Beni Culturali

La stima dei beni archeologici.

La valutazione del valore dei beni archeologici non è mai stata materia di facile approccio. Ad oggi, non esiste un’unica fonte che ne argomenti in modo esaustivo aspetti caratterizzanti la stima di questa atipica categoria di beni economici, né l’evoluzione di questa disciplina negli ultimi cinquant’anni, tantomeno figure professionali in grado di formare periti in materia di estimo dei beni culturali. Un’esigua dote di conoscenze è appannaggio quasi esclusivo dei funzionari statali delle Soprintendenze, che sulla base di alcune circolari ministeriali stabiliscono le stime in occasione di prestiti o di premi di rinvenimento, più raramente nella valutazione del danno, nonostante non siano gli unici tecnici chiamati a formulare tali stime. L’assenza di un’adeguata diffusione di conoscenze in materia implica la difficoltà, per molti periti, di raggiungere risultati che possano essere confrontabili tra loro. Il riferimento è, non soltanto ai periti di parte, ma anche agli esperti nominati d’ufficio dai PM, scelti al di fuori delle Soprintendenze, o agli arbitratori nei procedimenti di arbitraggio e nelle controversie ereditarie.
Le circolari ministeriali inoltre non costituiscono “la regola”, ma soltanto linee guida adottate al solo scopo di uniformare i criteri di calcolo all’interno delle varie Soprintendenze e Musei, pertanto la questione merita una più ampia riflessione, la quale non può che partire dal significato della stima di un bene culturale.

Introduzione
I beni culturali – tra cui i beni archeologici – sono caratterizzati da una duplice componente: l’appartenenza, che chiama in causa il lato patrimoniale del bene e consente di distinguerne la proprietà pubblica o privata, e la fruizione, che li rende essenzialmente beni pubblici, a cui si riferisce il valore d’uso. Ma non tutti i beni culturali finiscono per essere visitati o fruiti, ad esempio per mancanza di spazi o servizi adeguati, rimanendo custoditi nei depositi. Anche in questo caso però i beni rispecchiano valori non d’uso che sono cioè indipendenti dal loro utilizzo (che rimane comunque potenziale), come ad esempio il valore di esistenza, in cui si riflettono per la massima parte il valore culturale e scientifico.
Va inoltre precisato che i beni culturali lecitamente posseduti da privati sono anche oggetto di commercio, seppur la loro circolazione è sottoposta a vincoli e restrizioni per effetto diretto della loro principale funzione, ovvero la pubblica utilità (art. 104 del D.lgs. 42/2004). Nonostante la loro presenza sul mercato consenta, il più delle volte, di valutarne il valore di scambio, sulla base di specifici attributi di mercato quali la rarità, l’integrità, la qualità esecutiva ed estetica, l’attribuzione ad autore, ecc., la loro complessivamente scarsa disponibilità e la limitata varietà sul mercato antiquario non garantiscono una stima attendibile del loro valore, se la valutazione si sofferma soltanto sull’analisi di mercato. Per tale ragione occorre considerare anche quegli attributi non di mercato, che sono comunque fonte di utilità per il “consumatore”, quest’ultimo inteso come il fruitore di un museo o la comunità scientifica. Si giunge così al valore intrinseco dei beni culturali, che consiste nella loro capacità di generare altro valore culturale, trasmettendo messaggi ed informazioni su culture e contesti, costruendo significati, stimolando il senso di condivisione dei valori, di appartenenza ad una comunità e di identità, in misura che resta invariata nel tempo e nello spazio, indipendentemente dalle attività di scambio che possono svilupparsi intorno a quel bene. Questi attributi, che rispecchiano caratteristiche intrinseche di ogni bene, sono l’elemento di separazione tra i beni culturali e i tradizionali beni economici nel processo di estimazione.
Gli attributi non di mercato assumono una grande importanza per la “società del benessere”, cioè quella che punta ad esperienze emozionali e stimolanti per l’intelletto che contribuiscono a migliorare la qualità della vita, inducendo mecenati ed istituzioni private ad investire in interventi di una certa rilevanza, per garantire la “produzione” – intesa come creazione di collezioni, organizzazione di esposizioni, creazione di conoscenza, ecc. –, la conservazione e la possibilità di fruizione dei beni culturali. Questo è ciò che fa anche lo Stato quando acquisisce un bene culturale (art. 826 del c.c.) intervenendo a seguito di scoperte o rinvenimenti con l’acquisto a titolo originario (assegnazione di premi, artt. 91-93 del D.lgs. 42/2004). L’acquisizione dei beni culturali statali avviene attraverso la loro inventariazione, cioè l’assegnazione di un codice alfanumerico e la determinazione di un valore patrimoniale (valore archeologico) per ciascun bene, siano essi mobili o immobili, essenziale per poter procedere all’assegnazione del premio di rinvenimento.
Alla fine degli ’70 Gianfilippo Carettoni individuava nell’esercizio di metodi soggettivi e scriteriati, per la stima dei beni archeologici, la causa principale di controversie e poneva l’attenzione sulla «valutazione di ciò che nel terreno viene scoperto, ai fini della corresponsione dei premi di rinvenimento stabilito dalla legge». Avvisava cioè la necessità di una valutazione regolamentata su basi giuridicamente più solide, che scaturisse da un parametro convenuto ed accettato dalle parti in causa, nel comune interesse dello Stato e del privato. Nella sua disamina, Carettoni evidenzia l’inesistenza di un metodo o sistema stabilito per condurre la stima delle opere di interesse culturale, come anche la mancanza di un albo ufficiale dei periti di settore. A distanza di oltre quarant’anni l’Italia è ancora ferma al disegno di legge n. 1739 sul riconoscimento della figura del «perito d’arte giudiziario», ovvero la persona o le persone fisiche che, individualmente o collegialmente, svolgono l’attività di individuazione, studio ed analisi dell’opera d’arte finalizzata all’accertamento dell’autenticità e del valore. Esistono, appositi albi dei tribunali di soggetti abilitati a svolgere l’attività di perito d’arte giudiziario sia nel settore civile e sia in quello penale, tuttavia, non sempre con adeguata formazione.
Il primo significativo contributo alla valutazione dei beni culturali si deve all’ottavo incontro del Centro Studi di Estimo – Ce.S.E, “La scienza estimativa e il suo contributo per la valutazione e la tutela dei beni artistici e culturali”, tenutosi a Firenze il 13 gennaio 1977, cui prese parte anche Carettoni e dove per la prima volta fu denigrata l’espressione “oggetto di valore inestimabile”, che per la fattispecie considerata risulta generica, inconcludente e persino pericolosa. In quell’occasione fu delineata anche la natura multi-attributo e multi-valore dei beni archeologici (e dei beni culturali in genere) che era stata in precedenza soltanto intuita. Si pensi ad esempio all’illustre giurista Aldo Sandulli, il quale nel 1962 affermò che «il patrimonio archeologico è prima patrimonio spirituale, poi patrimonio economico». Oppure, qualche anno dopo, all’etruscologo prof. Massimo Pallottino, il quale affermò che «al loro valore economico (sia pure determinato da attrattive culturali ed estetiche, oltre che dal pregio intrinseco di rarità, di materia e di lavoro) si sovrappone in modo prioritario il loro valore scientifico, assolutamente proprio e insostituibile, di documenti storici […] e lo stesso valore scientifico non si esaurisce nel pezzo individuo […] ma si estende per un verso al suo inquadramento nei dati di provenienza e di associazione, per l’altro verso alla sua capacità strumentale e di rievocazione storica». Osservazioni che sintetizzano gli elementi più importanti su cui basare la valutazione economica dei beni archeologici, rafforzati proprio in occasione del convegno di Firenze 1977.
Altro cippo miliare nella magra disciplina della valutazione economica dei beni archeologici è il ragionamento di Nevio Degrassi, pubblicato nel 1983 sul periodico mensile di informazione culturale “Antichità e Belle Arti”. Secondo Degrassi, la valutazione di un bene archeologico deve avvenire finito lo scavo, quando cioè il reperto è visibile nella sua interezza (si presume quindi, anche dopo l’intervento di restauro, atto a migliorarne la leggibilità). Una valutazione inadeguata può derivare, in primo luogo, da una mancata o scarsa comprensione, da parte del perito, di elementi – materici – che compongono il valore del reperto. Questo aspetto, tutt’oggi non è contemplato dal legislatore, che dovrebbe imporre agli uffici del Ministero l’obbligo di eseguire un primo intervento di restauro sui reperti rinvenuti, prima di formulare la stima. Tuttavia un perito può incapparvi non di rado, quando ad esempio in un procedimento di arbitraggio (art. 93, comma 3 del D.lgs. 42/2004) è chiamato a riformulare la stima di reperti oggetto di premio di rinvenimento che, per motivi di tempo o di carenza del personale nelle Soprintendenze, è ancora allocato nelle cassette di cantiere, in forma frammentaria, ricoperto dalla terra di scavo, di cui non si riesce ad interpretare correttamente la consistenza.
Alcuni punti chiave che caratterizzano il ragionamento di Degrassi sono riportati di seguito.

