Archeologia giudiziaria

“Operazione Ifigenia”: importante recupero ad opera dei Carabinieri per la tutela del Patrimonio Culturale

Premessa

Il Reparto dell’Arma dei Carabinieri dedicato esclusivamente al Patrimonio Culturale nasce ufficialmente il 3 maggio 1969 su iniziativa del Gen. Ferrara, allora Capo di Stato Maggiore pro – tempore, come Nucleo Tutela Patrimonio Artistico con il chiaro scopo di coadiuvare il Ministero della Pubblica Istruzione. Con il D.P.R. 6 luglio 2001, n. 307 il corpo prende il nome di Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale (CC TPC) e viene inserito a pieno titolo tra gli uffici di diretta collaborazione del Ministro per i Beni e le Attività Culturali e risponde direttamente a lui. Nell’organizzazione attuale vi è un Ufficio Comando ed un Reparto Operativo suddiviso nelle sezioni Archeologia, Antiquariato, Falsificazione e Arte Contemporanea e ulteriori dodici nuclei in tutta la penisola.

Ed è alla sezione Archeologia del CC TPC che va il merito di aver portato a termine, tra la fine del 2012 e la prima metà del 2013, un importante recupero che ha permesso di aggiungere un tassello fondamentale alle conoscenze archeologiche.

Indagini del CC TPC

Nell’inverno del 2012 un personaggio, noto al CC TPC per il suo coinvolgimento nel traffico illecito di Beni Culturali, consegnò nella sede della Sezione Archeologia di Roma una testina di guerriero in travertino con alcune foto di urne appena scavate, dicendo che erano nella disponibilità di qualcuno a Perugia che voleva rivenderle. A quel punto iniziarono le prime indagini che portarono a identificare, dalle foto a disposizione e in base a confronti con materiali molto simili già noti, 17 urne funerarie in travertino bianco di alto livello stilistico provenienti dalla zona di Perugia e databili attorno al III – II secolo a.C.. Secondo le prime impressioni le urne potevano appartenere ad un unico contesto funerario di proprietà di personaggi di ceto sociale elevato data la fattura di alto profilo dei reperti.

Le urne presenti nelle fotografie, pur avendo vari confronti, non erano documentate e questo elemento, unito alle evidenti tracce di terra nelle quali erano al momento degli scatti, diede la certezza della loro provenienza clandestina e indirizzò le indagini verso il ritrovamento e il recupero delle stesse. Alla luce di queste acquisizioni le indagini si spostarono da Roma a Perugia: i carabinieri incaricati delle indagini portarono in visione il materiale fotografico presso gli Uffici della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Umbria a Perugia, dove il Funzionario responsabile ebbe la possibilità di analizzarli. Venne confermata la pertinenza dal territorio perugino e fu possibile determinare, attraverso le iscrizioni presenti su alcuni coperchi, che almeno 12 defunti appartenevano alla medesima famiglia dei Cacni, gens di ceto medio alto nota da altre iscrizioni. Ulteriori approfondimenti portarono all’identificazione di alcune di queste urne in una collezione privata, dichiarata come eredità di famiglia, ed esposta in un castello usato per eventi speciali in località Rosciano e per la quale, qualche anno prima, era stata richiesta alla Soprintendenza una notifica e una catalogazione.

Si poté così procedere al primo sequestro di 6 urne e 2 coperchi e, contestualmente, si ebbero le prime notizie sul luogo originario di rinvenimento: la scoperta fortuita avvenne in un terreno privato in località Elce, zona Ovest di Perugia, durante lavori di sbancamento per la realizzazione di un garage.

Le indagini si concentrarono dunque nell’area di Perugia e venne coinvolta anche la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Perugia. Si riuscì ad identificare una ditta edile, appartenente a una famiglia della provincia di Perugia, che aveva eseguito uno sbancamento  nel 2003 per la costruzione di una villa privata con garage.

Nel mese di marzo 2013, grazie all’utilizzo di intercettazioni telefoniche, durante una conversazione tra gli indagati, il proprietario che aveva commissionato i lavori e l’impresario che li aveva svolti, emerse che alcune urne erano ancora nelle loro mani e che stavano cercando di venderle al miglior offerente.

Le successive indagini e perquisizioni portarono al recupero del resto del materiale: in totale vennero recuperate 22 urne in travertino con decorazione a rilievo di notevole fattura, con scene legate al mito, nonché un coperchio di sarcofago e vari elementi ceramici di corredo oltre quello in bronzo. Le prime tre urne ad essere recuperate avevano come scena il mito di Ifigenia e, per questo, l’operazione ha preso tale nome.

