Criminologia

La criminalità nigeriana in Italia.

PREMESSA
La Nigeria è uno tra i più emblematici Paesi annoverati tra le cosiddette economie emergenti per sviluppo, potenzialità e per la sua capacità di influenza sul mondo occidentale.
Le risorse naturali del territorio nigeriano – che lo hanno reso di estremo interesse nella stagione coloniale e terra di conquista per il Regno Unito che inizialmente, nel 1886, fondò La Royal Niger Company per poi, nel 1901, far diventare la Nigeria un protettorato britannico e nel 1914 una colonia di Sua Maestà (1) – sono ancora oggi il principale motivo del suo ruolo di protagonista nel continente africano e, più in generale, in tutto mondo occidentale.
La storia recente di questo Paese, la sua struttura sociale e l’organizzazione istituzionale dicono molto sul ruolo di questo importante Stato dell’Africa subequatoriale che per i numeri della sua popolazione e, soprattutto, per il trend di crescita demografica non può essere sottovalutato. Dati degni di attenzione tanto per quello che riguarda l’importante presenza della Nigeria nello scenario mondiale attuale, quanto per quella che sarà l’iniezione immigratoria nel Vecchio Continente stante il fatto che le stime ci dicono che nel 2025 i  cittadini nigeriani saranno tanti quanto la metà dell’intera popolazione dell’Unione Europea. Molto preoccupanti sono, inoltre, gli aspetti di sicurezza afferenti i modelli di criminalità organizzata legati a questo Paese e che, allo stato, sono poco conosciuti a livello transnazionale e conseguentemente inadeguatamente considerati nei loro potenziali offensivi. A tale proposito basterebbe comparare ciò che accade in termini di delittuosità nel nostro Paese tra la criminalità dei cittadini nigeriani e quella dei cittadini di Paesi confinanti con la Nigeria per intuire quanto quest’ultima meriti attenzione da parte di tutti.

Per questa ragione, prima ancora di andare a verificare quello che accade nel nostro Paese indagando quali siano le organizzazioni malavitose presenti in Italia e riferibili a quella regione del mondo, occorre capire quale sia la genesi del fenomeno. È necessario investigare quali sono le cause sociali della subcultura malavitosa nigeriana e della sua radicalizzazione sul territorio di origine perché possa spiegarsi, in chiave sociologica e criminologica, come sia emigrata nei nostri confini nazionali e quali potrebbero essere anche le sue possibili evoluzioni tanto nello scenario italiano quanto in quello degli altri Paesi europei o extraeuropei.

CENNI STORICI SULL’EVOLUZIONE DEL FENOMENO
Le tracce dei primi insediamenti umani nella parte settentrionale della Nigeria, in particolar modo nella zona del lago Ciad, ci consentono di intuire il perché dell’indole commerciale di questo popolo che da millenni assiste al crocevia di scambi tra i berberi del nord e le comunità del corno d’Africa.
L’evoluzione culturale di radice islamica risalente al 1700 caratterizzò non solo la parte settentrionale confinante con il Niger, dove insistono comunità di etnia Hausa, ma anche quella occidentale vicino al Benin con uno sviluppo politico istituzionale i cui effetti sono ancora evidenti nell’organizzazione statuale moderna.
Lo sviluppo coloniale e industriale a cavallo tra il 1700 e il 1800 portò molti avventurieri europei sulle coste atlantiche di questo pezzo del “continente nero”. Il posto fu ritenuto inizialmente molto interessante per la sua posizione geografica perché dal golfo di Guinea era molto più breve la rotta verso le Americhe dove, in quei anni, vi era la crescente necessità di esportare la redditizia tratta degli schiavi che facilmente potevano essere reperiti nell’entroterra continentale.
Così, sulle sponde dell’oceano, nacquero i primi insediamenti urbani occidentali che rapidamente si svilupparono in importanti città portuali in rapida crescita tanto nelle dimensioni quanto negli apparati governativi. Lo sviluppo della civiltà nigeriana visse, quindi, il trasferimento del suo baricentro da nord a sud, grazie a un colonialismo sempre più agguerrito che nel tempo sostituì il commercio degli schiavi con quello delle materie prime e dei prodotti finiti.
Il secondo dopoguerra fu teatro di significativi e turbolenti movimenti autonomisti di molti Paesi colonizzati, tanto della parte settentrionale quanto di quella centrale e meridionale dell’Africa. La Nigeria non fece eccezione in questo e proprio per tentare di mitigare il crescente nazionalismo nigeriano i britannici scelsero di evitare lo scontro portando questa colonia verso l’autogoverno su base federale. Il 1º ottobre del 1960 fu concessa l’indipendenza e la Nigeria divenne una Repubblica Presidenziale Federale (2) che oggi unisce 36 Stati dotati di forme di governo autonomo.
Una scelta politico strategica che nello stesso periodo fecero anche altri Paesi – quali Francia, Spagna, Portogallo e Belgio – nei territori di loro rispettiva competenza anche se in Nigeria l’effetto dell’indipendenza, soprattutto in ragione di quanto accaduto nel periodo coloniale, ebbe strascichi certamente più accesi.
Giova soffermarsi, al fine di comprendere la genesi del fenomeno criminale di cui trattasi, su questo particolare momento storico proprio per capire il perché della diffusione di una delittuosità tanto violenta quanto organizzata che affonda le sue radici in questo Paese africano e ammettendo, nella valutazione di quello che si vuole dimostrare, alcuni aspetti socio culturali che sono particolarmente significativi.
La Nigeria è stato l’unico Paese dell’area centro occidentale africana colonizzato dal Regno Unito. Gli altri Paesi confinanti sono stati tutti posti sotto l’egida dei francesi, belgi e portoghesi. Il suo potenziale economico fatto di un primato nell’estrazione di petrolio e gas rende questa nazione strategica ancora oggi nell’assetto delle relazioni internazionali che – nonostante l’indipendenza – registrano attualmente nel Paese una numerosa presenza straniera sgradita dalla popolazione, soprattutto nelle frange più povere, perché vissuta come il prologo dello sfruttamento coloniale.
Del resto, non potrebbe essere certamente la partnership di maggioranza del Governo, sempre sotto i riflettori della comunità internazionale (3), nelle Joint Venture delle compagnie petrolifere a mitigare l’acredine dei nigeriani verso Paesi sentiti, anche nei tempi attuali, come occupanti e sfruttatori delle risorse e dell’ambiente di una terra dove chi vi è nato è ospite in casa propria. La devastazione del Delta del Niger per le scellerate e criminali perforazioni con la fuoriuscita di petrolio dagli oleodotti (tanto per la normale attività estrattiva, quanto per i furti dell’oro nero dalle condotte che vengono forate per rubare il liquido e rivenderlo al mercato nero) e il conseguente inquinamento delle acque e dei terreni coltivati, dai quali la popolazione locale trae l’unica fonte di sostentamento (4), non fa che acuire sempre di più l’odio di una popolazione che vive, soprattutto nelle classi più disagiate, il senso di ingiustizia soprattutto verso le economie occidentali.