  1. Il valore di un bene deve essere sempre il medesimo, in relazione alle diverse disposizioni di legge.

Ad esempio, il valore attribuito al bene in fase di inventariazione dovrebbe coincidere col valore su cui calcolare il premio di rinvenimento agli aventi titolo e, ancora, lo stesso dovrebbe essere considerato nella determinazione del danno arrecato con la distruzione o il danneggiamento dello stesso bene ai contravventori. Con la sola differenza che il trasgressore dovrà risarcire lo Stato dell’importo proporzionale al danno, mentre lo scopritore (o il proprietario del terreno) dovrà ricevere dallo Stato una quota proporzionale al premio (in genere variabile dal 25% al 50%, ma

  1. Nella determinazione del valore del bene si deve tener conto di tutti gli elementi che compongono il valore stesso e pertanto anche di quelli culturali e storici.
  2. Anche i valori culturali e storici sono monetizzabili, come del resto è oggi monetizzabile ogni valore (allude ad es. al valore economico delle gambe dei calciatori e a quello, ben noto alle società assicurative, della stessa vita umana).

L’autore divide poi la trattazione, solo per praticità, in beni mobili e beni immobili. Ma come vedremo, il metodo usato per la loro valutazione può fondarsi sui medesimi criteri. Inoltre, anche il problema del perfezionamento della stima è lo stesso per entrambe le categorie di beni, ovvero la scarsa presenza sul mercato che ne impedisce di sviluppare criteri sempre più affinati. Quello dei beni archeologici è infatti, ad oggi, un mercato notoriamente imperfetto. Fanno eccezione i beni numismatici, che qui non tratteremo, per i quali visto il vivace mercato che si è sviluppato negli ultimi secoli è stato possibile affinare criteri universali per la formulazione della stima, grazie alla grande quantità di esemplari in circolazione tra i collezionisti.

