Diritto dell'immigrazione

Verso una disciplina migratoria più sistemica.

Negli ultimi anni è diventato sempre più frequente, soprattutto nella dottrina, il dibattito sull’esistenza o meno di un diritto dell’individuo a migrare, con la conseguente necessità di individuare profili di tutela sia a livello internazionale sia in ambito nazionale. A questo riguardo va comunque rilevato sin da subito come il dibattito venga fortemente compromesso e influenzato da un fattore carattere ideologico e uno di carattere metodologico.

Sotto il profilo ideologico, per un verso, si continua a fornire una lettura del fenomeno in termini emergenziali e occasionali, mentre per altro verso, persistono pregiudizi identitari, culturali o religiosi che portano a drammatizzare ed esasperare alcuni profili delle migrazioni, assolutizzandoli come loro tratti dominanti e distintivi.

Sotto il profilo metodologico, invece, il dibattito sulle migrazioni viene influenzato in negativo da una scarsa attenzione alla complessità del fenomeno sia in relazione alla concatenazione di fattori che lo scatenano e lo condizionano, sia in relazione alla varietà di forme e di modi in cui esso può configurarsi in relazione ai Paesi d’origine e/o di destinazione dei migranti.

In altri termini, la possibilità di porre rimedio alle reticenze e lacune dei vari livelli di normazione sulla materia (internazionale, regionale e nazionale) deve necessariamente passare per una prospettiva di ridefinizione organica, complessiva e attenta a tutte le interazioni e ai condizionamenti reciproci tra il fenomeno migratorio inteso da un punto di vista economico e sociale e la tutela dei diritti fondamentali dell’individuo.

Infatti, non si può continuare a sostenere che i flussi migratori abbiamo un carattere emergenziale, poiché è ormai evidente che si tratti di un fenomeno che, pur nella specificità delle sue diverse connotazioni politiche ed economiche o secondo i casi geografiche ed ambientali, è ormai caratterizzato elementi di periodicità e di sistematicità da almeno trent’anni.

A dire il vero, i flussi migratori non possono considerarsi una variabile accidentale, bensì una costante della storia dell’umanità. Una costante che oggi interessa le popolazioni delle più diverse parti del mondo, che migrano non solo per le “classiche” ragioni di povertà o di guerre, persecuzioni politiche, regimi dittatoriali o disastri ambientali, ma anche, e in termini quantitativamente non meno significativi, per ragioni squisitamente economiche come avviene nei e tra i Paesi ricchi e democratici dell’occidente.

In definitiva, è necessario acquisire la giusta consapevolezza del carattere non tanto fortuito ed emergenziale quanto piuttosto strutturalmente sistemico dei flussi migratori affinché si possano poi adottare politiche a impatto globale.

L’acquisizione della consapevolezza deve innanzitutto partire da un intervento che ponga fine a una certa ambiguità del diritto internazionale e dei diritti nazionali in merito alle garanzie necessarie da accordare aa tutela dei diritti dei migranti. Addirittura, parte della dottrina invoca il riconoscimento di un vero e proprio diritto di migrare. Purtroppo l’ambiguità persisteste nonostante la timida inversione di rotta da parte dell’Onu con l’approvazione dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile del 2015 e con la Dichiarazione di New York per i rifugiati e migranti del 2016.

È evidente che gli interventi politici e giuridici di questo tipo non sono sufficienti a fornire una risposta compiuta e complessiva al problema dei flussi migratori perché non prendono in alcun modo in considerazione le ragioni che possono rendere la migrazione una necessità di fuga da situazioni in cui mancano le più elementari condizioni di sopravvivenza, ovvero le problematiche che il migrante è costretto a subire nel tragitto che compie dal proprio Paese di provenienza al Paese di destinazione.

Ne deriva, quindi, una seconda tipologia di interventi che si ponga l’obiettivo di rendere effettiva l’attuazione e la tutela dei diritti fondamentali attraverso con l’adozione di misure politiche, economiche e ambientali che possano evitare – o quantomeno circoscrivere – le situazioni che, nelle loro forme più drammatiche, rendono le migrazioni vere e proprie scelte per la sopravvivenza. Infatti, quando la migrazione è dovuta a una scelta di sopravvivenza, da un lato, diventa difficile impedirla e, dall’altro lato, si insinuano fattori negativi che aggravano ancora di più la già precaria situazione del migrante.

Nel tentativo di riconoscere delle forme di tutela e di rendere più sistematica l’analisi del fenomeno migratorio su un piano quantomeno giuridico, in netta contrapposizione con l’attuale impostazione maggioritaria sintetizzabile nella massima “uscire è un diritto, entrare è una concessione”, non sono mancate, tra gli studiosi del diritto internazionale e tra esponenti politici, voci tese all’affermazione di un vero e proprio diritto della persona a migrare e all’individuazione di tutela specifiche dei diritti fondamentali che gli ordinamenti dei Paesi di destinazione devono accordare a chi migra.

Alla luce di quanto finora evidenziato, non ci sono dubbi che la regolamentazione del fenomeno migratorio debba essere rivista in un’ottica più globale e più sistemica, proprio in considerazione della pluralità di fattori che ne condizionano forme e modi, affinché si possa superare l’attuale predominio degli interessi particolari ed egoistici di singoli Stati e/o correnti di potere economico, politico o militare.

In altri termini, si dovrà partire da una prospettiva esattamente opposta a quella attualmente dominante che, partendo dal riconoscimento della preminenza di bisogni, necessità e esigenze delle genti e delle persone che si rivelano vulnerabili per qualsiasi ragione (economica, politica, ambientale, ecc.), imposti la regolamentazione dei flussi migratori (nella molteplicità delle possibili varianti) non più sulla base delle pretese e degli interessi frammentari degli Stati, bensì sulla base del rispetto per la dignità e la libertà delle persone, soprattutto le più vulnerabili.

Alcuni passaggi dell’introduzione alla Dichiarazione di New York del 2016 nonché alcuni obiettivi presenti nel Global Compact sulle migrazioni, sembrano orientarsi verso questa nuova prospettiva, quantomeno in termini di una più consapevole presa di coscienza del problema.

Ciononostante, si rivelano dei timidi tentativi di apertura a una regolamentazione più sistemica del fenomeno migratorio che, però, si scontra con la rigida e imperante dicotomia tra rifugiato e migrante economico.

Ne deriva che occorre innanzitutto riformare la qualificazione giuridica del migrante, sganciandolo dalla logica dualistica testé indicata e inserendolo in una logica che tenga conto dell’elevata fluidità delle situazioni che un migrante si trova ad affrontare dal momento della sua partenza dal proprio Paese di origine sino al momento del suo arrivo nel Paese di destinazione.

È ormai evidente che il migrante qualificabile alla partenza come “economico” possa divenire vittima di violazioni ai propri diritti umani (ad es.: violenze sessuali, carcerazione, tratta di esseri umani, induzione alla prostituzione), diventando così una persona che necessita di adeguata protezione nel Paese di destinazione.

In definitiva, al carattere sistemico delle migrazioni, nella complessità, pluralità e spesso tragicità delle sue forme, sembra non esserci quindi risposta più realista che quella di prendere sul serio la tutela e la garanzia dei diritti fondamentali – di tutti i diritti fondamentali – nella loro indivisibilità e nel loro doppio legame con la salvaguardia dei beni fondamentali.

Avv. Vincenzo Maria Scarano

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