Beni Culturali

Sette sataniche e crimini contro il patrimonio culturale

Premessa

L’articolo che segue tende ad unire ad un aspetto giuridico-archeologico un aspetto sociologico, teologico e criminologico, ponendo l’attenzione su un fenomeno mai affrontato sino ad ora, ovvero quello dei crimini perpetrati da gruppi settari di matrice satanica ai danni del nostro Patrimonio Culturale.
Dopo aver discusso l’etimologia della parola setta e dopo aver illustrato i principi di un dibattito inerente al corretto utilizzo del termine in ambito multidisciplinare, il presente lavoro analizza il rapporto tra sette sataniche e codice penale, con riferimento soprattutto ai crimini legati alle offese a una religione mediante vilipendio di cose (art. 404 c.p.), alla violazione di sepolcro (art. 407 c.p.), tombe (art. 408 c.p.) e cadaveri (art. 410 c.p.), al furto (art. 624 c.p.), alla truffa (art. 640 c.p.) e al deturpamento o imbrattamento di cose altrui (art. 639 c.p.), poiché spesso legati al nostro Patrimonio Culturale e compiuti ai danni di chiese, edifici e siti archeologici. A tal proposito, dopo aver posto le basi di una corretta analisi di una scena del crimine di stampo occultista, si sottolinea la propensione di alcuni gruppi a radunarsi in luoghi abbandonati, carichi di significato e il più delle volte lontani dai centri abitati.
Tre sono gli esempi trattati in questo lavoro, che trasferiscono nel concreto quanto preannunciato; vicende ancora poco conosciute ma che rientrano, con un certo grado di probabilità, nella corrente definizione di crimini rituali. A tal proposito, si ripercorre nel dettaglio quanto avvenuto in tre diverse tipologie di siti, che aiuteranno il lettore a contestualizzare il problema: il Parco dei Ravennati ad Ostia, la Chiesa di Borgotrebbia a Piacenza, Villa Bruschi-Falgari a Tarquinia.

Anche se molti tendono a tacere l’argomento poiché – per la natura stessa di una setta – non ci sono prove circostanziali che affermino con certezza la frequentazione di gruppi di satanisti in diverse aree del Paese, risulta quanto mai importante ricordare che ciò che rende un crimine satanico, occulto o rituale può essere semplicemente la motivazione del crimine stesso.

Etimologia del termine setta e dibattito sociologico, teologico e criminologico
Il termine “setta” trae le sue origini dal latino sector (seguire) e, in origine, stava ad indicare i seguaci di un maestro o di una scuola di pensiero. Successivamente, il termine setta si legò ai verbi sequi, ovvero “seguire una direzione”, e secare, “tagliare”. Si tratta di un fenomeno sociale, psicologico, religioso e antropologico molto diffuso, soprattutto in Italia. Nel nostro Paese, infatti, ci sono tante realtà nascoste, poco conosciute e spesso pericolose, movimenti non riconosciuti che spesso attecchiscono soprattutto tra i giovani. Le sette contano, oggi, un numero sempre maggiore di adepti, ma molti vi aderiscono perché alla base non conoscono quali sono le vere dinamiche che muovono le attività di questi gruppi. In passato, la sociologia delle religioni, si era proposta di definire in termini obiettivi la differenza fra “chiese” e “sette”, e questo dibattito suscitò la composizione di un’ampia letteratura. Il teologo e sociologo Ernst Troeltsch propose una ormai celebre distinzione fra il tipo-Chiesa, un gruppo religioso in armonia con la società circostante, il tipo-setta, un gruppo religioso che invece contesta la società circostante, e il tipo-mistico, un gruppo religioso che s’interessa scarsamente della società circostante, ma le sue categorie, studiate e prese in considerazione per molti anni, col passare del tempo non potevano essere prese alla lettera senza che esse suscitassero particolari obiezioni. Prendiamo ad esempio il Mormonismo, una religione fondata da Joseph Smith nel 1830 che ha basato il proprio credo sul Libro di Mormon. Spesso perseguitati, i Mormoni nel XIX secolo potevano essere considerati certamente una setta ma, nel XX secolo, si sono così tanto integrati e diffusi che oggi, nel 2021, sono considerati seguaci di una vera e propria religione, che cresce sempre di più con un milione di seguaci ogni tre anni. Secondo quanto proposto dallo studioso, inoltre, con il termine setta – qualora venisse letto in chiave integralista cattolica – dovremmo includere anche gruppi protestanti di tipo evangelico e pentecostale che però, in altre parti del mondo e per altre religioni, non sono considerati sette e, qualora lo fossero, comunque presenterebbero caratteri dissimili dalle categorie proposte dal famoso sociologo.(1)
Nel 1985, R. Stark e W. Sims Bainbridge, esperti in sociologia delle religioni, posero una distinzione fra “sette” (gruppi religiosi devianti all’interno di una tradizione non deviante) e “culti” (gruppi religiosi devianti all’interno di una tradizione deviante).(2) (3)

A seguito di numerosi avvenimenti legati a gruppi di matrice settaria, il termine setta cominciò ad essere utilizzato in ambito criminologico oltre che sociologico e teologico e si andò presto alla ricerca di un criterio, o di una serie di criteri, che potessero porre una distinzione fra “sette” pericolose e gruppi “religiosi” innocui. Oggi, in ambito criminologico, con la parola setta intendiamo un gruppo religioso – o che si concede tale caratterizzazione – potenzialmente pericoloso, di cui si può dire con un certo grado di probabilità che commetterà reati e crimini più o meno gravi.(4) In ambito sociologico, invece, il termine setta riacquisita un significato puro, quello che deriva dal verbo latino secare, intendendo semplicemente un gruppo religioso le cui idee sono diverse da quelle condivise dalla maggioranza della società.