Valutazione dei beni mobili
La base per la valutazione dei reperti mobili è senza dubbio l’analisi del mercato antiquario, anche se non è detto che il prezzo di antiquariato debba corrispondervi necessariamente. Degrassi, infatti, fa notare come la legge (ex. n. 1089/1939) determina che al prezzo di antiquariato si deve solo “aver riguardo” e che nei casi esaminati dal settore competente del Consiglio Nazionale dei Beni Culturali, la stima proposta dalla Soprintendenza può variare, tendenzialmente verso valori più alti, dal momento che si deve tener conto anche dei valori intriseci (non di mercato) posseduti da ciascun reperto. In una valutazione scientifica, il valore di mercato non può quindi che essere soltanto il punto di partenza della stima, da cui ricavare un valore di base. Il valore patrimoniale del reperto archeologico va poi determinato “depurando” il valore di mercato dal c.d. valore di utilizzazione, attributo che dall’analisi di Degrassi sembra prominente nel mercato antiquario e assente nel caso di reperti appartenenti allo Stato, il cui utilizzo è invece legato alla pubblica fruizione, non al ripristino della sua funzione. Il valore del reperto va poi aumentato, aggiungendo il valore di provenienza, quello di associazione con altri oggetti o con strutture ed eventualmente altri valori aggiuntivi particolari. Conclusi i ragionamenti, Degrassi propone formule da adottare per elaborare la stima:

(1) V= (Vant ∙ u) + (Vant ∙ u) ∙ pr + (Vant ∙ u) ∙ as

con V = valore da attribuire all’oggetto; Vant = valore di antiquariato, con esclusione dei valori di provenienza e di associazione; u = coefficiente (in aumento o in diminuzione) relativo al valore di utilizzazione, posto variabile entro limiti aleatori tra 0.8 e 1.2; pr = coefficiente di aumento relativo alla provenienza, che può variare anche notevolmente in base alle conseguenze archeologiche che se ne possono trarre, comunque sempre superiore a 0; as = coefficiente in aumento relativo all’associazione, che può variare anch’esso notevolmente in relazione alla sua importanza archeologica, comunque sempre superiore a 0. L’espressione (1) può riscriversi come segue se “pr” e “as” si riferiscono a tutto il complesso di materiali mobili:

(2) V= (Vant ∙ u) ∙ (1 + pr + as)

Propone inoltre di stabilire un limite minimo e massimo per la stima di un reperto, ponendo come limite minimo lo stesso “Vant” e come limite massimo un valore non eccedente a 4 o 5 volte il “Vant”, allo scopo di evitare valutazioni eccessive ed economicamente inadeguate.
Nella formulazione di un’espressione matematica da adoperare per la stima dei reperti mobili, Degrassi però non chiarifica gli “altri valori aggiuntivi particolari”, ponendo notevoli limiti all’applicazione di questo modello, nonostante il notevole sforzo compiuto. In particolare, non si fa menzione allo stato di conservazione dei reperti, che invece costituisce un attributo basilare nella formulazione della stima. Il valore di antiquariato infatti, in genere si riferisce ad oggetti integri o restaurati ad opera d’arte, in quanto altrimenti non troverebbero facilmente un acquirente. Oggetti provenienti da scavo, invece, sono per lo più lacunosi o frammentari, a volte con buona possibilità di ricostruzione scientifica e più raramente sono integri, pertanto l’introduzione di un coefficiente relativo allo stato di conservazione è necessario.
Proprio per la grande quantità di variabili in gioco nella stima di un bene culturale, la valutazione del valore archeologico non è mai stata materia di facile approccio e solo dai primi anni ’90 è stata oggetto di studio sistematico da parte di un’apposita Commissione istituita dal Ministero per i Beni Culturali e Ambientali. Il nodo centrale, rilevato dal Ministero, era la sussistenza di notevoli ritardi nell’espletamento dell’istruttoria delle pratiche dei premi di rinvenimento, per la quale si configurava da un lato ipotesi di responsabilità dei funzionari, dall’altro veniva meno il clima di fiducia necessario nei rapporti con i cittadini interessati. Il lavoro si proponeva come scopo principale l’individuazione di metodi chiari da applicare in modo snello e veloce al procedimento di corresponsione del premio di rinvenimento e, inoltre, di stabilire criteri omogenei per ovviare alle disparità di valutazione fra oggetti analoghi da parte di Soprintendenze diverse. Attraverso una serie di circolari (n. 8911/IVF del 26/07/1991; n. 13800 del 23/12/1991; n. 11636 del 03/12/1992; n. 251/OIVP7 del 12/01/1994) il Ministero fissava alcuni schemi da adottare per la stima dei beni archeologici. Questi tenevano conto di alcuni aspetti salienti. Secondo la circolare “Nuove Valutazioni prezzi materiali archeologici – Pompei 1990”, la stima di un bene archeologico era caratterizzata da un valore minimo e un valore massimo per la categoria di appartenenza, ricavati a seguito dell’analisi di mercato, tenendo conto dei prezzi in aste pubbliche. L’incremento dal valore minimo al valore massimo avveniva in base ai seguenti criteri:

