khums) del 20 % su ogni reperto di epoca preislamica (ad esempio, proveniente da siti sumeri, assiri o babilonesi). Ma la tassazione poteva variare anche a seconda della tipologia dei reperti; si arrivava, infatti, ad una percentuale del 60% circa su reperti di epoca islamica provenienti da Raqqa, la roccaforte dello Stato Islamico in Siria. Da queste testimonianze, si evince anche come l’IS concedesse dalle 3 alle 5 settimane agli scavatori per trovare un acquirente. Se entro questo lasso temporale i reperti venivano venduti, l’organizzazione tratteneva il 60% della somma derivante dal profitto ma, in caso contrario, questi venivano venduti all’asta a Raqqa, dove l’organizzazione terroristica tratteneva l’80% dei guadagni sul bene. Altri dati ci dicono che, all’inizio del 2015, i jihadisti avevano posto sotto il loro controllo più di 4.500 siti archeologici. È dunque desumibile che da questi siti archeologici è stata estratta una cifra imponente di reperti che poi sarebbero stati venduti nel modo dapprima descritto in territorio orientale. All’interno del suddetto covo, i militari scoprirono anche un vero e proprio magazzino di reperti, alcuni dei quali provenivano dal museo di Mosul ed altri, come dei sigilli cilindrici di epoca sumerica e babilonese, provenienti addirittura dall’Iraq Museum di Baghdad e, forse, trafugati proprio durante il saccheggio dell’aprile del 2003. Questa connessione tra il 2003 ed il 2015 sottolinea come i saccheggi archeologici rappresentino una costante di queste organizzazioni  in un momento di fragilità del paese e di instabilità politica e diventi per loro un’importante fonte di sostentamento a livello finanziario. Ma il commercio di questi beni non si limitava all’area di influenza dello Stato Islamico. Reperti provenienti da siti scavati clandestinamente in Iraq e messi in vendita dall’organizzazione si possono trovare anche in Europa ed oltre oceano. Generalmente, i jihadisti contattavano direttamente dei compratori tramite i social media o altre piattaforme presenti sul web, questa era la modalità maggiormente utilizzata. I saccheggiatori tendono a vendere oggetti di piccole dimensioni (come sigilli, tavolette cuneiformi, statuine in bronzo o altri metalli, frammenti ceramici…), pezzi più popolari, che possono scuotere l’immaginario del compratore. Gli oggetti di minori dimensioni erano i più semplici da “piazzare”. Diversi studi evidenziano la presenza di reperti provenienti da aree di guerra in case d’asta in Europa, Stati Uniti e in estremo Oriente. Sembra esserci una vera e propria divisione nel tragitto che i reperti affrontano all’interno di questo mercato clandestino: quelli relativi al periodo preislamico sono richiestissimi in Europa ed in Nord America, mentre gli oggetti d’arte islamica sono ad appannaggio delle nazioni del Golfo. Un esempio di quanto appena esplicato è relativo a cosa accadde nel marzo 2015 nella regione di Shumen, Bulgaria, quando le forze dell’ordine locali sequestrarono ben 9.000 reperti, tra cui numerosi di questi provenienti dall’Iraq. Gli oggetti archeologici in questione sembravano provenire dall’ antica città di Lagash, situata nell’Iraq meridionale. Nel marzo del 2015, negli Stati Uniti, l’ ICE (Immigration and Customs Enforcement), ha rimpatriato più di 80 oggetti, tra cui vi era anche una scultura in calcare di Sargon II, sovrano dell’impero assiro, sequestrati nel 2008, dopo che questi furono consegnati ad un collezionista privato che li aveva ricevuti da un mediatore.  Non essendo specificata la provenienza dei reperti messi in commercio, risulta più difficile contestualizzarli ed è molto più complicato dimostrare da quale sito questi provengano effettivamente. Tutto ciò, favorisce la compravendita di questi beni culturali. Laddove la provenienza di un reperto non viene specificata, la nazione da cui esso proviene non può contestare la sua sottrazione avvenuta in circostanze imprecisate.

 

Conclusioni

Nel novembre 2015, in risposta all’appello del segretario generale delle Nazioni Unite, che insistette sull’ «importanza della sicurezza del patrimonio culturale, la quale deve essere una componente centrale delle operazioni di pace», durante la 38° conferenza generale dell’UNESCO, venne accettata una risoluzione proposta dall’Italia al fine di realizzare un corpo scelto specializzato nella difesa di monumenti e siti archeologici in zone di conflitto. Nacquero così i “Caschi Blu per la Cultura”. La task force venne ideata con il compito di intervenire in favore delle nazioni che affrontano emergenze in cui potrebbe risentirne la protezione e la salvaguardia della cultura. Questa unità speciale, la cui “spina dorsale” è composta dal nucleo Tutela Patrimonio Culturale (TPC) dei Carabinieri italiani, può essere mobilitata rapidamente in risposta alla richiesta di un qualunque stato membro dell’UNESCO. L’allora Ministro degli Affari Esteri italiano dichiarò «la dimensione culturale della diplomazia, la politica estera nel modo in cui l’Italia la proietta nel mondo è la chiave di tutto […] La cultura ha un ruolo fondamentale nella politica estera della nostra nazione ed è uno degli strumenti principali della sua proiezione internazionale». Il 9 luglio 2017, le forze statunitensi congiunte a quelle irachene riescono a liberare la città di Mosul dopo anni di sanguinosa guerra, permettendo ai professionisti del settore di accertare l’entità dei danni causati dalle distruzioni dello Stato Islamico. Le azioni dei jihadisti nei confronti del patrimonio culturale iracheno costituiscono una chiara violazione della Convenzione per la protezione dei Beni Culturali in caso di conflitto (L’Aja, 1954), mentre sottraendo clandestinamente reperti dai propri contesti archeologici e trafugandone altri da collezioni museali cui appartenevano per immetterli in un commercio di antichità tutt’altro che lecito, sono stati violati i provvedimenti presi nella Convenzione concernente le misure da adottare per interdire e impedire l’illecita importazione, esportazione e trasferimento di proprietà dei beni culturali di Parigi (1970). Attraverso le cancellazioni fisiche di monumenti religiosi e siti di interesse archeologico perpetrate e la pratica del saccheggio dei reperti archeologici, sono state violate anche le leggi irachene preposte alla regolamentazione dei beni culturali in vigore dapprima dell’inizio della II guerra del Golfo nel 2003. Tra queste, la Antiquities Law No. 59 (1936) e due emendamenti, il No. 120 (1974) ed il No. 164 (1975). Nel 2018 e nel 2019, l’UNESCO ha pubblicato dei report nei quali si specificano le condizioni in cui versano alcune delle città antiche recanti distruzioni (nello specifico, Hatra, Assur e Samarra). La situazione descritta permette di rendersi conto di quale effettiva portata sia stata la strage di siti archeologici messa in atto dallo Stato Islamico.                   

 

 Dott.ssa Federica Iannucci

 

 

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