Sette e dinamiche settarie

Da un punto di vista psicologico e criminologico, una vittima entra a far parte di una setta non a caso, ma per compensare delle fragilità, un forte disagio, la voglia di essere capiti, protetti e ascoltati. Di solito si sceglie questa strada a seguito di un grave momento traumatico, ad esempio una malattia, una separazione o una crisi di lavoro. Può capitare che un giovane entri a far parte di una setta quando, fragile, patisce una mancanza d’attenzioni, spesso da parte di uno o entrambi i genitori. Il leader – così è chiamato il capo carismatico di una setta – approfitta di questa situazione e si sostituisce alla famiglia donandogli tempo e cura. Generalmente, quando i genitori si rendono conto del problema, faticano ad affrontarlo con serenità e dolcezza, decidendo di sfidare o contestare le scelte del figlio in malo modo.
Nella maggior parte dei casi, chi decide di entrare a far parte di una setta lo fa per gioco o semplicemente perché attratto da una realtà diversa, dove tutti sembrano abbandonare le difficoltà della vita, dedicandosi ai propri piaceri e instaurando un tipo di famiglia parallela. Il nuovo arrivato, si sente totalmente travolto dall’amore, instaura nuove e immediate amicizie e un felice rapporto di fratellanza con altri adepti.(6) Ma capita ben presto che ci si renda conto di trovarsi in una vera e propria ragnatela e, dal gioco e dal desiderio di una nuova vita, si passa precocemente agli eccessi della droga, dell’alcol e del sesso di gruppo.

Criminalità delle sette sataniche

Il codice penale non prevede norme che vietino la formazione di sette sataniche ma condanna i crimini che gli adepti possono commettere a danno di altri adepti o nei confronti di soggetti o contesti esterni alla setta. Infatti, la natura religiosa delle organizzazioni pseudo religiose non costituisce di per sé un elemento criminogenetico, anche se, ovviamente, viene studiata dal criminologo come situazione di “contesto” che serve a determinare la criminogenesi e la criminodinamica.(7) Con l’art. 8, la Costituzione sancisce e riconosce il diritto di libertà religiosa e afferma, con l’art. 19, che tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede in forma individuale o associata, purché non si tratti di riti contrari al buon costume. Sempre la Costituzione, però, è attenta a disciplinare questo tipo di associazioni con l’art. 18, affermando che sono vietate quelle a carattere segreto e militare, comprese quelle dirette alla commissione di reati o i cui fini si possono raggiungere solo con la commissione di essi.
Il fatto che si faccia parte di una setta satanica non costituisce, dunque, di per sé un reato, ed è sbagliato cadere nella trappola di ricondurre eventuali crimini – che potrebbero essere stati commessi da gruppi settari ben diversi – a gruppi di matrice satanica. L’equazione che si è instaurata nel tempo, accentuata dai mass media, satanismo = sette sataniche = comportamento criminale, è del tutto errata.(8) Una setta di stampo satanico, infatti, potrebbe non commettere alcun reato, per cui, è necessario scindere il giudizio morale dalla realtà dei fatti: molti comportamenti potranno pur essere inaccettabili o lontani dal nostro modo di pensare, ma se questi non infrangono nessuna legge sono sempre legittimi. Quando invece ci si trova dinanzi a una serie di reati che potremmo attribuire con un certo grado di probabilità all’operato di sette sataniche, ci troveremmo ad avere a che fare con una scena del crimine molto complessa. Tra i crimini maggiormente attribuiti a gruppi di matrice satanica, troviamo truffe e frodi, minacce e estorsioni, ma in questa sede i crimini legati alle offese a una religione mediante vilipendio di cose (art. 404 c.p.), alla violazione di sepolcro (art. 407 c.p.), tombe (art. 408 c.p.) e cadaveri (art. 410 c.p.), al furto (art. 624 c.p.), alla truffa (art. 640 c.p.) e al deturpamento o imbrattamento di cose altrui (art. 639 c.p.), sono quelli che maggiormente catturano la nostra attenzione, poiché spesso sono legati al nostro Patrimonio Culturale e perpetrati ai danni di chiese, edifici e siti archeologici.