  • Qualità di esecuzione/bellezza dell’oggetto +30%
  • Stato di conservazione +30%
  • Rarità dell’oggetto +20%
  • Dimensioni (maggiori della norma per quel tipo di oggetto) +10%
  • Dati storici (provenienza, iscrizioni, ecc.) +10%

Veniva affidata ad una valutazione discrezionale la stima di reperti considerati “eccezionali”, per i quali valeva comunque come riferimento l’insieme di parametri per «oggetti interi e di medio pregio.»
Nella suddetta circolare si suggeriva di aggiornare, anno per anno, i valori di base dei beni archeologici, in base all’inflazione e alle tendenze di mercato, consultando i bollettini d’aste. Pur mantenendo carattere marcatamente discrezionale, tale metodo veniva affinato quattro anni più tardi, in cui si proponevano criteri per la valutazione della cultura materiale preistorica ed archeologica, nonché dei resti fossili di fauna e flora del Quaternario. Le tabelle relative al valore di base di ciascuna categoria di reperti erano più diversificate e ragionate, in funzione della presenza o meno degli oggetti sul mercato antiquario, così come i criteri con cui si stabiliva l’incremento del valore di base. Quasi sempre, per i materiali archeologici, venivano considerati valori di incremento fissi la rarità (+30%) e la conoscenza del contesto di provenienza (+20%).
Prima del 1994, per formulare la stima dei reperti archeologici si procedeva con una valutazione discrezionale, verificata da funzionari delle finanze, oppure si consultavano precedenti stime ministeriali nelle pratiche di inventariazione o dei premi di rinvenimento gia esitate (ad esempio “Nuove Valutazioni prezzi materiali archeologici – Pompei 1990”), basate quasi esclusivamente sulla consultazione dei cataloghi d’aste e confronti di vario tipo. Nonostante gli sforzi attuati per rendere la valutazione dei beni archeologici quanto più omogenea possibile, anche dopo la circolare del 1994 la stima restava sempre affetta da soggettività e non esprimeva in modo puntuale ogni attributo che concorre a fare dell’oggetto un bene culturale.
La necessità di individuare un metodo per una valutazione quanto più oggettiva possibile, che tenga conto della natura “multi-valore” e “multi-attributo” dei beni, è oggi soddisfatta dall’applicazione della Conjoint Analysis (letteralmente, “analisi congiunta”). Si tratta della principale tecnica quantitativa multivariata che consente di stimare in modo efficiente il valore dei beni culturali, attraverso la descrizione delle fasi di applicazione e di coefficienti correttivi, secondo un’analisi di tipo analitica piuttosto che olistica. Questa una metodologia trova sempre più ampia applicazione nelle valutazioni dei beni storico-artistici, archeologici, delle risorse ambientali e paesaggistiche.
Il metodo per la valutazione dei beni mobili da scavo, oggi maggiormente adottato, si sviluppa secondo le seguenti fasi:

  • articolazione di gruppi tipologici all’intero delle diverse classi di materiali (macrocategorie), ai quali riferire ciascun esemplare;
  • definizione di un Valore di base (VB) relativo ad ogni oggetto in condizioni di conservazione ottimali (integro) per comparazione diretta nel mercato antiquario;
  • applicazione di coefficienti correttivi.

Come da prassi consolidata e suggerita nelle stesse circolari ministeriali, il valore di base (VB) assegnato a ciascun oggetto è individuato attraverso l’analisi, in genere aggiornata all’ultimo decennio, di cataloghi e bollettini di case d’aste e gallerie che fanno circolare opere integre o restaurate ad opera d’arte e con un pedigree noto dove, nei casi più fortunati, oltre all’indicazione del periodo storico e della provenance, forniscono anche riferimenti a studi gia effettuati o a collezioni che hanno precedentemente ospitato l’opera, fornendo più elementi per la valutazione di base. Il risultato delle prime due fasi è in genere una tabella di sintesi contenente l’elenco delle “macrocategorie” di oggetti appartenenti allo stesso contesto archeologico e dell’intervallo di prezzi ricavato dall’analisi del mercato antiquario (oppure il più probabile prezzo di mercato), come nell’esempio riportato a seguire, a cui allegare le schede relative all’analisi di mercato.

Per quegli oggetti di cui non è possibile trovare sufficiente materiale comparabile per compiere un’analisi di mercato aggiornata, è possibile consultare le tabelle ministeriali (1990-1994), accessibili dagli archivi del Ministero, facendo riferimento al caso più simile e tenendo conto della conversione lire/euro. Queste tabelle, rimangono comunque ad oggi il principale punto di riferimento.
Stabilito il Valore di Base (VB) per ciascuna tipologia di reperti, nella terza fase si sottopone tale valore di ogni singolo reperto a dei coefficienti correttivi che tengono conto di quanto esposto all’inizio, consentendo di perfezionare la stima. Tali coefficienti sono definiti a seguire.

