Diritto e procedura penale

La sospensione della prescrizione “all’italiana” ed il ricorso del P. M. all’art. 516 c. p. p.

La chiusura di un processo si verifica ogni volta che un reato venga dichiarato estinto per il decorso del termine di prescrizione previsto per il reato per cui l’imputato è a giudizio (art. 157 c.p.).
Il problema “prescrizione” non era allarmante – anche nel recente passato – ma lo è diventato oggi per l’enorme massa di procedimenti pendenti nei nostri tribunali.
E’ proprio in questi giorni che il nuovo guardasigilli Cartabia si accinge ad emendare la riforma del suo predecessore, che l’istituto della prescrizione aveva abolito a far data dal 1 gennaio 2020.
Vedremo cosa ne verrà fuori e se l’istituto della prescrizione – nato ai primordi della civiltà giudiziaria per consentire la certezza del diritto e della durata di un processo – sia emendato e/o ripristinato solo a certe condizioni.
Nel frattempo, però – per tutti i reati commessi ante il 31 dicembre 2019, per cui i loro responsabili sono andati a giudizio anche successivamente – la disciplina della prescrizione rimane quella dell’art. 157 citato con le successive modifiche.
A questo punto, vuoi per la complessità delle indagini, vuoi per la complessità del rito, anni ed anni passano dalla data della commissione della condotta penalmente rilevante come reato all’inizio del dibattimento.
Osserviamo ogni giorno che le udienze dibattimentali fissate in pressoché tutti i tribunali della Repubblica non superano circa un paio all’anno.
La prescrizione già incombe in primo grado, figuriamoci poi in appello e cassazione.
Allora, proprio per evitare la fine “ingloriosa” di un processo, quindi di fatto l’assoluzione di un imputato certamente colpevole, i pubblici ministeri hanno iniziato ad attivare la facoltà per loro prevista dagli artt. 516 e segg. del c.p.p., che consente – nel corso del dibattimento – di contestare nuovi reati o aggravanti rispetto quelli già contestati nel Decreto di citazione a giudizio, al fine di ottenere un prolungamento del termine di prescrizione.
Un diverso titolo di un reato o l’applicazione di un’aggravante sposta la durata della prescrizione.
Non c’è dubbio che sia dovere della Procura, per il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, portare a giudizio chiunque sia stato ritenuto aver commesso reati perseguibili d’ufficio, ma “ricordandosi” soltanto durante il dibattimento, ormai prossimo alla fine per decorso del termine di validità del reato, non appare una pratica giuridicamente corretta.
Anzi, appare certamente un danno al diritto di difesa dell’imputato ed un vulnus alla parità tra accusa e difesa.
Nella pratica: un imputato che sia stato tratto a giudizio soltanto per la contestazione di un reato qualsiasi senza però che la procura gli abbia dapprima contestato aggravanti, ha mirato la sua difesa solo per contestare le tesi del P. M. per quella specifica figura di reato indicata nel Decreto di citazione e non altro.
In seguito ad un’estensione di diversa configurazione di reato e magari anche spostamento di competenza a giudicare dell’originaria curia, si trova in difficoltà dovendo in tempi brevi rivedere le tattiche difensive e probatorie.
Infatti, ogni qualvolta che – durante il dibattimento – un P.M . ex artt. 516, 517 e 518 c.p.p. decida di modificare o ampliare l’imputazione precedentemente contestata ex art.415 c.p.p., per reati di maggiore gravità,  si determina di fatto un ampliamento del termine prescrizionale, creando conseguentemente un allungamento del processo che prosegue con le formalità previste dagli articoli successivi al predetto art. 516..
La Corte Costituzionale è intervenuta recentemente per ritenere contraria ai principi costituzionali parte del citato art. 516 c.p.p., che non prevede la facoltà per l’imputato accusato di diverso reato durante il dibattimento di giovarsi dei riti alternativi ex art.444 c.p.p.
Sempre la stessa Corte, in precedenza, aveva osservato nel comportamento “tardivo” del PM l’ipotesi di incostituzionalità, quando la nuova “accusa”  fosse relativa ad un fatto già risultante dagli atti di indagine al momento dell’esercizio dell’azione penale (così le sentenze n. 184 del 2014, n. 333 del 2009 e n. 265 del 1994).
Se  un P.M. – che sin dalla notizia di reato aveva tutte le possibilità di definire la figura di reato per la condotta tenuta dal reo, potendo applicare alla condotta dell’indagato diverse ipotesi di reato ed eventuali aggravanti – non l’ha fatto all’inizio, non dovrebbe poterlo fare a processo avviato, se non in presenza di fatti nuovi emersi nell’istruttoria dibattimentale.
Se una Procura – nell’atto di citazione a giudizio – omette di indicare figure di reato diverse o accessorie rispetto al reato di cui al successivo giudizio, è evidente che ritiene di dover limitare l’azione penale alle sole condotte emerse nelle indagini.
Per cui, dopo l’inizio del dibattimento, darsi a contestare ulteriori reati ed aggravanti potrebbe costituire un palese intento di aggravare la posizione di un imputato o di indebolire i rimedi utili ad un’imminente fine processo, per estinzione del reato.
In pratica, la contestazione di nuovi reati o circostanze aggravanti, che ben potevano essere contestate all’indagato anche prima dell’azione penale, appare oggi strumentale per salvare un processo dalla sua fine anticipata per estinzione del reato dapprima solo contestato.
Un “rimedio” quindi della Procura per “sanare” lungaggini del suo ufficio requirente e poi di quello giudicante, ma in danno dell’imputato e della sua difesa che -per effetto dell’applicazione del Capo quarto, libro settimo del codice di rito penale – hanno limitati margini di difesa.
Abbiamo pertanto spiegato il perché di tanto ricorso dei PM alle loro facoltà previste eccezionalmente dal codice di rito (citati artt. 516 e segg.tti c.p.p.) di proporre “nuove contestazioni” anche in mancanza di prove ed indizi, però utili solo a mantenere in piedi un processo prossimo alla fine per art. 129 c.p.p., così impedendo una “brutta figura” all’ufficio giudiziario dimostratosi incapace di fornire giustizia in tempi logici.
Una sospensione della prescrizione… all’”italiana”.

Avv. Andrea Stefano Marini Balestra

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *