Investigazioni

(Soltanto?) Tecniche di valutazione della credibilità di un sospettato

Premessa
La valutazione di credibilità di un sospettato sottoposto ad interrogatorio, al fine di comprendere se lo stesso stia dicendo il vero o stia mentendo, è da sempre una questione dibattuta, che ha dato vita a plurime discussioni. Il nodo gordiano, generalmente, consiste nel fatto che condurre una tale valutazione attraverso l’individuazione dei cd. indizi di menzogna manca di scientificità ed è accompagnata da inevitabili errori. In realtà, però, studiare ad ampio raggio il comportamento e le dichiarazioni emesse dalla persona interrogata è di fondamentale importanza, in termini individuazione del vero responsabile del reato e, quindi, di risoluzione del caso.
Per questo motivo, obiettivo di questo articolo è quello di dare nuova luce al tema della valutazione della credibilità, indagando in particolare sulla potenzialità di alcune recenti tecniche di rilevamento della menzogna. In accordo a tale obiettivo, per condurre tale indagine si utilizzerà il supporto fornito da a ricerche ed esperimenti, condotti al fine di studiare l’efficacia (e i limiti) di queste tecniche.
Posto questo, si ritiene opportuno precisare il motivo per cui si tratterà di tecniche. Il campo di ricerca avente ad oggetto l’individuazione degli indizi di menzogna, ad oggi, è fiorente. Le ricerche condotte inizialmente, però, hanno mostrato che gli indizi che i bugiardi manifestano spontaneamente non sono affidabili, ma al contrario risultano deboli e inattendibili. Di conseguenza, per poter essere validamente ed efficacemente in grado di individuare quegli indizi, gli accademici hanno iniziato a domandarsi se gli stessi potessero essere stimolati o incrementati attraverso specifiche tecniche di interrogatorio.
Grazie a questi studi, pertanto, per la valutazione di credibilità di un sospettato sono emerse diverse tecniche di interrogatorio, tra le quali alcune saranno appunto oggetto di tale articolo.

Gli indizi di menzogna
Innanzitutto, per poter svolgere adeguatamente questa indagine, è opportuno premettere che gli indizi di menzogna esistono.
Cerchiamo di capire cosa si intende dire con questa affermazione e perché risulta di fondamentale importanza.
Mentire significa emettere una dichiarazione falsa, allo scopo di ingannare. Per evitare di far scoprire l’inganno, di regola, chi mente tenta in tutti i modi di nasconderlo, cercando di sembrare il più credibile possibile. Costui, in particolare, cerca di nascondere strategicamente ciò che pensa possa essere collegato alla menzogna, controllando quei segnali esterni – espressivi, emozionali, di linguaggio e fisiologici che siano – che possano far pensare al suo interlocutore che stia mentendo. Quello che è interessante sapere sul punto è che, però, le energie utilizzate a questo fine, al contempo, finiranno per mettere in evidenza segnali non strategici, non volontari, che consistono nella manifestazione di un emozione che non riesce ad essere controllata. Tale mancata corrispondenza tra volontà ed emozione, peraltro, può riguardare sia il comportamento verbale, sia il comportamento non verbale ed è spesso indice di non genuinità del racconto.
L’emozione che si prova quando si mente produce, pertanto, delle variazioni rispetto al comportamento che comunemente si tiene nel quotidiano. Questo fenomeno si spiega considerando che mentire è cognitivamente più impegnativo che dire la verità (1). In altri termini, chi mente per raccontare una storia credibile deve attivare maggiori risorse cognitive rispetto a chi dice la verità. Ecco che, allora, quando mentiamo qualcosa accade: le nostre emozioni, il nostro atteggiamento, il nostro corpo e il nostro linguaggio subiscono una variazione più o meno evidente a seconda dei fattori che influiscono.
Si consideri, peraltro, che questa regola vale soprattutto per quegli individui che vogliono coprire una trasgressione, in situazioni ad alto rischio, come potrebbe essere quella del sospettato sottoposto ad interrogatorio. Quando si tratta di trasgressioni di una certa serietà, cioè, gli indizi si fanno più evidenti, pieni e robusti rispetto a quelli che si manifestano in qualsiasi altra situazione (2).
Ebbene, quanto sostenuto fino a questo momento risulta di fondamentale importanza perché, soprattutto nelle situazioni dove la posta in gioco è alta, è allora possibile arrivare a riconoscere la dichiarazione mendace. Questo accade proprio in virtù di quelle variazioni comportamentali che la menzogna produce. E sono queste variazioni che, una volta individuate, rappresentano gli indizi utili ai professionisti per orientarsi sulla veridicità o meno del racconto dell’interrogato e, quindi, sul modo in cui modulare al meglio la conduzione dell’interrogatorio.
Considerato questo, si pone a questo punto il problema di come effettivamente individuare gli indizi di menzogna. È bene evidenziare che, in alcuni casi, scoprire se una persona sta mentendo può risultare un compito semplice, in altri meno. In queste ultime situazioni, pertanto, per individuare le menzogne ci sono tre possibilità: basarsi sulla rilevazione dei parametri fisiologici; analizzare il racconto; osservare il comportamento della persona. Sono state, in sintesi, individuate delle linee di ricerca sulla menzogna su cui fare affidamento: le risposte fisiologiche, l’analisi del contenuto del colloquio (comportamento verbale) e il comportamento non verbale (3).
Si ritiene opportuno precisare che, in questa sede, verranno presi in considerazione soltanto quegli indizi di menzogna che possono essere osservati e identificati grazie all’umana percezione, senza quindi l’uso macchinari, quali il poligrafo o il Voice-Stress Analyser. È vero che non usare i macchinari può complicare l’individuazione degli indizi di menzogna, però il loro utilizzo in Italia è vietato (4), quindi non avrebbe senso portare avanti una disquisizione solo sulla loro esistenza ed utilizzo. Inoltre, è proprio su tale assenza che sono nate le tecniche di individuazione della menzogna di cui si parlerà in seguito.
Ebbene, precisato ciò, si rileva che l’individuazione degli indizi di menzogna tramite la semplice osservazione risulta essere un arduo compito anche per gli addetti ai lavori. La stessa, infatti, è inevitabilmente accompagnata da difficoltà ed errori. Si riporta, in sintesi, che alcuni di questi sono che (5):
– non esiste un aspetto specifico, nel comportamento, effettivamente associato alla menzogna;
– le differenze che emergono tra verità e bugia sono, in realtà, minime;
– chi mente, spesso, invece di raccontare una vistosa bugia, tende a modificare alcuni fondamentali dettagli di una storia vera;
– chi deve valutare la persona interrogata, spesso, interpreta in maniera affrettata alcuni segni come indizi di menzogna oppure individua indizi sbagliati, a causa di errate credenze su come si comportano le persone quando mentono;
– ancora, nel valutare il comportamento dell’interrogato, non vengono prese in considerazione le differenze interpersonali e intrapersonali;
– infine, gli interroganti, all’interrogato, tendono a rivelare subito, all’inizio dell’interrogatorio, tutte le prove raccolte fino a quel momento.
Tra gli errori appena elencati, si è deciso di metterne in luce, in primis, uno in particolare: il fatto che gli indizi di menzogna dipendono dalla persona. Si pensi, ad esempio, al movimento accelerato delle mani, indice che, comunemente, viene associato alla menzogna. Bene, potrebbe accadere che tale movimento si manifesti allo stesso modo tanto nel disonesto, quanto nell’onesto. In questo caso, qualora non si prendesse in considerazione la possibilità che l’onesto, anche nelle situazioni più marginali, potrebbe avere la tendenza a muovere velocemente le mani, lo si finirebbe per valutare, erroneamente, come un disonesto, dando così vita ad un falso positivo.
Alla luce di queste ultime considerazioni si deve, quindi, concludere che non basta nemmeno affermare che gli indizi di menzogna esistono. Per questo motivo, risulta necessario individuare una tecnica che sappia non solo riconoscere gli indizi di menzogna, ma che al contempo sappia tener conto anche della loro individualità.