Chiese, cimiteri, necropoli, ville e monumenti

Nella maggior parte dei casi, le sette sataniche scelgono siti abbandonati ma legati ad un aspetto religioso o comunque simbolico. Questo è il caso delle chiese, delle necropoli antiche e dei cimiteri moderni. Le chiese – e le opere in esse contenute – sono particolarmente in pericolo. Secondo l’Ufficio Nazionale per i Beni Culturali Ecclesiastici e l’Edilizia di Culto della Conferenza Episcopale Italiana, i beni culturali di interesse religioso rappresentano circa il 70% del nostro Patrimonio Culturale(9) e spesso sono oggetto di furti e atti di vandalismo, il più delle volte opera di giovani in cerca di avventura. Ad esempio, nella Cattedrale di Saint-Alain, in Francia, un incendio doloso ha distrutto un presepe permanente causando danni alle mura della chiesa e un giovane ha confessato di aver sottratto un’antica statua del Cristo e di averla gettata nel fiume Agout, con la complicità di un gruppo di coetanei. Altre volte, invece, si può parlare, con un certo grado di probabilità, di veri e propri crimini rituali, come quello avvenuto all’interno della Basilica di San Sebastiano ad Acireale, nel 1997, ai danni di due tele del Vasta, imbrattate con vernice nera da due sconosciuti sorpresi dal parroco e immediatamente allontanati.
La preferenza a radunarsi nelle chiese dipende dalla volontà di danneggiare e profanare l’edificio sacro, distruggendo i simboli legati al Cristianesimo e inneggiando a Satana attraverso cerimonie e rituali, tra i quali spicca la messa nera, una sorta di messa al contrario che si fonda sulla pratica della bestemmia e sullo scherno della figura di Gesù Cristo. In preda al delirio e all’odio per il sacro, gli adepti tendono ad imbrattare opere d’arte, tovaglie e mura con vernice e simboli, mutilando statue e profanando tabernacoli.
La predilezione per cimiteri e le necropoli, spesso situate in siti archeologici poco tutelati, nasce invece dalla volontà di creare e stringere un legame con il mondo dei morti. I defunti vengono spesso evocati e i loro resti trafugati per compiere determinati e segreti rituali. Basti pensare alla cosiddetta polvere di mummia, una polvere ricavata dalle ossa delle mummie (oggi dai resti di coloro che giacciono in contesti cimiteriali) utilizzata per creare intrugli da somministrare agli adepti o ai fini di un maleficio. Anche in questo caso, se pur non si nega che nella maggior parte dei casi si tratti di semplici bravate, si riscontra la presenza di segni e simboli su lapidi cimiteriali e strutture antiche, come nel caso analizzato di alcuni monumenti del Parco Archeologico di Ostia Antica, sulle cui mura sono stati ritrovati simboli legati al mondo demoniaco. Tra i simboli più noti e comuni sulle scene del crimine di stampo occultista, troviamo:
– Il Pentacolo rovesciato, considerato nel Dictionary of Mysticism(10) il mezzo più potente utilizzato dagli occultisti per evocare gli spiriti. Quando la Stella ha la punta diretta verso l’alto, essa è considerata il segno del bene e uno strumento per evocare gli spiriti benevoli; quando la Stella ha la punta in giù e altre due in alto, è il simbolo del male (Satana), ed è utilizzato per evocare le potenze malefiche.
– La Croce capovolta, che rappresenta la derisione e il rifiuto verso Gesù Cristo. Molti satanisti indossano collane con croci capovolte e, in quasi tutti i luoghi oggetto di crimini rituali, viene ritrovato questo simbolo, a volte reso con un vero e proprio crocifisso posto al contrario a terra o sul muro.
– Il numero 666, definito numero della Bestia o numero dell’Anticristo, che viene citato per la prima volta nel Libro dell’Apocalisse: «Chi ha mente computi il numero della bestia; è un numero d’uomo. Il suo numero è seicentosessantasei.» (Ap. 13:18)
– Il Bafometto, una figura di origini molto antiche – riconducibile nella sua iconografia a molte altre divinità pagane – che presto fu associata Satana. La raffigurazione più conosciuta del Bafometto è quella proposta dallo studioso di esoterismo Éliphas Lévi, nel frontespizio del suo libro Dogme et Rituel de la Haute Magie, sul quale è rappresentato con una testa caprina, un pentacolo inciso sulla fronte, una torcia tra le corna, le ali, un paio di seni, un bastone con un serpente attorcigliato in grembo e vari simboli criptici. Di solito, si trova una raffigurazione più semplice e meno artistica, composta dalla sola testa caprina iscritta in un pentacolo. Le corna, attributo demoniaco per eccellenza, se pure le troviamo in divinità del pantheon romano (Pan) e celtico (Cernunnos), cominciarono a diffondersi nell’arte cristiana sulla base della descrizione che l’evangelista Giovanni fece nel Libro dell’Apocalisse: «E vidi salire dalla terra un’altra bestia che aveva due corna, simili a quelle di un agnello, ma parlava come un drago.» (Ap. 13:11)
Di mira vengono prese anche le antiche masserie – o più in generale le antiche residenze nobiliari – che lo Stato non è in grado di tutelare. Il danno che si genera, nella maggior parte dei casi, è irreparabile. Parliamo di danneggiamenti agli stucchi, dell’imbrattamento di mura ed elementi architettonici, di incendi dolosi che inceneriscono a volte intere aree di un edificio. Le antiche opere d’arte vengono distrutte per sfregio o sottratte per essere vendute sul mercato. Una setta satanica che conduce azioni criminose è, infatti, a tutti gli effetti, un’associazione a delinquere che si fonda sul sostentamento reciproco. Le risorse a sostegno del gruppo provengono non solo dalle disponibilità dei singoli adepti, ma anche dal frutto di crimini legati al Patrimonio, dalla vendita di sostanze stupefacenti, armi da fuoco e dal favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione, anche minorile.
Secondo la classificazione posta dalla Dott.ssa Clio Pizzigatti, tutto ruota intorno al leader, il capo carismatico del gruppo(11) ma, all’interno della setta, si distinguono tante altre figure che compongono un variopinto sistema fatto di invidia, rivalità e brame di potere. Tra queste citiamo:
– L’amministratore burocratico, che si occupa di quasi tutte le faccende inerenti alla vita del gruppo, anche se non ha alcun potere decisionale;
– L’opportunista, figura che manipola gli altri membri ed è solitamente una donna.
– Lo specialista, un soggetto che ha acquisito particolari capacità utili al gruppo e alle sue necessità.
– La figura forse più importante dopo il leader è quella del sacerdote, colui che diventa un vero e proprio punto di riferimento spirituale per gli adepti e ha la facoltà di celebrare le cosiddette messe nere, celebrazioni in onore di Satana e di scherno verso Gesù Cristo e la Madonna.