1. Coefficiente di conservazione (C1). In base allo stato di conservazione dell’opera, che si ritiene pertinente ad uno (e solo ad uno) di quelli mostrati in tabella 1, si moltiplica “VB · C1” ottenendo il valore corretto per il primo coefficiente, che chiameremo fattore VBC1. Questo coefficiente indica lo stato di conservazione e tranne nel caso di oggetto integro o quasi, esso rappresenta un valore di decremento, non soltanto legato agli attributi di mercato del bene, ma giustificato dai costi di restauro di cui il Ministero si fa carico, per interventi di ripristino della leggibilità dell’oggetto. Nel caso dei singoli frammenti (parete, orlo, piede, ansa, frammento di statua, ecc.), per i quali viene meno la possibilità di integrazione della forma originaria, è opportuno stabilire un valore di base assai inferiore rispetto all’oggetto integro al quale potrebbero riferirsi e senza applicare il coefficiente di conservazione, in quanto non destinati ad intervento di ricostruzione.
2. Coefficiente di individuazione tipologica e testimonianza storica (C2). I due contributi indicati in tabella 2 vengono valutati entrambi (se si verificano entrambe le circostanze). In questo caso il calcolo sarà “(VB · C2a) + (VB · C2b)”, ottenendo il fattore VBC2. Se non si verificano le circostanze (o una di esse) si indicherà ad es. “0+0” oppure “(VB · C2a) + 0”. Questo coefficiente (in particolare C2b “Testimonianza storica”) assieme a quello che segue, relativo al “valore topografico”, ha un peso rilevante per la comunità scientifica, per quella locale e per i fruitori, perché rispecchia la conoscenza del dato sul rapporto di associazione dell’oggetto col suo contesto d’origine. Questo è un valore aggiuntivo che, ad esempio, oggetti provenienti da scavi clandestini e che finiscono nel mercato antiquario non hanno, così come quegli oggetti delle collezioni private formatesi prima del 1909 (anno di emanazione della Legge n. 364, «Rosadi – Rava») e provenienti da scavi “privati”, condotti senza concessione di scavo e senza produrre adeguata documentazione scientifica, che non trasmettono alcuna informazione sul contesto d’origine.
3. Coefficiente di valore topografico (C3). La correzione per il coefficiente di valore topografico tiene conto dei cinque contributi indicati in tabella 3. Come per il caso precedente, anche qui si valutano solo le circostanze verificate stabilendone, in base all’entità, un coefficiente nell’intervallo indicato. Il calcolo sarà “(VB · C3a) + (VB · C3b) + “(VB · C3c) + (VB · C3d) + (VB · C3e)” che restituirà il fattore VBC3 e che, come gia detto, rappresenta un valore aggiuntivo. Come prima, per le circostanze che non si verificano si somma “0”.
4. Coefficiente di singolarità di esecuzione dei materiali (C4). Questo coefficiente rispecchia valori di rarità ed estetica esulando da giudizi soggettivi. La correzione per il coefficiente di singolarità di esecuzione dei materiali tiene conto dei cinque contributi indicati in tabella 4. Come per il caso precedente, anche qui si valutano solo le circostanze verificate stabilendone, in base all’entità, un coefficiente nell’intervallo indicato. Il calcolo sarà “(VB · C4a) + (VB · C4b) + “(VB · C4c) + (VB · C4d) + (VB · C4e)” che restituirà il fattore VBC4 e che rappresenta un valore aggiuntivo. Come prima, per le circostanze che non si verificano si somma “0”.

(3) V = VB · (1+∑Cn)                               Stima del bene (valore patrimoniale/archeologico)

dove ∑Cn = C1+C2+C3+C4 (coefficienti).
Dopo aver corretto VB per i vari coefficienti, l’algoritmo si può riscrivere come:

(4) V = VB + VBC1 + VBC2 + VBC3 + VBC4

Questo metodo di valutazione, basato sull’applicazione di criteri ragionati, può portare anche al raddoppio del valore di scambio del bene ed in circostanze particolari si arriva ben oltre il doppio. Inoltre, applicando tale metodo analitico su raccolte di reperti vari per tipologia e stato di conservazione, si ottiene una tabella di prezzi c.d. “edonici”, in cui la differenza di prezzo tra due oggetti della stessa tipologia riflette una differenza di attributi. Un esempio semplice, che si riscontra frequentemente nelle necropoli di età ellenistico-romana, riguarda gli unguentari, rinvenuti in questi contesti in grande quantità. Se due di essi hanno stessa forma e dimensione e sono entrambi integri, ne risulterà una stima identica. È sufficiente che uno dei due differisca dall’altro per stato di conservazione (es. ad uno dei due manca l’orlo) oppure per sofisticazione della forma (es. uno ha la base più elaborata) per osservare una variazione della stima.