 

In verità, che la concessione dell’indipendenza dal Regno Unito (1960) non fosse garanzia di miglioramento delle condizioni di vita per i nigeriani si era ben presto capito anche all’indomani della raggiunta autonomia. I due colpi di Stato del 1966, la guerra civile (1967 – 1970) successiva alla dichiarazione di indipendenza della Repubblica del Biafra e le immediate conflittualità post liberazione tra il nord dello Stato (dove la popolazione delle etnie Hausa e Fulani è prevalentemente musulmana) e il sud (con le comunità di etnia Yoruba e Igbo di fede cristiana (5)) diedero immediatamente la misura di un futuro turbolento per una terra che, in quella confusione, avrebbe dato solo a pochi individui, per lo più spregiudicati e criminali, l’opportunità di arricchirsi.
E poi, ancora, il terzo colpo di Stato nel 1975, l’assassinio di un Presidente della neonata Repubblica Federale nigeriana, l’alternarsi di governi militari e di alchimie politiche che hanno prodotto costituzioni poco efficaci (6) e riforme poco consistenti, hanno creato non solo un diffuso malessere nella popolazione, ma il tessuto sub culturale perché proliferassero organizzazioni criminali e terroristiche in tutto il Paese. Molti sono stati gli attacchi alle strutture petrolifere per mano di guerriglieri affiliati al Movimento per l’Emancipazione del Delta del Niger che, spesso, sono arrivati anche a sequestrare e uccidere personale straniero impiegato negli oleodotti e nelle installazioni industriali degli impianti di estrazione.
La diffidenza della popolazione nell’azione del Governo – e nelle elezioni che anche gli osservatori internazionali stigmatizzano per le loro frequenti irregolarità (7) – è stata condivisa anche dalla Corte di Giustizia della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Ecowas) che in una sentenza storica del 16 dicembre 2012 ha condannato, per la prima volta nella storia, il Governo nigeriano e le aziende petrolifere per lo stato dell’inquinamento e della corruzione. Una declaratoria di colpevolezza con la quale i sei giudici non solo hanno sentenziato la responsabilità delle compagnie e le Joint Venture petrolifere che operano nel Paese per la disastrosa situazione del Delta del Niger, ma soprattutto hanno evidenziato la connivenza e la copertura del Governo nazionale in tale disastro. “La Nigeria”, secondo quanto sentenziato dalla Suprema Corte, “ha violato nel tempo gli articoli 21 (diritto alle ricchezze e risorse naturali) e 24 (diritto a un ambiente sano) della Carta africana dei diritti umani e dei popoli, non proteggendo il Delta del Niger e i suoi abitanti dalle attività delle aziende petrolifere che per molti anni hanno devastato la regione”. Secondo la Corte, “il diritto al cibo e alla vita sociale degli abitanti del Delta del Niger è stato violato a causa della distruzione dell’ambiente e quindi della distruzione della loro possibilità a guadagnarsi da vivere e a godere di uno standard di vita sano e adeguato”. La Corte ha inoltre dichiarato che “sia il Governo della Nigeria sia le aziende petrolifere hanno violato i diritti umani e culturali degli abitanti della regione”. Ma la cosa più grave che ha evidenziato il collegio giudicante è stata che “l’incapacità del Governo di emanare Leggi adeguate, di creare istituzioni efficaci nella regolamentazione delle attività delle aziende, di perseguire i responsabili dell’inquinamento, costituisce una violazione degli obblighi internazionali della Nigeria in materia di diritti umani”.
Un verdetto che fotografa la sfiducia di un popolo con l’aggravante dalla consapevolezza che quanto chiesto dalla Suprema Corte al Governo della Nigeria circa “un rapido intervento per attuare pienamente la sentenza e ripristinare la dignità umana della popolazione nella regione del Delta” potrebbe rimanere lettera morta lasciando tutto così com’è se non addirittura suscettibile di peggioramento.
Uno sconforto diffuso e certamente non recente per il popolo nigeriano. Quello stesso clima che ha visto crescere il senso di frustrazione della gente dopo la scoperta del petrolio nel 1953 con il conseguente proliferare di compagnie petrolifere multinazionali che non solo diede il sentore dell’avvio di una nuova stagione coloniale, ma che monopolizzò l’economia nazionale assoggettandola totalmente all’attività di estrazione petrolifera e determinando così una rapida crescita del tasso di disoccupazione (8). Un motivo di acredine alimentante il senso di rivalsa che velocemente vide convertire le confraternite universitarie, uniche organizzazioni civili esistenti e nate per fini leciti e potenzialmente anche nobili, in quelle che si rivelarono presto come una delle più forti e pericolose architetture criminali nel Paese e di pervasività mondiale.
Infatti, il crescere delle confraternite studentesche fu proprio conseguente alla nascita delle prime Università nigeriane. Organizzazioni di diritto privato tipiche dei costumi della cultura anglosassone innestate, però, in un contesto sociale assai diverso tanto da quello UK quanto da quello USA o dei Paesi del Commonwealth. Diverso per il contesto socio economico, per gli attriti post coloniali, per una popolazione che nella sua struttura demografica aveva e ha una composizione molto lontana da quella dei Paesi occidentali. Tutte condizioni che hanno modellato la struttura organizzativa istituzionale di questo Paese Africano.
Infatti, a fronte di un primato di crescita demografica di cui già prima si è fatto cenno, i dati ci offrono altre informazioni che, se messe in connessione, possono spiegare quanto è accaduto e accade ancora oggi in ordine alla nascita e crescita del fenomeno criminale nigeriano.
Dunque, se è vero come è vero che la cosiddetta “mafia nigeriana” è una forma di aggregazione criminale di origine “cultista” che trae le sue origini nelle confraternite universitarie del Paese, viene da chiedersi – al netto delle valutazioni del contesto socio economico che sopra sono state fatte – perché e quando sono nate queste prime embrionali forme malavitose e, soprattutto, quali potrebbero essere le possibili ragioni che hanno portato al loro proliferare nel contesto nigeriano e non in quello di altri Paesi simili per cultura e storia quali ad esempio gli stati confinanti quali il Benin o il Niger dove tali organizzazioni non esistono. Ebbene, per fare questo ragionamento non si può prescindere dal passato.
Le prime confraternite studentesche nacquero nel 1963 all’Università di Ibadan nello Stato del Oyo. Lo scopo della loro nascita era quello “di mantenere viva la cultura Africana e di avere un impatto positivo nella psiche socio-politica della Nigeria per assicurarsi la completa rottura da ogni forma di dominazione culturale coloniale e/o imperiale”. Strutture aggregative di giovani studenti nelle quali i rituali ancestrali propri dell’etnografia africana si svilupparono nei campus universitari nigeriani favorendo la nascita di una sottocultura criminale che, nell’assenza di percezione del senso di Giustizia, vide le aggregazioni giovanili del tempo risolvere le loro questioni – in un sistema di autogoverno surrogante l’assenza dello Stato – con apparati di dominio definiti genericamente secret cults (9). In esse nacquero delle sottostrutture sociali che, nel tempo, si allontanarono dai fini leciti per divenire delle vere e proprie bande malavitose. Del resto che il fenomeno potesse attecchire e svilupparsi in ambiente universitario era un fatto assai prevedibile proprio per le condizioni socioculturali ed economiche del Paese dopo l’indipendenza del 1960. In quegli anni turbolenti e di instabilità politica e sociale la Nigeria, con una popolazione di poco più di 45 milioni di abitanti e un trend di crescita con un tasso di fertilità pari a poco più di 6 figli per donna, aveva un’aspettativa media di vita pari a meno di 38 anni per individuo. Una media, quest’ultima, che consente di fare molte riflessioni sulla maturità culturale del Paese di allora che, a fronte di una longevità media nel mondo occidentale pari a 70 anni, vedeva la “massa critica” del popolo nigeriano collocarsi nella fascia anagrafica che andava tra i 18 e i 28 anni. Una popolazione che, nell’assenza di un Governo efficiente, ebbe la necessità di autotutelarsi trovando nelle confraternite l’unica possibile forma aggregativa di protezione. Quindi, in un Paese che viveva guerre civili e continui rovesciamenti di Governo per mano di compagini militari e civili animate da corrotti criminali speculatori della mercificazione del territorio per l’estrazione del petrolio, la numerosa classe studentesca legata alle confraternite delle tante università (10) si unì in associazioni di mutuo soccorso – questo era il fine iniziale dei secret cults – tanto ben organizzate che, nei primi anni ottanta, divennero di interesse delle gerarchie militari per i loro fini illeciti. Fu, infatti, nel 1983 che durante un colpo di Stato militare i leader delle Forze Armate si resero conto di quanto potere e carisma stessero acquisendo le confraternite universitarie, pensando a come le stesse potessero essere utilizzate per fini sovversivi e illeciti. Le confraternite erano, infatti, diventate dei veri e propri gruppi criminali organizzati. Esse avevano una modalità specifica per reclutare nuovi membri: era necessario essere uomini, essere presentati da un membro dell’organizzazione e l’ingresso, “per la vita”, prevedeva riti spirituali d’iniziazione ispirati alla stregoneria. Così si testava la capacità di subire e infliggere violenza nel nuovo arrivato.
Nel decennio seguente le aggregazioni “cultiste” si andarono rafforzando sempre di più in un clima di diffusa illegalità che portò le bande dei secret cults a divenire veri e propri punti di riferimento per la popolazione in assenza di apparati di Giustizia e di Polizia efficienti.

LA SITUAZIONE ATTUALE
Con questo sistema la Nigeria arriva ai giorni d’oggi, in una situazione che è certamente molto preoccupante. Uno dei principali problemi del Paese è l’emergenza terroristica nel settentrione, la parte a forte trazione islamista della Repubblica federale.
La presenza a nord est di Boko Haram (11) – più precisamente negli Stati di Borno, Yobe, Adamawa, Kaduna, Kano, e Bauchi – ha fatto registrare dal 2009 in avanti, dopo l’arresto e l’uccisione del suo capo carismatico (12), un’accelerazione delle attività delittuose con un incremento di attentati e un significativo allargamento delle zone di influenza dell’agito criminale delle bande armate.

Nell’ultimo decennio le azioni terroristiche hanno provocato migliaia morti e milioni di rifugiati interni attaccando (principalmente nel nord, più di raramente nel centro del Paese e mai al sud) simboli della cristianità, istituzioni governative, ciò che rappresenta l’educazione occidentale, i cittadini occidentali presenti sul territorio nigeriano e nei paesi limitrofi e, qualche volta, alcuni membri moderati della società islamica. Per questa ragione dal maggio 2013 vige lo stato d’emergenza con il coinvolgimento dell’Esercito (13). Anche in questa piaga del Paese chi ne paga prezzo più alto è sempre la popolazione civile che è schiacciata tra gli attacchi terroristici e la repressione militare conseguente.