La scena di un crimine satanico

Il criminologo o l’investigatore che si trova dinanzi ad una scena del crimine è come l’archeologo che si trova dinanzi ad un oggetto muto. Soltanto lo studio, l’indagine, la raccolta di prove e l’immedesimazione, potranno rivelare dati sorprendenti. Così come il manufatto archeologico ha una propria storia da raccontare e deve essere interrogato, anche la scena del crimine, sottoposta ad un’attenta analisi, può comunicare dati utili alla ricostruzione della vicenda che l’ha interessata. La prima operazione da effettuare è, sicuramente, un esaustivo sopralluogo (12) ovvero “quel complesso di attività a carattere scientifico che ha come fine la conservazione dei luoghi, la ricerca e l’assicurazione delle cose e delle tracce pertinenti al reato, utili per l’identificazione del reo e/o della vittima, nonché per l’accertamento delle circostanze in cui esso si è realizzato, anche in relazione alla verifica del modus operandi dell’autore del reato.”(13) Secondo il “principio dell’interscambio” di Locard, infatti, “l’evento criminoso si configura come il realizzarsi di un’interazione tra reo, vittima e ambiente attraverso la quale avviene un vero e proprio scambio di tracce tra i soggetti/oggetti”(14).
Distinguere, però, un determinato crimine da un crimine satanico non è mai facile.(15) Infatti, l’appartenenza di uno degli indiziati ad una setta satanica non vuol significare automaticamente che un crimine commesso sia riconducibile ad un fine esoterico. Sarebbe come dire che ogni crimine commesso da un Cattolico, da un Ebreo o da un Protestante debba essere etichettato allo stesso modo. Neanche quando l’investigatore, il criminologo o anche il perito archeologo, si trovi dinanzi ad una scena del crimine tempestata di simboli esoterici si può asserire con sicurezza che si è dinanzi ad un reato perpetrato da satanisti. Anzitutto, qualora si conoscesse l’autore del reato, bisognerebbe capire se effettivamente questi faccia parte di una setta satanica e se questa a sua volta sia legata ad un satanismo acido. Quando invece l’autore del reato non si conosce, non bisogna farsi trarre in inganno poiché spesso simboli esoterici vengono lasciati sulla scena del crimine per indurre in errore gli investigatori e viceversa: capita, infatti, che in crimini satanici la scena venga spesso ripulita (16). Un aspetto che di certo dovremmo prendere in considerazione è il giorno in cui sono avvenuti i fatti. Esiste, infatti, un calendario satanico, con le sue feste e le sue ricorrenze. Alcuni giorni vengono ritenuti più propizi per la celebrazione del demonio e più efficaci al fine di creare con esso un’unione: questi sono il sabato (giorno dedicato a Saturno), il martedì (giorno dedicato a Marte), il giovedì (dedicato a Giove, il giorno più propizio per mettersi in contatto con le anime dei morti) e il venerdì (giorno dedicato a Venere).
Le celebrazioni del calendario satanico, quelle più importanti e attese, ricadono però in momenti dell’anno ben precisi: il 31 ottobre, Capodanno di Satana, commemorazione dei defunti e delle tenebre, il 21 dicembre, la cosiddetta Prima notte di Tregenda, il 2 febbraio, notte della Candelora, il 21 marzo, Seconda notte di Tregenda, il 24 giugno, Terza notte di Tregenda, il 31 Luglio e il 23 o 29 settembre, Quarta notte di Tregenda. Tra tutte queste festività, quella più importante ricade sicuramente il 30 aprile, inizio dell’estate esoterica, la cosiddetta notte di Valpurga, una notte in cui, nel calendario esoterico, le forze del male regnano incontrollate e si riuniscono tutti i demoni, i maghi e le streghe per portare a compimento riti propiziatori(17). Come intuibile, la caratterizzazione di un crimine satanico non è per niente facile poiché bisogna tener conto di diversi fattori. La sola presenza della simbologia non è un dato sufficiente a determinare se un crimine è stato commesso o meno da gruppi settari di matrice satanica. Nonostante questo, è proprio la presenza di simboli e numeri ad attrarre maggiormente l’attenzione quando ci si imbatte in un crimine di questo tipo: la simbologia, la numerologia e la ricerca di luoghi specifici rientrano in una serie di pratiche rituali – comuni a tutte le religioni – che spesso lasciano il segno.
Dale Griffins, capo di un Dipartimento di Polizia Americano e noto studioso dei fenomeni satanici, ha elaborato una scheda che riassume alcuni punti essenziali da osservare su una scena del crimine (18). In base alle motivazioni del delitto satanico, si riscontrano delle differenze: laddove si verifichi un atto di vandalismo, nella maggior parte dei casi si può parlare di impulsività, irrazionalità, di un’azione incontrollata ma mirata a danneggiare simboli e luoghi sacri; laddove, invece, entrassimo nel merito dei furti, tralasciando quelli finalizzati a recuperare piccoli oggetti sepolti con i defunti in contesti cimiteriali, potremmo trovarci dinanzi a furti di reliquie, rubate indipendentemente dal valore storico-artistico del reliquiario(19) poiché spesso utilizzate in celebrazioni occulte. Tra i segni maggiormente lasciati sulla scena del crimine, qualora ci si trovasse in un ambiente esterno, Dale Griffins sostiene che non sia raro scoprire disegni o incisioni sul terreno o su muri nei dintorni, un cerchio “magico” di circa tre metri, un altare rituale, resti di falò, oggetti di culto come candele, coltelli e calici, parti di animali e croci rovesciate. Da non sottovalutare sarebbe anche la presenza di una fonte d’acqua, in quanto l’acqua è un elemento considerato simbolicamente come fonte di purezza che, quindi, gli adepti tendono ad inquinare con urina o altre sostanze. Se il crimine viene commesso in un luogo al chiuso, l’accuratezza della ricerca dei dettagli deve essere la stessa, soprattutto se parliamo di chiese o cappelle cimiteriali.

Satanismo e Crimini contro il Patrimonio Culturale
Sospetti crimini rituali

In Italia non sono pochi i delitti e i sospetti crimini attribuibili al satanismo ma, rispetto a quanto avviene negli Stati Uniti, gli investigatori tendono generalmente a procedere con i piedi di piombo prima di avanzare con certezza una tale ipotesi per la quale mancano, il più delle volte, prove circostanziali. Nonostante ciò, la Polizia di Stato è comunque intervenuta sull’argomento con il saggio di Michele Del Re, noto avvocato, docente e vittimologo che, all’interno del numero di agosto-settembre 1989 di Rivista di Polizia, ha pubblicato Prevenzione e repressione del Satanismo Criminoso.(20) Nel suo lavoro, del Re descrive e riporta i più acclarati crimini satanisti e mostra come e perché determinati gruppi scelgano di impegnarsi nella sovversione di tutte le leggi morali. Poiché l’avvocato e, più in generale, gli studiosi si sono dedicati maggiormente ad un’analisi dei crimini contro la persona, chi scrive propone di aprire in questo modo un dibattito su un altro aspetto dell’attività criminosa, quello legato ai sospetti crimini rituali che coinvolgono anche il nostro Patrimonio Culturale.

Ostia – Parco dei Ravennati

L’area del Parco dei Ravennati riveste una grande importanza sia storica che monumentale. In passato, infatti, rappresentava l’immediato suburbio orientale dell’antica città romana di Ostia. Verso la metà degli anni ’30 l’architetto De Vico Fallani elaborò un progetto di riqualificazione che potesse esaltare sia l’aspetto naturalistico che quello storico-archeologico dell’area del Parco, ma questo non fu mai realizzato e l’area venne abbandonata, versando tuttora in precarie condizioni. Nel 2012, i monumenti antichi risultavano ricoperti di rovi e danneggiati dall’incuria e dal tempo e oggi, nove anni dopo, la situazione non sembra essere cambiata. Proprio in quell’anno, la direzione dell’area archeologica di Ostia decise di intraprendere una prima campagna archeologica finalizzata ad acquisire dati utili alla conoscenza del sito e dei suoi resti, prima di allora mai documentati o fotografati poiché ricoperti di vegetazione o ancora in parte interrati.
L’indagine, effettuata nei mesi di ottobre-dicembre 2012, prevedeva l’esecuzione di una ripulitura superficiale di alcune strutture murarie, in parte affioranti ed in parte messe in luce nel 1969, tutte comunque abbandonate. I settori interessati furono due, uno lungo via della Stazione e l’altro nei pressi del castello di Giulio II. La campagna portò alla scoperta di una Domus di IV secolo d.C. e, tra la terra e la vegetazione, di un sepolcro datato tra la tarda età Repubblicana e gli inizi dell’età imperiale, con una singolare forma ottagonale (m 5,89 lungo l’asse maggiore).(21) Una delle sepolture è stata oggetto di scavo ed ha restituito due inumati sovrapposti (un adulto e un infante). Da questi dati, capiamo che l’intera area riveste un’importanza storica di grande valore ma, complice l’incuria e l’abbandono, è stata negli anni più volte oggetto di atti vandalici, tra questi citiamo lanci di bottiglie e deposito di rifiuti di ogni tipo. In questa sede, è fondamentale notare anche la presenza di strutture imbrattate, alcune delle quali con il numero 666, e residui di falò con piume di uccelli. In particolar modo, la stampa fece notare che, nel Luglio del 2015, dopo la pausa invernale, gli archeologi dell’American Institute,(22) alla riapertura del cantiere di scavo, riscontrarono i segni di una serie di drammatiche incursioni. Tra i danni perpetrati al Patrimonio Culturale, di particolare interesse rivestì la presenza di paletti divelti, utili a delimitare il perimetro di scavo, e l’apposizione di una lastra di piombo proprio sulla tomba dell’infante riportato alla luce. Che si tratti realmente dell’azione di gruppi di satanisti non potremo forse mai saperlo, poiché, oggi, molti gruppi di giovani aggregati, anche se non praticano un satanismo che segua realmente una corrente di pensiero specifica, decidono di darsi questa connotazione o di commettere questo tipo di illeciti. Che il piombo, però, sia universalmente e simbolicamente riconosciuto come un materiale legato al processo della morte e della trasformazione non vi è dubbio. La presenza di quest’oggetto sulla tomba di un bambino, in un contesto sepolcrale, dunque, carica di significato simbolico l’intera vicenda. Ciò di cui abbiamo certezza, però, è che l’incuria e l’abbandono sono pericolose per il nostro Patrimonio poiché, oltre ai danni provocati dalla vegetazione e da tanti altri fattori, facilitano incursioni di teppisti, vandali e anche di gruppi che cercano un ambiente riservato per dedicarsi a devastazioni e pratiche illecite.

