Intelligence

L’evoluzione dei servizi d’intelligence italiani, dalla nascita della repubblica alle riforme del 2007 e del 2012.

INTRODUZIONE
I servizi di informazione e sicurezza fanno parte, a pieno titolo, delle colonne portanti di uno stato sovrano. Esso non lo si può immaginare senza adeguati apparati di intelligence, come non lo si può immaginare senza sanità, scuola, trasporti e, in generale, privo delle strutture essenziali e necessarie alla sopravvivenza ed alla protezione della res publica. Così come è vero che, per far fronte alle continue trasformazioni delle esigenze pubbliche, i settori strategici di una nazione debbano evolversi continuamente, è altrettanto vero che gli apparati di informazione e sicurezza, nella veste di sistema di protezione collettiva, debbano essere sempre pronti ad affrontare nuove sfide e caratterizzati da un elevato grado di adattabilità. In funzione di questo semplice ma essenziale principio, l’intelligence del nostro paese ha subito, nei decenni, numerosi mutamenti, oggetto di studio del presente lavoro.
Uno strumento, dunque, a disposizione dello Stato, di cui lo Stato si serve per raccogliere informazioni utili per tutelare i cittadini, le istituzioni e le imprese.
Le motivazioni che mi hanno spinto ad approfondire il tema in titolo sono da ricercarsi nelle righe precedenti. E’ bene, inoltre, che i cittadini abbiano contezza del delicato e fondamentale supporto che i servizi offrono alla Nazione e di come il loro lavoro abbia contribuito (e contribuisca) alla sicurezza dello Stato ed alla salvaguardia dei diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione.
Gli obiettivi dell’elaborato sono finalizzati non solo a descrivere, in maniera analitica, funzioni e compiti degli apparati di informazione e sicurezza, ma nel mettere a sistema i processi sociali, politici e culturali che ne hanno determinato l’evoluzione nel corso dei decenni, cercando di mettere in evidenza le cause scatenanti. Inoltre, capiti i principi e le dinamiche alla base delle varie trasformazioni, la domanda cui si cercherà di dar risposta è quali sfide essi dovranno saper fronteggiare nel futuro ed in che modo continueranno a svilupparsi.
La metodologia della ricerca si basa sull’analisi dei documenti ufficiali, della variegata bibliografia, nazionale ed estera, recente e passata, e degli eventi di portata storica che hanno determinato il mutamento, non solo degli apparati di intelligence, ma anche dell’architettura dello Stato e delle relazioni con gli altri soggetti di diritto internazionale. Non una mera enumerazione degli eventi; né tantomeno un saggio tecnico dal linguaggio ermetico o appannaggio di pochi. Si metteranno a sistema circostanze e fatti della storia recente, che hanno inciso in maniera tangibile sullo sviluppo dell’intelligence italiana e di come essa abbia reagito a determinate sollecitazioni, attraverso un focus sul binomio causa-effetto e sulla comparazione delle dinamiche ricorrenti.
Lo sviluppo dei capitoli si basa su un criterio logico e cronologico. Si parte dalle origini storiche del concetto di intelligence, già delineato in trattati risalenti all’epoca precedente alla nascita di Cristo. Primo fra tutti Sun Tzu, con la sua opera “L’arte della guerra”. Si passeranno in rassegna le tappe fondamentali della storia: dall’Impero Romano fino all’Unità d’Italia. Non mancheranno parentesi e focus su personaggi di assoluta caratura come, ad esempio, Amedeo Guillet, meglio noto con l’appellativo de “Il Comandante Diavolo”. Una digressione indispensabile per meglio comprendere l’attuale scenario e cercare di predire quelli futuri. Del resto, usando le suggestive parole di Winston Churchill: “…più sapremo guardare lontano nel passato, più sapremo vedere lontano nel futuro”. (1)
Si analizzerà poi, il periodo storico a cavallo tra la fine del secondo conflitto mondiale e la nascita dell’era Repubblica e di come tutti gli apparati dello Stato, ivi compresi i servizi di informazione e sicurezza, abbiano cambiato volto e sostanza, in virtù del mutato scenario di riferimento e delle nuove alleanze con i paesi occidentali.
Inizia, a questo punto, il graduale processo di rinnovamento delle Istituzioni della Repubblica, in un periodo non meno denso di colpi di scena e tragedie. Se, infatti, in campo internazionale, la contrapposizione tra il blocco sovietico e quello americano ha caratterizzato il lungo periodo della guerra fredda, in Italia, le vicende interne, dense di tentati colpi di stato, stragi, terrorismo e mafia, hanno contrassegnato un periodo lungo e buio del nostro paese. Tra mille difficoltà di poliedrica natura, grazie anche al supporto fondamentale di tutti gli apparati dello Stato, l’Italia ha mantenuto la matrice democratica e costituzionale di sé stessa, pagando un prezzo tutt’altro che modesto. E’ questo il periodo di maggiore riforma che i servizi di informazione e sicurezza hanno vissuto, almeno fino alla ristrutturazione degli ultimissimi anni.
La lunga parentesi degli anni di piombo può dirsi conclusa con la caduta del Muro di Berlino e la scomparsa, de facto, di una delle due super potenze. Inevitabilmente, questo evento ha ulteriormente riassettato gli equilibri internazionali e quelli interni di ogni paese, ed ha visto l’ascesa di nuove forme di minaccia, non meno insidiose delle precedenti. E’ il periodo nel quale le intelligence di tutto il mondo hanno dovuto misurarsi con un tipo di nemico asimmetrico e multiforme, quello cioè del terrorismo di matrice islamica, già noto invero, nei due decenni precedenti.
Si arriverà poi all’analisi delle cause che hanno portato alla riforma del 2007, tanto voluta dal compianto Presidente emerito Francesco Cossiga, che ha comportato una ristrutturazione tanto innovativa , fino alle ultimissime novità intervenute con la legge 133 del 2012.
In ultimo, una dettagliata analisi della situazione attuale, tra “cyber defense” ed “intelligence economico finanziaria”: le nuove minacce che stanno interessando gli apparati di informazione e sicurezza di tutto il mondo.
Il lavoro si conclude con una previsione su quali potrebbero essere i futuri scenari di riferimento e gli ambiti di impiego dei servizi di intelligence; quali provvedimenti il sistema stato potrebbe dover intraprendere per far si che l’azione degli stessi possa sempre essere adeguata alla minaccia e possa mantenere un elevato livello di efficacia ed efficienza.
Chiudo la fase introduttiva dell’elaborato con due citazione celebri di Sun Tzu, il cui significato rende giustizia all’importanza di un sistema di informazione e sicurezza degno di questo nome: “Ciò che consente al sovrano assennato e al buon generale di colpire, conquistare e conseguire gli scopi è la preconoscenza.” ed ancora “un esercito senza agenti segreti è come un uomo senza occhi ed orecchie”. (2)

CAPITOLO 1. CENNI STORICI.
1.1 Sun Tzu e “L’arte della guerra”.
Scienza, arte ma anche una branca della politica, l’intelligence è stata oggetto di studio ed ha appassionato i grandi della storia, da Sun Tzu a Machiavelli, da Napoleone a Von Clausewitz. Le prime forme di intelligence e raccolta delle informazioni affondano le radici ben oltre la nascita di Cristo, arrivando perfino all’epoca delle città stato sumeriche e passando per l’Egitto dei Faraoni. Ma quello della spia, come si vedrà, è un mestiere, se così possiamo definirlo, che sfugge a qualsiasi classificazione spazio-temporale: esso è esistito dalla sin dalla nascita della civiltà umana e si è sviluppato, seppur con dinamiche dissimili, in tutti i popoli. Chi per primo, ne elaborò teoria e metodologia, fu Sun Tzu. Generale, filosofo e consigliere militare del Re, è il padre dell’opera letteraria consegnata alla storia come il primo trattato di strategia militare al mondo, “L’arte della Guerra”. La sua vita, da quanto riportano quasi unanimemente le fonti che lo riguardano, è da collocarsi tra il VI ed il V secolo avanti Cristo, in una regione della Cina Settentrionale. Invero non si hanno molte informazioni biografiche né si ha assoluta certezza sulla sua reale attribuzione dell’opera. La prima traduzione in una lingua occidentale, risale a circa tre secoli fa, grazie ad un missionario francese. In inglese fu tradotta ad inizio del secolo scorso. Per l’italiano, si è dovuto aspettare il 1994. Nonostante si occupi principalmente di conflitti e battaglie, di come condurli e degli elementi da valutare in fase di pianificazione, essa può essere applicata in molti albiti al di fuori della dimensione bellica. Il motivo per cui alla figura di Sun Tzu viene associata l’origine del concetto moderno di intelligence, è da ricercarsi, prevalentemente ma non solo, nel capitolo che focalizza l’attenzione sull’uso delle spie. In particolare, in un preciso passo dello stesso, Sun Tzu recita così: “Il mezzo con cui i sovrani illuminati e i sagaci generali agiscono, vincono e si distinguono tra le masse, è la conoscenza anticipata dei fatti. La conoscenza anticipata dei fatti non si può ottenere attraverso spiriti e spettri, né può essere vaticinata in base ai fenomeni atmosferici o intuita dai corpi celesti; essa deve essere acquisita dagli uomini, poiché è la cognizione della reale situazione del nemico”. (3)
In queste poche righe, le quali, giova ricordare, furono scritte oltre 2500 anni fa, può riassumersi, o quanto meno porsi il fondamento, del concetto moderno di intelligence.
L’autore non si limita a sottolineare l’importanza della (pre)conoscenza delle informazioni. Egli approfondisce l’argomento, specificando le attività da compiere; il tipo di agenti utilizzare e in che modo impiegarli. Peraltro, non manca di aggiungere che il Comandante o il Capo Politico che fa ricorso a determinate attività per accedere alla “preconoscenza”, deve avere delle specifiche caratteristiche, conditio sine qua non per impiegare spie ed agenti. Secondo Sun Tzu infatti, non può adeguatamente impiegare gli agenti (o spie) colui che non sia, contemporaneamente, saggio, benevolo, retto, ma anche sottile e perspicace.
Nell’illustrare poi le diverse tipologie di spie, egli getta le basi per una prima, rudimentale ma chiara classificazione delle attività di intelligence. Secondo Sun Tzu infatti, ci sarebbero cinque tipi di agenti segreti: l’agente locale, l’agente infiltrato, l’agente doppio, l’agente sacrificato e l’agente sopravvissuto. In particolare, gli agenti locali sono reclutati nel territorio del nemico; quelli infiltrati sono reclutati tra i funzionari del nemico; quelli doppi sono spie nemiche reclutate e da portare tra i propri ranghi, al fine di ottenere quante più informazioni possibili, pagate sotto lauti compensi; gli agenti sacrificati sono spie amiche che diffondono false informazioni tra le spie nemiche; infine, gli agenti sopravvissuti sarebbero quelli che riescono a tornare indietro recando informazioni. Di tutte e cinque le categorie, quella dei doppiogiochisti è, potenzialmente, di gran lunga la più pregiata. Infatti i doppiogiochisti, se utilizzati con astuzia, possono rendersi utili sia creando disordine nel sistema informativo e nei processi decisionali del nemico, sia facilitando il lavoro di tutti gli altri tipi di agenti ed amplificandone la resa.
Se l’azione delle tipologie di attori è ben coordinata e fluida, essa costituisce il vero vantaggio strategico che ciascun sovrano e generale dovrebbe perseguire.
Un eccellente ed acuto precursore dei tempi, il quale, con oltre due millenni di anticipo, aveva già delineato una divisione dei compiti degli agenti delle informazioni, su un criterio di tipo territoriale e funzionale.
Questo genere di approcci, tuttavia, costerà a Sun Tzu non poche critiche ed il biasimo di filosofi e strateghi cinesi dei secoli successivi. Le ragioni della spregiudicatezza, se così si può definire, che Sun Tzu utilizza nel proprio trattato, sono da ricercarsi nella necessità di contenere i costi delle campagne militari, sia in termini di perdite umane, che materiali. Lui stesso scrive molto chiaramente che “Non procurarsi informazioni sul nemico, e combattere per anni, per evitare di compensare agenti segreti abili è dunque un’azione che va contro il popolo, è indegna di un generale, di un retto consigliere del sovrano, di una persona che possa raggiungere la vittoria. (4) Pertanto, come ebbe a sottolineare il Machiavelli secoli dopo, il “fine giustifica i mezzi”. (5)
Dunque, pur di ottenere le informazioni essenziali per condurre la guerra in maniera rapida e poco dispendiosa, l’attività di ricerca ed analisi delle informazioni, quanto sul nemico, tanto sul terreno, era da prediligere ed ottenere prioritariamente. In tale quadro, le operazioni degli agenti, su un piano sostanziale, dovevano essere di gran lunga le più importanti tra tutti i soggetti attori. Tant’è che, tra le altre cose, lo stesso Sun Tzu precisava che non sarebbero dovute esserci ricompense più alte di quelle concesse alle spie, né affari più segreti di quelli che le riguardano.
Anche l’inganno come metodo, anzi come stratagemma, assume un ruolo significativo nella visione del fine stratega. A tal riguardo, egli precisò che la guerra non può prescindere dall’inganno. Un buon generale avrebbe dovuto mostrarsi incapace, quando invece fosse stato abile; inattivo, quando costretto ad impegnare le forze; far credere lontano un obiettivo prossimo e nei paraggi uno molto distante. In sintesi, dare un’errata percezione di sé, al fine di disorientare chi, a sua volta, cerca di penetrare i segreti, militari e non solo, al fine di ottenere vantaggi strategici. Un qualcosa di molto affine e vicino tanto alla poliedrica dimensione dell’intelligence, quanto alle moderne attività di psyops, ovvero di guerra psicologica, uno strumento utilizzato massicciamente sia nel secondo conflitto mondiale, da entrambi gli schieramenti, che nei decenni successivi. Le psyops secondo la definizione data dal CEMISS, Centro Militare di Studi Strategici, possono essere definite come il complesso delle attività psicologiche pianificate in tempo di pace, crisi e guerra, dirette verso Gruppi Obiettivo (GO) amici, neutrali o nemici, al fine di influenzarne gli atteggiamenti ed i comportamenti che incidono sul conseguimento di obiettivi politici e militari, dove per GO si intende un selezionato insieme di persone o di figure sociali, quali forze nemiche, schieramenti amici, settori della popolazione, autorità civili e militari, personalità di rilievo o comunque godenti di ampio credito. Il fine delle operazioni psicologiche è dunque quello di influenzare atteggiamenti e comportamenti. Lo stesso fine che un generale avrebbe dovuto perseguire ricorrendo al TAO della guerra, ossia l’inganno.
Non può passare inosservata la cifra moderna con cui il generale delinea i principi che possono essere applicati a qualsiasi epoca della storia: da quella remota alla più recente, e certamente anche ai conflitti di domani. Per meglio dire, la visione di Sun Tzu, più che moderna, può definirsi atemporale e dunque adattabile a qualsiasi epoca, tanto quelle passate, tanto le presenti che le future.

1.2 I Trentasei Stratagemmi.
Nato originariamente per scopi bellici, come una sorta di manuale per generali e grandi condottieri, la sua versatilità, parallelamente all’arte della guerra, ha avuto possibilità di applicazione in tutti gli ambiti dello scibile umano. Scoperto casualmente negli anni quaranta del secolo scorso presso un mercatino di una remota provincia cinese, il manoscritto originale consta di soli 138 caratteri e, verosimilmente, è stato redatto nel periodo della dinastia Ming, ovvero tra il 1368 ed il 1644. Lo stesso Mao Zedong tanto ne fu colpito, da nasconderlo al pubblico fino a tutto il 1961, anno in cui fu pubblicato su un quotidiano del Partito Comunista Cinese. In merito all’autore, l’opinione più diffusa è che l’opera sia il frutto di un accurato studio delle dinamiche di guerra e naturali portato avanti, nei secoli, da diversi monaci guerrieri. Per quanto la brevissima ma densa opera non sia un vero e proprio trattato sull’intelligence, nello sviluppo dei suoi capitoli si intravedono chiaramente gli elementi basilari dello spionaggio e del contro spionaggio. Così come spesso evidenziato dal maestro Sun Tzu, anche ne I trentasei stratagemmi l’inganno viene presentato come colonna portante della guerra e, in generale, come via per giungere all’obiettivo senza eccessivo dispendio di energie.
L’opera è suddivisa in sei capitoli, ciascuno contenente sei stratagemmi. Ciascun capitolo si differenzia per diverso scenario di riferimento: piani per le battaglie già vinte; piani per le battaglie in bilico; piani per attaccare in battaglia; piani per le battaglie confuse da molteplici scenari; piani per guadagnare terreno; piani per le battaglie in fase di sconfitta.
Il filo conduttore, comune denominatore di tutti i capitoli, come detto, è l’inganno. Di tutti, quelli su cui concentrare l’attenzione ai fini del presente studio, sono solo alcuni, illustrati di seguito.
Il VII che recita così: “generare qualcosa dal nulla”. Semplice ma tutt’altro che banale. In sintesi, si tratta di fornire una falsa idea (o informazione) al nemico, in modo da indurlo, ingannevolmente, ad assumerla per vera. L’inganno dunque genera qualcosa dal nulla. Si intimorisce il nemico con una minaccia inesistente, in modo che esso dispieghi le proprie forze in una maniera che poi si rivelerà inutile, quando non dannosa. Lo sbarco in Normandia delle truppe alleate il 6 giugno del 1944 rappresenta un chiaro esempio di ottima interpretazione e riuscita del VII stratagemma. Gli alleati, in questa circostanza, convinsero i nazisti che lo sbarco sarebbe avvenuto nel passo di Calais con le truppe del Generale Patton. Un ruolo decisivo fu svolto dalla disinformazione messa in campo dai servizi di intelligence degli alleati, denominata Bodyguard, guardia del corpo (a difesa della verità). Come lo stesso Churchill ebbe a dire, a premessa della conferenza di Teheran del 1943 (dove si decisero i dettagli della liberazione dell’Europa continentale dai nazisti) “La verità è un bene così prezioso che deve essere protetta da una corazza di menzogne”. L’operazione Bodyguard, che rese possibile la buona riuscita di Overlord, a sua volta si componeva di numerose operazioni complementari, tutte finalizzate alla disinformazione, o inganno se si preferisce. Da trasmissioni radio che veicolavano false informazioni, a sagome di carri ed aerei in legno schierati su diversi punti d’Europa, fino all’utilizzo dei famigerati agenti doppi, l’opera dei servizi scompaginò completamente le idee dell’Alto Comando Tedesco. Il resto è Storia.
Nello stratagemma XXXII, “il piano della città vuota”, si rimarca ancora una volta il tema la falsa informazione. Il principio è quello di non mascherare la propria debolezza ma, al contrario, ostentarla, al fine di disorientare il nemico. Un’acuta forma di disinformazione, quella di lasciare alla libera vista quello che di norma sarebbe da tenere quanto più celato possibile. Va da sé che questo metodo presuppone un efficace controspionaggio perché, chiaramente, se il nemico dovesse riuscire a vedere nitidamente la realtà dietro l’inganno, farebbe man bassa di tutta la città. Ed è in funzione del controspionaggio, che subito ci si ricollega allo stratagemma successivo, non a caso, il XXXIII, che affronta giustapposta il tema dei doppiogiochisti, la cui centralità è stata abbondantemente sottolineata dallo stesso Sun Tzu, testualmente, “il piano della spia nemica convertita”. Stratagemma se vogliamo complementare al XXV, “rubare le travi e cambiare le colonne”, ossia saper coinvolgere un elemento (spia) del nemico, utilizzandolo per i propri scopi. Di fatto, nella difficile e variegata guerra dello spionaggio, riuscire a far cambiare sponda ad un informatore è un evento tanto complicato quanto potenzialmente foriero di vantaggi strategici. Non meno importante, quando si individua un agente nemico, è evitare di smascherarlo e, in armonia con lo stratagemma XXV, utilizzarlo per i propri scopi, magari fornendo lui informazioni fuorvianti. Dinamica assai ricorrente nei recenti conflitti, specie durante il periodo della guerra fredda.
Infine, l’ultimo stratagemma, quello della “carne sofferente”, in cui, nell’ottica del rovesciamento del reale a guadagno del falso, si insinua il dubbio nel nemico, generando disorientamento. Si fa ricorso a questo metodo quando si è in netta inferiorità rispetto al nemico e, in qualche modo, si confonde il nemico per rallentarne le decisioni e dunque le azioni. Un esempio lampante dell’utilizzo di questo stratagemma è quello legato alla storia, o forse sarebbe il caso di dire alla leggenda, del nobile Caio Muzio, meglio noto come Muzio Scevola. Nel 508 a.C., gli Etruschi con a capo il Re Porsenna assediarono l’Urbe per antonomasia. Il giovane senatore Caio Muzio, convinse il Senato che l’assassinio del Re Porsenna avrebbe dato fine al logorante assedio. Egli si insediò nell’accampamento etrusco ed uccise per errore un funzionario dell’esercito che scambiò per il suo reale obiettivo. Portato dinnanzi al Re vero, egli pose la propria mano destra sopra un braciere, fin quando non si consumò completamente, dicendo a Porsenna che si stava punendo per l’errore, e che altri cento sarebbero venuti, dopo di lui, con lo stesso scopo. A questo punto il Re, impressionato dalla determinazione del senatore, mandò una delegazione etrusca a trattare la pace con Roma. Con il suo autolesionismo Caio Muzio, da quel momento chiamato Scevola (il mancino) per l’aver perso la mano destra, si rese credibile agli occhi di Porsenna, nascondendo la reale situazione di inferiorità dell’esercito romano ed indusse il nemico a cambiare i propri piani.

1.3 L’intelligence nell’Impero Romano.
Quello Romano è uno degli imperi più longevi ed estesi dell’umanità. Tuttavia, sin dalle origini, a differenza dell’impero persiano che poteva contare su “gli occhi e le orecchie del re”, non ha sviluppato un’organica rete di intelligence. Infatti, per controllare le minacce lungo il vastissimo territorio, i romani, inizialmente e per diversi secoli, basavano le proprie informazioni da fonti puntiformi, i delatores, non coordinate e sparse sui territori dell’impero. Semplici cittadini che riportavano notizie e muovevano accuse, non sempre fondate. I primi imperatori utilizzavano la guardia pretoriana, i suoi centurioni ed i tribuni, per attingere informazioni dal popolo su possibili fatti eversivi.
Ma il primo servizio segreto romano, verosimilmente, fu creato nel primo secolo dopo Cristo da Domiziano. La sezione di rifornimento della scorta imperiale, il pretorium, era composta per lo più da sottufficiali che avevano il compito di portare il grano (frumentum) alle truppe negli avamposti, da qui il termine frumentarii. La loro caratteristica di impiego dunque, era quella di raggiungere gli estremi remoti dell’impero, attraversando territori e città ed avere così contatti con militari e personale civile lungo tutto il percorso. Un efficace termometro per conoscere le più disparate informazioni sul territorio dell’impero. Essi infatti, oltre che del sostentamento logistico delle truppe, si occuparono del controllo, della raccolta e della trasmissione delle informazioni. Dipendevano gerarchicamente dal princeps peregrinorum, centurione anziano a sua volta direttamente dipendente dall’imperatore, il cui quartier generale fu posto a Roma. L’imperatore Adriano fu uno dei primi che li impiegò massicciamente come spie, specie all’interno della corte imperiale. E proprio in questo periodo il loro potere aumentò: erano infatti in grado di mettere sotto la lente di ingrandimento persone di qualsiasi estrazione sociale, dai semplici cittadini, financo ai senatori. Lavorando anche con le forze di polizia dell’Urbe, potevano compiere arresti ed esecuzioni. Una sorta di “corpo” speciale, parallelo alle forze militari, cui il governo imperiale affidava compiti importanti e variegati come, ad esempio, di esattori. Per quanto spesso agivano “in borghese”, in talune circostanze anzi, la politica dell’impero era quella di palesare in maniera inconfondibile la loro presenza sul territorio, addirittura con uniformi specifiche. Il crescente potere accumulato nelle loro mani, specie nel tardo terzo secolo d.C., li vide protagonisti di azioni mal tollerate dai cittadini.
Nel tardo impero, l’imperatore Diocleziano riformò l’esercito ed il corpo dei frumentarii per crearne uno simile, chiamato agentes in rebus, gli agenti in missione. Avevano compiti simili ai predecessori, ma con specifiche differenze. Prima di tutto l’arruolamento avveniva tra persone civili e non militari, che venivano formati in una vera e propria scuola, qualcosa di simile alle attuali accademie, la schola agentum in rebus. Inoltre la dipendenza gerarchica e funzionale non era più soggetta prefettura pretoriana, ma ad un funzionario ministeriale detto Magister Officiorum, Maestro degli Uffici che, per comprendere chi fosse, si pensi ad una sorta di sintesi tra l’attuale primo ministro ed il ministro degli esteri. Infine, la consistenza numerica degli agenti generali era di gran lunga superiore a quella dei frumentarii e poteva contare su circa 1200 unità, contro le 200 dei predecessori. Essi monitoravano in lungo ed in largo tutte le province romane, come una sorta di supervisori dei governatori locali, che certo li temevano. Di fatto, furono gli informatori fidati dell’imperatore, vigilanti della sicurezza interna. Nel Corpus Iuris Civilis, codice tra i codici, Giustiniano addirittura fece inserire dai propri giureconsulti un articolo nel quale gli agentes avrebbero avuto una sorta di scudo penale nell’ambito delle proprie attribuzioni. C’è da dire che Giustiniano, un vero stratega ed abile politico, prima di diventare imperatore, svolse l’importante ruolo di Maestro degli Uffici nel periodo in cui lo zio Giustino fu imperatore. Egli dunque conosceva molto bene le capacità degli agentes. Questi ultimi, al termine carriera, dopo aver servito l’imperatore e gli interessi dell’impero in generale, spesso venivano cooptati per svolgere ruoli nell’ambito dell’amministrazione delle province o, addirittura, come prefetti del pretorio.
Le agenzie dell’impero dunque, per quanto fossero qualcosa di molto simile agli attuali servizi di informazione e sicurezza, nella realtà avevano molti altri compiti, che li facevano apparire come il prolungamento del governo imperiale nel territorio. Per quanto, nei secoli, proprio in funzione delle ulteriori attribuzioni, su tutte quella di esattori, i frumentarii prima e gli agentes in rebus poi, abbiano riscosso critiche e sdegno dei cittadini, costituirono certamente un esempio di efficienza istituzionale. Di questo ne è testimone il fatto che la loro intensa e poliedrica attività durò per circa seicento anni.

1.4 Lo spionaggio nel Medioevo.
Caduto l’Impero Romano d’Occidente e dissoltosi nel tempo quello Bizantino, i regni successivi, specie quelli barbarici, come ad esempio quello carolingio, non presentarono nulla di paragonabile ad una struttura di spionaggio e di intelligence paritetica a quella osservata con gli agentes in rebus. Probabilmente la ragione è da ricercarsi nel fatto che la sfera d’azione di questi regni era molto limitata. Mancava dunque l’elemento di necessità, che invece avevano i grandi imperi, per il fatto che potessero vantare un vero e proprio scacchiere internazionale. Per questo motivo né nel regno Franco, né in quello Longobardo possiamo trovare una struttura organica di intelligence. Del resto non avevano nemmeno un apparato burocratico per gestire adeguatamente il territorio e riscuotere i tributi. L’intera architettura della società civile si era ridimensionata. In funzione di quanto appena detto, per quasi tutto il medioevo non si potrà quasi mai parlare di intelligence, al massimo di spionaggio e complotti. Come ad esempio quello messo in piedi da Filippo il Bello di Francia, nel 1300, contro l’ordine dei Templari, un ordine di monaci guerrieri fondato ai tempi della prima crociata, nati con lo scopo di proteggere i pellegrini in terra santa. Essi avevano un grande potere economico, in quanto depositari di ingenti quantità di oro in tutte le principali città di ogni regno. Certamente per questo motivo svilupparono un efficiente rete di informazione, che era in grado di far comunicare le diverse sedi distanti tra loro. Peraltro, va pure sottolineato che, rispondendo solo ed esclusivamente al Papa, erano completamente slegati dai vari Re, oltre che dai vescovi. Chiaramente tutto questo potere e un tale grado di autonomia poco andavano d’accordo con l’ascesa delle varie monarchie nazionali che andavano sviluppandosi ai tempi, come ad esempio quella francese e spagnola. Tornando a Filippo il Bello, questi certo non poteva permettersi uno scontro diretto, né con i templari né tantomeno con il Papa. Pur privo di un apparato organico di informazione, giocò d’astuzia e diede origine ad una potentissima campagna mediatica diffamatoria, che reggeva su accuse di eresia. Inoltre fece arrestare, praticamente in simultanea, tutti i monaci guerrieri presenti sul territorio francese. Con queste abili mosse, di cui la mente pare fosse stato Guglielmo di Nogaret, giurista e uomo di fiducia di corte.
Oltre questi sporadici episodi, figli più del complotto che di altro, si ebbe il buio dunque, almeno fino al 1400, ovvero fino all’ascesa di due città che segnarono la storia della penisola nel basso medioevo: Venezia e Firenze. In particolare, leggendaria fu la capacità della Serenissima Repubblica di Venezia di disperdere una fitta rete di agenti sulle vastissime tratte mercantili del rigoglioso commercio dell’epoca. Esso era in grado di poter contare su una quantità di risorse pressoché illimitata, inoltre, proprio per la vitale funzione svolta ai fini della sopravvivenza della Repubblica, gli agenti erano quasi completamente svincolati da controlli e anche dalle leggi. Già dal XIV secolo, il Consiglio dei Dieci si occupava, oltre che di sopprimere i reati politici ed eventuali nemici esterni, attraverso i sicari, di gestire gli affari segreti e la sicurezza dello Stato. A tal proposito, la rete degli agenti di intelligence e delle spie, rispondeva alla figura del Missier Grande, una sorta di capo della polizia, direttamente dipendente dal Consiglio dei Dieci. Ulteriore organo di giustizia a tutela del segreto di stato fu rappresentato dai 3 inquisitori, che di fatto erano dei magistrati cui era affidata la gestione della giustizia segreta ed il cui potere era illimitato e le loro sentenze inappellabili.
A partire dai primi anni del 1500, a Venezia era presente un vero e proprio ministro delle spie, il così detto “segretario alle cifre”,
A Firenze, invece, con Cosimo I di Toscana, fu creata una sorta di scuola di formazione di agenti di grande caratura e capacità, dei veri e propri diplomatici, più che spie, le cui gesta ebbero molta risonanza anche nella fiorente epoca del Rinascimento.
In sintesi nel medioevo non si può parlare di intelligence, ma si può certamente parlare di complotti, congiure e spie. Del resto quello delle spie, noto anche come il secondo mestiere più antico del mondo, è sempre esistito, anche prima della nascita dell’intelligence, il cui concetto, come già detto, assume una diversa declinazione.

1.5 Machiavelli. La ragion di stato ed il segreto di stato.
Il periodo rinascimentale è segnato dal passaggio da una politica basata su presupposti orientati ai principi etici e spirituali, ad una di sostanziale alienazione dalla morale e dalla religione. In tale quadro si inserisce perfettamente la figura del Machiavelli, riconosciuto peraltro il padre della politica moderna, non solo per la strategia dell’apparenza di cui, cinque secoli fa, colse con inedita attualità l’importanza. Attraverso l’opera de “Il Principe”, l’autore idealizza e rappresenta il capo politico. Egli doveva essere in possesso delle più disparate virtù ma, contestualmente, poteva agire anche con violenza, astuzia e privo di moralità, pur di tenere saldo il proprio principato. E’ proprio in virtù dell’idea del Machiavelli che prende forma e si sviluppa il concetto della ragion di stato, ovvero il ricorso da parte del detentore politico a strumenti per lo più eccezionali, come la forza o anche il segreto, al fine di conservare il potere di imperio, di garantire la sicurezza dello stato e mantenere in equilibrio l’ordine sociale. Si sviluppa parallelamente l’idea complementare di segreto di stato, ossia del vincolo posto dal capo politico su fatti, documenti, notizie, luoghi, dinamiche, la cui divulgazione non autorizzata potrebbe compromettere la sicurezza dello stato. Fu questo uno tra i principali obiettivi degli organi politici, per il quale si sarebbero dovute instituire delle strutture ad hoc. Le idee del Machiavelli trovarono il biasimo di contemporanei e posteri ma segnarono di fatto uno storico passaggio della politica. Da questo momento in poi infatti, la gestione della cosa pubblica, svincolata completamente dalla religione e dalla morale, sarà orientata alla difesa, alla conservazione ed allo sviluppo dello stato. Un approccio alla politica che, poco dopo, si rafforzerà con il così detto ordine di Westfalia, ossia dell’equilibrio sancito dalle potenze europee con l’accordo di pace successivo alla guerra dei trent’anni. In questa circostanza, cui viene riconosciuta la nascita del concetto moderno di stato, prende corpo nel panorama europeo il rispetto della sovranità degli stati, un’idea assolutamente complementare a quella della ragion di stato appunto. Ed nel clima di profondo rinnovamento politico, gli apparati di intelligence assumeranno una dimensione di istituzioni permanenti, a pieno titolo parti integranti degli stati. Si avvia dunque, o forse sarebbe il caso di dire che riprende, dopo il vuoto del medioevo, la nascita e la formazione di esperti, professionisti, uomini dello stato, impegnati nella raccolta delle informazioni, nella loro elaborazione e nella tutela dell’interesse supremo della sicurezza della nazione.

1.6 I Servizi di informazione dopo l’Unità d’Italia.
Appena costituitosi sotto le insegne di casa Savoia come stato unitario, l’Italia sentì l’esigenza di riorganizzare tutti gli apparati propri dello stato moderno, ivi compresi quelli di informazione e sicurezza.  Nel periodo immediatamente precedente all’unità, operavano, spesso sovrapponendosi, diverse agenzie: una dell’Esercito, due del Ministero dell’interno, uno dei Carabinieri e uno del Corpo delle Guardie doganali. Inoltre vi furono anche quelle alle dirette dipendenze del Presidente del Consiglio e del Ministro degli affari esteri, ed una sorta di servizio informativo del Re. I compiti di ciascuna struttura non erano ben definiti e, molto spesso, si riscontravano delle zone di sovrapposizione prive di una struttura di vertice in grado di coordinarne le attività. Il primo organismo italiano di polizia informativa fu costituito nel 1863, e prese la denominazione di Ufficio informazioni dello Stato Maggiore del Regio Esercito, che tuttavia ebbe vita breve, in quanto fu sciolto dopo le sconfitte contro gli austriaci nel 1866. Nel 1890 fu ricostituito, ma con compiti prevalentemente di contro spionaggio. Nel 1882, l’Italia aderisce alla Triplice Alleanza, al fianco della Germania e dell’Austria-Ungheria. In virtù di tale patto, i vicini francesi intensificarono l’attività di spionaggio ai nostri danni, motivo per cui, in quegli anni, le principali attività dell’intelligence italiana furono orientate per lo più al controspionaggio. Ma non mancarono le azioni di intelligence nei confronti delle colonie italiane del nord africa. Attività svolte sia da militari che da compagnie private. Sul finire del XIX secolo, la grave crisi economica nel paese generò numerosi azioni di protesta e di disordini interni. Per rispondere a questo genere di minaccia, fu creato l’Ufficio Riservato del Ministero dell’Interno. Da questo momento in poi, l’intelligence italiana si baserà sul concetto del “doppio binario”, ovvero di una struttura a connotazione militare per la sicurezza esterna ed una civile per quella interna.
All’alba del XX secolo, l’Ufficio Informazioni, che tra le sue fila arruolò anche personaggi di grande caratura come Cesare Battisti, cambiò denominazione e venne chiamato Ufficio I del Corpo di Stato Maggiore dell’Esercito. Tra le molte innovazioni, riscontriamo in questo periodo il ricorso all’uso della crittografia e dei cifrari. Nel 1914, con lo scoppio della Grande Guerra, le esigenze di intelligence di tutti i paesi, specialmente del nostro che entrò nel conflitto l’anno successivo, crebbero notevolmente. In funzione di tali necessità, l’architettura degli apparati mutò nuovamente: l’Ufficio I divenne il Servizio I del Comando Supremo e, contestualmente, sorsero i servizi informativi dell’Esercito e della Marina Militare. Sempre durante il primo conflitto mondiale, sorse l’Ufficio Centrale Investigazioni, una struttura ad ordinamento civile dipendente dal Ministero dell’Interno, avente lo scopo di ricercare e reprimere le minacce interne. Ebbe vita breve, limitatamente alla durata del periodo bellico. Nel 1919 infatti, il Ministero dell’Interno rivisitò l’organizzazione del proprio servizio, che si trasformò nella Divisione Affari Generali e Riservati (DAGR). La Divisione, al suo interno, aveva una diversificazione di uffici e compiti. In particolare, era composta dalla Divisione Stranieri, che si occupava di raccogliere informazioni e controllare i cittadini di altre nazionalità che operavano all’interno del paese. La Sezione Ordine Pubblico invece, si occupava della gestione delle attività interne con finalità sovversive. A complemento delle strutture appena descritte, furono istituiti il Casellario Politico Centrale e gli Ispettorati Speciali di Polizia.
Con il Regio Decreto 1809/25, dell’ottobre del 1925, fu creato il Servizio Informazioni Militari (SIM). Due anni dopo, con il Regio Decreto 70/27, il SIM riunificò sotto di sé i servizi di informazione di Esercito, Marina ed Aeronautica e fu posto alle dipendenze del Stato Maggiore Generale. Questa architettura resse fino a l secondo conflitto mondiale ed alla successiva capitolazione del regime fascista. Di fatto, nel 1944, il primo governo Badoglio eseguì una primissima riforma del comparto sicurezza, creando il Servizio Informazioni Speciali (SIS), nei cui ranghi confluirono le competenze, e non solo, del precedente DAGR.
Come noto, questi anni passarono all’insegna della ricostruzione del Paese, sia fisica che istituzionale, a seguito del devastante conflitto mondiale appena trascorso, che aveva portato l’Italia ed il suo Popolo fino al baratro.

1.7 Amedeo Guillet, il Comandante Diavolo.
Così come spesso accade per i film di spionaggio dalla trama avventurosa e dall’epilogo poetico dell’eroe romantico, anche l’Italia ha avuto il suo leggendario 007.
Ufficiale di Cavalleria pluridecorato del Regio Esercito, con diverse campagne militari alle spalle, sia nel corno d’Africa che nella Spagna di Franco, con una promozione per meriti di guerra, Amedeo Guillet, consegnato alla storia con l’appellativo di Comandante Diavolo, può essere considerato senza timore di smentita, uno dei migliori agenti dell’intelligence italiana di sempre, ragione per cui le sue gesta meritano speciale menzione.
Dopo l’Accademia Militare ed un futuro promettente di giovane Ufficiale di Cavalleria proveniente da nobile famiglia, decide di conquistarsi la promozione sul campo di battaglia partecipando alla campagna di Spagna. Infiltratosi nel paese con una falsa identità, porta avanti azioni di guerriglia mirate a sostenere il Generalissimo Franco contro il pericolo bolscevico. Dopo otto estenuanti mesi di battaglia, Guillet torna in patria.
Nel 1941, le truppe di terra degli alleati hanno riconquistato tutti i territori dell’Africa orientale, precedentemente occupati dalle forze dell’Asse. L’Esercito è allo sbando ed in ritirata, ma il giovane Ufficiale Italiano, alla testa di un centinaio di uomini, decide di non arrendersi e di continuare l’azione di guerra, o forse sarebbe il caso di dire di guerriglia contro il nemico. Il suo obiettivo è quello di sfiancare il nemico con atti di sabotaggio e puntate offensive, per far credere che l’Esercito Italiano non si sia realmente arreso. Fece saltare linee ferroviarie e ponti, saccheggiò depositi di armi e munizioni e tagliò le linee telegrafiche. Tutte azioni che catturarono l’attenzione dell’Esercito e dell’intelligence militare inglese, che misero in piedi, contro Amedeo, una delle più imponenti cacce all’uomo mai fatte fino a quel momento con relativa cospicua taglia. Per rimanere nascosto, Guillet modifica completamente la propria identità: dismette l’uniforme da Ufficiale; cambia nome; parla arabo e segue fedelmente la tradizione dell’islam. Molti nel corso del tempo lo hanno soprannominato il Lawrence d’Arabia italiano. Giova però precisare che Lawrence aveva alle spalle l’Impero Britannico, che lo foraggiava con eccezionali risorse. Amedeo non poteva contare su niente e nessuno, se non le proprie risorse e sul fascino che il proprio carisma esercitava sugli uomini sotto il suo comando e, in generale, nel mondo arabo. In moltissimi ne conoscevano movimenti e dimora e certamente a tutti avrebbe fatto più che comodo la ricca taglia di mille sterline d’oro. Ciò nonostante nessuno tradì mai il comandante diavolo. In totale sfregio al nemico ed al fine di sviarlo dalle proprie tracce e di prendersi gioco di lui, lo stesso Guillet, vestito da arabo e con una perfetta padronanza della lingua, andò presso il presidio militare inglese per denunciare l’avvistamento del ricercato ufficiale italiano, addirittura intascando i soldi della taglia. Dopo innumerevoli avventure, durante le quali spesso rischiò la vita, finalmente tornò in Italia ed inizia a collaborare con il servizio informazioni militari.
Promosso generale a soli 37 anni ed ormai non più troppo affascinato dalla vita militare anche in funzione della caduta della monarchia e del Re, a cui aveva prestato giuramento di fedeltà, dismette l’uniforme e, dopo la fine della guerra, negli anni cinquanta, intraprende la carriera diplomatica, diventando ambasciatore d’Italia in Egitto. In Yemen, in Giordania, in Marocco ed, infine, in India.
Pur se alla suo tempo gli scritti di Sun Tzu non era ancora stati diffusi, Guillet li interpretò alla perfezione, consegnandosi alla storia non solo come valoroso condottiero, ma anche come maestro dall’inganno ed acuto conoscitore delle strategie della guerra.

CAPITOLO 2. L’INTELLIGENCE ITALIANA ALL’ALBA DELLA REPUBBLICA
2.1 L’ingresso nella NATO , il SIFAR ed il SID.
Il secondo conflitto mondiale termina con il trattato che fu definito da Alcide De Gasperi con la metafora de “il calice amaro”, ossia quello di Parigi col quale vengono sanciti gli equilibri internazionali futuri.
Dopo il referendum istituzionale del 1946, quello in cui si decise per la Repubblica come forma di stato, nel giro di pochi mesi, almeno sulla carta, fu completamente ridisegnata la struttura istituzionale del paese. Nell’ambito dello stesso referendum, i cittadini italiani scelsero anche i membri dell’Assemblea Costituente, chiamati tra le altre cose, a redigere la Carta Costituzionale, nella quale appunto furono sancite le nuove geometrie del sistema stato.
Per diretta conseguenza anche gli apparati di informazione e sicurezza vennero ricostituiti, seppure non da subito.
Nel 1949, con la creazione del Ministero della Difesa, dove confluirono i precedenti Ministeri della Marina, dell’Aeronautica e della Guerra, fu creata, con circolare ministeriale interna al dicastero della Difesa, un’unica struttura di intelligence ad accezione militare, il Servizio Informazioni Forze Armate (SIFAR), che venne posto alle dirette dipendenze del Capo di Stato Maggiore della Difesa. A supporto del SIFAR, all’interno di ogni Forza Armata ed alle dirette dipendenze del relativo Capo di Stato Maggiore, furono create le Sezioni Informazioni Operative e Situazioni (SIOS), quindi vi era un SIOS per l’Esercito, uno per la Marina ed uno per l’Aeronautica.
Quasi in contemporanea, il 4 aprile del 1949, a Washington viene istituita un’organizzazione internazionale avente come scopo la difesa militare dei suoi membri, l’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico, la NATO, di cui l’Italia, unitamente ad altri 11 paesi, ne è tra i fondatori.
Ovviamente la nuova organizzazione avrà come obiettivo anche quello di un sistema integrato di intelligence, di cui il nostro SIFAR sarà parte attiva. Il periodo più significativo, oltre che discusso, del SIFAR fu quello legato alla figura del Generale De Lorenzo, che lo guidò per quasi 7 anni fino al 1962, anno in cui divenne Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri. Nel novembre del ’65, con Decreto del Presidente della Repubblica, venne sciolto il SIFAR e creato il Servizio Informazioni Difesa (SID), il cui comando fu affidato all’Ammiraglio Henke. Il SID mantenne gran parte di forma e sostanza del SIFAR. Secondo alcuni storici, ci fu decisa una trasformazione, più di facciata che altro,per via di alcune dinamiche poco chiare, che furono portate alla cronaca poco dopo, ovvero la schedatura da parte del SIFAR, voluta da De Lorenzo, di circa 150 mila cittadini italiani.

Il SIFAR prima ed il SID dopo, nell’ottica della difesa comune dei membri della NATO ed in antitesi con il così detto “partito arancione”, ossia la formazione contraria della galassia sovietica sorta col patto di Varsavia negli anni ’50, ebbero compiti legati per lo più alla difesa ed alla sicurezza del paese e dell’alleanza atlantica, sia attraverso azioni di spionaggio che di controspionaggio. Lo scenario di riferimento è quello della guerra fredda e l’Italia, anche per la posizione strategica sia come sbocco nel mediterraneo che come snodo centrale in Europa, assume un ruolo di primaria importanza per limitare e controbilanciare l’avanzata comunista nel vecchio continente. La desecretazione di alcuni documenti classificati dell’intelligence americana ci ha dato la possibilità di conoscere l’esistenza del piano di intervento anticomunista chiamato “Demagnetize” di cui, stando agli stessi documenti, l’allora capo del SIFAR, il Generale De Lorenzo, non solo fu formalmente messo a conoscenza, ma addirittura sottoscrisse. E rimane difficile pensare uno scenario molto differente: i nostri apparati non potevano non essere supervisionati dalla NATO ed orientati alla difesa del patto atlantico ed in contrasto con la controparte sovietica. Del resto, come ebbe a dire il Prof. Carlo Galli, già docente di storia del pensiero politico contemporaneo presso l’Università di Bologna, “non si perdono le guerre mondiali gratis, da qualche parte il prezzo emerge”.(5) Probabilmente il prezzo pagato dal nostro paese, fu proprio quello di una politica filo atlantista, sia in campo internazionale che sul piano interno.

2.2 L’Ufficio Affari Riservati del Viminale.
Dopo 1° Gennaio 1948, con la nascita della Repubblica, il SIS venne sostituito con l’Ufficio Affari Riservati del Viminale, la struttura cui era devoluta la sicurezza interna del paese ed alle dirette dipendenze del Capo della Polizia. Contava su una fitta rette presente sul territorio con le questure sparse lungo tutta la penisola, nelle quali, a loro volta, erano dislocati gli “uffici politici”. Ciascun ufficio era articolato in due sezioni: “sinistra e stranieri” e “situazione interna e destra”. Nelle questure era poi presente l’Ufficio vigilanza stranieri, che si occupava di vigilare le attività di stranieri sospetti e di controspionaggio.
Appare evidente già a partire dalla denominazione delle sue sub articolazioni, che l’attività principale di tale servizio a connotazione non militare era rivolta prevalentemente al controllo delle attività di taluni gruppi politici, che operavano fuori dalle righe, se così si può dire, e che spesso focalizzavano le proprie azioni con atti violenti e di matrice terroristica.
Sono anni drammatici per il nostro paese. Come vedremo nel successivo paragrafo, lo Stato è continuamente sconvolto da bombe, attentati dinamitardi, rapimenti ed assassinii. Sono gli anni bui della così detta “strategia della tensione”, della strage di Piazza Fontana, del Treno Italicus e di una lunghissima serie di eventi drammatici che hanno messo a dura prova la tenuta democratica del paese. E’ dunque facilmente comprensibile come l’attività dei servizi di informazione e sicurezza fosse orientata prevalentemente per arginare l’aspra contesa politica, che si palesava oltre le sedi istituzionali, spesso in maniera violenta.
Tant’è che il servizio infiltrò i propri agenti nei principali gruppi di destra e di sinistra estrema, ma anche nelle sedi di giornali e sindacati, utilizzando gli stessi sia come termometri che come fonte di informazioni preziose.
Dalla nascita fino alla riforma del ’77, l’UAR muta più volte la propria organizzazione interna. Dopo il ’58, gli Uffici Vigilanza Stranieri vengono sostituiti dai Nuclei Investigativi, sparsi sul territorio nazionale e che facevano capo al Gruppo Operativo centrale sito in Roma. Successivamente, nel 1962, vengono istituite sei Sezioni, suddivise per tipologie di compiti: la prima si occupava di gestire i contatti e lo scambio delle informazioni con gli uffici politici delle questure; la seconda e la terza monitoravano gli estremismi politici, rispettivamente quello di sinistra e quello di destra; la quarta invece si occupava di monitorare le attività dei gruppi separatisti altoatesini; la quinta sezione era dedicata alla gestione delle varie fonti presenti nelle principali testate giornalistiche. In fine l’ultima sezione, a quanto pare quella più potente, che svolgeva sia compiti di coordinamento generale con le altre, sia di gestione del libro paga degli informatori, ovvero dei fondi affidati al servizio. Ne fu capo il discusso personaggio Federico Uberto D’Amato, che di li a breve, divenne il direttore del Servizio.

CAPITOLO 3. L’ITALIA TRA DUE BLOCCHI E LA DELICATA SITUAZIONE INTERNA.
3.1 I tentati colpi di stato e la strategia della tensione.
Per comprendere le attività degli apparati dello stato, specie quelli di polizia che di informazione e sicurezza, non si può fare un rapido excursus sulla situazione interna ed internazionale.
Se sul fronte estero la guerra fredda aveva contrapposto gli stati occidentali da una parte e quelli orientali della galassia sovietica dall’altro, sul fronte interno la situazione era tutt’altro che serena. L’Italia, come visto, fu uno dei membri fondatori della NATO, ma la contrapposizione politica del paese suscitava la preoccupazione degli alleati, specialmente degli Stati Uniti. I governi italiani dei primi anni della Repubblica, per lo più a guida democristiana, il principale partito politico del paese, furono senza dubbio filo atlantisti. Tuttavia, il Partito Comunista Italiano era in rapida ascesa e presto divenne il principale partito comunista del mondo occidentale. La preoccupazione degli Stati Uniti cresceva col crescere dei consensi del partito comunista e delle sinistre in generale e si fece maggiormente consistente quando l’allora segretario della Democrazia Cristiana, il compianto Aldo Moro, ipotizzò l’idea di una formazione di governo che prevedesse, al suo interno, membri del partito comunista, in quello che passò alla storia come il “compromesso storico”. Ma se l’unione nel governo con i Socialisti, pochi anni prima, aveva suscitato la forte reazione di molti ambienti che contano, soprattutto all’estero, quella con i comunisti, niente di meno, risultava agli stessi occhi un vero e proprio affronto che non poteva passare sotto silenzio.
Per gli USA e per la NATO in generale era un rischio troppo alto: se i comunisti fossero arrivati al governo e dunque avessero avuto accesso ai segreti militari dell’alleanza, la sicurezza della NATO sarebbe stata compromessa. Giova ricordare che se da un lato gli americani foraggiavano con ingenti somme la Democrazia Cristiana, dall’altro, l’Unione Sovietica faceva la stessa cosa col Partito Comunista, per avere una entità alle proprie dipendenze in pieno campo nemico, il nostro.
Come si può facilmente immaginare, in quegli anni, l’attività dei servizi, tanto le compagini dipendenti dal ministero dell’interno quanto quelle a precipua connotazione militare, fu assolutamente in fermento. Se infatti era impensabile per gli alleati della NATO mettere i comunisti al governo, dall’altro, sul fronte interno, lo scontro tra le opposte ideologie aveva valicato il piano puramente politico, trascinandosi su quello materiale. Furono comuni scontri di piazza tra apparati dello stato e manifestanti, dai quali, troppo spesso, si contarono morti e feriti in entrambi gli schieramenti.
Sul piano interno la politica distensiva di Moro finalizzata ad una riconciliazione civile del paese e a disinnescare i toni della contestazione politica era certamente condivisibile.
Ma agli occhi degli osservatori internazionale appariva inaccettabile, anche a quelli meno sospettabili. Infatti non fu vista di buon occhio nemmeno dai Sovietici, anche se la storiografia ufficiale dedica poche righe a questo aspetto. Il motivo non è lapalissiano, ma nemmeno difficile da comprendere: se il Partito Comunista Italiano, all’epoca guidato da Berlinguer (il quale aveva preso le distanze dai metodi autoritari dell’URSS) avesse raggiunto il potere attraverso il democratico sistema delle elezioni, quello della “grande madre Russia”, che non era famoso per la linea morbida e democratica, in qualche modo avrebbe perso credito e credibilità agli occhi degli altri paesi satelliti.
Neanche la politica estera di Moro trovava il favore dell’occidente, per via delle posizioni vicine al mondo arabo, giustificato sia per interessi economici legati all’Eni, sia per sventare azioni terroristiche nel nostro territorio. Né fu particolarmente apprezzata la posizione di “equidistanza” tra Israele e Palestina. Con ogni probabilità, tutte le difficile dinamiche sopra descritte, misero il paese di fronte ad anni durissimi, in cui fu presa in considerazione anche l’idea del colpo di stato. Quello del “rumor di sciabole” (6), come lo definì Pietro Nenni, con esplicito riferimento al tentato golpe che prese il nome di “Piano Solo”, portato alle cronache per mano di Eugenio Scalfari e Lino Jannuzzi, rispettivamente direttore e giornalista de L’Espresso. Tale tentativo di colpo di stato, mai realizzatosi fino in fondo, fu un modo per fare pressioni su Moro e sulla sua politica di pacificazione con l’area della sinistra dei socialisti. Fu chiamato così perché dovevano prenderne parte “solo” i Carabinieri, guidati all’epoca, dal Generale De Lorenzo, ufficiale di artiglieria, come visto già capo del SIFAR, che divenne il Comandante Generale dell’Arma per antonomasia. Singolare fu la presenza assolutamente elevata del numero di militari alla parata del 2 giugno del 1964, i quali, si disse per motivazioni di ordine logistico, rimasero a Roma fino al successivo luglio. Non sappiamo se di tentato golpe si trattò. Per dovere di cronaca è bene precisare che il Generale De Lorenzo querelò i due giornalisti de L’Espresso che furono condannati in primo grado. Al secondo, la querela fu rimessa.
Pochi anni più tardi, nel 1970, la democrazia fu messa in pericolo per mano del “principe nero”, cioè di Junio Valerio Borghese. Ex ufficiale della Marina Militare e Comandante della X Flottiglia MAS, all’inizio degli anni ’70 dello scorso secolo, tentò di sovvertire l’ordine democratico con la forza. L’idea era quella di occupare i ministeri e tutti i centri nevralgici del potere dello stato e di fare un proclama sulla RAI, la cui sede doveva pure essere occupata. Ma anche questo tentativo finì nel nulla. Negli ultimi e decisivi istanti, Borghese richiamò i suoi fedelissimi ed il piano fu abortito. I motivi non furono mai chiariti. Nel ’74 fu poi la volta del “golpe bianco” di Edgardo Sogno, anche questo rimasto solo in fase embrionale.
Negli stessi anni, come se la tensione nel Paese non fosse già sufficientemente alta, la penisola veniva stravolta da numerose e sanguinosissime stragi ed attentati dinamitardi. Tristemente celebri quello di Piazza Fontana a Milano; dei treni Italicus e Freccia del Sud; di Piazza della Loggia a Brescia e di Gioia Tauro. Per quanto numerose indagini giudiziarie e commissioni parlamentari non siano mai riuscite, nella maggior parte dei casi, a dare nomi a mandanti ed esecutori in maniera certa e definitiva, tra teorie del complotto e verità storica, è innegabile come questa folta consecutio di eventi drammatici minò le fondamenta democratiche del Paese.
Il culmine si ebbe col rapimento di Aldo Moro e l’assassinio degli uomini della scorta, il 16 marzo del ’78, nella tristemente nota via Mario Fani, in Roma. Per usare le parole di Giuseppe Saragat “…accanto al cadavere di Moro, c’è anche quello della prima repubblica…”(6). L’estate del 1980, due tragici episodi sconvolgono il paese: quello del DC9 di Ustica e quello della strage della stazione di Bologna, entrambi avvenuti nel giro di poche settimane di distanza l’uno dall’altro, per i quali ancora non v’è assoluta certezza dei mandanti. Secondo il parere dei magistrati della Prima Sezione Civile della Corte d’Appello del Tribunale di Palermo, il DC9 Itavia fu abbattuto da un missile. Dopo quasi 40 anni, il “muro di gomma”, che diventò anche il titolo di un film dedicato alla tragedia, pare sia stato bucato dai giudici di Palermo.
Sabato 2 agosto, alle 10:25, la stazione ferroviaria di Bologna diventa teatro di una delle peggiori tragedie mai avvenute in Italia. Una valigetta contenente oltre 20 kg di esplosivo fa letteralmente saltare in aria parte dello snodo ferroviario bolognese, causando più di 80 morti e 200 feriti. Uno colpo durissimo per il Paese. A distanza di decenni, la verità giudiziaria conferma le condanne per un gruppo di terroristi neofascisti. Ma anche per questa tragedia si rincorrono affermazioni in contrasto con gli esiti delle sentenze giudiziarie. Addirittura l’ex Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, fece intendere, senza nemmeno troppi giri di parole, che le responsabilità di tale atto criminale furono da ascriversi alla Libia di Gheddafi.
Da queste poche righe, che certo non entrano nel dettaglio delle diverse centinaia di atti tragici, si evince la drammatica situazione socio politica del paese, a volte causa, altre conseguenza dell’instabilità riscontrata nell’intero sistema stato.

3.2 Gladio e la stay – behind.
Durante tutto il caldo periodo della guerra fredda, una delle maggiori preoccupazioni degli apparati di informazione e sicurezza era rappresentato dalla minaccia dell’avanzata sovietica in Europa. Gli alti vertici militari atlantici ipotizzavano, nel peggiore degli scenari, un’invasione di terra da parte dei sovietici con truppe corazzate e con l’impiego di ordigni nucleari tattici. In preparazione a tale eccezionale evenienza, molti paesi della NATO crearono delle strutture ultra segrete, facenti capo alla rete della così detta “stay behind”. L’obiettivo principale, in caso di occupazione sovietica, era quello di disarticolare il dispositivo nemico, un nemico che aveva il vantaggio tattico della vicinanza, favorendo l’arrivo delle forze alleate, che invece erano costrette ad attraversare un oceano e buona parte dell’emisfero. A tal proposito, in Italia, un imprecisato numero di agenti operativi sotto copertura, il cui organico da quanto riferito negli anni oscillava tra le 600 e le 1200 unità, avrebbe dovuto disarticolare il dispositivo nemico con delle operazioni di guerriglia, per interrompere e disturbare la linea di comando e controllo e dare tempo agli Stati Uniti, più lontani geograficamente, di giungere sul campo di battaglia, ossia l’Italia e l’Europa. Un altro degli obiettivi di Gladio fu quello di impedire che le sinistre potessero prendere il potere esecutivo (per motivi già spiegati e di cui è facile capirne le ragioni).
In Italia tale organizzazione, che fu rivelata al pubblico dall’allora “primus inter pares” Giulio Andreotti in audizione al parlamento nel 1990, ovvero dopo la caduta del Muro di Berlino, prese il nome di “Gladio”.
Secondo quanto riportato da Indro Montanelli e Mario Cervi, nel libro “L’Italia degli anni di piombo” (Milano, Rizzoli, 1991), confermato poi da numerose commissioni parlamentari di inchiesta, “Gladio” fu creata a seguito di un accordo risalente al 1956 tra la Central Intelligence Agency (CIA) ed il SIFAR. Accordo che, a mente dell’articolo 80 della Costituzione (solo il Parlamento può ratificare determinati trattati internazionali) non poteva essere considerato valido. C’è da dire, invero, che non pochi eminenti studiosi e costituzionalisti, nel tempo, hanno affermato che tale procedura potesse essere una fisiologica derivazione delle così dette clausole segrete sia del Trattato di Parigi, successivo alla fine del secondo conflitto mondiale, sia di quello dell’aprile del ’49 che istituì la NATO.
Peraltro comprendere se la nascita di Gladio e di tutta la rete “stay – behind” sia riconducibile ad una clausola segreta di un accordo internazionale ratificato dal Parlamento, oppure emanazione delle volontà dei singoli responsabili delle agenzie di informazione e sicurezza dei paesi NATO, costituirebbe l’elemento discriminante per attribuirle l’aggettivo segreta o clandestina. Concetti erroneamente spesso confusi, ma assolutamente divergenti: segreto non è sempre sinonimo di illegale; clandestino certamente si.
Verosimilmente, proprio in virtù di quanto appena menzionato, nel corso delle numerose legislature non sono mancate le proposte di legge nelle quali si chiedeva esplicitamente di rendere pubbliche le clausole segrete di taluni trattati internazionali. E’ il caso, ad esempio, del DDL a firma della Senatrice Paola De Pin (XVII legislatura – gruppo misto). Alcide De Gasperi, con la già menzionata metafora del “calice amaro”, con ogni probabilità, faceva riferimento a dinamiche simili, se non le medesime.
Tornando a Gladio, numerosissime notizie e voci si sono susseguite negli anni, circa implicazioni della stessa nelle principali tragedie e scandali della recente storia d’Italia. Voci e notizie che, nella maggior parte dei casi, si sono rivelate infondate o quantomeno avventate. Sarebbe inopportuno e fuori luogo, in questa sede ed in qualsiasi altra diversa da un’aula di tribunale, affermare con certezza le ragioni di una determinata tesi o il suo esatto contrario. “Ai posteri l’ardua sentenza” (7), per citare il Manzoni.
Giova precisare, e forse questa potrebbe essere la corretta chiave di lettura cui inquadrare il fenomeno di Gladio (e delle vicende degli ultimi decenni del secolo scorso che hanno segnato il nostro paese), che tutte le nazioni europee, ivi compresa l’Italia, già a seguito della Grande Guerra e certamente in misura maggiore dopo il secondo conflitto mondiale, non sono più state, de facto, completamente sovrane. Una sovranità persa a vantaggio delle due ex super potenze, le quali, ciascuna rispondendo ad una precisa ed antitetica interpretazione socio politica della vita, hanno dominato il naturale sviluppo dei paesi posti sotto la propria sfera di influenza, con mezzi e metodi di cui, ad oggi, non ci è dato conoscere i dettagli.

3.3 La visione di Moro.
Quando si pensa al mondo politico italiano ed all’intelligence, più che quello di Moro, vengono in mente altri nomi: due su tutti Francesco Cossiga e Giulio Andreotti. Si è soliti invece pensare all’ex presidente della DC come allo statista della pacificazione interna, delle aperture politiche a sinistra e dei discorsi programmatici. Tuttavia Moro ebbe un ruolo di primo piano nel campo della sicurezza nazionale e delle informazioni. Non solo per i numerosi incarichi di governo ricoperti nel corso dei decenni, ma ance come profondo conoscitore delle dinamiche della politica interna ed estera.
L’argomento è molto complesso e variegato, oltre che di assoluto interesse, e meriterebbe una trattazione molto approfondita, impossibile da riassumere in poche righe in questa sede. Appare però necessario descrivere l’approccio dello statista, descrivendo alcuni episodi che possono essere presi ad esempio e suddividendo la materia su due piani: quello interno e quello estero.
Già componente dell’Assemblea Costituente e dunque dall’alba della Repubblica e fino al tragico epilogo di via Fani e del successivo assassinio, Moro è sempre stato un uomo centrale delle istituzioni ed la servizio del paese. La sua formazione cattolica unita ad una grande capacità di riconoscere ed interpretare le esigenze di un paese appena uscito da un conflitto mondiale devastante, ne fanno di lui un principe machiavelliano attento però alla morale. Il suo agire basato sull’ideale, sulla morale, ma anche sulla ragione del realismo, ha determinato anche gli intensi rapporti che ebbe, già dai primi anni ’60, con i vertici dell’intelligence.
Sul piano della politica interna, perfettamente consapevole della fragilità delle istituzioni democratiche, tipica di una Repubblica appena nata e con ancora profonde divergenze interne di stampo ideologico, si spese oltremodo per evitare il baratro. Per usare le sue parole: “Il pericolo di una passionalità ed irrazionalità latenti nel paese che, coniugandosi alla fragilità delle strutture dello Stato, possono travolgere la democrazia italiana” (8). Sulla base di queste considerazioni, nel 1960, durante il governo Tambroni, Moro, all’epoca dei fatti segretario della DC, instaurò un denso scambio di informazioni con il sempre presente Generale De Lorenzo, capo del SIFAR, il quale, come si evince dal noto “memoriale”, fornì allo statista democristiano degli elementi di informazione sulla persona del primo ministro pro tempore, tali da dargli la possibilità di esigere le sue dimissioni e far salire al governo un altro democristiano, Amintore Fanfani, il primo a beneficiare dell’astensionismo socialista. Il motivo è da ricercarsi nella difficilissima situazione contingente e della pericolosa svolta autoritaria che si stava profilando nel paese, successiva ai sanguinosi scontri di piazza tra manifestanti e forze dell’ordine. Differentemente da quanto si potrebbe evincere da un’analisi superficiale di questo episodio, Moro utilizzò i servizi non per fini personali, ma anzi per evitare la fine della democrazia di diritto e la nascita di uno stato autoritario e repressivo per via della manifesta incapacità del collega di partito di mantenere in equilibrio l’ordine pubblico. Se oggi discorsi simili ci sembrano inverosimili, al tempo non lo erano affatto. Si pensi, a tal proposito, a quanto avvenne, pochi anni dopo, nella Grecia dei Colonnelli.
Nel 1964, le strade di Moro e De Lorenzo si incrociarono nuovamente, nella vicenda già affrontata, relativa al Piano Solo. In questo frangente, sempre perseguendo il fine ultimo, cioè l’unità dello stato e la salvaguardia della democrazia, Moro dapprima si fece interprete di un’eccellente opera di mediazione tra le posizioni di Segni e dell’ala di destra delle DC con quelle dei Socialisti e poi, nel 1967, quando cioè il tentato golpe divenne di dominio pubblico, insistette affinché sulla vicenda fosse opposto il segreto di stato.
Per quanto attiene invece l’interpretazione che Moro ebbe dell’intelligence sul piano della politica estera, merita speciale menzione il così detto “lodo Moro”. La divisione dei due blocchi e la continua guerra di spie della NATO e del Patto di Varsavia non costituirono l’unico campo di scontro dell’epoca. Gli avvenimenti del medio oriente, specie per un paese, il nostro, che ambiva a diventare protagonista nel mediterraneo e ponte con il mondo arabo, assunsero una rilevanza strategica. Secondo una ricostruzione molto attendibile dei fatti, nel periodo compreso tra il 1973 ed il 1974, quando Mariano Rumor era a capo del governo e Moro agli Esteri, quest’ultimo avrebbe stipulato una sorta di accordo segreto con gli esponenti del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP), uno su tutti George Habash, avente lo scopo di escludere il territorio italiano da atti terroristici di qualsivoglia natura. Come moneta di scambio, i palestinesi del FPLP si sarebbero potuti muovere indisturbati all’interno del nostro paese. Il garante di tale accordo sarebbe stato il Colonnello dell’Arma dei Carabinieri Stefano Giovannone, fidatissimo di Moro, agente prima del SID e poi del SISMI ed operativo in Libano per molti anni. Di lui il segretario DC ne fa menzione anche in diverse lettere durante i 55 giorni di prigionia.
Per anni quella del lodo Moro è stata raccontata come un qualcosa di più simile ad una favola, piuttosto che ad una verità inconfessabile. Tuttavia, in un articolo apparso su Panorama del 14 ottobre 2015 dal titolo “I misteri del lodo moro e la strage di Bologna” di Maurizio Tortorella, viene pubblicato un documento rinvenuto nell’archivio di stato dall’ex parlamentare Enzo Raisi, in cui il Colonnello Giovannone, ad un mese di distanza da via Fani, inviava una missiva ai propri capi dalla quale si evinceva chiaramente l’esistenza del patto segreto tra Italia e FPLP. Peraltro il contenuto del messaggio è esplosivo: “mio abituale interlocutore rappresentante “FPLP” Habash, incontrato stamattina, habet vivamente consigliatomi non allontanarmi Beirut, in considerazione eventualità dovermi urgentemente contattare per informazioni riguardanti operazione terroristica di notevole portata programmata asseritamente da terroristi europei, che potrebbe coinvolgere nostro Paese se dovesse essere definito progetto congiunto discusso giorni scorsi in Europa da rappresentanti organizzazione estremista. At mie reiterate insistenze per avere maggiori dettagli, interlocutore habet assicuratomi che “FPLP” opererà in attuazione confermati impegni miranti ad escludere nostro Paese da piani terroristici genere, soggiungendo che mi fornirà soltanto se necessario elementi per eventuale adozione misure da parte nostre autorità.” In questo messaggio, datato 17 febbraio 1978, si colgono prevalentemente due informazioni essenziali: la prima riguarda una “operazione terroristica di notevole portata” che avrebbe coinvolto l’Italia, verosimilmente si parla delle vicende di via Fani del mese successivo. La seconda si evince dal passaggio che recita “FPLP opererà in attuazione confermati impegni miranti ad escludere nostro Paese da piani terroristici”, per il quale non c’è bisogno di commento. Ad ulteriore supporto della tesi che conferma l’esistenza del patto segreto, arrivano le parole dell’eminente Prefetto Franco Gabrielli, già Capo della Polizia e direttore del SISDE, il quale, in un’intervista rilasciata nel gennaio 2017 alla testata Quotidiano.net, alla domanda sulla possibilità di interloquire con l’ISIS del giornalista Andrea Cangini, risponde testualmente: “Ho letto tante fandonie. C’è chi pensa che sia ancora in vigore il lodo Moro, come se si potesse interloquire con l’Isis, con i suoi mille cani sciolti e con le sue cellule dormienti come si fece un tempo con i terroristi palestinesi… Balle. Tutte balle.”
Tornando a Moro ed alla sua visione sul ricorso agli apparati di sicurezza ed informazione, egli ne fu un fervido sostenitore. Ne riconobbe l’importanza, assurgendo la loro funzione come quella di qualsiasi altro ingranaggio necessario al buon funzionamento dello Stato, alla stessa stregua del comparto salute e scuola, soltanto per citarne alcuni. Il ricorso ai servizi da parte del compianto statista, fu dunque orientato, sia sul piano interno, che su quello estero, ad una machiavellica ragion di stato, basata però non soltanto sull’utilità, ma anche sulla coscienza.

3.4 La necessità di cambiamento e la riforma del 1977.
Se l’istituzione del SIFAR prima e del SID dopo furono sancite rispettivamente con decreto interno del ministro e con decreto del Presidente della Repubblica, i rinnovati apparati di informazione e sicurezza nacquero da una legge dello stato, la n. 801 del 1977.
Potrebbe sembrare un aspetto secondario, eppure è un dato da approfondire e interpretare con la giusta chiave di lettura. Siamo alla fine degli anni ’70 e l’Italia sta affrontando, ormai da anni, un lungo periodo caratterizzato da scontri violenti di piazza, attentati di matrice terroristica, stragi impunite, tentati colpi di stato e numerose attività di dossieraggio di privati cittadini. Peraltro, l’informazione dell’epoca non perdeva occasione per porre in cattiva luce i servizi ed i relativi vertici, oltre che l’intero sistema stato. Queste dinamiche, unitamente ad una crisi politica quasi permanente, aveva avuto come diretta conseguenza una perdita di fiducia da parte dei cittadini nelle istituzioni. Anche in virtù di questo motivo, il legislatore, nonostante le profonde divisioni ideologiche in seno al Parlamento, sentì unanime l’esigenza di riformare interamente gli apparati all’epoca esistenti, dotandoli, sin dalla creazione, di una valida cornice istituzionale e rendendoli quanto più possibile aderenti ai principi democratici e costituzionali.
La legge ha introdotto elementi di grande novità per l’epoca, anche rispetto a strutture similare degli altri paesi. Tanto per cominciare, al primo articolo, si specificava che la responsabilità politica e di direzione dei servizi di informazione e sicurezza era affidata al Presidente del Consiglio dei Ministri, che avrebbe dovuto orientare tutto l’operato nel pieno rispetto delle istituzioni democratiche e dei principi costituzionali. Come organo di supporto per il capo del governo, venne istituito il Comitato Interministeriale per l’Informazione e la Sicurezza (CIIS), presieduto dal primo ministro e composta dai ministri della difesa, interno, esteri, grazia e giustizia, dell’industria e delle finanze. Tale consesso aveva il compito di consulenza e proposta circa gli obiettivi da perseguire e gli indirizzi generali della politica di sicurezza. Vennero istituiti il Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Militare (SISMI) che avrebbe dovuto assolvere, oltre al controspionaggio, i compiti di difesa dello stato su di un piano militare, e il Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Democratica (SISDE), che aveva lo scopo di difendere lo stato e le istituzioni create dalla Costituzione, contro ogni minaccia interna di natura eversiva. I due servizi erano posti alle dirette dipendenze, rispettivamente, del ministro della difesa e del ministro dell’interno. La legge inoltre precisava che i due servizi avrebbero dovuto garantirsi reciproca collaborazione in caso di sovrapposizione di competenze ed ambiti operativi. Al fine di dirigere e sintetizzare il lavoro dei due nuovi servizi, fu creato il Comitato Esecutivo per i Servizi di Informazione e Sicurezza (CESIS), posto alle dirette dipendenze del Primo Ministro. Il comitato aveva inoltre il compito di coordinare l’intelligence del nostro paese con quella degli altri stati. Il personale che rimpinguava i ranghi delle nuove strutture era preso da personale militare e civile di SID e SDS. Non poteva in alcun modo essere arruolato personale che non dava sicuro affidamento e scrupolosa fedeltà ai valori della Costituzione. Inoltre, non potevano far parte dei servizi alcune categorie di uomini pubblici (parlamentari, politici locali, magistrati, sindaci, giornalisti…). La legge imponeva un più rigido rispetto della “scala gerarchica”, col chiaro fine di evitare che taluni potessero coordinarsi con soggetti estranei alla linea di comando e controllo prevista dalla norma. Infatti nel secondo comma dell’articolo 10 si legge “In deroga alle ordinarie disposizioni, gli appartenenti ai Servizi hanno l’obbligo di fare rapporto, tramite i loro superiori, esclusivamente ai direttori dei Servizi, che ne riferiscono rispettivamente al Ministro per la difesa e al Ministro per l’interno e, contemporaneamente, al Presidente del Consiglio dei Ministri tramite il Comitato di cui all’articolo 3 (CESIS).”
Dopo averne delineato struttura e compiti, la legge inserisce dei punti che potremmo definire clausole di garanzia democratica. Nel corposo articolo 11 infatti, si precisa che il Presidente del Consiglio ha l’obbligo di riferire semestralmente alle camere, con tanto di relazione scritta, circa la politica informativa ed i risultati da essa ottenuti. Cosa più significativa, si istituisce un Comitato Parlamentare composto da 4 senatori e 4 deputati che hanno la funzione di controllare la corretta applicazione della nuova legge. Tale Comitato ha inoltre il potere di chiedere contezza al Primo Ministro ed al CIIS delle attività dei servizi, rappresentando, ove ritenuto opportuno, non solo proposte ma anche rilievi. Altro argomento significativo risale alla disciplina del segreto di stato. L’articolo 12 recita testualmente al primo comma “Sono coperti dal segreto di Stato gli atti, i documenti, le notizie, le attività e ogni altra cosa la cui diffusione sia idonea a recar danno alla integrità dello Stato democratico, anche in relazione ad accordi internazionali, alla difesa delle istituzioni poste dalla Costituzione a suo fondamento, al libero esercizio delle funzioni degli organi costituzionali, alla indipendenza dello Stato rispetto agli altri Stati e alle relazioni con essi, alla preparazione e alla difesa militare dello Stato”. Ma una vera innovazione in tema di rigido rispetto dei principi democratici, interviene con il secondo comma dello stesso articolo: “In nessun caso possono essere oggetto di segreto di Stato fatti eversivi dell’ordine costituzionale.” Dopo gli eventi del ’64, ma anche del 70 e di tutte le stragi rimaste ancora impunite, non poteva non considerarsi l’opportunità di inserire nella legge una tale garanzia.
Per quanto tale riforma abbia garantito un rinnovamento degli apparati, presentava taluni limiti operativi. Primo fra tutti la mancanza di una netta separazione dei due servizi basata su un criterio territoriale. Non era cioè garantito un modello binario puro, che prevede un servizio impegnato sul fronte estero ed uno in territorio nazionale, sulla falsa riga di quanto già avveniva nelle strutture corrispondenti di molti paesi della NATO. Inoltre, per quanto ad esempio il SISMI potesse essere considerato a tutti gli effetti un ente militare che si sarebbe dovuto occupare prettamente di attività offensive e difensive, nella pratica spesso veniva impiegato anche all’interno del paese in attività di contro-informazione e di polizia politica, e non mancava di entrare in concorrenza, quando non in contrasto, con i compiti e le attività normalmente attribuibili al SISDE. Esperienza peraltro già vissuta ai tempi di SIFAR e SID. Chiaramente una simile sovrapposizione avrebbe inficiato anche l’opera di raccordo e coordinamento svolta dal CESIS, il quale spesso, più che attingere elementi informativi dei due servizi da poter rielaborare e fornire al decisore politico, impegnava parte delle proprie risorse nel ridistribuire competenze e ruoli.

CAPITOLO 4. 1989: LA FINE DI UN MONDO. LA RIARTICOLAZIONE DELLE AGENZIE OCCIDENTALI DOPO LA CADUTA DEL MURO DI BERLINO.
Gli eventi che partirono dalla Perestrojka ed arrivarono alla caduta del muro di Berlino, determinarono, di fatto, la dissoluzione del gigante sovietico e la fine del comunismo.
Nel 1991, i capi di Russia, Ucraina e Bielorussia si incontrarono a Belavežskaja puš?a per firmare l’accordo di Belaveža, col quale si dichiarava dissolta l’Unione Sovietica e la si sostituiva con la Comunità degli Stati Indipendenti.
Per la prima volta dopo il Trattato di Parigi del ’47, gli Stati Uniti d’America non avevano più un valido avversario politico e militare, rimanendo l’unica super potenza ancora in vita. Ovviamente, se da un lato la presenza di due blocchi aveva fortemente condizionato la vita interna di tutti gli stati, la scomparsa di uno dei due ebbe pure degli effetti significativi dal punto di vista geopolitico.
In Italia, una delle conseguenze immediate ed immediatamente palesatesi fu la fine del partito comunista, il più imponente d’Europa, almeno fino a poco tempo prima. Molte furono le reazioni dei vari esponenti dei vari schieramenti: chi ritenne logico e fisiologico il cambiamento del partito a fronte della mutata situazione internazionale. Chi invece, pur condividendo l’idea di rinnovamento, ne sottolineava l’importanza storica avuta sia nella lotta al fascismo che nell’era repubblicana. A tal proposito, l’allora ministro degli esteri Giulio Andreotti ebbe a dire: “La questione mi dà un certo avvilimento perché pur avendo creato momenti terribili di lotta, di difficoltà, il PCI, lo riconosco è stato in altri momenti elemento essenziale della vita politica italiana, nel costruire la Repubblica. Non è il nome da cambiare: bisogna abbandonare qualunque eventuale nostalgia per formule passate”. (9)
Evento non da poco, se si pensa che parte delle attenzioni del servizio deputato alla difesa interna furono, per decenni, rivolte proprio alla “minaccia” comunista, sia quella parlamentare, che quella extra parlamentare e di matrice terroristica. Dunque, così come veniva meno, in campo internazionale, il nemico costituito dal Patto di Varsavia, in quello interno spariva il principale partito di opposizione in netto contrasto ideologico con la galassia filo atlantista. Andava però sviluppandosi un fenomeno già noto anche in passato, ma che nel passato aveva destato minore preoccupazione, quello cioè della criminalità organizzata. I primi anni novanta, tra le altre cose, sono passati tragicamente alla storia anche per delitti di mafia di assoluta gravità, ossia il barbaro assassinio del Giudice Giovanni Falcone prima e di Paolo Borsellino dopo, a distanza di pochi mesi, oltre che dei relativi uomini della scorta. La lotta alla criminalità organizzata ha investito principalmente le forze di polizia, sia quelle ad ordinamento civile, che militare, pur sempre con il contributo dei servizi di informazione e sicurezza interni.
Rimanendo in Europa ed oltrepassando le Alpi fino a raggiungere la Germania, troviamo uno stato riunificatosi nel 1990 dopo circa quattro decenni di divisione, durante i quali vivevano distinti e separati la Repubblica Federale di Germania, ad ovest, e la Repubblica Democratica Tedesca, ad est. La prima, entrata nella NATO nel ’51, aveva visto una veloce ripresa economica grazie principalmente all’European Recovery Program, meglio noto come Piano Marshall. In sintesi, consisteva in un cospicuo finanziamento da parte degli USA per la ripresa dei paesi europei colpiti dal conflitto. Ad ovest c’era dunque un’economia di stampo liberista, ossia una nazione capitalista.
In totale contrapposizione la Germania dell’Est, nazione fortemente legata all’Unione Sovietica, con un’economia centralizzata di stampo socialista. Era certamente tra le più evolute dei paesi satelliti del Patto di Varsavia. Ad ogni modo, dallo smembramento dell’URSS, iniziò il tortuoso percorso di riunificazione “delle due germanie”. L’unione politica avvenne nell’ottobre del 1990. Formalmente, secondo il gergo del diritto internazionale, ciò che ebbe luogo fu un’incorporazione, cioè un processo mediante il quale la sovranità di uno stato si estende sul territorio di un altro e quest’ultimo cessa di esistere come soggetto di diritto internazionale. Nel caso specifico, la sovranità della Repubblica Federale di Germania si estese sulla disciolta DDR, che cessò di esistere. Ed anche questo aspetto, visto sotto la lente d’ingrandimento dell’intelligence, non può passare inosservato: disciolta la Germania Est, caddero tutte le sue strutture statali, ivi comprese quelle dei servizi. Il Ministero per la Sicurezza dello Stato (Ministerium für Staatssicherheit –  MfS) meglio noto come Stasi, fu la principale organizzazione di sicurezza e spionaggio della Germania Est. Un apparato enorme che poteva contare su un organico di quasi centomila unità, tra gli effettivi, senza poi considerare la fittissima rete di informatori. La Stasi, che è stata anche soprannominata il “ministero della paranoia”, appellativo che si commenta da solo, ebbe un interesse particolare per l’Italia, sia dal punto di vista militare, che da quello politico ed economico. Con la caduta del Muro, la stragrande maggioranza dei documenti presenti nell’archivio della Stasi furono volutamente distrutti. Ma qualcosa si salvò. Lo storico e giornalista freelance Gianluca Falanga, padre della colorita espressione di pocanzi, nel corso degli anni ha approfondito gli studi sul temuto servizio della Germania Est, rinvenendo diversi documenti classificati nel museo dedicato proprio alla Stasi. Da tali testimonianze scritte si evincono numerosissimi rapporti di diversi agenti, riguardanti la linea del PCI; della spinta di autonomia rivendicata da Berlinguer ai danni del PCUS; delle potenzialità dell’industria pubblica e privata del nostro paese e sulle attività dei nostri apparati di sicurezza. Si può conseguentemente affermare che la Stasi abbia costituito uno spina nel fianco per l’Italia di allora; un attento osservatore ed un potenziale pericolo. Pericolo sgretolatosi con lo sgretolarsi del Muro per antonomasia.
Ma la fine del dualismo USA – URSS non sancì davvero la fine della storia, come scrisse nel discusso libro lo scrittore Francis Fukuyama (10). Tutt’altro! La storia andò avanti ed andarono avanti gli stati. La profonda metamorfosi dello scenario di riferimento stravolse tutti gli equilibri ed impose una riorganizzazione dei soggetti di diritto internazionale (non solo gli stati); dei rapporti tra di essi; delle politiche estere e di quelle interne. Infine, non mancò di determinare una vasta riarticolazione dei servizi di informazione e sicurezza.
Appare evidente che tali stravolgimenti abbiano cambiato la natura e la qualità delle esigenze informative e di quelle di sicurezza. Il dualismo occidente – oriente era caratterizzato dalla presenza di uno scenario prestabilito, come anche erano prestabilite e palesi (quantomeno agli addetti ai lavori) “le regole del gioco”. In tale quadro, la principale attività dei servizi deputati alla sicurezza interna era quella di “disinnescare” i contrasti ideologici che spesso sfociavano nella violenza e contrastare lo spionaggio degli apparati avversari; il ruolo dei servizi deputati alla sicurezza estera, oltre a dare supporto in territorio interno, era principalmente finalizzato a dare il giusto preavviso alla NATO di un’azione militare ostile da parte del blocco sovietico. Peraltro, gli USA, durante tutto il periodo della guerra fredda, hanno rappresentato una garanzia di stabilità per gli stati europei e per il Giappone non solo dal punto di vista militare, ma anche sul piano economico ed industriale, settori vitali di uno stato e dunque meritevoli di protezione degli apparati di informazione e sicurezza. In altre parole, gli Stati Uniti frenavano la competizione economica e politica delle altre nazioni NATO, le quali, salvo qualche “scaramuccia”, tendevano a non entrare in competizione ed in contrasto sotto determinati aspetti, né con gli USA né tantomeno tra di esse.
Degna di attenzione fu anche la differente considerazione che ebbero i due blocchi, ed i relativi satelliti, nei confronti dei paesi del così detto terzo mondo, invero quasi mai per fini umanitari, ma anzi per spostare l’equilibrio e l’influenza verso un versante piuttosto che un altro. Dal canto “suo”, il terzo mondo poteva far leva sul corteggiamento delle due fazioni, “minacciando” di schierarsi con gli uni o con gli altri ed acquistando così un peso politico superiore alle normali aspettative.
In conclusione, è innegabile che l’alleanza atlantica, avendo perso il nemico che, tra le altre cose, serviva anche da contrappeso e catalizzatore, abbia sviluppato una perdita di coesione interna. Il mondo era diventato sì multipolare, ma contestualmente più complesso ed incerto. E maggiore è il grado di incertezza, maggiore è la necessità di disporre di un’intelligence efficiente. Finita “l’elegante semplicità” della guerra fredda, la Storia era ripartita da zero: dovevano essere riscritte le regole; ristabiliti gli equilibri ed assegnati i ruoli.

CAPITOLO 5. L’INTELLIGENCE ITALIANA DOPO L’11 SETTEMBRE.
Come visto, dopo la fine della guerra fredda, lo scenario di riferimento è mutato: se prima le attività di intelligence e security erano rivolte contro stati, partiti, territori e soggetti ben definiti, dopo la caduta del muro la situazione si è certamente arricchita, se così si può dire. Anche gli stati alleati potevano essere oggetto di attenzioni così come anche da essi ci si doveva tutelare. Ma la preoccupazione principale era rivolta a contrastare forme di guerra non convenzionale, legate al terrorismo internazionale, le cui strutture, ancorché presenti ed operanti anche nel passato, probabilmente per riempire il vuoto di potere creato dalla scomparsa dell’URSS o forse per la mancanza di controllori che le tenevano a bada, si sono sviluppate oltremodo, al punto da catalizzare le preoccupazioni dei principali governi del mondo. Una delle sigle del terrore maggiormente attiva in quegli anni fu certamente quella di Al-Quaeda. La caratteristica principale del nuovo nemico è relativa al fatto che esso sia militarmente più debole delle superpotenze, ma potrebbe nascondersi in ogni dove, portando avanti una guerra asimmetrica e di terrore. Ovviamente in tale quadro muta il paradigma di difesa, e quindi deve modificare anche il concetto, gli strumenti ed i modelli organizzativi degli organismi di informazione e sicurezza.
Una data che ha certamente segnato un cambiamento epocale sotto ogni aspetto della vita umana, è quella del tragico attentato alle Torri Gemelle del 2001, col quale, contestualmente, è stata avviata l’epoca del terrore. Come ebbe a dire Carl Schmit nell’opera “Terra e mare. Una considerazione sulla storia del mondo”: “Ogni trasformazione storica importante implica assai spesso una nuova percezione dello spazio”.
A seguito di tale sanguinoso evento, gli USA di Bush junior riformarono completamente il sistema di sicurezza interno, attraverso l’Homeland Security Act (HSA) e del non poco discusso Patriot Act. Quest’ultimo avrebbe, in termini di proporzionalità inversa, aumentato la sicurezza dei cittadini a scapito della loro privacy e libertà personale. A seguito delle leggi appena menzionate, tra le altre cose, sorse e si sviluppò il Dipartimento Americano per la Sicurezza Interna, con la missione di prevenire attentati similari e di proteggere i cittadini. Secondo i vertici politici e militari degli USA, il terrorismo avrebbe potuto colpire con armi chimiche, biologiche, radiologiche e nucleari in ogni luogo e tempo. Lo stesso Bush dichiarò al grande pubblico che la guerra al terrore sarebbe cominciata con Al Qaeda, e sarebbe continuata andando a stanare tutti gli altri gruppi terroristici fino all’annientamento di ogni entità terrorista di rilevanza globale. Inoltre, con la notevole espansione di internet, che ha raggiunto praticamente ogni casa ed ogni apparato, gli organismi di sicurezza hanno dovuto confrontarsi con la minaccia insidiosa degli attacchi informatici e sviluppare la così detta “cyber security”, ossia quella branca dei comparti della difesa e della sicurezza, che è finalizzata alla protezione dei sistemi informatici e dell’informazione in formato digitale da attacchi interni e, soprattutto, esterni. Branca che, per ovvie ragioni, si rende indispensabile sviluppare in ogni settore, considerando che, già da diversi anni, i software gestiscono una moltitudine di attività umane: dalle comunicazioni, ai trasporti, all’energia, alla difesa. Per far fronte a tale minaccia, l’Italia ha creato, nel corso degli anni, diverse unità del comparto difesa e di polizia di supporto agli organismi di informazione e sicurezza, con lo scopo di combattere nella dimensione del cyber spazio. Un vero e proprio organismo complesso, è sorto solo nel recente passato, in ambito difesa, ossia il Comando Interforze per la protezione Cibernetica.
Ritornando al tema del terrorismo, anche il nostro paese, a modo suo, ha apportato dei correttivi ai propri apparati di sicurezza. Con la legge n. 438 del 15 dicembre 2001, il legislatore ha voluto, prima di ogni cosa, inserire una norma che disciplinasse il reato di terrorismo transnazionale e poi dotare i soggetti dello stato deputati alla sicurezza nazionale degli strumenti necessari per contrastare tale fenomeno. Invero, c’è da precisare che la norma in questione si è occupata principalmente di potenziare, in chiave di anti terrorismo, le forze di polizia, più che il comparto dell’intelligence. Ciò detto, bisogna precisare che la legge ribadiva ed incoraggiava una proficua collaborazione tra i servizi e le forze di polizia in tema di anti terrorismo.
Giova ricordare che l’Italia aveva già drammaticamente avuto a che fare con il terrorismo, in tempi nemmeno troppo lontani, ossia durante gli anni di piombo. Un terrorismo di matrice ideologica, quello delle BR e dei neo fascisti, non di certo basato sul radicalismo religioso.
Verosimilmente proprio in virtù di ferite ancora aperte risalenti a pochi decenni prima, non sono state emanate leggi speciali finalizzate alla restrizione della libertà ed a vantaggio della sicurezza, né furono promulgati particolari strumenti normativi che aumentassero in maniera significativa i poteri dei servizi di intelligence, al contrario di quanto invece avvenne con le forze di polizia.
Tuttavia, in questi anni, tanto nelle Forze Armate, quanto nel SISDE e nel SISMI, furono potenziate le capacità tecnico specialistiche degli operatori e degli strumenti messi loro a disposizione. La tecnologia da sempre ha giocato un ruolo fondamentale ed in tale scenario non si poteva non considerare l’impiego di sistemi sempre più avanzati per il contrasto ad un nemico che, a sua volta, aveva dimostrato di possedere il know-how necessario per l’impiego di ordigni devastanti e di potersi infiltrare facilmente nei sistemi di sicurezza informatici, fino ad allora considerati inespugnabili.
Del resto, come avevano già precisato il Presidente degli Stati Uniti, uno dei punti di discontinuità con il terrorismo del passato era costituito dal potenziale impiego di ordigni tanto complessi, quanto disastrosi, capacità che, fino a prima della caduta del Muro di Berlino, furono attribuibili solo agli stati, e nemmeno tutti.
Si rendeva dunque necessaria innovazione dei nostri servizi, non solo nella metodologia di ricerca delle informazioni di un poliedrico nemico, ma anche di un rinnovamento nel campo tecnologico e della raccolta radio – elettronica delle stesse (SIGINT, Signal Intelligence ed ELINT, Electronic Intelligence).
Ma nei primi anni 2000 non sono mancati fatti di cronaca, legati all’intensa attività degli uomini del SISMI per liberare ostaggi italiani nei territori di guerra. Il caso drammaticamente passato alla storia è relativo alla tragica morte del compianto Nicola Calipari, alto funzionario del servizio militare, già dirigente superiore della Polizia di Stato, che fu ucciso per un atroce errore di soldati americani impiegati in un posto di blocco, durante le attività finalizzate alla liberazione della giornalista del Manifesto Giuliana Sgrena.
Ma le sfide e le difficoltà prospettate dal millennio appena iniziato erano solamente agli inizi. Nel giro di pochissimo tempo, inesplorati terreni di scontro andavano tratteggiandosi davanti gli occhi dei vertici politici, militari e dei servizi. Nuove minacce che hanno ulteriormente mutato ed arricchito lo scenario di riferimento, caratterizzato stavolta, da un’elevata velocità di cambiamento, cui doveva corrispondere una risposta e delle contromisure altrettanto rapide e fluide: l’intelligence economico finanziaria e la cyber security, argomenti di trattazione dei successivi capitoli.
Prima di affrontarli, è bene fare un inciso sull’attività del decisore politico, che ha ulteriormente rimodulato strutture e funzione dei servizi, con delle riforme che ormai si rendevano imprescindibili e doverose.

CAPITOLO 6. LA RIFORMA DEL 2007 E LE NOVITA’ DELLA LEGGE 133/2012.
Dal 1977 e per 30 anni, era rimasta in vigore la legge 801/77, che aveva istituito CESIS, SISMI e SISDE e delineato le responsabilità del capo del governo e dei vari comitati. Per quanto tale legge fosse certamente innovativa per gli anni ’70 e piuttosto aderente alle esigenze del tempo, la situazione nazionale ed internazionale, prima con la dissoluzione dell’URSS e poi con l’11 settembre, era radicalmente cambiata. Di conseguenza erano mutate le esigenze di sicurezza e di intelligence e doveva necessariamente essere riformato tutto il comparto, con una norma che desse gli strumenti legislativi a tutti i soggetti attori, necessari per operare in maniera ottimale nel mutato scenario di riferimento.
Sulla base di questi presupposti, veniva promulgata la legge 124 del 2007, i cui elementi di innovazione verranno esaminati qui di seguito.
Come primo atto, veniva ribadita la direzione e la responsabilità dell’attività informativa per la sicurezza dello stato in capo al Presidente del Consiglio dei Ministri. Nel primo articolo inoltre, venivano precisati con maggiore dovizia di particolari le competenze del capo del Governo. Egli era l’unico a poter determinare l’apposizione, ma anche l’opposizione del segreto di stato; nominare e revocare le principali cariche delle agenzie di informazione e sicurezza e, fatto nuovo, determinare i criteri per il rilascio ed il ritiro del nulla osta di sicurezza. Se i primi commi dell’articolo 1 ricalcano ed approfondiscono aspetti già trattati con la legge del ’77, l’ultimo comma, il 3 bis, introduce un elemento di assoluta novità: il PdC impartisce le direttive finalizzate alla protezione delle strutture materiali ed immateriali, con particolare riferimento, per quest’ultime, alla protezione cibernetica ed alla sicurezza informatica nazionale. Come anticipato nel precedente capitolo, l’innovazione tecnologica, costante del comparto intelligence, aveva subito una netta accelerazione negli ultimissimi anni, mancava però un’adeguata cornice normativa, che la legge 124 ha introdotto.
L’intero apparato di sicurezza viene denominato Sistema di Informazione per la Sicurezza della Repubblica, composto dal Capo del Governo, dal Comitato Interministeriale per la Sicurezza della Repubblica (CISR), dall’Autorità Delegata (AD), dal Dipartimento Informazioni per la Sicurezza (DIS), dall’Agenzia di Informazione e Sicurezza Estera (AISE) e dall’Agenza per l’Informazione e Sicurezza Interna (AISI).
E’ opportuno, a questo punto, fare un focus su composizione e compiti di ciascuna entità.
Il primo elemento di novità è quello dell’Autorità Delegata, che può essere scelto a discrezione del PdC tra uno dei Ministri senza portafoglio o tra uno dei Sottosegretari di Stato.
Il DIS, sulla falsariga del CESIS, rappresenta una organo sovraordinato ad AISE ed AISI, alle dirette dipendenze del PdC, o dell’Autorità Delegata se prevista, e si occupa principalmente di coordinare, supervisionare e controllare le attività delle due agenzie. Riporta al PdC i prodotti di sintesi delle Agenzie. Verifica che le agenzie ed i suoi operatori agiscano secondo le norme fissate dalla legge ed in armonia dei regolamenti interni. Si avvale, a tale scopo, di una sorta di nucleo ispettivo interno, che ha ampio grado di autonomia.
Il Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica svolge funzioni di consulenza, proposta e deliberazione su indirizzi e su finalità generali della politica dell’informazione per la sicurezza. Esso è presieduto dal PdC ed è composto dai ministri della Difesa, dell’Interno, degli Affari Esteri, della Giustizia, dell’Economia e delle Finanze e dal ministro per lo Sviluppo Economico. Il direttore del DIS, in tale consesso svolge le funzioni di segretario. Inoltre il PdC può chiamare alla partecipazione delle sedute del Comitato anche altre autorità militari o civili, senza però concedere il diritto di voto.
Significativi elementi di novità sono stati introdotti con la creazione di AISE ed AISI. Come primo aspetto, si è finalmente giunti ad un sistema binario puro su base territoriale. Ovvero un servizio si occupa solo ed esclusivamente di quanto concerne informazione e sicurezza in territorio estero, l’altro esclusivamente in territorio interno. In casi eccezionali, uno dei due può agire nell’ambito territoriale diverso da quello di precipua competenza, solo col placet e la specifica autorizzazione del DIS. In particolare l’AISE si occupa anche delle attività di controspionaggio fuori dai confini nazionali e di contro proliferazione. L’AISI specificatamente porta avanti attività per la protezione degli interessi nazionali e il controspionaggio in territorio italiano.
Altra novità: AISE ed AISI rispondono direttamente al PdC. Tengono comunque aggiornati i rispettivi ministri per gli aspetti riguardanti il relativo dicastero. Le informazioni prodotte dell’intelligence delle due agenzie vengono portate all’attenzione del PdC per il tramite del direttore del DIS, salvo casi di particolare urgenza. Va inoltre segnalato che, pur non facendo parte del Sistema di Informazione per la Sicurezza della Repubblica, opera di supporto è svolta dalla struttura di intelligence militare, ovvero il II Reparto Informazioni e Sicurezza, inquadrato organicamente all’interno dello Stato Maggiore della Difesa, che ha la funzione prevalente di raccolta di informazioni, in coordinamento con l’AISE, a garanzia della protezione delle postazioni e delle attività all’estero delle Forze armate.
Nel Capo II della legge viene disciplinato il Nulla Osta di Sicurezza (NOS), il rilascio, gli uffici competenti, i criteri e le modalità. Non meno importante, vengono definiti i rapporti con le Forze Armate, le Forze di Polizia e le altre amministrazioni dello Stato.
Quello che nella precedente legge veniva riassunto in qualche comma, nell’attuale norma viene dedicato un intero capo, il IV ad esser precisi, che tratta il delicato ed importante aspetto delle garanzie parlamentari. Nell’articolo 30 infatti, viene istituito il Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica (COPASIR), nominato all’inizio di ogni legislatura e composto da 10 membri: 5 senatori e 5 deputati, egualmente ripartiti tra maggioranza ed opposizione. La carica di presidente del Comitato viene attribuita ad un esponente del maggior partito di opposizione. Il presente consesso, in sintesi, verifica che l’attività di tutto il Sistema di Informazione per la Sicurezza della Repubblica operi nel rispetto dei principi della Costituzione e delle leggi, con un ambito di autonomia di gran lunga superiore rispetto al corrispettivo Comitato previsto dalla precedente legge 801 del 1977. Esso infatti può convocare in seduta i responsabili del DIS e delle Agenzie, oltre che il PdC circa dinamiche che ritiene opportuno approfondire. Può inoltre svolgere ispezioni e sopralluoghi ad uffici e strutture varie dell’intero comparto. In relazione all’opposizione del segreto di stato, il PdC è tenuto ad informare il Comitato sulle ragioni di detta opposizione. Nel caso in cui le ragioni non dovessero essere ritenute valide, il Presidente del Comitato informa i Presidenti dei due rami del Parlamento per le valutazioni politiche del caso.
Appare evidente, da quanto finora descritto, che la legge in questione, oltre ad essere molto più specifica e dettagliata della precedente, fornisce maggiori garanzie democratiche. Tali garanzie si possono evincere anche dal capo V, riguardante la disciplina del segreto di stato, la cui definizione, in concreto, non diverge dalla precedente. Vengono però sancite le situazioni e le modalità in cui può essere apposto e opposto. Inoltre, vengono anche definiti i casi limite in cui non vi si può far ricorso. Esso non può essere apposto su eventi, fatti e documenti inerenti il terrorismo o dinamiche eversive dell’ordine costituzionale. Infine, il segreto di stato può essere opposto all’autorità giudiziaria, ma non può mai essere opposto alla Corte Costituzionale. Garanzia questa, assolutamente notevole.
Pochi anni dopo, il testo viene ulteriormente aggiornato con la legge 133/2012, che tuttavia non ne ha cambiato l’impianto di fondo. Viene introdotto il già citato comma 3 bis dell’articolo 1, relativo alla sicurezza cibernetica ed informatica. Viene precisato inoltre, che l’Autorità Delegata, quando nominata, ha incarico esclusivo e quindi non può svolgere altre funzioni di governo. Inoltre, vengono ulteriormente potenziati i margini di autonomia ed intervento del COPASIR, in tema di controllo delle attività del comparto sicurezza.
Con queste norme il legislatore dimostra di aver compreso perfettamente che la fase più delicata del processo informativo è rappresentata dalla comprensione delle esigenze informative e di sicurezza e dalla conseguente individuazione degli obiettivi da perseguire. Tali compiti devono necessariamente essere affidati all’autorità politico esecutiva di vertice, ovvero il Presidente del Consiglio dei Ministri, il quale, con la logica dei contrappesi dei poteri, rappresentata in questo caso dalla funzione del COPASIR, grazie al supporto tecnico degli organi militari e di polizia, può svolgere la fondamentale azione di regia dell’intero comparto.
Ma la più importante innovazione delle due iniziative di legge è da ricercarsi nella comprensione da parte del legislatore del fatto che bisogna perseguire l’interesse nazionale della Repubblica in ogni sua forma, cioè di ogni livello della nazione e non più, come avveniva nel passato, del solo Stato. L’interesse della Repubblica infatti, è anche quello dei cittadini e delle sue imprese le quali, attraverso l’economia, cercano di aumentare il proprio benessere.

CAPITOLO 7. LO SCENARIO DI RIFERIMENTO ATTUALE: IL MERCATO GLOBALE E L’INTELLIGENCE ECONOMICA.
Sin dai primi anni novanta ed in misura maggiore durante il primo decennio degli anni 2000, l’economia di mercato ha caratterizzato le scelte politiche di tutti gli stati. Essa dunque è diventata il nuovo terreno di scontro, dove stati sovrani si contendono quote di mercato. A differenza del passato, a combattere tale guerra non sono solo gli stati, ma anche soggetti privati: imprese, banche, società di capitale e multinazionali.
Appare dunque remoto il tempo delle guerre per la conquista dei territori e per l’influenza politica. Ad esso si sostituisce quello per la conquista del mercato e per l’influenza economica. L’attuale focus dei governi è finalizzato ad aumentare e sviluppare l’industria con lo scopo di conquistare sempre maggiori quote di mercato ed una posizione predominante nell’economia mondiale, a scapito degli altri paesi. In tale quadro, dove un tempo giocavano un ruolo decisivo imponenti sistemi d’arma, ora dominano la scena i capitali e le risorse finanziarie. In funzione di tali nuovi schemi, lo stato deve potenziare la propria macchina “bellico – economica” in due distinte forme: una attiva, che consiste nella capacità di penetrazione dei mercati altrui; una passiva, cioè di difesa del proprio interesse nazionale, in campo industriale, di innovazione tecnologica e di politica economica. Partendo da questi presupposti, sembra innegabile che alla concezione classica di guerra militare, si sia sostituita quella economico finanziaria. E’ un mondo in cui la politica ha perso importanza, assumendo un ruolo subordinato rispetto all’economia, che prima era al suo servizio e che ora domina la scena. Parallelamente, sembrano essersi svuotate di significato anche le alleanze militari, alle quali si sono sostituiti gli accordi internazioni di scambi commerciali e le organizzazioni internazionali con finalità economiche.
In questo nuovo scenario di riferimento, visto sotto il filtro dell’intelligence, appare evidente oltre ogni ragionevole dubbio, che gli stati debbano fornirsi di apparati in grado di decodificare il linguaggio economico finanziario il quale, oltre ad essere entità immateriale per eccellenza, ha una caratteristica che lo contraddistingue rispetto alle minacce del passato, ossia la notevole compressione dei tempi e la velocità di trasformazione. Quindi il compito dell’intelligence economica deve essere quello di garantire la corretta interpretazione e gestione delle informazioni strategico economiche, indispensabili al decisore politico per controllare, anticipare e gestire l’evoluzione del mercato globale. Compito dei governi, ricevuto il giusto prodotto di sintesi dell’intelligence, è quello di effettuare idonee scelte politiche, sia di tipo offensivo, che difensivo. Peraltro, maggiore è la potenzialità economica di un paese, maggiore deve essere la capacità della relativa intelligence. In un paese come il nostro, ad esempio, che è uno dei protagonisti internazionali in campo economico e commerciale, la strategia deve avere un respiro globale. Ciò impone agli apparati d’intelligence una straordinaria diversificazione e specializzazione delle proprie capacità, soprattutto in ambito finanziario. Aspetto fondamentale è la velocità con cui l’elaborazione e la sintesi dell’informazione predittiva e dunque dell’intero ciclo d’intelligence, arrivino al potere esecutivo. C’è inoltre da fare una precisazione: il campo economico investe tanto il settore pubblico che quello privato. Pertanto, l’intelligence deve trovarsi a supportare sia le industrie strategiche private del proprio paese, sia le PMI, ossatura fondamentale dell’economia italiana. C’è da rilevare inoltre che, sia le imprese che le aziende partecipano come soggetti attivi alla guerra economica nel grande mercato globale ed anche esse hanno sviluppato propri apparati e metodologie di intelligence, le quali spesso collaborano e convergono con quelle istituzionali. La sfera pubblica e quella privata infatti, si fondono in interessi comuni e condivisi. Lo Stato deve proteggere e promuovere i soggetti economici propri, sia pubblici che privati. Tanto per fare un parallelismo col passato, la prima entità a porre l’intelligence al servizio dell’economia e del commercio, fu la Repubblica di Venezia, con cinque secoli ed oltre d’anticipo. L’esistenza della Serenissima dipese principalmente dalla stabilità e dallo sviluppo degli scambi economici i quali, a loro volta, furono influenzati dalle capacità geopolitiche della Repubblica. La Serenissima, dunque, ha rappresentato uno dei primi (se non il primo in assoluto) sistema “statale” in cui le strutture commerciali, consolari, e diplomatiche, diventano parte integrante del sistema di intelligence con innovative capacità di gestione delle informazioni. Venezia divenne una potenza commerciale e finanziaria in cui la simbiosi tra privato e pubblico dette risultati eccezionali. In egual misura, risultati assolutamente lusinghieri furono raggiunti dalla simbiosi tra l’intelligence offensiva, cioè basata principalmente sullo spionaggio, e quella difensiva, finalizzata a difendere i segreti e l’economia della Repubblica. Tanto premesso, una delle motivazioni alla base della fine della Repubblica, non ebbe connotazione militare, bensì economica. A porre fine al florido sviluppo di Venezia, intervenne la concorrenza sleale dei mercati nordici e la galassia di contraffattori dei prodotti veneziani, che minarono le fondamenta del commercio della Repubblica.
L’esperienza della Serenissima può dunque essere presa a modello di riferimento per lo sviluppo di tecniche e metodologie nel campo attuale dell’intelligence economica. E sicuramente paesi come USA, Cina, Russia, Gran Bretagna, Germania e Francia, tanto per citarne alcuni, hanno ben compreso l’importanza strategica di tale fenomeno. L’Italia ancora arranca rispetto agli altri grandi del mondo, ma comunque si è mossa. Ne costituiscono un segno tangibile le iniziative legislative del 2007 e del 2012 descritte nel precedente capitolo.
Nella considerazione del fatto che il rafforzamento economico e sociale del Paese rappresenta il termometro con cui si misura il suo potere e la sua importanza internazionale, il focus della politica di uno stato sovrano deve concentrarsi sulla protezione dell’economia nazionale. Bisogna altresì incoraggiare lo sviluppo dell’impresa privata, sempre entro la cornice costituzionale, favorendo l’innovazione tecnologica e puntando alla conquista di nuovi segmenti del mercato globale. L’intelligence economica, in un periodo storico in cui i trattati sovranazionali e la perdita della sovranità monetaria hanno fortemente limitato il margine d’azione degli stati, non è uno strumento, ma è Lo Strumento attraverso cui le nazioni possono riacquistare le quote di sovranità erosa dalla globalizzazione.
Peraltro, specie negli ultimi anni, con la proliferazione capillare dei mezzi di comunicazione di massa e dei social network, la guerra economica ha viaggiato parallela alla “guerra dell’informazione”. Gli attori in campo, tanto gli Stati quanto le imprese, hanno utilizzato tali strumenti, non solo per aumentare il proprio raggio d’azione, ma anche in chiave marcatamente offensiva.
Nel terreno di scontro vasto e diversificato dell’economia i contendenti non sono solo gli altri stati e le imprese estere. Un ruolo determinante è giocato anche dalle temute Agenzie di Rating, come abbiamo imparato a nostre spese negli ultimissimi anni. Un’agenzia di rating è una società privata, specializzata in ricerca ed analisi finanziaria, che ha il compito di valutare la solvibilità e la solidità di un soggetto (Stati, aziende, società pubbliche) che emette titoli sul mercato finanziario. La valutazione determina la capacità di credito del soggetto, che viene classificata su una scala standard, detta appunto rating.
Il rating dato a seguito della valutazione, è una vera e propria pagella, sulla base della quale, gli investitori privati, cioè coloro che comprano titoli ed obbligazioni, e sopperiscono alle esigenze di liquidità degli stai, si basano per le proprie operazioni finanziarie. Gli effetti del declassamento del rating di uno stato sovrano sono assolutamente tangibili ed hanno ripercussioni molto significative: tanto per cominciare, se il voto in pagella è basso, formalmente, aumenta il rischio agli occhi degli investitori di non aver ripagati gli oneri. Pertanto, per evitare che gli investitori privati non comprino più i nostri titoli e che quindi lo stato non abbia accesso al credito, bisogna attirarli aumentando il tasso di interesse delle obbligazioni, con fortissime ripercussioni sullo sviluppo socio economico del paese.
In sostanza, senza entrare troppo nei tecnicismi, i rating delle agenzie sono le moderne armi nucleari del nemico. Per porre un freno allo strapotere delle agenzie di rating, sono state avanzate numerose ipotesi. Una degna di nota, è quella del Dott. Michele Ruggiero, eminente magistrato, illustrata nel volume “Sotto Attacco. Così la finanza e le agenzie di rating speculano sulla nostra pelle” (11). Nel testo egli ipotizza l’istituzione di una speciale procura nazionale contro i reati finanziari, sulla falsariga di quanto già avviene per i reati di stampo mafioso. Ed ancora, sempre l’autore suggerisce la creazione di un’agenzia di rating europea, che possa, in qualche modo, controbilanciare l’oligopolio delle “tre sorelle” (12).
Soluzioni assolutamente illuminanti, ma non necessariamente sufficienti e comunque non percorribili nell’immediato. Dunque inefficaci per combattere lo scontro qui ed ora. Bisognerebbe invece potenziare le risorse già disponibili e impiegabili sin da subito.
Ad ogni buon conto, è bene ribadire che uno stato che non implementa l’intelligence in campo economico, è uno stato destinato a perdere ogni residuo di sovranità ed a fallire.

CAPITOLO 8. LE POSSIBILI SFIDE FUTURE.
Il futuro appare quanto mai incerto. Guerra economica e delle informazioni; “finanziarizzazione” del mercato globale; Big Data Analysis; espansione del gigante Cinese; gestione delle pandemie; protezione dell’ambiente e green economy. Le minacce, ma anche le opportunità che si profilano davanti tutti i paesi mettono ulteriormente in discussione i già precari equilibri internazionali e spaventano tutti, anche i soggetti che, fino ad oggi, hanno predominato la scena mondiale.
Nel corso della storia dell’uomo, gli strumenti del potere finalizzati alla stabilizzazione dell’architettura sociale, sono stati molteplici. I potenti del mondo, coloro che hanno determinato lo sviluppo della società, hanno utilizzato strumenti man mano diversi: la forza militare; la religione; la politica; il deterrente nucleare; l’economia e la scienza. L’oggetto della contesa però è sempre lo stesso: il potenziale delle masse e del popolo.
Negli ultimi anni, con lo sviluppo della comunicazione di massa e la proliferazione dei così detti social network, è tornato alla ribalta il fenomeno, già noto in tempi passati, della guerra cognitiva. Secondo il noto autore Giuseppe Gagliano, “si definisce guerra cognitiva quella forma di conflitto organizzato in cui soggetti o gruppi differenti si confrontano sul piano della capacità di produrre, mettere in relazione ed eludere elementi di conoscenza in un contesto conflittuale”. (13) La guerra cognitiva ha come scopo costruire e rendere stabili idee e modi di pensare diffusi nell’opinione pubblica che orientano emozioni, atteggiamenti, ragionamenti, scelte e comportamenti dei soggetti. In buona sostanza, oltre la manipolazione di massa e la disinformazione, tale metodologia mira ad orientare le scelte di gruppi complessi in funzione del risultato che si vuole conseguire. Le scelte possono rispondere ad interessi commerciali e di marketing, ma anche politici e socio educativi. I gruppi complessi possono essere rappresentati da interi popoli. In tale quadro, l’analisi dei Big Data, recepiti principalmente per tramite dei social network, gioca a favore di chi ha l’interesse e le risorse per cooptare l’opinione pubblica verso direzioni compiacenti. Gli strumenti di coercizione dei popoli usati nella storia dell’uomo si sono evoluti in modo da impiegare il minimo sforzo per ottenere il massimo risultato. Se, nel corso dei secoli, per conquistare un determinato territorio era indispensabile ricorrere alle armi, col passare del tempo, i metodi per ottenere il medesimo obiettivo sono diventati meno cruenti. Nel mondo dell’economia globalizzata appare superfluo mobilitare divisioni corazzate, quando si può utilizzare la potenza di fuoco dello spread, tanto per fare un esempio. Ma anche l’economia e la finanza, che si sono sostituite ai carri ed ai bombardieri, sono a loro volta diventate obsolete. Principalmente per i danni concreti, ancorché meno palesi, che hanno causato. E’ superfluo, a tal proposito, ricordare gli effetti della crisi economica degli anni novanta (quelli derivanti dalla riunificazione delle due germanie e della svalutazione della lira per capirci) e quella della bolla speculativa del 2008 partita dagli Stati Uniti. Si son trovati col passare degli anni sistemi più evoluti e meno dolorosi, perfino dell’economia. Per fare un esempio pratico: che senso avrebbe ridurre un paese sull’orlo del baratro economico, col rischio di comprometterne la relativa fetta di mercato, quando invece, attraverso un bombardamento di informazioni tramite social e media, si può orientare qualsiasi tipo di scelta e di comportamento di massa?
Sulla base di questa ipotesi, l’interesse dello Stato democratico deve essere rivolto al contrasto del pericoloso fenomeno della guerra cognitiva. Come? Attraverso una strategia a breve, medio e lungo termine, in cui si gettino le basi e si sviluppino gli strumenti atti a suscitare nelle masse il pensiero critico ed il così detto scetticismo attivo. Il ruolo degli apparati di informazione e sicurezza, in tale scenario, è quello di analizzare le motivazioni che spingono un determinato soggetto a “dichiarare guerra cognitiva” contro un gruppo complesso di individui, in questo caso il popolo, al fine di mettere in guardia il decisore politico e gli organi competenti, che hanno il potere di annullare, o quantomeno ridurre, gli effetti negativi di tale “conflitto”.
Altro scenario che verosimilmente, sulla base degli eventi recenti, potrebbe caratterizzare il prossimo futuro, è quello connesso con la gestione delle emergenze sanitarie. Nell’ultimo anno, la proliferazione del Covid19 ha messo a nudo le vulnerabilità di tutti gli stati e del mondo globalizzato, non solo nel campo della sanità pubblica. La pandemia ha praticamente messo in ginocchio tutte le potenze mondiali, inizialmente in campo sanitario e, subito dopo, in quello economico. Ancora oggi, i governi non sono stati in grado di mettere in piedi idonee politiche capaci di contrastare dal punto di vista medico i danni generati dal virus e, sotto l’aspetto economico, la totale distruzione del tessuto produttivo ed industriale. L’inadeguata preparazione delle istituzioni alla lotta ad un simile nemico, ha causato un’involuzione della vita sociale tanto grave che, per poter osservare un’esperienza simile, bisogna andare indietro nel tempo di secoli. In pochi mesi, oltre alle migliaia di vite umane spezzate (solo in Italia), sono fallite un numero impressionante di imprese, milioni di persone hanno perso il lavoro e, come se non bastasse, le principali libertà costituzionali sono state sospese de facto. QQqqQuesti sono solo gli effetti che osserviamo nell’immediato. Nel prossimo futuro pagheremo a caro prezzo il dramma sociale derivante da equilibri psicologici frantumati e dalla sospensione prolungata dei principali servizi, tra cui, ad esempio, quello della scuola. Ora, considerando che virus, batteri e malattie di varia natura continueranno a far parte della vita umana, è assolutamente necessario che gli stati sviluppino strutture e programmi in grado di mantenere l’ordine sociale, sanitario ed economico, anche in simili situazioni. In tale quadro, gli organismi di informazione e sicurezza devono poter avere tra i propri ranghi le giuste professionalità per analizzare simili pericoli. Da qui la considerazione formulata nei precedenti capitoli, nella quale si ribadisce la centralità di figure altamente specializzate e l’opportunità di poter attingere dal settore dell’università e della ricerca. In assenza delle necessarie risorse, il lavoro di analisi predittiva e del prodotto di sintesi da fornire al decisore politico viene compromesso o quantomeno ritardato.
Riprendendo, in conclusione, le parole di Sun Tzu, già citate nel primo capitolo, oggi più che mai attuali: “Il mezzo con cui i sovrani illuminati ed i sagaci generali agiscono, vincono e si distinguono tra le masse è la conoscenza anticipata dei fatti.”
Privarsi della conoscenza anticipata dei fatti è un lusso che nessun paese può concedersi. Essa costituisce l’elemento discriminante tra chi riesce a gestire la crisi, limitandone i danni e chi invece, si lascia gestire dalla crisi, causando una catastrofe sociale senza paragoni.

CAPITOLO 9. CONCLUSIONI.
Dall’analisi storica che parte da Sun Tzu ed arriva all’intelligence economica ed alla cyber security, il mondo dello spionaggio prima e dell’intelligence poi, si è continuamente evoluto. La sua evoluzione e la sua estrema fluidità, di fatto, rappresentano la costante che lo caratterizza.
L’attuale scenario, quello in cui a dominare sono ancora l’economia e la finanza, indica chiaramente che è necessario affinare gli strumenti a disposizione dello stato, sulla falsariga di quanto hanno già fatto le principali potenze economiche, sia dell’occidente che dell’oriente. Ma per farlo, seguendo il valido solco tracciato dalla legge 124 del 2007 e dalla 133 del 2012, bisogna che lo Stato ponga in essere le condizioni per risolvere problematiche ancora parzialmente irrisolte. Deve incrementarsi la comunicazione e la coordinazione tra tutti i soggetti che costituiscono il vasto apparato dell’intelligence. Non soltanto quelli istituzionali, ma anche le realtà emergenti del tessuto privato e dell’interessante e poco “attenzionato” mondo dell’università e della ricerca. Deve inoltre essere messa in piedi un’adeguata struttura di formazione in tema di sicurezza ed intelligence, rivolta ed a favore sia del comparto pubblico che di quello delle imprese.
Non meno impegnativo deve essere lo sforzo dello Stato per far si che la cittadinanza comprenda l’importanza degli organismi di informazione e sicurezza e che venga sviluppata una cultura della sicurezza, vera assente del nostro paese, probabilmente per un retaggio storico, relativo ai difficili anni successivi alla nascita della Repubblica. Bisogna altresì ridare ai servizi legittimità, opponendosi con ogni mezzo alla becera ed ingiustificata criminalizzazione che ha avuto massimo sviluppo negli ultimi decenni del secolo scorso. Ancora presente, seppur in forma latente. Il potere politico, in breve, deve certamente proteggere la specificità degli organismi di informazione e sicurezza, pur pretendendone efficienza e risultati.
Nel giugno del 2012 il DIS ha precisato il significato dell’espressione “Sicurezza nazionale”, che viene descritta come “l’indipendenza, l’integrità e la sovranità della Repubblica, la comunità di cui essa è espressione, le istituzioni democratiche poste dalla Costituzione a suo fondamento, la personalità internazionale dello Stato, le libertà fondamentali ed i diritti dei cittadini costituzionalmente garantiti nonché gl’interessi politici, militari, economici, scientifici ed industriali dell’Italia”. Dunque, chi si occupa di sicurezza nazionale, si occupa anche di sovranità, tema assai discusso in tutte le democrazie occidentali, almeno fino a prima dell’arrivo del Covid19 che ha monopolizzato il dibattito politico, sociale e scientifico.
I servizi, in relazione alla sovranità dello stato, ne costituiscono una componente indispensabile, al pari di altri settori come la sanità, la scuola, la ricerca, le infrastrutture, i trasporti e via discorrendo. Sarebbe opportuno dunque, sulla base dell’esperienza della storia recente, quella cioè che va dalla nascita della Repubblica fino ai giorni nostri, che il legislatore cristallizzi e definisca il ruolo centrale ed istituzionale dell’intelligence, in un quadro immutabile e di assoluto rispetto. Dal ’48 in poi, nonostante le profonde divisioni ideologiche ed economiche che hanno lacerato il tessuto sociale del nostro Paese, l’unico faro immarcescibile, la cui valenza non è mai stata messa in discussione e che ha rappresentato un validissimo punto d’incontro di diversi interessi, è da ricercarsi nella Costituzione. La Legge Fondamentale, dunque, si è posta come elemento di stabilità per lo sviluppo del Paese e per la sua crescita economica. Sarebbe pertanto opportuno, a parere dello scrivente, sancire l’importanza del ruolo svolto dagli organismi di informazione e sicurezza in una cornice costituzionale. In altre parole, si dovrebbe ancorare l’intelligence alla Costituzione. Se è vero, come lo è, che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro (Art. 1 Costituzione) e che “la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto…”(Art. 4 Costituzione), è altrettanto vero che il lavoro, che è esso stesso un diritto, è la conditio sine qua non per poter beneficiare di tutti gli altri diritti costituzionalmente garantiti. Lo Stato, sulla base di quanto sancito dalla Carta, deve mettere in campo tutte le attività necessarie per garantire la massima occupazione. Tanto premesso, poiché il l’economia e la finanza sono diventati i principali campi di impiego dell’intelligence, quest’ultima nello svolgimento delle proprie attribuzioni, rende possibile la fruizione dei diritti costituzionali.
In sintesi, l’importanza del riconoscimento costituzionale dell’intelligence è da ricercarsi non solo nel fatto che essa sia, a pieno titolo, strumento necessario e prodromico all’esercizio dei diritti fondamentali e della sovranità dello Stato, ma anche per dare al legislatore, nel prossimo futuro, l’opportunità di legiferare con modalità e tempi aderenti alle reali necessità del Paese, sicuro di una garanzia costituzionale preesistente. Garanzia di cui si è sentita la mancanza nel secolo scorso e che ha ritardato clamorosamente il processo di ammodernamento degli apparati. Basti pensare che, dopo la riforma del 1977, sono dovuti trascorrere 30 anni prima di una nuova iniziativa di legislativa. Anni in cui il mondo si è trasformato radicalmente.

Francesco Romiti

 

BIBLIOGRAFIA
1. Anonimo, I 36 stratagemmi. Le regole segrete della guerra, Milano, Mondatori, 2016.
2. Caligiuri M., Aldo Moro e l’Intelligence. Il senso dello stato e le responsabilità del potere, Soveria Mannelli, Rubettino editore, 2018.
3. Cossiga F., I servizi e le attività di informazione e di controinformazione. Abecendario per principianti, politici e militari, civili e gente comune, Soveria Mannelli, Rubbettino Editore, 2002.
4. International Journal, Italian Team for Security. Terroristic Issues & Managing Emergencies, Milano, Educatt, 2015.
5. O’Kelly S., Vita, vittorie ed amori di Amedeo Guillet. Un eroe italiano in Africa Orientale, BUR, 2019.
6. Sun Tzu, L’arte della guerra, Roma, Feltrinelli, 2013.
7. Vegezio F.R., Dell’arte militare, Roma, Edizioni Roma, 1900.
8. Vecchioni D., Storia degli agenti segreti. Dallo spionaggio all’intelligence, Firenze, Greco e Greco, 2015.
9. Falanga G., Spie dall’est. L’Italia nelle carte segrete della Stasi, Milano, Le Sfere, 2014.

FONTI DI INTERESSE CONSULTATE IN RETE
1. www.senato.it (DDL S. 1174, Sen. De Pin, 02/2015).
2. www.camera.it (legge 801/77 – legge 124/07 – legge 133/2012).
3. www.sicurezzanazionale.gov.it (Articolo dicembre 2016, Guerre segrete e conflitti nell’ombra).
4. www.gnosis.aisi.gov.it (Articolo aprile 2019, Nuovi modelli di classificazione. E’ sfida alle fake news).
5. www.difesa.it (Cyber – Defence)

NOTE
(1) Winston Churchill, discorso alla camera dei comuni del novembre 1947.
(2) Sun Tzu, L’arte della guerra, capitolo 13.
(3) Sun Tzu, L’arte della guerra, capitolo 13.
(4) Sun Tzu, L’arte della guerra, capitolo 2.
(5) Galli C., Perché non possiamo non dirci sovrani, conferenza, Pescara ottobre 2019.
(6) Saragat G., commento sull’assassinio di Aldo Moro, Roma, 1978.
(7) Machiavelli, Il Principe.
(8) Pietro Nenni, discorso al parlamento, estate 1964.
(9) Manzoni, lirica Il cinque maggio.
(10) Moro, Due direttive fondamentali, La Rassegna, 4 giugno 1944.
(11) Andreotti, commento sulla svolta della bolognina, 1991.
(12) Fukuiama F., La fine della storia e l’ultimo uomo, Free Press, 1992.
(13) Ruggiero M., Sotto Attacco. Così la finanza e le agenzie di rating speculano sulla nostra pelle, Milano, Paperfirst, 2020.
(14) “le tre sorelle”, espressione utilizzata per indicare le tre principali agenzie di rating globali.
(15) Trinchero R., Contro la guerra cognitiva. Educare allo scetticismo attivo, Università di Torino.

 

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