A quel punto le indagini del CC TPC si conclusero con 5 denunce per “ricerche illecite, impossessamento e ricettazione di beni culturali” mentre presero il via quelle archeologiche nell’area intorno all’abitazione privata. L’Operazione Ifigenia ha quindi avuto il merito non solo di recuperare i preziosi materiali ma anche di individuare con precisione il luogo di rinvenimento dal quale era emersa una camera ipogea con ancora in situ 22 urne ed un sarcofago, pertinenti, come poi si scoprirà dall’analisi delle epigrafi su di esse, ad un’unica ricca famiglia aristocratica locale, i Cacni.

I risultati delle indagini e le scoperte

In passato nelle zone limitrofe a tale sito erano già state individuate altre evidenze archeologiche, sempre di tipologia funeraria e di età ellenistica (nel 1835, nel 1869, nel 1914 e nel 1961). Inoltre nelle vicinanze si trovava anche un antico asse viario che collegava verso Ovest con Cortona e Chiusi e verso Nord con Gubbio.

I lavori edili , eseguiti senza alcuna sorveglianza archeologica nel 2003, avevano portato alla distruzione del complesso che era unitario ed inviolato e che, stando alle testimonianze degli operai, aveva un dromos di accesso con tre gradini che conducevano alla lastra di travertino posta a chiusura dell’ingresso, con il sarcofago in arenaria sul lato di fondo e le urne in travertino disposte sui lati lunghi con i relativi corredi .

Di particolare rilievo sono gli oggetti in bronzo, pertinenti al corredo del capostipite della famiglia (o almeno del primo ad essere sepolto nell’ipogeo con inumazione): un elmo integro, quattro frammenti di uno scudo circolare in lamina di bronzo, uno schiniere sinistro frammentario, parte di uno strigile, un disco circolare per il kottabos, un’ olpe, una borchia. Questi reperti designano il defunto come aristocratico e guerriero, nonché conoscitore e amante dell’atletica e del simposio.

Grazie alle indagini del CC TPC Reparto Operativo di Roma, la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Umbria, una volta individuata l’area del rinvenimento, ha potuto impostare uno scavo archeologico di emergenza per recuperare quanti più dati possibili, nonostante gli ingenti danni al patrimonio scientifico causati dallo sbancamento. Le indagini si sono svolte tra giugno e luglio 2013 attraverso una serie di sondaggi realizzati nell’orto e nelle immediate adiacenze della costruzione. Si è determinato che l’ipogeo doveva trovarsi esattamente al di sotto dell’edificio moderno pertanto non è stato possibile intervenire nella precisa area da dove provenivano le urne perché distrutta. È stata individuata nelle immediate vicinanze una buca moderna con numerosi frammenti del sarcofago in arenaria.

Ulteriore gravissimo danno è che non è stato possibile scavare scientificamente un contesto funerario dove era presente la tomba più antica con la sepoltura a inumazione del capostipite della famiglia, o fondatore dall’ipogeo, e poi invece tutte le altre sepolture a incinerazione entro urne: sarebbe stato di fondamentale importanza poter ricostruire il passaggio da un tipo di sepoltura all’altro tra IV e III secolo a.C., andando ad arricchire i pochi dati a disposizione su tale argomento .

I saggi effettuati nell’area hanno portato alla scoperta, a circa tre metri di distanza, di un’altra camera sepolcrale, denominata Elce Tomba I, di forma quadrangolare di piccole dimensioni con dromos di accesso, mancante della copertura e di parte delle pareti, con una fossa recente di spoliazione quasi sicuramente utilizzata per asportare parte dei reperti. La lastra che fungeva da chiusura del sepolcro non è stata trovata. All’interno vi erano ancora, disposte sopra una banchina su due lati e a L, cinque urne in travertino, più una sesta sul fondo, con numerosi oggetti di corredo: i materiali nonché le iscrizioni (in etrusco e in latino) sui coperchi rimasti (due erano stati trafugati), relative ai membri di un’altra famiglia, fanno propendere per una datazione tra il II ed il I secolo a.C..

I reperti pertinenti a questa seconda tomba mostrano però una famiglia di ceto sociale inferiore ai Cacni; non ci sono elementi per poter determinare se in qualche modo le due famiglie fossero legate.

Nonostante l’evidente differenza nella qualità stilistica delle urne, la seconda scoperta è ugualmente di eccezionale valore perché attesta il passaggio all’utilizzo del latino per le epigrafi funerarie e non sarebbe stata possibile se non ci fossero state le indagini del CC TPC.