Ceramiche a vernice nera decorate nella tecnica a figure nere e a figure rosse: un caso a parte
Il termine vernice è usato per la classe ceramica greca e italiota decorata a figure nere e a figure rosse (abbreviato, f.n. e f.r.), in cui si impiegava una patina di natura inorganica-argillosa, poi sinterizzata (vetrificata) in cottura. Per questa classe di materiali ceramici occorre fare un distinguo nella valutazione economica, in quanto possiedono specifiche caratteristiche che si riflettono nel valore archeologico, diverse rispetto agli altri materiali ceramici archeologici. Passiamo ad illustrare in modo molto sintetico, obbligato dalla circostanza, il significato che la classe ceramica in questione ha assunto per archeologi, musei e collezionisti.
Lo stile ceramografico a figure nere nasce in seno alla civiltà egea, a Corinto, all’inizio del VII secolo a.C. A partire dal 530 a.C. circa fu gradualmente sostituito dallo stile a figure rosse di cui Atene si attestò il principale centro produttore ed esportatore nel Mediterraneo e prevalentemente in Etruria (corrispondente agli attuali territori italiani ricadenti nelle regioni Toscana, Lazio, Emilia Romagna e parte della Campania). Tra il 440 a.C. circa e la fine del IV secolo, a seguito della crisi ateniese dopo la guerra del Peloponneso e, successivamente, con la diffusione dell’ellenismo che vede dapprima una drastica riduzione della produzione e del commercio di vasi attici, quindi l’arresto, l’evoluzione stilistica ha poi coinvolto anche centri produttivi italioti (Centro-Sud Italia e Magna Grecia) ed ha raggiunto l’acme di dovizia decorativa nella produzione apula. Le decorazioni riportano scene tratte dalla mitologia, dalle tragedie greche, da eventi storici, dalla vita quotidiana. Oggetti di questo tipo erano destinati ai più abbienti, a particolari corredi per simposio, devozionali, matrimoniali o funerari. Si tratta di materiali tra i più apprezzati, richiesti e, purtroppo, anche i più falsificati nel mercato d’antiquariato. Non solo perché gradevoli nell’aspetto, molte volte veri e propri masterpieces, ma probabilmente anche per il particolare iter di produzione, rimasto un mistero fino alla fine degli anni ‘70, quando grazie a tecniche di analisi spettroscopiche si è potuta chiarire la natura del rivestimento nero della decorazione, consentendo finalmente una ricostruzione fedele del processo produttivo, rivelatosi di estrema difficoltà, tantoché pochi artigiani oggi riescono a riprodurlo. La pregevolezza della decorazione, la consapevolezza della sapienza tecnica di esecuzione e i temi trattati nelle rappresentazioni, hanno certamente contribuito a far salire il valore di questi oggetti a cifre da capogiro. L’oggetto ceramico archeologico acquistato al prezzo più alto della storia è un grande cratere a figure rosse firmato dal ceramografo attico Euphronios (520-470 a.C.). Trafugato dai tombaroli di Cerveteri nel 1971 e immesso nel mercato antiquario, il cratere fu acquisito dal Metropolitan Museum di New York per un milione di dollari (dal 2008 è rientrato in Italia ed è esposto a Cerveteri), che in realtà non è il valore effettivo dell’oggetto, ma quanto il compratore è disposto a spendere per possederlo. Se il compratore è un museo il cui trust mette a disposizione un budget annuo a sei o sette zeri per acquisizioni museali, è chiaro che esso monopolizza il mercato, spiazzando ogni concorrenza e abbattendo ogni legge di mercato. La sua stima attuale è di 10 milioni di Euro, anche se, secondo l’opinione giornalistica, potrebbe valerne perfino 25 milioni. Non è del tutto chiaro come sia stata ricavata la stima di quest’oggetto e secondo quanto enunciato da Degrassi, ponendo pari a 1 milione di Euro il c.d. “Valore antiquariale” (quello alla quale è stato effettivamente comprato), per essere ammissibile la stima definitiva non avrebbe dovuto superare i 4-5 milioni di Euro. L’episodio del Cratere di Eufronio è sintomatico della febbre di collezionismo che si è sviluppata attorno alla classe ceramica, compresi i “cocci”. A tal proposito si cita il meticoloso lavoro scientifico e di collezionismo basato proprio sui frammenti decorati (spesso provenienti dal mercato illecito) di uno dei più famosi studiosi di ceramografia attica, Dietrich von Bothmer, storico curatore del museo newyorkese gia citato. Il solo pregio artistico però, non giustifica l’elevato valore di questa produzione ceramica. Tra le sue peculiarità vi è infatti anche la possibile presenza di iscrizioni dipinte o incise in lingua originale, che contribuiscono al racconto della scena rappresentata oppure testimoniano la devozione ad un particolare culto, spesso compensando le lacune nelle fonti storiche e facendo dell’oggetto stesso una fonte, quindi prezioso anche quando è disconnesso dal suo contesto archeologico. Inoltre, spesso è attestata anche la presenza di firme del ceramografo, del vasaio o di entrambi. Sono oggetti griffati di lusso, oggi come 2500 anni fa. L’ampia diffusione, soprattutto in Italia, delle più varie forme vascolari realizzate in tutti gli stili della produzione greca e italiota, ha consentito agli studiosi di ricostruire un quadro completo sui centri produttivi, sui singoli autori e sulle rotte commerciali. La stessa varietà tipologica, seppur in scala ridotta, si osserva anche sul mercato antiquario, per cui oggi è possibile affinare i criteri di stima di questa classe di materiali ceramici con tutti gli elementi di valore aggiuntivo che sono emersi dalla sintesi appena esposta e che sono elencati nella seguente tabella formulata dal Ministero nel 1994.

Al prezzo così ricavato si calcolano poi i coefficienti, come per le altre tipologie di reperti.