Baseline Lie Detection
Di recente, alcuni studiosi hanno elaborato un metodo di interrogatorio particolare, costruito per far fronte alle difficoltà legate alle diverse personalità degli individui. Un metodo che, per studiare la menzogna, parte proprio dalle differenze interindividuali. Si tratta del metodo Baseline Lie Detection. La Baseline Lie Detection è un metodo di formulazione di domande, utile al fine di evidenziare una variazione comportamentale tra quando si dice la verità e quando si mente. L’idea alla base della tecnica risiede, in particolare, nel fatto che un investigatore dovrebbe, in primis, porre delle domande di poco conto, che non provochino uno stato di ansia nell’intervistato, in modo da registrarne i pattern comportamentali e verbali. Questo comportamento dovrebbe, poi, venire utilizzato come baseline (linea base) di confronto con la parte investigativa dell’interrogatorio. Una volta ottenuta tale baseline, infatti, l’intervistatore dovrebbe formulare domande investigative e, alla fine, se il comportamento cambia, concludere che l’interrogato, probabilmente, sta mentendo.
Di Baseline Lie Detection sono stati realizzati due modelli.

Small Talk Baseline
Il primo modello di Baseline e la sua prima peculiare applicazione era rappresentato dalla Small Talk Baseline (6). La conversazione Small Talk è un momento a basso rischio, in cui vengono poste alla persona interrogata domande neutre, che nulla hanno a che fare con l’evento oggetto di indagine. A prescindere dalla risposta data, in questa prima fase è quindi improbabile che il soggetto subisca conseguenza negative. La seconda parte dell’intervista (cioè, la fase investigativa) è un momento ad alto rischio, dove le domande riguardano più direttamente il reato che si presume l’interrogato abbia commesso. In questa seconda parte, contrariamente a quanto avviene prima, il soggetto può subire delle conseguenze negative, qualora non venga creduto dall’intervistatore.
Si rileva immediatamente che questo modello di interrogatorio ha avuto vita breve. Affinché il principio della Baseline Lie Detection e la sua prima applicazione potessero essere considerati efficaci, infatti, sarebbe stato necessario che gli onesti non avessero cambiato atteggiamento tra la prima e la seconda parte dell’intervista; mentre, i disonesti avrebbero dovuto comportarsi in maniera differente (Baseline Hypotesis). Ebbene, contrariamente a quanto si pensava, una volta che tale metodo è divenuto oggetto di studio e di aggiornamento ed è stata testata empiricamente la sua efficacia, si è visto che entrambi, colpevoli e innocenti, hanno manifestato comportamenti differenti tra la fase small talk e la fase dell’intervista investigativa. Si è, pertanto concluso che la Small Talk Baseline non è una tecnica di rilevamento della menzogna efficace.
A questo punto, è d’obbligo domandarsi il motivo del mancato funzionamento della tecnica. Si risponde che il problema risiede nel fatto che la small talk ha mancato di prendere in considerazione i fattori situazionali, cioè il fatto che le stesse persone si comportano in maniera differente in differenti situazioni. Questo è un errore ben conosciuto, chiamato “errore fondamentale dell’attribuzione”. Esso rappresenta la «tendenza sistematica ad attribuire la causa di un comportamento, di un altro individuo, tendenzialmente alla sua personalità o al modo di essere (attribuzione disposizionale), sottostimando l’influenza che l’ambiente o il contesto potrebbe avere nel determinare tale comportamento (attribuzione situazionale)» (7). L’errore fondamentale di attribuzione, in particolare, consiste nel far corrispondere in maniera sistematica le cause di un comportamento umano alle caratteristiche personologiche del singolo individuo piuttosto che alle condizioni esterne. In realtà, ci sono diversi fattori che influenzano il comportamento, tra i quali si possono citare la posta in gioco e l’argomento della conversazione. Se questo è vero, si può ragionevolmente sostenere che una persona mostrerà sempre comportamenti differenti quando risponderà a domande neutre, rispetto a quando rispenderà a domande investigative, innocente o colpevole che sia. E questo perché il coinvolgimento emotivo e cognitivo che si ha nei due momenti dell’interrogatorio è completamente diverso, con la conseguenza che le risposte baseline e le risposte target non saranno comparabili l’una con l’altra, proprio in termini di posta in gioco e argomento della conversazione.
Il problema principale della small talk baseline, dunque, è l’eccessiva differenza tra la prima e la seconda serie di domande. Se l’interrogante sceglie di formulare prima domande che non hanno proprio nulla a che fare con l’evento in questione (es.: reato), necessariamente anche il soggetto onesto, che non ha commesso alcun illecito, con la proposizione della seconda serie, si comporterà in maniera differente rispetto a prima (es.: si agiterà, si mostrerà nervoso).
La tecnica, quindi, così come applicata comportava la nascita di errori interpretativi e, soprattutto, la creazione di falsi positivi.
Ci si è chiesto allora se, dato lo scarso risultato, la Baseline Lie Detection vada rimossa dalle tecniche di individuazione della menzogna. Si risponde che, nonostante il rifiuto della Baseline Hypotesis, non ci si oppone ai principi della tecnica di rilevamento delle bugie attraverso il metodo Baseline in quanto tale, ma al modo in cui è stata impiegata, cioè come Small Talk Baseline.
Per questo motivo, si è ipotizzata l’efficacia di un altro modello di baseline, che potrebbe funzionare meglio. Affinché questo tipo di tecnica di Baselining funzioni sarebbe, allora, essenziale che le domande poste per ottenere una risposta sincera e per creare la baseline fossero fatte alle stesse condizioni di quelle poste durante l’esame investigativo.

Comparable Truth Baseline
Orbene, quanto appena detto introduce il tema della Comparable Truth Baseline. Innanzitutto, per Comparable Truth Baseline si intende una tecnica che, al fine di fronteggiare le differenze individuali, crea una baseline comportamentale, paragonabile dell’interrogato. Tale baseline, cioè, sarà paragonabile alla fase target dell’intervista, quanto al contesto, posta in gioco, carico cognitivo ed emotivo, contenuto del racconto (8).
L’applicazione della Comparable Truth Baseline ad un caso di omicidio.
Aldert Vrij e Samantha Mann sono stati i primi ad aver esplorato l’utilizzo di una tale tecnica di baselining in un contesto reale (9). Si rileva che questa è stata la prima volta in cui si è studiato il comportamento di un vero sospettato mentre veniva interrogato dalla polizia, per un caso di omicidio.
Volendo capire più nello specifico cosa è successo, si riporta che durante la prima parte dell’interrogatorio a tale soggetto sono state formulate alcune domande riguardo a cosa aveva fatto un giorno particolare, cioè il giorno dell’uccisione della vittima. Rispetto alle dichiarazioni emesse, la polizia ha controllato ogni singolo dettaglio che l’uomo aveva fornito. Diversi testimoni, indipendenti l’uno dall’altro, hanno confermato la sua storia riguardo le attività che aveva compiuto la mattina del giorno in cui la vittima era scomparsa. Nessuna conferma, invece, è stata ricevuta riguardo le presunte attività che l’uomo dice di aver compiuto il resto della giornata. Questo ha reso l’uomo un vero e proprio sospettato.
Per questo motivo, è iniziata una seconda fase di interrogatorio, più intensa di quella precedente. Il sospettato, comunque, ha continuato a sostenere non solo di non aver ucciso la vittima, ma di non averla nemmeno mai incontrata.
Concluso l’interrogatorio, sono continuate le indagini. Dopo un paio di settimane, sono emerse delle prove che hanno reso incontrovertibile il fatto che lui fosse l’omicida: un capello della vittima trovato nella macchina dell’uomo e fibre del tessuto in cui il cadavere della vittima era stato avvolto.
Una volta che sono state presentate queste prove al sospettato, lo stesso ha confessato di avere ucciso la vittima, fornendo al contempo tutti i dettagli dell’accaduto. Alla fine, si è venuti a conoscenza del fatto che l’uomo aveva incontrato la vittima nel pomeriggio e che l’aveva uccisa più tardi.
Orbene, a questo punto i due autori hanno analizzato la videoregistrazione dell’interrogatorio e, in particolare, le parti dell’intervista in cui erano certi che l’uomo avesse mentito e quelle in cui avesse detto la verità. L’analisi effettuata ha mostrato delle differenze nel comportamento tra quando l’omicida ha parlato delle attività compiute durante la mattina (verità) e quelle compiute il pomeriggio (menzogna).
Ebbene, quanto detto consente di addurre delle considerazione rilevanti per la tematica in esame. Si può, infatti, rilevare che gli ufficiali di polizia hanno rivolto delle domande generali all’interrogato. Questo dettaglio è importante perché ha permesso loro di individuare il comportamento baseline del sospettato, cioè il comportamento base che quel soggetto ha quando dice la verità. Sul punto, occorre sottolineare che, per riuscire a farlo, è stato necessario formulare domande non del tutto estranee a quello che era l’oggetto specifico dell’intervista (l’omicidio). Si trattava, infatti, di domande sulla stessa giornata dell’evento, ma non direttamente riguardanti l’evento stesso. Domande, quindi, comparabili per carico emotivo e cognitivo con quella che sarebbe stata la parte investigativa dell’interrogatorio stesso.
Ecco che la scelta operata dagli ufficiali di polizia ha portato all’emersione di un diverso comportamento del sospettato mentre mentiva. Questa è la Comparable Truth Baseline.
A conferma di ciò, si evidenzia che per quanto gli ufficiali di polizia fossero consci del fatto che il sospettato avesse detto la verità per quel che riguarda i suoi dati personali, questi non sono stati presi in considerazione nell’analisi. Il motivo è coerente con quanto sostenuto fino a questo momento: per fare un giusto confronto tra la verità e la menzogna, è necessario che il contenuto della verità sia comparabile con quello della menzogna. Parlare dei propri dettagli personali è, invece, molto diverso dal parlare del reato per cui si è sospettati.
Questo esperimento, dunque, ha riconosciuto l’efficacia potenziale della Comparable Truth Baseline.

Studi sull’efficacia della Comparable Truth Baseline
Grazie al risultato ottenuto con il caso di vita reale e considerato quello ottenuto in precedenza con la Small Talk Baseline, si è ritenuto opportuno verificare l’efficacia della Comparable Truth Baseline come tecnica utilizzata per valutare la credibilità della persona sottoposta ad interrogatorio.
Sul punto, occorre evidenziare che tre sono gli studi sperimentali che sono stati effettuati:
1) Nel primo esperimento (10), similmente a quanto era avvenuto con la Small Talk Baseline, l’ipotesi da verificare era la seguente: se la Comparable Truth Baseline funziona, allora disonesti dovrebbero mostrare delle differenze maggiori rispetto agli onesti tra i due momenti dell’interrogatorio.
Ebbene, nel caso di specie, i risultati hanno evidenziato che solo i partecipanti del gruppo dei disonesti hanno mostrato una deviazione dello schema comportamentale tra le due fasi dell’intervista (rectius¸ fase baseline e fase target). In particolare, solo i disonesti hanno mostrato un maggior livello di vaghezza e una minor quantità di dettagli spaziali e visivi, quando hanno iniziato a mentire.
Con questo primo esperimento, quindi, è stato dimostrato come, effettivamente, il problema incontrato nella Small Talk Baseline non concernesse le fondamenta e la struttura della tecnica di Baseline Lie Detection, bensì la sua applicazione, il modo in cui era stata creata. Alla luce di quanto è stato detto, dunque, si è ritenuta plausibile l’efficacia della Comparable Truth Baseline come tecnica di valutazione della credibilità di un sospettato sottoposta ad interrogatorio e come tecnica per distinguere chi mente da chi sta dicendo la verità.
2) Nel secondo esperimento (11), gli autori non solo hanno confermato che la tecnica di Small Talk è inefficace, ma in particolare, nel valutare le differenze verbali e non verbali degli interrogati tra la fase baseline e la fase target, hanno anche notato un dettaglio importante: quando si tratta del comportamento non verbale, anche la Comparable Truth Baseline appare inefficace, in quanto sia i disonesti sia gli onesti mostrano delle differenze tra le due parti dell’interrogatorio. Per converso, quando si è preso in considerazione il comportamento verbale (e, quindi, le differenze verbali tra le due parti dell’intervista) la CTB è tornata ad essere efficace. Da questo punto di vista, infatti, solo i disonesti hanno mostrato delle variazioni tra la fase baseline e la fase target, per quanto riguarda i dettagli spaziali.
Da questo secondo esperimento, dunque, si desume che la tecnica di baselining ha del potenziale solo se chi conduce l’interrogatorio si concentra sugli aspetti verbali della dichiarazione emessa dall’interrogato.
3) Infine, sulla base degli esperimenti condotti in precedenza e sui risultati ottenuti (miglior efficace della CTB rispetto alla STB), è stato condotto un terzo ed ultimo esperimento, con l’obiettivo di valutare l’efficacia della Comparable Truth Baseline sia per gli osservatori” laypeople”, sia per gli operatori di polizia.
Nel primo caso (12), è stato dimostrato che gli osservatori laypeople nella CTB sono stati molto più accurati nel distinguere gli onesti dai disonesti, rispetto agli osservatori nella STB. Inoltre, in generale è stato verificato che gli osservatori nella Comparable Truth hanno reso una miglior performance rispetto agli osservatori nella Small Talk. Ancora una volta, viene quindi disincentivato l’uso della Small Talk a favore di quello della Comparable Truth. Sul punto occorre, però, riferire che, tra i diversi limiti che posso inficiare uno studio sperimentale, ne è emerso uno in particolare, che può essere definito “baseline familiarity”. Con tale termine si indica la possibilità che la maggior accuratezza degli osservatori possa derivare dal fatto che gli stessi, prima dell’intervista, abbiano familiarizzato con le baseline degli interrogati. Di conseguenza, è stato sostenuto che fino a quando gli osservatori avranno l’opportunità di familiarizzare con coloro che devono emettere le dichiarazioni, allora è plausibile che la loro accuratezza sia proprio il risultato della “baseline familiarity”. Ebbene, se quindi l’aver familiarità con gli interrogati aumenta la perfomance degli osservatori, la problematica afferente la “baseline familiarity” riguarda il fatto che la stessa difficilmente può essere raggiunta quando si tratta di investigazioni di polizia. Gli investigatori e i sospettati, invero, spesso non si conoscono e, spesso, non hanno nemmeno la possibilità di conoscersi, in quanto l’interrogatorio deve svolgersi il prima possibile.
Per questo motivo, nel secondo caso (13), si è voluto verificare l’efficacia della CTB anche quando il ruolo di osservatori fosse rivestito da operatori di polizia. Gli autori che hanno svolto l’esperimento hanno sottolineato che in questo caso, rispetto al passato, si è voluto comparare la Comparable Truth solo con un approccio “non baseline” e non con la Small Talk. Questa scelta è dipese da due fattori: in primis, si voleva verificare l’ipotesi secondo la quale avere un comportamento baseline comparabile rende gli osservatori molto più accurati di quelli che non hanno tale riferimento; inoltre, non si è ritenuto opportuno un ulteriore confronto con la STB in virtù dei risultati negativi ottenuti in precedenza (l’approccio Small Talk Baseline non funziona; gli osservatori che utilizzano la Comparable Truth sono molto più accurati).
Fatta questa precisazione, in riferimento all’esperimento in esame, lo stesso ha mostrato che gli operatori di polizia che hanno utilizzato la CTB hanno avuto una miglior prestazione rispetto a quelli che hanno utilizzato un approccio “non baseline”.
Orbene, conclusa la disamina degli esperimenti, si possono ora addurre delle considerazioni. È vero che la Comparable Truth Baseline sembra effettivamente comportare differenze tra la fase di baseline e quella di target, maggiori nei bugiardi che negli onesti. Tuttavia, nell’ultimo esperimento effettuato è emerso un problema: gli osservatori non sembrano riuscire a sfruttare tale effetto a proprio favore. In altri termini, sebbene sembra che gli osservatori esposti alla CTB abbiamo un’accuratezza maggiore di quelli esposti a STB o all’approccio “non baseline”, l’accuratezza rimane comunque bassa e ciò è, probabilmente, attribuibile ad un effetto della baseline sul responding bias piuttosto che sull’accuratezza. Questo vale sia per gli osservatori “laypeople” sia per gli operatori di polizia.
Oltre a questo, gli autori dell’esperimento hanno sottolineato ulteriori questioni:
– il rischio che anche gli onesti vengano classificati come disonesti, nel caso in cui modifichino il loro comportamento tra le due fasi dell’interrogatorio;
– il fatto che nel secondo esperimento è stato dimostrato come la Comparable Truth è un approccio efficace solo per un indizio di menzogna (i dettagli spaziali);
– nella vita reale, a differenza che in un laboratorio, è difficile costruire una CTB che è davvero vera e comparabile, considerato che spesso mancano dati empirici.
Orbene, alla luce di quanto esposto fino a questo momento in merito all’utilizzo della Comparable Truth Baseline, si può concludere che il risultato positivo che si è riusciti ad ottenere riguardo l’accuratezza nell’identificare la menzogna, in realtà, è stato l’effetto dovuto ad una bassa probabilità di indovinare la verità; nessuna differenza, peraltro, è stata individuata per quanto riguarda l’accuratezza nell’identificare la verità.

Un nuovo approccio nella identificazione delle menzogne: within-subjects comparisons
A fronte del risultato ottenuto con la Comparable Truth Baseline, di recente si è pensato di ideare un approccio diverso.
Ebbene, uno dei nuovi filoni di sviluppo del tema di individuazione della menzogna si è orientato più sulle differenze nel singolo individuo che su quelle tra individui. Ecco che, si ipotizza, il confronto cd. within-subjects potrebbe essere in grado di ridurre maggiormente gli errori causati dalle differenze interpersonali.
Tali confronti possono essere effettuati attraverso diverse modalità. Una di queste è confrontare variabili specifiche all’interno della dichiarazione di un intervistato.

Theme-Selection Strategy
In particolare, in un recente studio sperimentale (14) si è voluta verificare una misura within-subjects basata sulla scoperta che, spesso, gli interrogati dicono un misto di verità e menzogna. Ciò significa che gli interrogati sono onesti in una parte della loro dichiarazione, nella quale descrivono un evento o discutono un argomento, ma mentono in un’altra parte della stessa dichiarazione, nella quale parlano di un secondo evento o argomento. Posta questa scoperta, non si è più ritenuto veritiero ed affidabile utilizzare la misura between-subjects, in quanto la stessa si limita ad offrire un confronto tra una verità totale (per gli onesti) e un misto di verità e bugie (per i disonesti).
Ebbene, sulla base di questo assunto, nell’esperimento che è stato effettuato si è ipotizzato, in particolare, che le differenze tra gli onesti e disonesti sarebbero diventate più evidenti se l’interrogante avesse esaminato le differenze tra i temi specifici (in questo senso si parla di Theme-Selection Strategy) rispetto a se lo stesso avesse considerato la dichiarazione per intero, senza tenere conto dei temi specifici. Le differenze nei dettagli tra i temi all’interno della dichiarazione di ogni individuo potrebbero così essere usate non solo per decidere se qualcuno sta mentendo, ma anche per capire quale parte della dichiarazione rappresenti la menzogna.
Quanto detto rende chiaro che, come anticipato, il confronto che si vuole effettuare non è più tra l’intera dichiarazione di onesti e disonesti, ma tra le risposte fornite dagli interroganti relativamente ai diversi temi dell’intervista. Questo, in tal modo, diventa un confronto within-subjects e non più between-subjects.
Tornando all’esperimento, coloro che hanno condotto tale esperimento hanno predetto che (ipotesi 1) gli onesti, che diranno la verità riguardo entrambi i temi, non mostreranno differenze in termini di quantità di informazioni fornite parlando dei predetti temi. Al contrario, i disonesti, che diranno la verità riguardo il tema non critico ma mentiranno su quello critico, riporteranno più informazioni quando parleranno del tema non critico (=verità) rispetto a quando parleranno di quello critico (=bugia).
È stato, inoltre, predetto che (ipotesi 2) il confronto tra le risposte fornite dagli interroganti relativamente ai due temi (misura within-subjects) sarà una modalità più efficiente nella individuazione della menzogna rispetto al confrontare onesti e disonesti sulla base dell’intera dichiarazione, senza tener conto dei temi specifici (misura between-subjects).
Orbene, l’esperimento ha dimostrato che:
* Gli onesti hanno riportato la stessa quantità di dettagli riguardo i due temi; i disonesti, invece, hanno riportato meno informazioni riguardo riguardo il tema sul quale hanno mentito (tema critico) rispetto a quello sul quale hanno detto la verità (tema non critico). Ciò a conferma dell’ipotesi 1.
* Focalizzandosi sui confronti within-subjects, inoltre, sono state riscontrate differenze maggiori tra onesti e disonesti rispetto al confronto between-subjects, che invece si focalizzava sull’intera intervista. Ciò a conferma dell’ipotesi 2.
Il risultato dell’esperimento ha, quindi, supportato l’idea che la misura within-subjects sia preferibile a quella between-subjects.
Rispetto a questo nuovo approccio, dunque, si può concludere che sembra avere del potenziale. Tuttavia, è stato pubblicato un solo studio su questo, con un piccolo campione sperimentale. Per questo motivo, ad oggi questa tecnica presenta ancora svariati limiti e ci si aspetta che, in futuro, venga maggiormente implementata.

The Verifiability approach
In un altro recente studio sperimentale (15), attraverso la conduzione di una meta analisi, è stata esaminata l’efficacia del Verifiability Approach, come metodo di individuazione della menzogna.
Prima di passare all’esperimento, è bene premettere che, innanzitutto, il Verifiability Approach (VA) è uno strumento di veridicità verbale che si basa sul fatto che i disonesti si trovano ad affrontare un dilemma quando riportano il loro racconto. Da una parte, gli stessi, per apparire più credibili, sono tentati di aggiungere dettagli alla loro dichiarazione; dall’altra, invece, al fine di ridurre la possibilità di essere scoperti a causa di un controllo da parte dell’interrogante sui dettagli forniti, vogliono evitare di aggiungerli. Come soluzione a tale dilemma, in accordo a tale metodo, allora i disonesti potrebbero riportare solo i dettagli che non possono essere sottoposti a tale controllo, che non sono verificabili, lasciando fuori quelli che invece lo sono. Per converso, gli onesti non si trovano ad affrontare questa problematica. Gli stessi, infatti, adottano una strategia collaborativa, che portata a raccontare tutto, fino in fondo. Questi, in particolare, vogliono riportare sia i dettagli verificabili sia i dettagli non verificabili.
La VA, quindi, presume non solo che gli onesti forniscano più dettagli che possono essere verificati, ma anche che gli stessi ottengano un rapporto più elevato tra dettagli verificabili e il totale dei dettagli rispetto ai disonesti.
Chiarito qual è il fondamento alla base di tale tecnica, pare opportuno comprendere cosa si intenda per “dettagli verificabili”. Ebbene, si dice che i dettagli siano verificabili quando:
a) sono documentati;
b) sono stati realizzati con un’altra persone identificabile;
c) sono testimoniati da un’altra persone identificabile.
A questo punto, si rileva che sull’efficacia del Verifiability Approach, in realtà, sono stati già svolti diversi esperimenti che hanno mostrato risultati interessanti. Al fine di dar conto del motivo per cui si è ritenuto necessario svolgere un ulteriore e più recente esperimento, sembra utile ripotarli, seppur sinteticamente.
In sintesi, si può dire che il primo che sia stato mai fatto ha mostrato che i disonesti hanno riportato, nel loro racconto, meno dettagli verificabili e una simile quantità di dettagli non verificabili rispetto agli onesti. In questo modo, i disonesti hanno ottenuto un rapporto meno elevato tra dettagli verificabili e il totale dei dettagli rispetto agli onesti.
Nell’esperimento seguente, si sono volute valutare le vulnerabilità della VA rispetto all’adozione di contromisure. In particolare, il tale esperimento solo metà dei partecipanti sono stati informati in anticipo (information protocol) che la veridicità del loro racconto sarebbe dipesa dalla sua verificabilità. Aver fornito queste informazioni ha, in effetti, incoraggiato questa metà – gli onesti (e non i disonesti) – a fornire più dettagli verificabili.
Se questo primo studio ha scelto come setting quello dell’investigazione criminale, i seguenti che sono stati effettuati si sono, invece, focalizzati su un setting di sicurezza. Similmente al precedente, anche questi esperimenti hanno mostrato che, in effetti, gli onesti riportano più dettagli verificabili, rispetto ai disonesti, ma solo quando viene applicato l’information protocol. A differenza del criminale, quindi, in questo secondo contesto l’information protocol sembra assurgere a condizione necessaria e non essere, solo, uno strumento di rafforzo dell’effetto di veridicità.
La VA, inoltre, ha avuto efficacia anche in altri setting, come ad esempio quello aeroportuale.
È stato, però, notato che tale tecnica presenta dei limiti. La VA si è, infatti, mostrata efficace in alcuni contesti (come quelli appena visti), ma non in altri, come in quello occupazionale o nei “non event settings” (ad esempio, il malingering).
Proprio per i motivi appena esposti, si è pertanto resa necessaria una meta analisi per verificare la stabilità dell’effetto di veridicità della VA e per identificare il ruolo di possibili moderatori.
Potendo ora focalizzarsi sul più recente studio sperimentale, si può riferire che obiettivo di tale meta analisi è stato quello di esaminare la predizione principale della VA: “gli onesti riportano più dettagli verificabili ed ottengono un rapporto più elevato tra dettagli verificabili e il totale dei dettagli rispetto ai disonesti?”.
All’uopo, sono stati vagliati 4 moderatori:
1) information protocol, di cui si è già parlato;
2) natura dell’intervista. La VA, invero, è stata testata in diversi setting. Nel presente esperimento, in particolare, si è inteso dividerli in: contesti correlati agli eventi e contesti non correlati agli eventi. Per “contesti correlati agli eventi” si intendono quelli che riguardano episodi con fonte esterna, dove agli interrogati è chiesto di descrivere la loro posizione in un specifico lasso di tempo. Per “contesti non correlati agli eventi” si intendono, invece, quelli che riguardano episodi con fonte interna, dove agli interrogati è chiesto di descrivere le proprie esperienze emozionali, mentali o fisiche. Fino a quando le fonti verificabili (come la documentazione o una terza persona) sono anche fonti esterne rispetto alla persona, allora l’interrogante sarà anche in grado di verificare gli episodi descritti; lo stesso, invece, non si potrà fare con quelli che hanno una fonte interna. Per questo motivo, gli onesti avranno maggiori possibilità di fornire dettagli verificabili nei contesti legati agli eventi. Di conseguenza, ci si aspetta che le differenze tra onesti e disonesti saranno maggiori nei contesti legati agli eventi rispetto ai contesti non legati agli eventi;
3) mezzo, orale o scritto, con il quale viene resa la dichiarazione. Questo perché, a seconda del mezzo, una persona può avere ad esempio più o meno tempo per pensare al contenuto della dichiarazione. E ciò può influenzare gli indizi di menzogna. Si ritiene, inoltre, che il mezzo utilizzato possa influenzare anche la quantità dei dettagli riportati dai testimoni. Ci si aspetta, quindi, che il mezzo modererà le differenze tra onesti e disonesti per quanto riguarda la quantità di dettagli;
4) motivazione dei partecipanti. Questo perché le ricerche hanno dimostrato che sia più facile per gli osservatori distinguere onesti e disonesti quando c’è motivazione;
Orbene, il risultato della meta analisi ha mostrato per la VA effetti rilevanti nel distinguere onesti e disonesti.
In primo luogo, si è visto non solo che gli onesti forniscono più dettagli che possono essere verificati, ma anche che gli stessi ottengano un rapporto più elevato tra dettagli verificabili e il totale dei dettagli rispetto ai disonesti.
In secondo luogo, il moderatore information protocol ha avuto un’influenza solo sulla frequenza totale dei dettagli verificabili. In particolare, informare gli interrogati in anticipo dà agli onesti la possibilità di pensare ed aggiungere più dettagli verificabili al loro racconto. Al contrario, considerato che i disonesti non possono fornire dettagli verificabili, l’information protocol li mette in difficoltà. Da una parte, infatti, se questi non aggiungono dettagli verificabili al loro racconto, potrebbero non essere creduti durante l’interrogatorio; dall’altra, se aggiungono dettagli verificabili falsi, durante l’interrogatorio potrebbero anche dare un’impressione di onestà, ma poi le loro menzogne sarebbero comunque scoperte nel momento del controllo da parte dell’interrogante dei dettagli forniti. In entrambi i casi, quindi, i disonesti non sarebbero in grado di convincere l’interrogante rispetto al fatto che sono sinceri.
In terzo luogo, per quanto riguarda il moderatore “natura dell’intervista”, si può dire che – con riferimento al contesto correlato all’evento – quando gli intervistati discutono un evento, come la loro posizione al momento della commissione di un reato, gli onesti possono usare fonti esterne per corroborare la loro dichiarazione, mentre i disonesti hanno una minor libertà, in quanto fornire falsi dettagli verificabili aumenta per loro il rischio di essere scoperti. Con riferimento, invece, al contesto non correlato all’evento, la situazione è diversa. Si pensi, ad esempio, al malingering. Questa situazione è basata su sensazioni che sono soggettive e non possono essere documentate o osservate. In questo caso, quindi, i bugiardi godono di maggiore libertà, perché, anche nel caso in cui forniscano falsi dettagli verificabili, questi ultimi non potrebbero essere verificati.
Infine, il moderatore “mezzo” ha mostrato che è più efficace chiedere agli interroganti di fornire una dichiarazione scritta della loro versione dei fatti.
In conclusione, questo esperimento ha dimostrato che gli onesti riportano più dettagli verificabili rispetto ai disonesti. Tale effetto è stato moderato dall’uso dell’information protocol e dalla natura della dichiarazione (correlata o meno all’evento). Inoltre, gli onesti riportano un rapporto più elevato di dettagli verificabili rispetto ai disonesti. Tale effetto è stato moderato dal mezzo attraverso il quale è stata fornita la dichiarazione.
In conclusione, il Verifiability Approach può, dunque, essere considerato uno strumento particolarmente efficace per rilevare la menzogna e, al contempo, sembra rappresentare un approccio molto promettente.

Si è, peraltro, sottolineato che né in questo esperimento né nei precedenti state utilizzate domande strategiche per individuare la menzogna, tecnica questa che generalmente viene considerata particolarmente efficace.

Strategic Use of Evidence
Per capire se una persona stia mentendo, studiare ed analizzare gli indizi di menzogna non basta. Si pensa, infatti, che per distinguere l’onesto dal disonesto, in maniera più affidabile, sia necessario aver raccolto delle prove, inerenti al caso per cui si sta conducendo l’interrogatorio. Coerentemente a quanto detto in precedenza sulle difficoltà e gli errori che accompagnano l’individuazione della menzogna, in effetti, le ricerche condotte sul rilevamento della stessa nei contesti legali hanno trascurato la questione di come e quanto l’uso delle prove possa influire sull’accuratezza del rilevamento della bugia. Questa mancanza rappresenta un problema per il semplice fatto che tali ricerche e studi differivano in maniera considerevole da quella che era la realtà effettiva in cui si svolgevano le investigazioni criminali. Negli interrogatori, coloro che conducono il colloquio iniziano la proposizione delle domande avendo già delle informazioni sul caso e avendo, di solito, a disposizione delle prove contro il sospettato.
Per questo motivo si vuole dedicare il prosieguo della trattazione ad una ricerca di stampo diverso, al fine di aggiungere un punto di vista ulteriore, che potrebbe integrare la corrente che analizza gli indizi di menzogna attraverso la tecnica di baselining e attraverso la within-subjects comparison. Gli accademici, infatti, hanno esplorato diversi approcci per aumentare le differenze tra onesti e disonesti, tra cui la Strategic Use of Evidence (16). Come si evince dal nome, si tratta di una tecnica che prevede un uso strategico delle prove durante l’interrogatorio, senza che alcuna informazione di cui è in possesso l’interrogante possa trasparire all’inizio dell’interrogatorio stesso.
Ebbene, la ricerca sopra nominata è nata perché, di regola, si è notato che la rivelazione delle prove all’inizio dell’interrogatorio è la modalità più frequentemente utilizzata. Tale modalità, però, porta con sé, come logica conseguenza, che una volta che agli interrogati, onesti o disonesti che siano, vengono presentate immediatamente tutte le prove a loro carico, essi porranno in essere delle contromisure. Gli stessi saranno, cioè, coscienti di quello che possono o non possono dire per evitare di contraddire le prove a loro carico e faranno, quindi, dichiarazioni solo in linea con quelle che sono le informazioni possedute dall’interrogante. È, quindi, chiaro che tale modalità risulta controproducente.
Per converso, si ritiene che la rivelazione strategica delle prove crei una base più solida per l’emissione di un corretto giudizio di veridicità rispetto alla prima. Questo perché se i disonesti (per tali intendendosi coloro che mentono al fine di coprire la commissione di un crimine) non sono a conoscenza delle prove a loro carico, allora è probabile che con le loro dichiarazioni correranno il rischio di contraddirle. Ed è chiaro che questa possibilità è molto più alta per i bugiardi che per i sinceri, dato che questi ultimi non hanno nulla da nascondere.
Dal punto di vista di coloro che hanno il compito di individuare la menzogna, quanto appena esposto può essere di grande aiuto. La presente ricerca, infatti, sostiene che la coerenza tra la dichiarazione e la prova può diventare un nuovo indizio di menzogna affidabile. Coloro che verranno formati nell’uso strategico della prova, oltre a identificare con maggior accuratezza i bugiardi, saranno quindi in grado di individuare con precisione anche coloro che dicono il vero.
Ebbene, se la rivelazione delle prove durante l’interrogatorio effettivamente permette di identificare chi mente con più precisione, allora ci si aspetta che i professionisti formati e qualificati nell’uso della SUE gestiscano le prove in maniera più strategica rispetto a quelli non formati. È, infatti, plausibile che i disonesti, interrogati da chi è qualificato, facciano dichiarazioni meno coerenti con le prove e, al contempo, che gli stessi professionisti, rivelando le prove nel corso e durante l’interrogatorio in maniera strategica, riescano a fare emergere quelle contraddizioni e incoerenze. In questo modo, ci si aspetta che gli intervistatori di questa categoria saranno nelle condizioni di porre la loro attenzione su quegli indizi e, grazie a questi, di distinguere in maniera più accurata i resoconti falsi da quelli veri. Al contrario, da chi non è formato ci si aspetta che non sia in grado di individuare e di stimolare le incongruenze tra le dichiarazioni e le prove.
Orbene, compreso questo, si può tornare all’esperimento. In questo, gli autori hanno voluto verificare la validità di tre ipotesi:
1. Gli interroganti formati riveleranno le prove alla fine dell’intervista più spesso per i disonesti, al fine di far emergere le contraddizioni. Al contrario, chi non è formato rivelerà le prove alla fine tanto per i disonesti, quanto per gli onesti.
2. Per quanto riguarda i disonesti, si predice che:
– nel ricordo libero, forniranno meno informazioni relative alle prove;
– saranno meno coerenti con le prove;
– saranno meno coerenti in virtù delle tecniche di interrogatorio strategiche utilizzate dai professionisti formati.
3. Gli interroganti formati saranno in grado di giudicare correttamente come ingannevoli i bugiardi (per tale intendendosi quelli che hanno emesso dichiarazioni non coerenti con le prove). E, inoltre, rispetto a chi non è formato, saranno in grado di individueranno correttamente gli onesti.
L’esperimento ha dimostrato che, in primo luogo, i poliziotti non formati hanno rivelato al sospettato molte più prove rispetto a quelli formati; dato che i poliziotti formati sono riusciti ad ottenere un punteggio significativamente più alto rispetto ai non formati, si ritiene abbiano condotto un interrogatorio in linea con il loro corso di formazione. Inoltre, è stato verificato che gli intervistatori formati che interrogavano i disonesti hanno rivelato loro molte più prove di quelle che sono state rilevate agli onesti. Per i non formati, non è stata notata alcuna differenza tra gli onesti e i disonesti. È chiaro, quindi, che sia stata validata l’ipotesi 1: i poliziotti formati hanno rivelato le prove più spesso per i disonesti che per gli onesti, mentre i non formati hanno mostrato le prove in egual modo per onesti e disonesti.
In secondo luogo, è stato dimostrato che gli onesti hanno menzionato informazioni relative alle prove nel loro racconto libero più spesso dei disonesti. Ciò conferma parzialmente l’ipotesi 2: i disonesti forniscono meno dettagli riguardanti le prove.
In terzo luogo, si rileva che, considerata la misura “coerenza dichiarazione – prova” citata in precedenza, gli interrogati dai poliziotti formati hanno ottenuto un punteggio più alto, in termini di incoerenza, di quelli interrogati dai non formati. Ciò conferma parzialmente l’ipotesi 2: i sospettati interrogati dai poliziotti formati sono stati molto più incoerenti con le prove rispetto a quelli interrogati dai non formati. Inoltre, sono stati molti più incoerenti rispetto agli onesti. E, infine, sono stati molto più incoerenti rispetto ai disonesti interrogati dai poliziotti non formati.
In conferma all’ipotesi 3, è stato dimostrato che coloro che hanno condotto l’interrogatorio sulla base delle istruzioni ricevute nel corso di formazione hanno ottenuto, complessivamente, un punteggio di accuratezza pari al 85, 4%, mentre i non formati solo del 56,1%.
Alla luce delle considerazioni e dell’esperimento sopra riportato, si può concludere che, in generale, i poliziotti formati nella Strategic Use of Evidence sono stati molto più accurati nell’individuare la menzogna rispetto a chi non ha ricevuto la stessa formazione.
Dato il risultato ottenuto, si deduce inoltre che nell’interrogatorio dei poliziotti qualificati esisteva una relazione essenziale tra il grado di incoerenza e la tendenza a giudicare il sospetto come un bugiardo. Questo è in grado di spiegare il motivo per cui, in precedenza, si parlava della nascita di un nuovo indizio di menzogna: quando si utilizza la Strategic Use of Evidence, è plausibile che l’incoerenza tra la dichiarazioni del sospettato e le prove equivalgano a menzogna. Tanto è vero che una tale relazione non sussisteva negli interrogatori dei poliziotti non formati.
A differenza delle ricerche precedenti, peraltro, in questo esperimento è stato anche dimostrato che i “ricercatori di menzogna” qualificati sono egualmente bravi ad individuare con precisione anche chi sta dicendo la verità e, di conseguenza, sono in grado di scegliere, per questi, una strategia diversa. Considerato che un alto grado di incoerenza è stato presente solo nei mendaci interrogati dagli esperti, i poliziotti formati hanno ritenuto di rivelare molte più prove solo a loro, in modo da fare emergere e mostrare ai disonesti la mancanza di coerenza che hanno avuto. Tale tecnica non è, invece, stata riservata per gli onesti, in quanto nel loro caso era alto il livello di coerenza tra dichiarazioni e prove e, quindi, non c’era bisogno di rivelarle.
A questo punto, è d’obbligo un riferimento al contesto giuridico italiano, al fine di fugare ogni dubbio in merito alla compatibilità dell’utilizzo della Strategic Use of Evidence con il codice di procedura penale. Si rileva che l’art. 65 c.p.p. (17) non osta all’utilizzo della tecnica appena descritta. Per non violare tale disposto è, infatti, sufficiente che gli elementi di prova o le circostanze che l’interrogante deve rivelare strategicamente non riguardino il capo di imputazione. Si consideri, comunque, che l’interrogante può ben mettere il sospettato in difficoltà psicologica anche su altri dettagli. E questi, se smentiti, sono in grado di inficiare la generale attendibilità della dichiarazione resa.
In conclusione, la Strategic Use of Evidence sembra la tecnica più appropriata da utilizzare per distinguere chi dice la verità da chi mente; anche perché l’utilizzo di strategie diverse per gli onesti e per i disonesti porta a formulare giudizi di veridicità più corretti.
Nonostante la ricerca citata sia datata, si può comunque affermare che la SUE sembra continuare ad acquisire efficacia.

Considerazioni: Soltanto tecniche di valutazione della credibilità di un sospettato?
Questo articolo ha avuto ad oggetto, precipuamente, tecniche di analisi del contenuto verbale e non verbale delle dichiarazioni emesse dai sospettati durante un interrogatorio. In particolare, sono state analizzate 4 tecniche: Comparable Truth Baseline, Theme-Selection Strategy, Verifiability Approach e, infine, Stratetig Use of Evidence.
Si è scelto di discutere proprio di queste tecniche perché, in primis, gli indizi di menzogna sono spesso deboli e fuorvianti. Tra le diverse problematiche connesse alla individuazione delle bugie, si è deciso di prendere in considerazione dapprima l’individualità degli indizi stessi. Si è, allora, ricercata una tecnica di intervista in grado di superare questa difficoltà e che servisse per rendere gli indizi più forti ed evidenti: la Comparable Truth Baseline. A causa del risultato ottenuto dal più recente esperimento sulla CTB, si è di poi deciso di discutere di altre due tecniche (Theme-Selection Strategy, Verifiability Approach) che, seppur oggetto di recenti studi, hanno fin da subito mostrato del potenziale.
Infine, con riguardo ad un’altra problematica riguardante gli indizi di menzogna, cioè l’utilizzo delle prove durante l’interrogatorio, si è discusso della Strategic Use of Evidence. Tecnica questa che, basandosi sulla formulazione di domande strategiche e sulla presentazione delle prove in maniera strategica durante l’interrogatorio, sembra essere quella potenzialmente più efficace.
Nonostante le peculiarità che contraddistinguono queste tecniche, tutte possono essere raggruppate sotto l’etichetta “Interviewing to detect deception”; cioè tutte hanno come principale obiettivo quello di valutare la credibilità di un sospettato sottoposto ad interrogatorio.
Orbene, quello che in questo articolo si vuole far emergere è che, seppur questi metodi siano nati allo scopo di individuare la menzogna e di distinguere chi sta mentendo da chi sta dicendo la verità, è plausibile che il modo in cui viene utilizzata la Strategic Use of Evidence porti la persona interrogata a confessare. È possibile cioè che, una volta che il sospettato – di fatto colpevole – abbia reso dichiarazioni incoerenti con le prove e che l’interrogante gli abbia mostrato tali incongruenze, quest’ultimo chieda all’interrogato dei chiarimenti su queste, non mancando di specificare che quanto accaduta ha già minato la sua credibilità. Ebbene, è proprio a questo punto che il sospettato si renderà conto di essere in difficoltà, in quanto la polizia gli ha mostrato prove chiare dell’evento e del fatto che ha mentito. Per questo, di fronte ad una situazione simile, è possibile che l’interrogato preferisca ammettere la sua responsabilità in ordine alla commissione del crimine, piuttosto che continuare a mentire e, quindi, aggravare la sua posizione; o si ritiene, comunque, possibile che lo stesso, messo alle strette, preferisca rendere indicazioni più precise sull’evento. Anche questa seconda evenienza è rilevante in quanto, a fronte dell’aggiunta di dettagli, è ben possibile che chi conduce l’interrogatorio sia in grado di cogliere nuovi indizi che, confrontati con le prove, portino comunque all’individuazione di responsabilità in capo al sospettato.
La SUE, dunque, nei casi reali potrebbe portare alla confessione, tra l’altro in modo pulito e rispettoso della persona e dei suoi diritti. È chiaro, infatti, che questa tecnica non prevede modalità come la presentazione di prove false, la massimizzazione o la minimizzazione. Modalità queste che più facilmente metterebbero il reo nelle condizioni di ammettere la commissione del crimine, ma che sono vietate dalla legge italiana. Non sono, infatti, garantiste dei diritti che devono essere assicurati all’indagato – imputato e, segnatamente, dell’art. 64, co. 2, c.p.p. (18) e dell’art. 188 c.p.p., che assicura la libertà morale della persona nell’assunzione della prova.
Quanto esposto potrebbe, quindi, conferire alla Strategic Use of Evidence una veste ulteriore e diversa: non soltanto tecnica di valutazione di credibilità, ma anche tecnica che, se correttamente utilizzata, è in grado di stimolare una confessione da parte di coloro che sono stati in precedenza individuati come disonesti.
Stante questo, potrebbe allora essere interessante costruire un modello di interrogatorio basato proprio sulla combinazione tra la Strategic Use of Evidence e una delle tecniche sopra menzionate. Tale combinazione potrebbe, infatti, non solo permettere di individuare gli indizi di menzogna con un maggior grado di probabilità e affidabilità, ma portare anche all’ammissione di responsabilità da parte dell’interrogato.
Si potrebbe, ad esempio, pensare ad un recupero della Comaprable Truth grazie al suo utilizzo insieme alle domande strategiche. La si potrebbe applicare per far emergere una eventuale differenza tra lo schema comportamentale tenuto in fase baseline e in fase target. Se si individuasse, poi, effettivamente un cambiamento tra le due fasi, si potrebbe ipotizzare che il soggetto in questione stia mentendo.
In alternativa, nella prima parte di interrogatorio si potrebbero utilizzare o la Theme-Selection Strategy o il Verifiability Approach, In particolare, l’interrogante dovrebbe focalizzarsi sulle risposte fornite dalla persona interrogata con riguardo ai singoli temi dell’intervista e, poi, formulare domande strategiche in modo da stimolare più risposte possibili e da essere, così, in grado di verificare i dettagli forniti. In questo modo, lo stesso potrebbe comprendere se l’interrogato è onesto o disonesto e, nel caso, capire quale parte della dichiarazione rappresenti la menzogna.
Grazie a questa prima parte, l’interrogante potrebbe quindi essere in grado di ipotizzare a ragione che la persona interrogata stia mentendo riguardo l’evento oggetto di indagine.
A questo punto, forti di questa acquisita consapevolezza, si potrebbe applicare la Strategic Use of Evidence. In accordo a questa, l’interrogante, invece di rivelare tutte le prove nell’immediatezza, dovrebbe continuare a lasciare parlare l’ormai sospettato e presentare le evidenze nel corso di tutto l’interrogatorio, strategicamente, cioè quando lo ritiene più opportuno.
Adottata questa strategia, chi conduce l’interrogatorio, a fronte della libera narrazione del disonesto, inizierà pertanto a porre domande strategiche, specifiche relative alle prove possedute. Qualora l’interrogato sospettato, in risposta, formuli dichiarazioni in contrasto con tali prove, che poi mano a mano verranno rivelate, l’interrogante potrà operare un confronto tra dichiarazioni e prove, per mettere in evidenza e mostrare al sospettato il contrasto tra le dichiarazioni e le prove stesse.
Orbene, non solo l’incoerenza permette di rafforzare ancora di più l’idea che effettivamente l’interrogato stia dichiarando il falso, ma è anche plausibile che, di fronte ad un interrogante che ha scoperto le sue menzogne, che lo ha messo in difficoltà e che ha prove a suo carico, l’interrogato si sentirà nella condizione di confessare il crimine commesso.
Di questa combinazione, ad oggi, non sono stati effettuati esperimenti. Per questo, in futuro potrebbero esserci studi che esplorino l’efficacia del nuovo possibile protocollo di intervista.
Per opinione di chi scrive, comunque, il caso pratico prima descritto potrebbe rappresentarne una parziale dimostrazione. L’applicazione della Comparable Truth Baseline ha portato ad evidenziare un cambio di atteggiamento tra le domande riguardanti la mattina e quelle riguardanti il pomeriggio (momento della giornata in cui il soggetto ha ucciso la vittima e, quindi, mentito). Questo cambio di atteggiamento ha fatto pensare alla menzogna ed è servito da supporto per la successiva ricerca di ulteriori prove. Queste prove sono state, in seguito, individuate e hanno dimostrato la colpevolezza del reo sospetto. Una volta raccolte, tali prove sono state presentate all’interrogato, tutte insieme, all’ultimo. È per questo motivo, si precisa, che si parla di una parziale dimostrazione: in questo caso, invero, non si può vedere un uso totale della SUE, perché le prove non sono state presentate durante tutta la durata dell’interrogatorio, ma solo nell’ultima parte. In realtà, però, il fatto di aver lasciato il sospettato parlare liberamente all’inizio e, solo dopo, avergli fatto notare l’incoerenza di quello che aveva detto rispetto alle prove a suo carico, sempre per opinione di chi scrive, è sintomatico della potenzialità della stessa SUE. Avere presentato tutte le prove all’inizio non avrebbe sortito lo stesso effetto. L’averlo fatto alla fine (anche se non strategicamente durante il corso dell’intervista) lo ha, invece, portato ad ammettere la sua responsabilità per l’omicidio della vittima. È vero che in questo caso di vita reale, nella prima parte dell’interrogatorio, si è utilizzata la CTB; è anche vero, però, che all’epoca, come in precedenza precisato, non si era svolto nessuno studio teorico e nessun esperimento che togliesse credito alla Comparable Truth. D’altra parte, comunque, nella prima parte dell’interrogatorio sarebbero ben utilizzabili le altre due tecniche sopra menzionate (Theme-Selection Strategy o il Verifiability Approach). Ciò che rileva, in effetti, è che l’utilizzo della prima tecnica porti l’interrogante a nutrire dubbi sull’onestà dell’interrogato. È questo, infatti, che porterà poi all’utilizzo della SUE.
Questo caso, dunque, conferma comunque la potenzialità delle tecniche di individuazione della menzogna e della Strategic Use of Evidence e il fatto che sarebbe ottimale utilizzarle insieme.

Conclusione
In conclusione, alla luce di quanto è stato detto fino a questo momento si può sostenere che, di recente, si è assistito ad un decisivo cambio di rotta per quanto riguarda la tematica della valutazione di credibilità di un sospettato. Si è passati, infatti, dalla ricerca di indizi di menzogna che la persona interrogata manifesta spontaneamente allo sviluppo di vere e proprie tecniche di rilevamento della menzogna.
Alcune di queste tecniche, oggi, hanno una solida base teorica e mostrano un indiscusso potenziale, spendibile anche nella vita reale.
Altri approcci, invece, si sono dimostrati inefficaci. Per questo motivo, sarebbe bene che le tecniche che rientrano in questa categoria non vengano utilizzate dalle forze di polizia, proprio al fine di evitare errori rilevanti.
Considerando, comunque, l’importanza che tali tecniche di interrogatorio rivestono in ambito investigativo, sarebbe auspicabile non solo continuare a svolgere esperimenti, ma anche sviluppare ulteriori protocolli di intervista investigativa che tengano conto dei limiti e dei risultati ottenuti fino a questo momento.
Lo sviluppo di questi protocolli potrebbe rappresentare un importante supporto investigativo nelle indagini e, inoltre, permetterebbe di aumentare la probabilità non solo di riconoscere la menzogna, ma anche di individuare il colpevole del reato, rispettando al contempo i diritti e le garanzie della persona interrogata.

 

Avv. Maria Vittoria Maggi

 

NOTE
1. L. CASO, A. VRIJ, L’interrogatorio giudiziario e l’intervista investigativa, Il Mulino, 2009. p. 149.
2. B.M. DEPAULO, B. E. MALONE, J.J. LINDSAY, L. MUHLENBRUCK, K. CHARLTON, H. COOPER, Cues to Deception, Psychological Bulletin, 129(1), 2003, p. 102.
3. G. GULOTTA, Breviario, di psicologia investigativa, Giuffrè editore, 2014, p. 157.
4. Art. 188 c.p.p.: “Non possono essere utilizzati, neppure con il consenso della persona interessata, metodi o tecniche idonei a influire sulla libertà di autodeterminazione o ad alterare la capacità di ricordare e di valutare i fatti”, articolo pubblicato su “brocardi.it”, disponibile qui: https://www.brocardi.it/codice-di-procedura-penale/libro-terzo/titolo-i/art188.html.
5. L. CASO, A. VRIJ, L’interrogatorio giudiziario, cit., pp. 143-146.
6. EWENS, S., VRIJ, A., JANG, M., & E. JO, Drop the small talk when establishing baseline behaviour in interviews, in Journal of Investigative Psychology and Offender Profiling, 11(3), 2014, pp. 244–252.
7. G. MOTTA, Bias cognitivi: ovvero come i pregiudizi influiscono sul ragionamento, 4 novembre 2020, articolo pubblicato su “giuseppemotta.it”, disponibile qui: https://www.giuseppemotta.it/bias-cognitivi-ovvero-come-i-pregiudizi-influiscono-sul-ragionamento/.
8. A. Vrij, Baselining as a lie detection method, Applied Cognitive Psychology, 30(6), p. 114.
9. A. VRIJ, S. MANN, Telling and Detecting lies in a high – stake situation: the case of a convicted murder, in Applied Cognitive Psychology, 15, 2001, pp. 187-213.
10. N. PALENA, L. CASO, G. CARLOTTO, L. DE MIZIO, M. MARCIALI, Efficacia della tecnica di baselining nella valutazione di credibilità, Giornale Italiano di Psicologia, 44(4), 2017, pp. 901-912.
11. N. PALENA, L. CASO, A. VRIJ, R. ORTHEY, Detecting deception through small talk and comparable truth baselines, Journal of Investigative Psychology and Offender Profiling, 15(2), 2018, pp. 124-132.
12. L. CASO, N. PALENA, A. VRIJ, A. GNISCI, Observers’ performance at evaluating truthfulness when provided with comparable truth ora small talk baselines, in Psychiatry, Psychology and Law, 2019, pp. 571-579.
13. L. CASO, N. PALENA, E. CARLESSI, A. VRIJ, Police accuracy in truth/lie detection when judging baseline interviews, in Psychiatry. Psychology and Law, 2019, 26(6), pp. 1-10.
14. N. PALENA, L. CASO, A. VRIJ, Detecting lies via a Theme-selection strategy, Front. Psycho, 9, 2019.
15. N. PALENA, L. CASO, A. VRIJ, R., G. NAHARI, The Verifiability Approach: A Meta-Analysis, Journal of Applied Research in Memory and Cognition, 2020.
16. M. HARTWIG, P. A. GRANHAG, L. A. STRÖMWALL & O. KRONKVIST, Strategic use of evidence during police interviews: When training to detect deception works, Law and Human Behavior, 30(5), 2006, pp. 603–619.
17. Art. 65 c.p.p.: “1. L’autorità giudiziaria contesta alla persona sottoposta alle indagini in forma chiara e precisa il fatto che le è attribuito, le rende noti gli elementi di prova esistenti contro di lei e, se non può derivarne pregiudizio per le indagini, gliene comunica le fonti. 2. Invita, quindi, la persona ad esporre quanto ritiene utile per la sua difesa e le pone direttamente domande. 3. Se la persona rifiuta di rispondere, ne è fatta menzione nel verbale. Nel verbale è fatta anche menzione, quando occorre, dei connotati fisici e di eventuali segni particolari della persona”, articolo pubblicato su www.altalex.com, disponibile qui: https://www.altalex.com/documents/news/2014/03/26/imputato.
18. Art. 64, co. 2, c.p.p.: “Non possono essere utilizzati, neppure con il consenso della persona interrogata, metodi o tecniche idonei a influire sulla libertà di autodeterminazione o ad alterare la capacità di ricordare e di valutare i fatti”, articolo pubblicato su “brocardi.it”, disponile qui: https://www.brocardi.it/codice-di-procedura-penale/libro-primo/titolo-iv/art64.html?utm_source=internal&utm_medium=link&utm_campaign=articolo&utm_content=nav_art_prec_top.

 

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https://www.giuseppemotta.it/.

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