Le recenti scoperte in località Elce unite a quelle note di fine Ottocento e metà Novecento hanno permesso di determinare che questa zona della città antica, poco al di fuori della mura, fosse caratterizzata da un quartiere residenziale e che le sepolture rispecchiassero, in qualche modo, il ceto di appartenenza delle gentes che qui abitavano.

Il materiale recuperato

Delle 22 urne sequestrate alcune meritano particolare attenzione. Tre di queste (che sono state anche le prime recuperate a seguito delle indagini) rappresentano il mito di Ifigenia, molto diffuso in epoca ellenistica in ambito etrusco (e in particolare a Perugia) e rinvenuto anche in altri contesti funerari, dove la figura principale di Artemide che salva la giovane simboleggia la protezione della dea sul defunto al momento del suo passaggio dal mondo dei vivi a quello dei morti.

Nello specifico le urne perugine che hanno raffigurato questo mito sono quelle catalogate con il numero 13, 14 e 17 e sono databili nel II secolo a.C.. In tutte e tre la scena è composta da Ifigenia al centro, Ulisse alla sua destra che la solleva sull’altare e Agamennone alla sua sinistra, che tiene una patera sulla testa della figlia. Poi ci sono Artemide con la cerbiatta tra le braccia accanto ad Ulisse ed una Vanth vicino ad Agamennone. Solo una delle tre urne presenta anche le figure di Achille e di Clitemnestra.

Di notevole pregio è senza dubbio l’urna catalogata con il numero 9, che risulta essere la migliore dal punto di vista stilistico. Il coperchio è del tipo figurato, in travertino con tracce di stuccatura: vi è una figura maschile recumbente, mancante di testa e mano destra; indossa un mantello lungo fino alle gambe ma che lascia scoperto petto e addome. Il gomito sinistro poggia su due cuscini e tiene nella mano sinistra una ghirlanda. Per quanto concerne l’urna vera e propria la scena rappresenta è il mito di Pelope e Ippodamia. Nel rilievo, purtroppo con parti mancanti nella porzione in alto e a sinistra, è rappresentata la morte del re Enomao durante la corsa contro Pelope.

Sul lato frontale è rappresentata la parte finale del mito: Enomao in ginocchio, in parte sotto la sua quadriga accanto alla quale è un cavallo sdraiato a terra. Il personaggio subito a destra, del quale rimane solo una mano e un piede, gli solleva la testa dai capelli: è Pelope che sta per uccidere il sovrano. A destra vi sono due figure femminili, che assistono alla scena; la prima acefala dovrebbe essere una Vanth mentre la seconda, accovacciata e nell’atto di coprirsi con il braccio e con espressione patetica potrebbe essere Ippodamia oppure Sterope, moglie di Enomao. La scena prosegue anche sulle pareti laterali dell’urna, con i cocchieri dei due sfidanti e i loro cavalli. Una delle particolarità di quest’urna è che conserva tracce di colore: blu egiziano per lo sfondo e rosso tra i capelli. La conservazione dei colori è stata possibile grazie alla tipologia del luogo dove le urne sono rimaste per secoli: infatti la giacitura sotterranea e il percolare dell’acqua ha portato alla formazione di concrezioni di calcare sulla superficie delle urne che, unite alla terra che si andava depositando con il passare del tempo, hanno creato una barriera protettiva sui colori che ne ha ostacolato la perdita. Altro elemento importante su questa urna è l’aver conservato resti di lamina di oro puro che serviva a dare un effetto dorato alla superficie. In più un foro in corrispondenza della mano di Enomao fa ipotizzare che le armi fossero realizzate in metallo e poi inserite. L’opera è complessa e di grande valore stilistico e trova riscontri soprattutto con un’urna proveniente da Todi ed attribuita al “Maestro di Enomao” esposta ai Musei Vaticani; quella di Perugia è databile tra III e II secolo a.C..

Da menzionare è inoltre l’urna con Centauromachia, che è anche quella dalla quale era stata staccata la testina di guerriero consegnata alle autorità e che aveva dato il via alle indagini. Anche questa è ad altorilievo e databile tra III e II secolo a.C. e nel campo principale è rappresentata la lotta tra centauri e lapiti durante le nozze di Piritoo.