Piacenza – Chiesa di Camposanto Vecchio

Può capitare che giovani – e meno giovani – decidano di aggregarsi per trovare, in un cosiddetto Satanismo acido, una giustificazione ai propri eccessi e alle proprie depravazioni. Questo è il caso avvenuto, nel 1998, a Borgotrebbia (PC), nella Chiesa dedicata alla Beata Vergine del Suffragio di Camposanto Vecchio. L’edificio religioso, conosciuto anche col nome di Chiesa degli Appestati, fu costruito durante la peste del 1630, la stessa raccontata dal Manzoni all’interno della sua celebre opera “I promessi sposi”. Come raccontano le cronache dell’epoca,(23) la città di Piacenza fu devastata dal morbo e si rese necessario costruire ospedali e cimiteri. Così, il Comune acquistò un appezzamento di terra a Camposanto Vecchio dove furono sepolte alcune persone e, di lì a poco, accanto al cimitero, la Confraternita della Beata Vergine del Suffragio costruì la sua chiesa. Nella cripta della chiesa, trovarono sepoltura circa 18.000 piacentini, prima sepolti in fosse comuni. Negli anni soggetta a difficoltà statiche, la chiesa – che si trova in confinata campagna – ha rischiato più volte di essere distrutta dalle numerose piene del fiume Po, perdendo così il suo meraviglioso apparato decorativo. Sull’altare, per esempio, si può ammirare un gruppo a stucco policromo attribuito ad Antonio Zanoni e a Provino Dalmazio Porta, che rappresenta in alto al centro la Madonna con Bambino, su un trono di nubi, circondata da angeli; in basso a destra la personificazione della Pietà con gli abiti di un confratello, mentre con un’anfora versa dell’acqua sulle anime sottostanti circondate dalle fiamme; e a sinistra un angelo che estrae dalle lingue di fuoco un’anima in pena. Sul fondo, volti di giovani e anziani si sporgono desiderosi dello stesso favore. Nonostante il pregio artistico e la degna funzione, la chiesa è stata oggetto di messe nere e – per anni – punto di ritrovo di satanisti. L’edificio sacro, infatti, risultava tempestato di simboli satanici, alcuni dei quali incisi sulle colonne della navata centrale.(24) Agli angeli dell’altare erano state mozzate le teste e il tabernacolo di marmo spaccato in due. A terra la sporcizia si confondeva con i probabili resti di riti occulti. Una croce rovesciata era stata realizzata con i mattoni dell’antica cripta e, accanto ad essa, fori finti – bianchi e rossi –, un vecchio giogo, forse utilizzato per immobilizzare le vittime, e un muro firmato da centinaia di ragazzi e ragazze che, inneggiando a Satana, si compiacevano di essere stati da lui benedetti. Nonostante l’intervento della Curia di Piacenza, che provvide a sigillare tutte le entrate, gli adepti hanno aperto una breccia nel muro della sagrestia e hanno continuato a celebrare i propri riti. Ma nel 1998, otto persone furono denunciate dalla Procura della Repubblica di Voghera per violenza sessuale di gruppo ai danni di una giovane ragazza di appena sedici anni. Tra le accuse anche uso di stupefacenti e profanazione di luoghi sacri. “Per accedere alla navata centrale” racconta la ragazza “siamo passati da un buco scavato nella parete della sagrestia. All’interno della chiesa c’erano molte scritte e un altare sul quale sono stata violentata. (…) Prima di subire le violenze sono stata ricoperta di ossa che erano state prese dalla cripta”. I riti a cui si dedicavano i membri della setta prevedevano animali sgozzati, sesso di gruppo, abusi sessuali – anche su minori – ed episodi di vampirismo o cannibalismo su cadaveri riesumati di notte nei cimiteri. La minorenne, che ha denunciato le violenze, parla di strane caramelle (probabilmente Lsd) che il suo ragazzo, proprio uno dei membri della setta, era solito offrirle, e che le facevano perdere il senso del tempo. I rinviati a giudizio furono sei e dalle dichiarazioni della giovane si evince come, la composizione di una setta sia quanto mai varia, tanto che, se pure non figurano tra gli imputati, la sedicenne parla anche della presenza di donne, una delle quali incappucciata durante la violenza in Camposanto Vecchio.
Edifici architettonici di questo pregio dovrebbero essere tutelati e protetti in quanto costituiscono testimonianza materiale della nostra civiltà.

