Criminologia

Quando “Point of View” è sinonimo di “body shaming”

Nel cyber spazio stiamo assistendo, sempre più frequentemente, alle più turpi ed ignobili rappresentazioni di qualsiasi forma di cyber-bullismo legato al giudizio dell’aspetto fisico altrui; il palcoscenico privilegiato di questo spettacolo è sempre lo stesso: il social network, con riferimento particolare a TikTok, una vera e propria vetrina per tutti quei giovanissimi che sentono viva la necessità di mostrarsi al mondo.
La nostra società ci mette continuamente alla prova richiedendoci di essere, in modo sfrenato ed incontrollato, all’altezza di tutti quei corpi perfetti all’apparenza e che non tollerano imperfezione alcuna. Chiunque non rientri in questi canoni di bellezza assoluta ed eterea, senza sconto di sesso e di età, può diventare –con molta probabilità- vittima di body shaming.
Il body shaming è quel fenomeno complesso che riflette un particolare comportamento sociale rispetto alla corporatura, al peso corporeo e all’aspetto esteriore degli altri e di sé stessi (Gilbert, 2007). De facto, rappresenta una forma di cyber-bullismo che si sostanzia nell’umiliazione, nella derisione e nella svalutazione dell’aspetto fisico ed estetico delle persone. Dunque, dobbiamo considerarlo come un fenomeno sociale contenuto all’interno di un contenitore molto più grande, denominato “bullismo”, che al suo interno ricomprende una o più fattispecie di reato (BREGA, PERRONE 2019) e che se proiettato nel web ne assume i profili cyber.
Questa irrefrenabile ed inarrestabile crescita di popolarità delle più famose piattaforme social, come TikTok, unitamente alla divulgazione virale di modelli distorti rischiano di ingenerare nei giovanissimi aspettative ingannevoli ed illusorie sulla loro estetica e sulla loro concezione del “bello”. Questi ultimi, sempre più spesso aspireranno al canone che prepotentemente ritroveranno in maniera continua e costante davanti ai loro occhi.
Gli adolescenti sono i soggetti che passano più tempo dinanzi queste vetrine, rappresentando la fascia d’età più presente ed allo stesso più vulnerabile. Tuttavia, tale vulnerabilità non è da ricercare unicamente nella loro esasperata esposizione al mezzo quanto anche al delicato e profondo momento di transizione che vivono in adolescenza. Il passaggio dall’infanzia all’età adulta è da considerare come l’evoluzione, spesso vissuta anche in maniera drammatica tanto dal punto di vista sociale, psicologica e cognitiva, quanto dal punto di vista fisico ed anche sessuale. “L’adolescenza comporta il rischio di una severa crisi nella struttura del Sé” (Minelli, 2018) apparentemente risolta all’interno del villaggio virtuale, vero e proprio laboratorio di identità. Il web diviene per tutti gli adolescenti che lo sperimentano un vero e proprio teatro, in cui è possibile indossare i panni di chiunque vogliano, consentendogli di rappresentare anche ciò che non sono e che non potrebbero essere, come il gender; tanto che è molto frequente tra gli adolescenti il c.d. “gender swapping” ossia la possibilità di indossare i panni dell’altro sesso, cambiando il genere nel mondo online in modo semplice e veloce. È possibile operare il gender swapping presentandosi nel villaggio virtuale con un avatar maschile, pur essendo donne, e senza subire il giudizio altrui.
Tuttavia il web, come tutti i fenomeni complessi, merita un’analisi approfondita richiedendo che vengano considerati gli aspetti caratterizzanti nella loro completezza; invero, se da una parte la sconfinata grandezza del web e la sua capacità virale lo rendono un meraviglioso laboratorio in cui sperimentare sé, dall’altra parte potrebbe diventare il luogo perfetto per una pericolosa frammentazione dell’identità o, comunque, il luogo in cui sentirsi giudicati sulla base di canoni estetici distorti ed imposti che rischiano di ingenerare stati d’animo come la vergogna, la rabbia e l’ansia, legati alla paura di non essere accettati (Gam et al., 2020).
Tutto questo è solo facilitato da piattaforme come TikTok che consentono, ad un pubblico potenzialmente infinito, la visione ed il commento di video pubblicati da chiunque si trovi all’interno della piattaforma, con possibilità di share ovvero di download di questi. Il che significherebbe considerare anche concreta possibilità di poter condividere anche su altre piattaforme social, o su quelle di messaggistica istantanea, video pubblicati con la sola finalità di “cyber-bullizzare”, ferire, la vittima di questi comportamenti deplorevoli.
E ancora, cosa accade quando i commenti fatti ad un video pubblicato da un’adolescente sono messaggi d’odio, insulti, commenti sprezzanti e bullizzanti?