Nella stessa area di influenza di Boko Haram e precisamente nei dodici stati del nord Zamfara, Kano, Sokoto, Katsina, Bauchi, Borno, Jigawa, Kebbi, Yobe, e in parte degli stati di Kaduna, Niger e Gombe è vigente dal 2000 la Sharia. Questa Legge – declinata tanto nei suoi aspetti penali che in quelli civili – può essere applicata solo ai cittadini di fede musulmana, mentre tutti gli altri sono giudicati dai tribunali federali. La scelta di tornare a una tradizione religiosa nella produzione e applicazione del diritto è stata fortemente criticata proprio per la presunta funzione “specchietto” della riforma. Essa sembra avere più un fine politico di catalizzazione del consenso elettorale basato sull’irrigidimento dei sentimenti religiosi collettivi, piuttosto che vero strumento di intervento nel contesto di corruzione e violenza che vive da decenni il Paese. Trattandosi di una scelta ordinamentale legata al singolo Stato, i Giudici della Sharia hanno solo giurisdizione statuale e non possono perseguire fatti al di là dei confini dello stesso Stato federato nel quale sono incardinati. Nonostante ciò i Tribunali religiosi hanno già emesso più volte sentenze di condanna con pene di mutilazioni, fustigazioni a colpi di frusta e condanne a morte per lapidazione.
Se nel nord del Paese la situazione è infuocata per il dilagante agire di gruppi terroristici, nel centro e nel sud della Nigeria le cose non vanno molto meglio per la presenza del M.E.N.D., acronimo significante “Mouvement for the Emancipation of the Niger Delta”.
Un movimento nato come un’organizzazione di protezione della gente dell’area del Delta e che nel tempo è degenerata per l’ingresso di numerosi gruppi di malavitosi. Nel 2009, a seguito di un’amnistia che ha visto scarcerare e condonare pene a 25.000 guerriglieri in cambio dell’impegno di costoro a vivere nella legalità con un assegno mensile dato dal Governo, il MEND ha ri-reclutato numerose orde di ribelli che, dopo il 2015, al termine dell’erogazione dei fondi governativi hanno ripreso a delinquere. Il movimento prende le mosse – almeno formalmente – dalla resistenza non violenta nata negli anni ‘80 e che nel 1990 si trasformò nel Movimento per la Sopravvivenza del Popolo Ogoni (Movement for the Survival of the Ogoni People) fondato e diretto dallo scrittore Ken Saro-Wiwa (14). Un movimento, caratterizzato da metodi non violenti che ottenne una grande risonanza a livello mondiale e che, proprio per il seguito che aveva tanto all’estero quanto in Patria, costò gravissime persecuzioni a chi vi aderiva e, soprattutto, allo stesso leader. Negli anni ‘90, infatti, il Mo.S.O.P. protestava contro lo scriteriato e criminale sfruttamento delle risorse petrolifere nella regione del Delta del Niger. Molte, in quegli anni, furono le azioni non violente di denuncia contro il Governo centrale [una per tutte, una manifestazione di oltre 300.000 persone che Saro-Wiwa condusse dopo la sua scarcerazione da una detenzione di alcuni mesi senza che venisse sottoposto ad alcun processo (15)], ritenuto responsabile della mancata redistribuzione del benessere tra la popolazione e dei favori a quelle stesse multinazionali petrolifere che nell’ultima metà di secolo avevano causato l’inquinamento delle acque, la deturpazione del territorio e, più in generale, la distruzione delle già poverissime forme di sostentamento locale della gente. Ken Saro-Wiwa divenne così un oppositore e nemico del Governo. Fu arrestato due volte nel 1994 con l’accusa di aver organizzato l’assassinio di alcuni suoi presunti avversari e, per questo motivo, giustiziato per impiccagione con altri otto attivisti del Movimento dopo un veloce processo. Un evento fortemente contestato dall’opinione pubblica internazionale che riconobbe a questo appassionato intellettuale un ruolo di Eroe e di martire (16) per una causa tanto sentita che, durante la detenzione in attesa del processo, gli venne conferito il premio Goldman Environmental Prize (17) in riconoscimento della sua attività in favore dell’ambiente.
Saro-Wiwa, Eroe nigeriano e paladino della causa del popolo violentato nella sua dignità e della sua terra martoriata nel suo ecosistema, fu condannato a morte. Fatto che non rimase ignoto a tutti. Dopo l’omicidio di Saro-Wiwa e degli altri otto attivisti, infatti, una caparbia avvocato di New York, Jenny Green, perorando questa causa per conto del Center for Constitutional Rights (18) fece incardinare un processo per dimostrare il coinvolgimento di una nota multinazionale petrolifera nell’esecuzione di Saro-Wiwa. La causa, iniziata a metà del 2009, si concluse in pochissimo tempo con il patteggiamento della Compagnia petrolifera che accettò di pagare un risarcimento di 15 milioni e mezzo di dollari (19) piuttosto che continuare a stare in giudizio precisando, tuttavia, di aver pagato non già per ammissione di colpevolezza ma “per favorire il processo di riconciliazione” (20).
Il terzo problema politico interno alla Nigeria afferisce agli strascichi del separatismo della regione del Biafra (21). La crisi politica post guerra di indipendenza (1970), ma soprattutto i massacri per vendetta della popolazione Igbo (22) e il pregiudizio diffuso verso costoro – ritenuti dalle altre etnie pericolosi affaristi, avidi e in cerca di potere con l’effetto per cui, dopo la fine della guerra civile, non è mai più stata data la possibilità a nessun Igbo di accedere alle alte cariche politiche dello Stato federale – sono i motivi della mancanza di pacificazione sociale che sta ancora alla base di guerriglie tra bande etniche e “cultiste”.
Un fatto storico che nell’insoluto processo di pace ha visto i vinti ricompattarsi per autotutela con un nuovo movimento indipendentista del Biafra nato nel 2012, “l’Indigenous People of Biafra” (I.Po.B.). Esso ha la sua sede in Ogui New Layout Enugu, Enugu State Nigeria con Uffici in UK, Thailandia e Malaysia. Il 13 dicembre 2013 il consiglio esecutivo dell’Organizzazione composto da Nnamdi Kanu, Ikechukwu Enyiagu e Emmanuel Okafor ha comunicato al Comitato dei Diritti Umani delle Nazioni Unite la propria volontà di separazione dalla Nigeria con richiesta di riconoscimento dell’autonomia e dell’autodeterminazione dei popoli indigeni. A seguito di ciò il Governo Federale ha inasprito ulteriormente la repressione dell’I.Po.B. (23) determinandone, paradossalmente, il successo e la sua affermazione come movimento politico.
Al netto di questi tre macro fenomeni, la Nigeria da circa due decenni assiste anche ad altri generi di violenza.
I contrasti a sfondo etnico-religioso che riguardano prevalentemente le popolazioni degli stati centrali, con epicentro nella zona di Jos (Plateau State) costituiscono uno dei principali problemi di ordine pubblico interno. Si stima che solo nel 2001 siano morte un migliaio di persone con un trend di crescita che ha visto un picco nel 2004 con oltre 5000 morti e trecentomila soggetti in fuga. Un massacro etnico che dal 2010 vede protagonista anche gli attivisti di Boko Haram che, strumentalizzando il contrasto religioso tra gli invasori dell’etnia Hausa (di fede islamica) contro gli autoctoni minoritari Berom (di fede cristiana), fomentano la violenza ogni volta che si rende necessario aumentare le tensioni politiche fra nord e sud a livello nazionale. A questo si aggiungano la repressione dell’omosessualità (24), le violenze di repressione politica che tendono a inasprirsi in occasione delle elezioni, i reati contro il patrimonio con rapine per mano di bande armate di delinquenti (talvolta derivanti da forme deviate di gruppi armati di sicurezza privata su scala regionale o etnica che da scorta a tutela diventano esse stesse autori di reati) lungo le strade a grande percorrenza con falsi posti di blocco (sovente utilizzati anche per i sequestri di persona), le violenze fra gruppi di studenti, il traffico di organi, il narcotraffico, il mercato clandestino delle armi, la corruzione, il clientelismo, il traffico di esseri umani e la tratta della prostituzione.

(25)

Per tutte queste ragioni, le diseguaglianze sociali sono solo la punta dell’iceberg, ma che danno la riprova di quali possano essere gli effetti della violenza etnica e dei mali sociali nel Paese. La Nigeria, infatti, è terzo Stato africano per presenza di milionari (26) dopo Sud Africa e Egitto, a fronte di una massa miserabile di popolazione, pari al 70% circa, che vive sotto la soglia della povertà (1,25USD al giorno), quinto Paese al mondo per tasso di povertà sebbene la presenza così importante di materie prime (27).

I CITTADINI NIGERIANI IN ITALIA
Se volessimo fare una classifica delle mete di destinazione preferite dai nigeriani che decidono di migrare dal loro Paese, l’Italia figurerebbe al secondo posto dopo l’UK.
Si conta che dalle sporadiche emigrazioni dei primi anni ’90, quando incominciarono ad arrivare sul nostro territorio i primi migranti, oggi siano censiti oltre 113.000 cittadini nigeriani regolarmente presenti sul territorio italiano con un impressionante trend di crescita che ha visto incrementare questa comunità da 66.833 presenze al 31.12.2013 a 113.049 al 31.12.2019 (28), mentre si stima che i clandestini siano tra i 25.000 e i 30.000 (29).
Nel primo decennio di migrazione i flussi migratori erano prevalentemente caratterizzati da una presenza femminile mentre col tempo, a seguito di ricongiungimenti familiari e l’illusione di opportunità lavorative legate all’agricoltura e al piccolo commercio, la presenza maschile è andata via via moltiplicandosi.
Le regioni italiane che registrano la maggiore presenza di cittadini nigeriani sono l’Emilia Romagna, la Lombardia, il Veneto, il Piemonte, il Lazio, la Campania, la Toscana, la Sicilia, la Puglia e le Marche; con concentrazioni particolari in città quali Torino, Roma, Padova, Verona, Reggio Emilia e Castelvolturno. Le principali regioni di provenienza dei nigeriani presenti sul territorio nazionale italiano sono quelle del sud-est del Paese: Edo State, Ananmbra, Delta, Imo, Ogune e Lagos State.
Altro dato interessante è il numero di richiedenti asilo nel nostro Paese. Le domande dei cittadini nigeriani (prima comunità in Italia per istanze presentate) sono circa 25.000 all’anno motivate dalla persecuzione politica, dalla minaccia legata alla pratica di rituali tradizionali (voodoo), dalla persecuzione per l’omosessualità, per l’applicazione della Sharia, per la paura di ritorsioni a seguito di partecipazione a ribellioni locali o per persecuzione da parte di milizie private. Purtroppo la cattiva reputazione patita dalla Nigeria a causa dei fenomeni sopra descritti condiziona le possibilità di accettazione della richiesta d’asilo di molte persone oneste e realmente in difficoltà.