Tarquinia – Villa Bruschi-Falgari

La storia di Villa Bruschi-Falgari, gioiello architettonico e simbolo dell’antica Corneto, affascina ancora oggi i visitatori che affollano la città. Costruita per volere dei conti Bruschi-Falgari, il complesso architettonico è composto da tre edifici storici, circondati da un ampio giardino ricco di specie di piante alloctone, molte delle quali raccolte e piantate dal conte Francesco Bruschi Falgari, marito della nobildonna Maria Giustina Quaglia, che ardentemente desiderò godere delle bellezze di un luogo che potesse distrarla dalle numerose pressioni della vita cittadina. Nel suo insieme, la proprietà comprende l’edificio maggiore in stile neoclassico, utilizzato per brevi soggiorni estivi e primaverili, una piccola dimora rustica, ubicata sul lato destro della villa, forse dimora di un guardiano o di un giardiniere e, infine, un altro piccolo edificio adibito a Cappella nella quale trovarono degna sepoltura i membri della nobile famiglia.
Il Parco, infine, comprende anche una sorgente naturale, che si può raggiungere attraverso un sentiero denominato “Sentiero degli innamorati” poiché, nei giorni di apertura della villa, le coppie di fidanzati percorrevano la lunga stradina dichiarando il proprio amore. Purtroppo, nonostante il pregio dell’intero complesso, tutti gli edifici versano in uno stato di totale abbandono. In uso alla Curia Diocesana di Civitavecchia – Tarquinia, le strutture hanno subito nel corso del tempo una lunga serie di spoliazioni che hanno addirittura privato la balaustra perimetrale del terrazzino della villa di alcune piccole colonne in pietra locale (nenfro, presente in abbondanza sul sito). Scomparse nel corso dei secoli anche le opere d’arte che ornavano non solo l’antico giardino ma anche l’edificio principale. Grazie al suo immenso fascino, Villa Bruschi-Falgari, chiusa da cancelli degni dei film di Tim Burton, ha da sempre attirato l’attenzione dei più curiosi che, intorno al complesso architettonico, hanno costruito leggende e suggestioni. Tra queste, quella della presenza di gruppi settari che ivi si radunavano indisturbati per compiere i propri rituali, non sembra così irreale. Tra la fine del 2006 e gli inizi del 2007, l’arch. Claudio Sabbatini, durante la campagna di rilievo per il suo progetto di tesi dal titolo “Restauro architettonico, consolidamento e riqualificazione funzionale di Villa Bruschi-Falgari”, ritrovò sul portone di accesso alla Cappella gentilizia una serie di croci rovesciate. Percorrendo l’area verde del Parco, resti di falò e di animali scandivano il percorso, ed entrando nei sotterranei della stessa, si accorse che era stata irrimediabilmente profanata. Riportiamo qui la sua preziosa testimonianza, l’unica che possa ancora oggi aiutarci a ricostruire degnamente i fatti accaduti: Durante i primi sopralluoghi effettuati all’interno della Villa insieme ad altri volontari, ci si rese immediatamente conto che lo stato di degrado non era solo dovuto all’inesorabile azione del tempo o alla negligente noncuranza del sito, ma anche alle scellerate azioni antropiche che avevano interessato tutti gli edifici ed in particolare la Cappella di famiglia. La stessa presentava fin dall’ingresso, segni del passaggio di sette sataniche o presunte tali, in quanto tutte le croci di decorazione del portale d’ingresso risultavano inesorabilmente rovesciate. Ma solo giunti nella cripta sottostante al piano terra, ci siamo trovati di fronte all’efferata profanazione perpetrata sui poveri resti dei discendenti della famiglia. I chierici che all’epoca avevano la gestione della Villa, si adoperarono immediatamente al ripristino delle consuete simbologie cattoliche, senza denunciare in alcun modo l’accaduto ad alcuna forza di polizia né ad organi di vigilanza. Per tutta la durata della loro gestione, un gruppo di volontari tra cui il sottoscritto, manteneva il decoro sia degli edifici che di tutto l’ampio parco che circonda il sito garantendo la vigilanza e la protezione di tutta l’area. Intorno al 2015/2016 la gestione fu affidata ad altri Enti, prima di essere nuovamente abbandonata così come lo è stata fino a poco tempo fa, grazie al Fai che ha riacceso i riflettori su questo piccolo angolo di paradiso, ricco di storia ed emozione. Ma, almeno per quanto filtra da chi ha avuto modo di lavorare nel sito nell’ultimo periodo, gli episodi satanici non si sono più verificati e non se ne è più sentito parlare, anche se la sensazione personale, così come fu all’epoca dei ritrovamenti, è di voler allontanare ed eliminare questo tipo di riferimenti così astratti e decontestualizzati rispetto alla mistica spiritualità di Villa Bruschi – Falgari.
Da questa testimonianza si evince quanto sia fondamentale la tutela della memoria del passato e, in particolar modo, di un’area che non solo è preziosa da un punto di vista storico-architettonico ma anche archeologico. Infatti, proprio a ridosso del cancello principale di Villa Bruschi-Falgari – tra Via Aurelia vecchia e via dell’Acquetta – la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Etruria Meridionale ha avviato nel 1998 una prima campagna di ricerca che ha interessato un’area di circa 750 mq.(25) Lo scavo ha portato al ritrovamento di una necropoli della prima età del Ferro, grazie alla quale è stato possibile ampliare le conoscenze sulle caratteristiche socio-economiche e culturali della comunità cui si deve la fondazione di Tarquinia etrusca.

Conclusioni

Tra i pericoli che ogni giorno minacciano il nostro patrimonio culturale, uno è legato al satanismo criminoso. Lo studio del mondo occulto e delle pratiche che incidono sull’attività delle sette sataniche merita ancora di essere approfondito, così come merita maggiore attenzione questo problema che per lungo tempo è stato trascurato. Spesso indirettamente, l’attività criminosa di alcuni gruppi settari si riversa sul nostro Patrimonio Culturale, creando seri danni a quei monumenti che, se pure sono voce della storia della nostra civiltà, sono abbandonati e poco tutelati. La necessità che nasca la figura dell’archeo-criminologo si fa oggi sempre più importante in quanto, in qualità di perito, l’esperto potrebbe trovarsi dinanzi ai casi più disparati e di difficile interpretazione.