Invero, con una frequenza sempre maggiore possiamo osservare, all’interno di queste piattaforme social, commenti sprezzanti e umilianti nei confronti di ragazzi e ragazze esposti alla mercè altrui, come se fossero condannati al lancio dei pomodori, senza potersi difendere. L’invio di questi commenti viene quasi sempre anticipato dall’acronimo “POV” (ndr. “Point of View”) come se l’insulto, l’epiteto, lo sfregio potessero essere il libero punto di vista dell’autore, come se tutti potessimo sentirci nascosti e tutelati dietro questa “parola magica” e, ancora, liberi di offendere volontariamente qualcuno per una sua caratteristica fisica o estetica.
Come già detto, l’adolescente vive una condizione di vulnerabilità in cui viene assorbito qualsiasi giudizio proveniente dal gruppo, reale e virtuale. Se i giudizi sono pubblici, negativi e sprezzanti le ripercussioni sull’adolescente possono essere molto serie. La vergogna per il proprio corpo e l’incapacità di raggiungere il corpo bramato possono avere effetti nefasti su ansia, sull’umore e sull’autostima. I giovanissimi che hanno subìto forte l’impatto del body shaming potrebbero scegliere di rintanarsi nella solitudine abbandonando l’ambiente social e sociale, allontanando la comunicazione e le relazioni con gli altri e, al contrario di ciò che siamo portati a pensare, le ripercussioni sull’autostima non sono le uniche problematiche riscontrate nelle vittime di bodyshaming, o più genericamente di cyber-bullismo. Queste pratiche spesso divengono terreno fertile per l’insorgenza dei disturbi del comportamento alimentare, come ad esempio la bulimia. Invero, un ruolo centrale lo assumono proprio la bulimia e l’anoressia, disturbi del comportamento alimentare in cui uso di lassativi, pratiche come vomito indotto e digiuni vengono attuati per prevenire l’aumento di peso con la speranza di matchare con quei canoni tanto aspirati.
In considerazione di quanto detto sinora, appare assolutamente necessario attuare una vera e propria rivoluzione culturale e valoriale, sensibilizzando i nostri giovani e riportandoli ad una condizione “pre-social”. L’anonimato offerto dal web allontana dai sensi di colpa il bullo, in quanto non ricevendo indici relativi all’interazione sociale non percepisce più le reazioni dell’utente. Tale dinamica incentiva l’innesco dei cc.dd. “meccanismi di disimpegno morale” (Bandura, 1996) in particolare quello della de-umanizzazione della vittima, che perde definitivamente la sua dimensione fisica (BREGA, PERRONE, 2019).
Per questo motivo, sensibilizzare i giovanissimi e gli adolescenti significa fornire loro gli strumenti adatti a riscoprire quel dato empatico fondamentale, affinché nessuno possa più dimenticare che dall’altra parte del video, della foto, del computer o dello smartphone ci sia una persona in carne ed ossa, con le proprie fragilità e le proprie sensibilità, proprio come noi; che può soffrire e patire se colpita da un commento sprezzante scritto “per gioco” o “per battuta”.

Dott.ssa Roberta Brega

 

 

Bibliografia e storiografia

R.BREGA, G.PERRONE, “CYBER-ODIO: NORMATIVA, ANALISI CRIMINOLOGICA E RIMEDI”, NUOVA EDITRICE UNIVERSITARIA, ROMA, 2019
P. GILBERT, The evolution of shame as a marker for relationship security: A biopsychosocial approach, in PSYCNET.APA.ORG, 2007
F. MINELLI, Crescere offline e online: adolescenza, sviluppo del sè e identità virtuale nel mondo di oggi, in stateofmind.it, 2018
A. BANDURA et AL., Mechanisms of Moral Disengagement in the Exercise of Moral Agency,Journal of Personality and Social Psychology
1996, Vol. 71, No. 2, 364-374

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