Valutazione dei beni immobili
La questione dell’estimo in caso di corresponsione di premi di rinvenimento, espropri e contravvenzioni, riguarda anche i beni immobili di importanza archeologica e, come per i beni mobili, anche il metodo per la loro valutazione deve tenere conto del valore archeologico, della consistenza materiale e di tutti quegli attributi che concorrono a farne un bene culturale. A questa categoria appartengono i c.d. “ruderi” archeologici, resti di ville, terme, acquedotti, tombe monumentali isolate o in necropoli, ecc.
Questi esempi monumentali, soprattutto tombe e ville, possono essere costituiti da un numero rilevante di elementi (murature, fosse, casse, coperture, segnacoli tombali, epitymbia, colonnette, naiskoi, capitelli, mosaici, pitture parietali, ecc.) e pertanto non possono essere valutati stabilendo come valore di base quello di scambio, in quanto soltanto gli elementi più decorativi sono di interesse per il mercato antiquario. Da questa valutazione resterebbero escluse le altre parti della costruzione e la loro messa in opera in antico.
In questi casi, ancora oggi, trova applicazione il metodo di valutazione economica basato sui criteri del computo metrico estimativo, in linea con quanto enunciato da Carettoni, (1977) e Degrassi (1983), che consiste nel determinare il costo di produzione che sarebbe richiesto oggi per realizzare un manufatto uguale a quello archeologico per dimensioni, natura e forma, con l’impiego degli stessi materiali ma con mezzi attuali, moltiplicando il risultato per quattro, operazione che riflette il valore archeologico aggiuntivo e la differenza di processo produttivo tra il passato e il presente, ottenendo così il valore di base del bene immobile. Questo va poi sottoposto a correzione per un coefficiente che esprime lo stato di conservazione, secondo le semplici formule proposte da Degrassi:

(5) V = Vs ∙ a ∙ c′ (per le strutture)

Dove V = valore da attribuire al bene; Vs = costo di uguali quantità di strutture moderne, quanto più possibili simili a quelle antiche (base minima); a = coefficiente di valore archeologico, posto uguale a 4; c′ = coefficiente relativo allo stato di conservazione delle strutture. Considerato che il “Vs” tiene gia conto delle lacune del bene immobile (volumi effettivamente esistenti) il c′ si riferisce solo alle strutture in medio stato di conservazione, aumentandolo fino a 1.5 (eccezionale) e diminuendolo fino a 0.75 (cattivo). Oppure:

(6) V = Vm ∙ a ∙ c″ (per gli edifici monumentali)

Dove V = valore da attribuire al bene; Vm = valore attuale di un edificio di strutture per quanto possibile simili e di cubatura uguale alla parte conservata dell’edificio monumentale, misurata vuoto per pieno; a = coefficiente di valore archeologico, posto uguale a 4; c′ = coefficiente relativo allo stato di conservazione rispetto all’opera completa, quindi sempre compresa tra 0 e 1.
Questo secondo metodo, che Degrassi definisce “sintetico”, si poneva lo scopo di evitare lunghe perizie affidando alla bravura del perito la definizione dello stato di conservazione (oggi ricavabile più dettagliatamente grazie all’ausilio di sistemi di progettazione in ambienti CAD 3D). Nella sua riflessione Degrassi discute della necessità di considerare altri attributi di valore aggiuntivo, come il valore topografico, il valore storico e altri valori “particolari”, introducendoli nelle formule:

(7) V = (Vs ∙ a ∙ c′) ∙ (1 + s + t + p) (per le strutture)
(8) V = (Vm ∙ a ∙ c″) ∙ (1 + s + t + p) (per gli edifici monumentali)

Dove s = variabile da 0 a + 1 o +2 (non ne definisce la natura); t = valore topografico, variabile da -0.2 a + 0.3 (cioè da -20% a + 30% del Vs o Vm); p = valore particolare, variabile da -0.10 a + 0.50 o addirittura +1 (cioè da -10% a +50 o 100% del Vs o Vm).
Il risultato di questo calcolo però non tiene conto di tutti quegli attributi dettagliati che caratterizzano il metodo considerato per i beni mobili, basato sulla correzione del valore di base per i vari coefficienti, C1, C2, C3 e C4, applicabili in linea di principio a qualunque manufatto che rientri nella definizione di “bene culturale di interesse archeologico”. Inoltre, richiamando il contributo di Carettoni, Degrassi introduce il concetto di “parti asportabili” dai resti di un edificio di importanza archeologica, ovvero quegli oggetti o parti ornamentali connesse con l’edificio come mosaici, decorazioni pittoriche, frammenti architettonici, per la quale non è contemplato il computo nei metodi sopra esposti. Per questi oggetti, che circolano più facilmente nel mercato antiquario (soprattutto in passato, prima delle leggi sulla tutela penale del patrimonio culturale statale), la formulazione della stima risulta relativamente semplice e ispirata ai criteri già visti su cui si basa la stima di reperti mobili.
Anche la stima di immobili di rilevanza archeologica può essere perfezionata usando il metodo basato sulla Conjoint Analysis, che comunque non si discosta dai principi di Carettoni e Degrassi. Tale metodo si suddivide nelle seguenti fasi:

  • Valutazione delle parti asportabili (Va), ricavato attraverso indagini di mercato, come previsto per i beni mobili e, laddove non sia possibile trovare un confronto nel mercato antiquario, si consultino le valutazioni ministeriali (1990-1994).
  • Valutazione del costo della messa in opera di tutti gli elementi asportabili dall’opera, desunto dalle tabelle del costo medio orario del lavoro (imprese edili e affini), disciplinate dall’art. 23, comma 16 del D. lgs. n. 50 del 18 aprile 2016, considerando la voce relativa alla zona di rinvenimento, stabilendo un tempo congruo per la manodopera e un numero sufficiente e necessario di operai (semplici e specializzati), secondo le fasce del costo medio orario.
  • Valutazione del costo di realizzazione delle varie parti non asportabili (murature, fosse sepolcrali, massicciate, piani di calpestio, strati di intonaco e quant’altro risulti parte costituente del manufatto immobile) desunti dal Prezzario unico regionale per i lavori pubblici, relativo alla zona di rinvenimento e all’anno della scoperta, secondo le varie voci ivi contenute, comprendenti fornitura materiali e manodopera.
  • Il costo totale di realizzazione (VB) è sottoposto a correzione.

Ottenuto il costo totale di realizzazione dell’immobile (VB) e il valore delle parti asportabili (Va), si può procedere mettendo a confronto due metodi di calcolo del valore patrimoniale del bene, variando soltanto l’ultimo punto:
Metodo 1: il costo totale di realizzazione (VB), che si riferisce agli stessi materiali e a processi attuali, è moltiplicato per quattro e poi corretto per il coefficiente di conservazione (da 0 a 1). A questo vanno sommati eventuali Va calcolati a parte.
Metodo 2: il costo totale di realizzazione (VB) è corretto per i coefficienti relativi allo stato di conservazione C1 e agli attributi di valore aggiuntivo C2, C3 e C4. La formula “Stima del bene (valore patrimoniale/archeologico)”, gia vista nel paragrafo per la valutazione beni mobili, qui tiene conto anche di eventuali parti asportabili facenti parte del bene immobile:

(9) V = VB · (1+∑Cn)+ ∑Va                             Stima del bene (valore patrimoniale/archeologico)

Con: ∑Cn= C1+C2+C3+C4 (coefficienti); ∑Va= valore parti asportabili dal bene immobile.
A seguire è schematizzato il metodo 2 con l’applicazione della formula appena descritta e un esempio relativo a tomba del IV-III secolo a.C., in cui è possibile apprezzare la differenza tra i due metodi.

 

Rappresentazione schematica del metodo per la valutazione economica dei beni immobili.

 

Esempio di applicazione dei due metodi a confronto, per la stima di uno stesso bene immobile (tomba del IV-III secolo a.C.)

I metodi riportati nel presente contributo, raccolti da varie fonti e frutto di personale esperienza in ambito peritale, non costituiscono uno strumento uniformemente adottato da tutti gli addetti del settore. Il riferimento è a chi deve operare stime di beni archeologici appartenenti allo Stato, determinando il c.d. “valore patrimoniale”, da non confondere con la valutazione di oggetti circolanti nel mercato antiquario. Questi ultimi infatti rispondono a criteri propri di questo settore (in genere, l’epoca, la lavorazione, il pregio dei materiali, l’attribuzione, la rarità, lo stato di conservazione e raramente la provenienza) e ad oscillazioni tipiche del mercato, dovute anche alla moda del momento e non di rado influenzate dall’immissione massiccia, nel mercato, di determinate tipologie di reperti da scavi clandestini, sfuggiti alla sorveglianza degli organi preposti.
Nonostante i tentativi in nuce attuati dal Ministero negli anni novanta, per uniformare i criteri di stima nel settore archeologico, non è mai stata sviluppata una vera e propria disciplina che fosse universalmente praticata sia dentro che fuori l’amministrazione dei Beni Culturali, e tali riferimenti costituiscono soltanto “linee guida” da adottare in caso di formulazione di premi di rinvenimento, prestiti o altre pratiche legate alla Pubblica Amministrazione, in alcuni casi perfino erroneamente applicate, mancando anche figure addette alla formazione di estimatori del settore. Il problema dell’estimo dei beni archeologici, interessa direttamente il personale impiegato presso il Ministero e indirettamente anche periti, CTU ed esperti che si trovano a dover riformulare stime per conto di giudici e di privati, trovandosi spesso in situazione imbarazzante, mancando una base da cui partire per effettuare la valutazione economica. D’altro canto, se i metodi di stima fossero ben definiti e disciplinati da apposite norme, si eviterebbero controversie generate proprio dall’assenza di tale materia regolamentata, nonché certi risultati che minano la tutela dello stesso Patrimonio Statale. Vale la pena citare, a tal proposito, il ricorso proposto da due imputati condannati, in concorso tra loro, per il reato previsto e punito dall’art. 176 comma 1, D.lgs. n. 42/2004, essendosi impossessati di un cospicuo bottino di reperti archeologici del IV secolo a.C. a seguito di scavo clandestino. Il ricorso è stato incoraggiato proprio dalla fuorviante ed esigua stima di 50€ proposta per tutto il bottino, in sede giudiziaria dall’ausiliario del Giudice, poi giustamente respinto dagli Ermellini (Cassazione Penale III sezione, sentenza n. 12563/2020) in quanto non si può riconoscere la causa di non punibilità della speciale tenuità del fatto (art. 131-bis c.p.) in presenza di condotte di impossessamento di reperti archeologici, ancorché questi siano di scarso valore economico, se ciò è avvenuto a mezzo di scavi clandestini. Oltre all’evidente incongruenza della stima dei reperti, nel caso in esame è stato ignorato il valore del danno arrecato dallo scavo clandestino alle strutture archeologiche in situ e l’irreparabile perdita di valore legata al dato sul rapporto tra i beni archeologici in oggetto e il relativo contesto, andato perduto.
Sembra pertanto essenziale la collaborazione tra esperti di estimo e funzionari del Ministero nell’elaborazione di metodi e criteri uniformi di stima, con il coinvolgimento anche di periti, CTU ed esperti del settore giudiziario e stragiudiziale.

Dott.ssa Antonella Privitera

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Categories: Beni Culturali

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