Giancarlo Piccolo

Note

1 M. Introvigne, P. Zoccatelli (sotto la direzione di), La questione delle sette, in Le religioni in Italia, URL https://cesnur.com/la-questione-delle-sette-2/, consultato il 02/02/2021.

2 R. Stark, W. S. Bainbridge, The Future of Religion. Secularization, Revival, and Cult Formation, Berkeley-Los Angeles-Londra 1985, pp. 24-26.

3 Secondo tale teoria apparterrebbero alle sette alcune religioni di tipo millenarista, oggi molto diffuse in tutto il mondo. 

4 M. Introvigne, P. Zoccatelli (sotto la direzione di), La questione delle sette, cit., URL https://cesnur.com/la-questione-delle-sette-2/, consultato il 02/02/2021.

5 Ministero dell’Interno, Dipartimento della Pubblica Sicurezza, Direzione Centrale Polizia di Prevenzione, Sette religiose e movimenti magici in Italia, Roma, 2001., p. 17.

6 R. De Luca, Criminalità delle sette sataniche, in M. Sodi (a cura di), Tra maleficio, patologie e possessione demoniaca. Teologia e pastorale dell’esorcismo, Padova 2003, p. 57.

7 Strano M., Manuale di Criminologia clinica, Firenze, 2003, p. 456

8 L. Mariconda, P. Caponetto, R. Auditore, I crimini nelle sette sataniche: un’analisi “sistemica” della scena del crimine, in Rivista di Criminologia, Vittimologia e Sicurezza – Vol. VII – N. 1 – Gennaio-Aprile 2013, pp. 114 ss.

9 Patrimonio Culturale di interesse religioso: una prospettiva multidisciplinare, Ufficio Nazionale per I Beni Culturali Ecclesiastici e l’Edilizia di Culto della Conferenza Episcopale Italiana, 4 febbraio 2020 URL https://bce.chiesacattolica.it/2020/02/04/patrimonio-culturale-di-interesse-religioso-una-prospettiva-multidisciplinare/

10 F. Gaynor, Dictionary of Mysticism, New York 1953, p. 136.

11 C. Pizzigatti, Satanismo e Sette sataniche. Ordo Draconis et Atri AdamantisDragon Rouge, Tesi di Specializzazione in Scienze Criminologiche, Istituto MEME, a.a. 2008-2009, rel. Dott.ssa Cristina Caparesi, pp. 14-15.

12 A. Mangalli, F. Gabrielli, Investigare. Manuale pratico delle tecniche di indagine Padova 2007, p. 70.

13 O. Carella Prada, D.M. Tancredi, Il sopralluogo giudiziario medico legale; norme, metodologia ed elementi medico-forensi per l’attività investigativa, Roma 2000.

14 E. Locard, Traité de criminalistique; les empreintes et les traces dans l’enquête criminelle, Lyon 1931.

15 D. Monti, M. Fiori, A. Micoli, L’abisso del sé. Satanismo e sette sataniche, Milano 2011, p. 312.

16 L. Mariconda, P. Caponetto, R. Auditore, I crimini nelle sette sataniche: un’analisi “sistemica” della scena del crimine, cit., pp. 111 ss.

17 C. Pizzigatti, Satanismo e Sette sataniche. Ordo Draconis et Atri AdamantisDragon Rouge, cit., pp. 22-23.

18 N. Romanelli, Simbologia Satanica nelle culture devianti giovanili, in Rassegna di psicoterapie. Ipnosi. Medicina. Psicosomatica. Psicopatologia Forense, vol. 14, n. 3, Settembre – Dicembre 2009, pp. 41-43.

19 Linee guida per la tutela dei beni culturali ecclesiastici (a cura di Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, Arma dei carabinieri, Conferenza episcopale italiana), Firenze 2014, p. 19.

20 D. Arona, G. M. Panizza, Satana ti vuole, Milano 1995, p. 179.

21 A. Pellegrino, M. Raddi, La periferia orientale dell’antica Ostia, in Mélanges de l’École française de Rome – Antiquité [on line], 126-1 | 2014, 07 luglio 2014, URL http://journals.openedition.org/mefra/2169.

22 M. Azzarelli, Ostia, riti satanici tra gli scavi romani: mausoleo utilizzato per fare le messe nere, Il Messaggero, 8 luglio 2015, URL https://www.ilmessaggero.it/roma/cronaca/ostia_riti_satanici_scavi_romani_messe_nere-1131712.html.

23 B. Morandi, B. Boselli, La peste del 1630 in Piacenza, memorie di Bernardo Morandi e Benedetto Boselli, Piacenza 1867.

24 Spatola G., Nella «chiesa degli appestati» si celebrano le messe nere, in Corriere della Sera, Milano 9 giugno 2004, p. 51.

25 F. Trucco, Indagini 1998-2004 nella necropoli tarquiniese di Villa Bruschi-Falgari: un primo bilancio, in A. Pandolfini Mariastella (a cura di), Archeologia in Etruria Meridionale. Atti delle giornate di studio in ricordo di Mario Moretti, Roma 2006, pp. 183-184.

 

BIBLIOGRAFIA

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