La scelta di questo mito è già attestata nel mondo etrusco a partire dall’età Orientalizzante (VII secolo a.C.), con maggiore frequenza dal V – IV secolo a.C. per poi avere ampia diffusione con l’età Ellenistica. Questa urna è databile alla prima metà del II secolo a.C.. Non mancano, infatti, confronti come due urne da Volterra nonché un esempio da Perugia, anche se la resa stilistica di questa dei Cacni è decisamente superiore. L’urna, catalogata con il n. 10 ha un coperchio con un personaggio maschile recumbente su kline; sotto è il titulus funerario Aule Cacni figlio di Arnth e Aneinei, dunque il personaggio sepolto nell’urna è il figlio di questa coppia che era stata sepolta nel medesimo ipogeo in un’urna bisoma (altro elemento di notevole rarità).

Tale urna bisoma è stata catalogata con il n. 5 ed è composta da un coperchio in travertino con una coppia di sposi recumbente su kline e nel listello sotto le figure si trova il titulus funerario: “Ar Cacni A[r] atusnal Thana Aneinei Tusni”; il nome Aneinei è ricollegabile con l’area ceretana e tarquiniese mentre Tusni è più frequente a Tarquinia, facendo pertanto propendere per quest’ultima città la sua provenienza . L’urna è databile alla fine del III secolo a.C..

L’elevato livello artistico di questa urna nonché di quella del figlio della coppia fa supporre che la donna fosse ricca e che questo matrimonio abbia portato un elevazione economica e, di conseguenza, sociale.

In generale nelle scene decorative di tutte le urne si nota una netta differenza nel tema trattato tra quelle più antiche e quelle più recenti: si passa da episodi di lotte e miti di battaglie ad immagini invece da legare ad un clima di pace.

Per quanto riguarda il corredo funebre lo scavo clandestino e la rimozione dei reperti non ha permesso di poter attribuire questi oggetti a specifiche sepolture ma sono comunque tutti inquadrabili in un arco cronologico compreso tra III e II secolo a.C., fornendo un preciso limite temporale per l’utilizzo dell’Ipogeo. Questo era ad uso esclusivo della sola famiglia dei Cacni; i materiali recuperati come facenti parte del corredo e la tipologia delle urne permette una datazione per l’utilizzo dell’Ipogeo tra IV – III e II – I secolo a.C.. Non ci sono altre attestazioni di utilizzo dopo tale data quindi la chiusura del sepolcro dovrebbe essere avvenuta in concomitanza con la guerra sociale, che portò radicali cambiamenti. Oltre a non essere più utilizzato l’ipogeo non si trova più neanche attestato il nome dei Cacni in nessun luogo: la famiglia evidentemente si estinse in quella fase.

Grazie al lavoro e all’impegno del CC TPC Reparto Operativo sezione Archeologia di Roma è stato possibile giungere a quella che, all’unanimità, è considerata la più importante e straordinaria scoperta archeologica in ambito etrusco degli ultimi trent’anni e la sua eccezionalità ha portato alla realizzazione della mostra “LA MEMORIA RITROVATA – Tesori recuperati dall’Arma dei Carabinieri” allestita al Quirinale dal 23 Gennaio al 16 Marzo 2014. Alla fine dell’esposizione le urne vennero trasferite al Museo Archeologico Nazionale di Perugia (M.A.N.U.) dove sono attualmente visibili.

Conclusioni

La scelta della sede di Perugia e l’allestimento di tutti i materiali in un’unica sala del Museo permette al visitatore di scoprire e ammirare la storia, i gusti e in parte la vita di questa famiglia, del suo ruolo sociale, della sua ascesa e del successivo declino per motivi politici e bellici. L’eccezionalità artistica, le tracce di colore e la resa ad altorilievo sulle casse, i coperchi con figure maschili, i corredi danno l’idea di quanto ha rischiato di essere perduto per sempre e di come contesti unitari come questo siano stati trafugati distruggendo testimonianze preziose del passato.

I reperti archeologici sono il nesso materiale tra noi e loro e distruggere il loro contesto di rinvenimento per puro spirito speculativo porta all’oblio di una parte fondamentale della nostra storia.

Lo scavo è per definizione un’azione distruttiva e definitiva: se fatto nella maniera sbagliata è un danno che in nessun modo può essere riparato.

Il lavoro encomiabile svolto dal CC TPC permette di recuperare e sottrarre al mercato illecito preziose testimonianze del passato. Nella maggior parte dei casi purtroppo non è possibile ricontestualizzare i materiali perché mancano riferimenti specifici ma per fortuna ci sono episodi come questo che vanno controcorrente. Il ruolo che questi “Eroi dell’Arte” svolgono quotidianamente è immenso e spesso nell’ombra: anche quando i loro sequestri e recuperi sono eccezionali, e danno vita a mostre dedicate, il loro operato passa in secondo piano e a volte è a mala pena accennato.

Manuela Ferrari

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SITOGRAFIA

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