LA SITUAZIONE DI DIFFUSIONE DELLA CRIMINALITÀ NIGERIANA IN ITALIA
L’Italia, sin dall’arrivo ei primi migranti nei primi anni ’90, si è rivelata un terreno di fertile innesto delle confraternite criminali nigeriane, fatto a cui non sono rimasti indifferenti gli osservatori internazionali.
Organizzazioni molto solide e trasnazionali che hanno saputo adattarsi in diversi contesti sociali, europei ed extraeruropei. Oltre che in Italia, nel Vecchio Continente se ne registra una presenza numerosa naturalmente in UK, ma anche in Germania, Spagna e Svezia.
Di seguito si proverà a riportare, per quanto di conoscenza di chi scrive, alcune informazioni riguardanti le organizzazioni di malavitosi nigeriane presenti sul territorio italiano o aventi interessi nel nostro Paese.
Preliminarmente corre l’obbligo di evidenziare come tutte le organizzazioni siano tendenzialmente legate ad alcune etnie che ne caratterizzano la declinazione religiosa tra cristiana (delle varie Chiese) o musulmana. Tutte le confraternite hanno un colore distintivo e, generalmente, ognuno degli adepti utilizza un copricapo (o altro complemento di abbigliamento) di quel colore per contraddistinguersi dagli altri.
Le confraternite sono in lotta in Patria, mentre tentano di essere solidali all’estero (30). I loro luogotenenti regionali hanno il compito di mantenere gli equilibri nella spartizione dei territori di egemonia evitando interferenze.
Ogni organizzazione criminale ha sovente una struttura gerarchico – piramidale (meno frequenti sono quelle a ripartizione orizzontale o pulviscolare) tipica delle architetture militari che vedono una suddivisione di competenze, responsabilità nella gestione di uomini e di risultato nel business criminale.
Tutti gli affiliati sono dediti al traffico di stupefacenti, allo sfruttamento della prostituzione, alla tratta di esseri umani, ai reati finanziari (principalmente truffe connesse alle carte di credito), traffici di organi, di armi etc.
Le varie organizzazioni sono diverse per numero di affiliati, anzianità di formazione e pervasività territoriale. Coprono l’intero territorio nazionale, sebbene alcune siano più concentrate in alcuni luoghi e altre in diverse aree regionali.
I metodi di affiliazione sono quasi sempre gli stessi: essere presentati da un adepto, un violento rituale di stregoneria per l’ingresso e l’impegno a fare parte dell’organizzazione “a vita”.
Fanno tutte riferimento ai loro “vertici” in madre Patria. Da loro prendono ordini, a loro cedono i proventi delle attività illecite che i capi in Patria provvedono a ridistribuire con accrediti in conti correnti.
Il denaro viaggia in genere via mare, occultato in modo fortunoso in sottofondi di autoveicoli o altri beni mobili difficilmente ispezionabili imbarcati in container su navi mercantili. Giunti in Nigeria, dopo lo “sdoganamento” il denaro viene recuperato e ripartito.
L’adepto in terra straniera può attingere al suo denaro chiedendo direttamente al Chief in Nigeria. Costui, con un sistema di trasferimento di denaro occulto, meglio noto come “black money”, autorizza il prelievo e il trasferimento all’estero della somma che – decurtata delle commissioni, che in genere sono pari al 10% – viene collocata nella disponibilità di un hub locale oltre confine dove il soggetto può recarsi per prelevare il contante. Si tratta, il più delle volte, di esercizi commerciali di oggetti etnici gestiti da connazionali.
La sostanza stupefacente viene approvvigionata direttamente nei laboratori in Patria. Essa arriva in Nigeria direttamente dal sud America dove sono presenti le stesse etnie nigeriane che dopo la tratta degli schiavi dal 1700 hanno preso piede e mantenuto i rapporti con i “cugini” in Patria (31). Si evidenziano, negli ultimi tempi, anche altre forme di approvvigionamento dalla criminalità albanese e da quella autoctona italiana piuttosto che da canali quali il nord Europa, dall’Olanda in particolare.
Con la criminalità albanese le bande nigeriane fanno affari anche per il mercato illecito delle auto di lusso. Vetture di importanti dimensioni e di gran valore – sono preferiti SUV (ma anche berline) marca Toyota, Mercedes, Audi, Nissan e Ford – proventi di furti e rapine in Italia vengono spedite, sempre via mare, in Nigeria. Una volta sul territorio africano sono reimmatricolate e vendute.

Eiye Confraternity
L’Un.O.D.C. (UN Office On Drugs and Crime) descrive l’Eiye Confraternity come un “gruppo criminale costituito da membri di una vecchia società segreta trasformata in un’associazione criminale”. La Supreme Eiye Confraternity (SEC), anche conosciuta come “Air Lords”, dichiara nella sua pagina Facebook di essere stata istituita nel 1962 nell’Università di Ibadan nello Stato del Oyo, Nigeria. E’ molto presente negli stati Ogun, Edo, Imo, Lagos, Onecha e Enugu, tutti prevalentemente a fede cristiana.
Lo scopo della sua nascita è “di mantenere viva la cultura Africana e di avere un impatto positivo nella psiche socio-politica della Nigeria per assicurarsi la completa rottura da ogni forma di dominazione culturale coloniale e/o imperiale”.
È certamente la più antica e diffusa organizzazione criminale nigeriana presente nel Paese e nei luoghi dove è emigrata nel mondo.
Le risultanze investigative delle indagini condotte sino ad oggi consentono di affermare che l’articolazione base dell’Eiye Confraternity con radice territoriale si chiama in gergo “Nest”, che vuol dire nido (ogni provincia si chiama “Pesha”). Il simbolo dell’organizzazione è un uccello mitologico e i suoi adepti, per distinguersi dagli affiliati agli altri secret cuts, usano vestire accessori di abbigliamento di colore blu o azzurro. L’organizzazione interna pur essendo tendente a quella gerarchica, ha molte figure distribuite in “orizzontale”. Essa ha ruoli di rispetto, ma anche compiti assegnati per le varie figure di funzione.
A capo di ogni “Nest” (nido) vi è un “Flying Ibaka” o “Flying Arbarker” che viene scelto a seguito di un’elezione tra i “Birds”, gli uccelli, i soggetti più influenti nel gruppo locale.
L’organizzazione ha dei ruoli ben definiti. Il braccio esecutivo del capo è il cosiddetto “Ostrich”, lo struzzo. Costui si avvale del “Nightingale” (usignolo) che cura le posizioni degli affiliati, il “Woodpecker” (picchio) che è il tesoriere del gruppo. La “Dove” (colomba) cura l’intelligence dell’organizzazione, il “Parrot” (pappagallo) gestisce le relazioni dei capi e canta nei riti di affiliazione, il “Flyng Commandant” si occupa dell’organizzazione, della logistica e della sicurezza degli incontri del direttivo. Il “Nest” è collocato in una sorta di insieme (fatto di altri gruppi similari) che prende il nome di “Aviary” (voliera). Al vertice dell’“Aviary” vi è il “World Ibaka” o “World Arbarker”.
All’interno del “Nest” ha assunto un grande potere, negli ultimi tempi, la figura dell’“Eagle”, l’aquila, che è a capo delle squadre di picchiatori in servizio al “Nest”.
Questa confraternita è a prevalente composizione etnica Yoruba, di religione cristiana. Il suo referente in Italia si trova a Torino. L’organizzazione ha anche un ramo solo femminile che si chiama “Temple of Eden”.

Black Axe
Chiamata il Neo Black Movement (NBM), nacque come confraternita all’Università di Benin il 7 luglio 1977. Il suo simbolo è un’ascia che spezza le catene dai polsi di un uomo di colore, metafora della recisione della schiavitù e di ogni forma di dominazione e colonialismo.
L’organizzazione mosse i primi passi per l’autotutela e autodeterminazione del popolo nigeriano e africano in generale al fine di creare “un mondo migliore dove razzismo e Apartheid non esistano più” e rimpossessandosi di quelle terre occupate dalle multinazionali che invasero il contenente negli anni ’60.
Al suo vertice vi è una figura che prende il nome di “Lordly” che è a capo di una piramide di uomini in un’organizzazione a forte gestione gerarchica. Essa assomiglia molto a quella di “Cosa Nostra”. Il ramo femminile che si chiama “Daughters of Jezabel”.
Come per gli “Eagle” nell’“Eiye Confraternity”, così anche nella Black Axe è divenuto centrale il ruolo dei “Butcher” e degli “Sluggers”. Tale qualifica può essere anche temporanea: si può essere picchiatori anche per un giorno solo, magari durante una sessione di iniziazione dei nuovi adepti. Costoro sono chiamati gli “Ignorants” che, dopo la gavetta dell’”Orientation”, se vengono accettati all’interno del culto debbono lasciare il loro vecchio nome per assumerne un altro con il quale saranno conosciuti all’interno dell’associazione. I “Black Axe” fanno del numero 7 una specie di bandiera perché ritenuto simbolo proprio dell’ascia.
In ogni nazione c’è una zona al cui vertice è nominato un Head Zone. I suoi subordinati sono i “Lordly”. Anche questo secret cults affonda le sue radici nella zona di Edo State ed è maggiormente composto da soggetti di etnia Youruba. I suoi affiliati, per distinguersi dagli affiliati agli altri secret cuts, usano vestire accessori di abbigliamento di colore nero.

Vikings
Nacque come confraternita nel 1970.
Al suo vertice locale vi è una figura che prende il nome di “Exectional”. Questa organizzazione affonda le sue radici nel nord della Nigeria ed è a maggioranza Haisa e Fulani di religione musulmana. Molto presente in Italia in Campania (a Castelvolturno in particolare), Veneto e Piemonte. I suoi affiliati, per distinguersi dagli affiliati agli altri secret cuts, usano vestire accessori di abbigliamento di colore rosso. L’organizzazione interna si distingue dalle altre di medesima estrazione per la sua tendenza ad essere pulviscolare, molto simile a quella camorristica.

Buccaners
Nata come confraternita nel 1974. Il suo vertice si chiama “Sea Lord” (nato nell’acqua, nel mare) ed è il capo di un gruppo a forte tendenza gerarchica.
Si sviluppa nel sud della Nigeria ed è a maggioranza Youruba e Igbo di religione cristiana. Molto presente in Italia in Emilia Romagna.
Il suo colore distintivo è il giallo.
“Frigrates” è il ramo femminile dell’organizzazione.

Maphite
Acronimo di “Maximum Academic Performance Highly Intellectuals Train Executioner”, nacque nel 1972 a Lagos, nel sud ovest del Paese.
Il suo vertice prende il nome di “Don”. È un’organizzazione gerarchica.
Si sviluppa nel sud ovest della Nigeria ed è a maggioranza Youruba di religione cristiana. In Italia è molto forte in Piemonte e in tutta la parte centro-settentrionale del Paese.
Il suo colore distintivo è il verde. L’operazione denominata “Burning Flame” avviata nel 2017 e condotta dalla Polizia di Stato sotto il coordinamento dalla DDA di Bologna portò all’arresto di quaranta indagati per associazione per delinquere di stampo mafioso. L’indagine avviata anche grazie alle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, permise di annientare questo cult. Durante le attività fu sequestrata la “Green Bible” (Bibbia verde), un vero e proprio manuale del clan nel quale testo è ricostruita la struttura del cult, i ruoli, le gerarchie, i riti di iniziazione e le punizioni all’interno dell’organizzazione criminale. “Ogni membro…che viola le regole del Maphite deve pagarne e soffrirne le conseguenze”, “Un membro rimarrà membro fino alla morte” oppure “Un’automatica sentenza di morte sarà emessa in capo ai membri che diventano codardi, traditori o disertori”, sono alcuni dei passaggi contenuti nel “testo sacro” della confraternita malavitosa. Una struttura simile in parte a quella delle organizzazioni di tipo mafioso italiane. “Giuro di essere leale e fedele all’organizzazione dei Maphite. Se domani deciderò di svelare questi segreti questo fuoco brucerà me e le cose che mi appartengono; ovunque mi trovi i Maphite mi faranno a pezzi sino alla morte”, era il rito di iniziazione per i “soldati” del gruppo criminale. La confraternita “Maphite” originariamente creata in Italia è denominata “Famiglia Vaticana”. Successivamente se ne aggiunsero altre con competenza sulle diverse regioni italiane: “Famiglia Latino” (Italia nord-occidentale), “Famiglia Roma Empire” (Italia centrale), “Famiglia Light House of Sicily” (Italia peninsulare).
Anche questa organizzazione ha un ramo femminile che si chiama “The Queens”.
Ha una struttura gerarchica – piramidale con distribuzione di compiti e ripartizioni di profitti come di seguito si esplicita graficamente indicando anche i compensi per i partecipanti.

 

Organizzazioni minori
Oltre a quelle sopra citate e più conosciute nel nostro Paese esistono la Woridlord, di etnia Hausa e Fulani, prevalentemente di religione musulmana. Nata nel 1978, essa ha come elemento distintivo il colore rosso e nero ed è presente solo in Nigeria. Vi è, inoltre, la Jerwrish – di etnia Youruba, nata alla fine degli anni ’70. È presente in Italia in Piemonte e con il bianco come colore distintivo.

LE RELAZIONI CON LA MAFIA NOSTRANA
Il modus operandi dei secret cults è simile a quello della mafia nostrana. Essi rispettano una rigida struttura verticistica che ha sede in Nigeria – con un “Head” dal quale dipendono strettamente – e una separata per ogni Paese nel quale sono dislocati. Molte indagini hanno valutato una grande affinità tra le organizzazioni nigeriane e il modello mafioso di Cosa Nostra e quello della Camorra.
I nigeriani fanno accordi con mafiosi di Cosa Nostra e con la Camorra, ma non con la ‘Ndrangheta e la SCU. Comprano dagli albanesi, ma non da altre consorterie criminali straniere.
Nella sentenza di condanna emessa dal GUP del Tribunale di Palermo per la Black Axe, in quanto associazione mafiosa, viene riportato che “ha replicato a livello mondiale l’organizzazione di uno Stato confederato. Essa è infatti dotata di statuti, autorità legislative ed esecutive, organi giurisdizionali e di proprie Forze dell’Ordine”.
Le organizzazioni mafiose nigeriane hanno occupato i “segmenti di mercato illecito” lasciati liberi dalle mafie nostrane, ma è anche capitato (come è avvenuto tra nigeriani e casalesi) che le organizzazioni siano andate in conflitto tra loro.
L’Eiye e la Black Axe sono presenti in tutta Europa, in particolare sono stati rintracciati in Germania e Spagna. A Barcellona l’Eiye controlla un mercato di donne su scala internazionale. Oltre al traffico di persone, la polizia catalana sta investigando sull’importazione illecita di passaporti falsi, narcotici e petrolio greggio rubato.

CONCLUSIONI
Da questo parziale e sommario spaccato si può facilmente intuire come quella nigeriana sia una forma di criminalità in continua evoluzione, strettamente legata al fenomeno migratorio (soprattutto quello clandestino) è in forte espansione.
Essa ha radici nel “cultismo”, ma anche alle etnie e alla religiosità.
Tutti aspetti che non possono essere ignorati in termini di prevenzione e contrasto tanto ai crimini associativi connessi alle ipotesi delittuose contro la persona, il patrimonio e nel contrasto al traffico di stupefacenti, quanto nel monitoraggio del fenomeno della radicalizzazione e il terrorismo di matrice confessionale religiosa. Lo studio della formazione delle varie organizzazioni e quello della struttura delle relazioni interne consente anche di comprendere il perché abbiano connessioni con alcune organizzazioni autoctone e non con altre, quali potrebbero essere gli spazi regionali nel nostro Paese dove possono trovare un innesto e, soprattutto, quali potrebbero divenire gli scenari da contrastare.
I nigeriani sono un popolo in enorme espansione, sono presenti in moltissimi Paesi del mondo. Nel continente africano le etnie principali sono molto diffuse e si registrano emigrazioni nigeriane in Senegal, Costa D’Avorio e Ghana dove molti soggetti stanno replicando i secret cults esportandoli dal loro Paese. Un effetto che determinerà, tra qualche anno se non si porranno in essere strumenti di controllo e contrasto, la decuplicazione di un pericolo che è già allarmante ai giorni nostri.

Dott. Amerigo Fusco

Note:

1. Nel 1914, il Governo britannico, su raccomandazione di Frederick Lugard, amalgamò le regioni meridionali e settentrionali delle aree confinanti con Camerun, Ciad, Niger e Repubblica del Benin e proclamò quell’area geografica con il nome Nigeria. Questa fusione fu fatta senza il consenso degli indigeni che abitavano quelle regioni. Secondo i documenti di proclamazione, la fusione era condizionata a una durata di 100 anni (con scadenza il 31 dicembre 2013), dopodiché qualsiasi regione o popolo che si fondeva avrebbe avuto il diritto di rinunciare.
2. Il cui Governo federale è sostenuto principalmente da partiti di etnia Hausa, Fulani e Yoruba quindi a composizione confessionale mista islamista e cristiana.
3. INDICE DI PERCEZIONE DELLA CORRUZIONE 2020. L’indice di Percezione della Corruzione (CPI) di Transparency International misura la percezione della corruzione nel settore pubblico e nella politica in numerosi Paesi di tutto il mondo. Lo fa basandosi sull’opinione di esperti e assegnando una valutazione che va da 0, per i Paesi ritenuti molto corrotti, a 100, per quelli “puliti”. La metodologia cambia ogni anno per riuscire a dare uno spaccato sempre più attendibile delle realtà locali. La Nigeria, secondo questo indice, ha un indice di 25/100 ed è tra i Paesi africani con l’indice più basso. Peggio di della Repubblica Federale della Nigeria c’è solo la Repubblica Democratica del Congo, la Somalia, lo Zimbabwe, il Sudan e la Libia. Il primo Paese nel mondo è la Nuova Zelanda.
4. Oggi il tasso di povertà registrato nel Paese è pari al 65% della popolazione con sacche più o meno diffuse nei vari Stati federati e per distribuzione etnica.
5. I gruppi etnici principali del Paese sono: Hausa e Fulani (29%), Yoruba (21%), Igbo (18%), Ijjaw (10%), Edo (3%) e altri gruppi minori per un totale di quasi 400 dialetti e lingue diverse nel Paese professando la religione islamica (circa 50% della popolazione), il cristianesimo (protestanti e cattolici per circa il 40% dei nigeriani) e altre religioni (10%).
6. La Nigeria nella sua storia ha avuto 9 diverse costituzioni, 5 in epoca coloniale, 4 dopo l’indipendenza.
7. La Nigeria vive da decenni una situazione istituzionale precaria e confusa nella quale i partiti candidati alle elezioni sono stati più frequentemente espressione di una base etnica piuttosto che ideologica, in un sistema elettorale assai complesso fatto i un sistema di quote per evitare concentrazioni di potere a livello regionale. Il tutto in un apparato organizzativo che mischia Istituzioni di stampo occidentale con altre di natura “tradizionale” e pre-coloniale fatte di regni e califfati. Un nodo di potere dove alcuni soggetti leader delle comunità locali, i cosiddetti chieftancy, hanno il compito di intermediazione fra il potere delle istituzioni nazionali e le etnie regionali. Anche gli apparati di produzione legislativa e amministrazione giudiziaria sono fatti a “doppio binario” di produzione, con organi giudicanti di stampo occidentale che applicano un codice penale ispirato a principi di diritto moderno affiancati da una serie “codici tradizionali”, nella maggior parte dei casi non scritti, anch’essi dotati di tribunali “tradizionali” per la risoluzione di dispute minori. Un potere giudiziario in passato fortemente indebolito nella sua autonomia dalla lunga dittatura del Governo militare, con l’effetto che solo in tempi recenti le riforme attuate stanno restituendo credibilità alla magistratura e al senso di Giustizia dei cittadini.
8. Un altro effetto correlato è l’elevato tasso di sfruttamento del lavoro minorile, con una stima del 30% dei minorenni sfruttati.
9. In questa premessa il pensiero non può non migrare per analogia a quanto è accaduto in Italia negli anni di piombo.
10. Se ne contano oggi in Nigeria oltre 160, peraltro con un elevato target di formazione sebbene il tasso di alfabetizzazione generale della popolazione non superi il 65% del totale.
11. “L’educazione occidentale è peccato” è il significato della locuzione Hausa sintetizzato nel nome di questa organizzazione di matrice islamica, il cui vero appellativo è Jama’atu Ahlis Sunnah Lid’dawa’ati Wal Jihad (People Committed to the Propagation of the Prophet’s Teachings and Jihad) e che da alcuni osservatori stranieri è stata chiamata “Boko Haram”. Creata nel 2002 da Mohamed Yusuf con l’obiettivo di imporre la Sharia negli stati del Nord della Nigeria, il suo capo attuale è Abubakar Shekau. Sospettata di legami con la cellula magrebina di Al-Qaeda nel 2015 ha giurato fedeltà all’ISIS per accedere al supporto logistico e militare dell’organizzazione mediorientale. Prima di Boko Haram era attivo in Nigeria un gruppo di integralisti islamici chiamato Maitatsine attivo fra gli anni ‘50 e gli anni ‘80 nel Paese.
12. Ustaz Mohammed Yusuf, fondatore del movimento nel 2002, venne catturato il 26 luglio del 2009 dalla Polizia durante le indagini sviluppate nell’“Operazione Flush”. Yusuf morì durante la detenzione, ufficialmente in un tentativo di fuga. Venne avvicendato ai vertici dell’organizzazione terroristica dal suo braccio destro Abubakar Shekau, a sua volta assassinato dall’Esercito il 23 agosto 2016 durante un bombardamento aereo nello stato settentrionale di Borno. Il nuovo capo del movimento, Abu Musab al-Barnawi, è l’ex portavoce del movimento e figlio del fondatore dell’organizzazione Mohammed Yusuf. Fonte: International Business Times, swissinfo.ch
13.Fonte ACLED – bringing clarity to crisis.
14. Kenule Beeson Saro-Wiwa, detto Ken – Bori, 10 ottobre 1941– Port Harcourt, 10 novembre 1995.
15. “Né la prigione né la morte potranno impedire la nostra vittoria finale” Un mese e un giorno. Storia del mio assassinio di Ken Saro – Wiwa, Dalai Editore, 2010
16. Prima che venisse impiccato, Saro-Wiwa disse “Il Signore accolga la mia anima, ma la lotta continua”.
17. Ken Saro-Wiwa, Goldman Prize, su goldmanprize.org (archiviato dall’url originale il 7 ottobre 2011).
18. Il Center for Constitutional Rights è un’organizzazione di difesa legale progressista senza scopo di lucro con sede a New York City, New York, negli Stati Uniti. È stata fondata nel 1966 da Arthur Kinoy, William Kunstler e altri in particolare per sostenere gli attivisti nell’attuazione della legislazione sui diritti civili e ottenere la giustizia sociale. Il RCC si è concentrato sulle libertà civili, sui contenziosi sui diritti umani e sull’attivismo. Da quando ha vinto la storica causa presso la Corte Suprema degli Stati Uniti di Rasul v.Bush (2004), stabilendo il diritto dei detenuti nel campo di detenzione di Guantanamo Bay di contestare il loro status nei tribunali statunitensi e ottenere rappresentanza legale, ha fornito assistenza legale alle persone incarcerate lì e ha ottenuto il rilascio per molti che sono stati illegalmente ritenuti o dimostrati non essere un rischio per la sicurezza.
19. Poeta ambientalista ucciso, Shell evita il processo con un assegno da 15 milioni, su corriere.it, 9 giugno 2009.
20. Nigeria, Shell paga 15,5 milioni $ per uccisione di Ken Saro-Wiva, su africa.blog.ilsole24ore.com, 9 giugno 2009.
21. La Repubblica del Biafra fu una breve e violenta esperienza di separatismo di alcune popolazioni, per lo più di etnia Igbo (unitamente ad altri gruppi etnici minori quali Efik, Ibibio, Annang, Ejagham, Eket, Ibeno e Ijaw) stanziali nel sud-est della Nigeria, che dal 30 maggio 1967 al 15 gennaio 1970 tentarono di staccarsi dal governo nigeriano a causa di tensioni economiche, etniche, culturali e religiose.
22. Si stima che dal 1970 ad oggi siano stati assassinati per vendetta oltre 5 milioni di individui di etnia Igbo.
23. Dal settembre 2017 la Nigeria ha annoverato l’I.Po.B. tra le organizzazioni terroristiche.
24. L’omosessualità è genericamente repressa nel Paese. Negli Stati in cui vige la Sharia i “colpevoli” di omosessualità sono condannati a morte per lapidazione, mentre la legislazione federale la reprime con il “Same Sex Marriage (Prohibition) Bill”, una riforma proposta nel 2006 e approvata nel 2013 per l’inasprimento delle pene alle condotte omosessuali. Repressione di diritto che tollera anche gli atti di violenza arbitraria posti in essere tra gli individui contro gay e lesbiche.
25. È una piaga sociale che non riguarda solo la Nigeria. È un fiume umano che attraversando il cuore del continente si riversa in Europa attraverso la Spagna e il canale di Sicilia portando giovanissime ragazze, sovente minorenni di etnia Edo e altre etnie minori stanziali nel sud est nigeriano, nel mercato della prostituzione di tutto il Vecchio Continente. Anche per gli uomini che diventano veri e propri schiavi sfruttati per l’accattonaggio, il traffico di droga, la vendita per strada, lavori artigianali e agricoli pesanti è così. I principali centri di smistamento della tratta in Nigeria sono Benin City e Lagos, mentre in Italia trovano una sorta di hub a Castel Volturno e a Torino. Quanto agli uomini, sono vittime della tratta soggetti del ceto studentesco e quello artigiano, nonché il piccolo medio commerciante che nella speranza di emigrazione vengono cooptati per viaggi della speranza che si rivelano un dramma. Il reclutatore è, in genere, qualcuno che per la sua esperienza è credibile e rispettabile, dal tenore di vita agiato, spesso insospettabile e in molti casi che ha vissuto o vive in Europa. Il prezzo del viaggio non è fisso e la negoziazione del viaggio avviene con riti magici e con la partecipazione di almeno un membro della famiglia di emigrare davanti al quale la vittima giura di rispettare il contratto e ripagare il debito per intero. Il patto ritualizzato diventa una minaccia per il malcapitato o malcapitata che, nell’illusione della falsa promessa di un lavoro onesto e redditizio, non immagina nemmeno che una volta arrivato a destinazione sarà schiavizzato o buttato su una strada a prostituirsi. Durante il viaggio la vittima può essere letteralmente venduta da un Trolley a un altro (il Trolley, nel gergo dei trafficanti nigeriani sono gli individui che si occupano di scortare la vittima di tratta durante il viaggio) come avveniva con la tratta degli schiavi. Fra gli sfruttatori residenti nei Paesi di destinazione, e l’Italia non fa eccezione in questo, si possono differenziare figure diverse che vanno dallo sfruttatore diretto, all’adescatore, al caporale, al black boy.
26. Si stima che in Nigeria ci siano circa 15.700 milionari.
27. Fonte: CIA World Factbook – Aggiornato al 01 Gennaio 2020
28. Fonte: Istat.
29. Dati Centro Studi Idos, Fondazione Ismu. Fonte: Sole24 Ore.
30. La Black Axe e l’Eiye, ad esempio, sono in una “cult war”, una lotta tra clan scoppiata nel 2010 in concomitanza con le elezioni nello Stato di Edo (dove la Black Axe è originaria). Le tensioni presenti nel territorio d’origine sono arrivate anche in Italia; i due gruppi frequentemente si scontrano per avere la supremazia sulle città e quindi il controllo dei business illegali. Gli scontri includono rapine a mano armata, rapimenti, mutilazioni, omicidi con lo scopo di prevalere sull’altro clan.
31. Gli Yoruba sono il 30% della popolazione nigeriana, ma sono presenti anche in Benin, Togo e Sierra Leone e, a causa delle deportazioni per la tratta degli schiavi, anche in Brasile, Cuba, Porto Rico, Repubblica Dominicana, Haiti, Giamaica, Trinidad, nei Caraibi e negli Stati Uniti.
Gli Igbo o Ibo costituiscono il 17% della popolazione presente in Nigeria. Sono, inoltre, presenti in Togo, Ghana, ma anche Canada, Regno Unito, Stati Uniti (Carolina del Nord, Carolina del Sud e Florida.
Gli Hausa sono presenti nella Nigeria settentrionale e negli Stati limitrofi.
I Fulani un’etnia presente in Nigeria, Mauritania, Camerun, Senegal, Gambia, Sudan, Burkina Faso e Camerun.

Categories: Criminologia

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