Criminologia

Intimate partner violence: la valutazione evidence-based del rischio in ambito psicocriminologico

Pur essendo un ambito controverso, la pratica scientifica della valutazione del rischio dovrebbe essere parte integrante della risposta alla c.d. “Intimate Partner Violence” (IPV). Per essere efficace il sistema della giustizia penale dovrebbe affiancare alla prassi sanzionatoria di carattere retributivo la prassi special-preventiva di valutazione del rischio e di pianificazione di strategie di intervento evidence-based. Questo articolo offre una rassegna dei principali strumenti di valutazione del rischio di recidiva in casi di IPV utilizzati in campo psicocriminologico, fornendo una guida alle buone prassi per una valutazione evidence-based del rischio. L’autrice evidenzia come, alla luce dei risultati ottenuti dalle principali rassegne in tema di valutazione del rischio di recidiva nei casi di IPV, l’approccio di giudizio professionale strutturato si riveli fondamentale, in quanto capace di abbinare all’accuratezza valutativa del metodo statisticamente valido la sensibilità clinica, prendendo in esame i bisogni criminogenici modificabili mediante specifici interventi trattamentali.

1. Introduzione

L’espressione “Intimate Partner Violence” (IPV) si riferisce a un pattern di comportamenti aggressivi e coercitivi perpetrati da un individuo che ha o che ha avuto una relazione intima con la vittima. Tali comportamenti causano danni fisici, psicologici e sessuali; spesso occorrono attraverso il ricorso a strategie ingravescenti quali l’isolamento sociale, lo stalking e l’intimidazione (Kimberg, 2008; Breiding, Basile, Smith, Black, & Mahendra, 2015). La IPV non rappresenta soltanto una forma di violenza fisicamente, sessualmente e psicologicamente dannosa (World Health Organization, 2014). I trattamenti medici e/o psicologici a lungo termine rivolti alle vittime (Rivara et al., 2007) impattano negativamente sul sistema sanitario. Per esempio, si stima che l’economia statunitense sostenga un onere annuale derivante dai danni causati dall’IPV aggirantesi intorno a 5,8 miliardi di dollari (spese legali escluse) (Centers for Disease Control and Prevention, 2003; Max, Rice, Finkelstein, Bardwell, & Leadbetter, 2004).
La IPV produce, inoltre, effetti comportamentali (Sternberg, Baradaran, Abbott, Lamb, & Guterman, 2006), fisici e psicologici sui minori direttamente o indirettamente coinvolti (Herrenkohl, Sousa, Tajima, Herrenkohl, & Moylan, 2008; Osofsky, 2004). I minori esposti a IPV tendono a sviluppare comportamenti violenti in età adulta (Heyman & Slep, 2002). Rileva, inoltre, come la violenza assistita da minori si accompagni frequentemente a una condotta sessualmente abusante in danno degli stessi (Herrenkohl et al., 2008). Sebbene l’opinione pubblica sia orientata a trattare il tema dell’IPV focalizzandosi principalmente sugli atti violenti posti in essere da aggressori di sesso maschile in danno di soggetti di sesso femminile, l’evidenza empirica indica come l’IPV sia perpetrata sia da uomini sia da donne in assetto reciproco (Dutton, 2006; Straus, 2005). La letteratura specialistica, infatti, utilizza l’aggettivo bidirezionale per descrivere la cosiddetta male-to-female and female-to-male IPV (Whitaker, Haileyesus, Swahn, & Saltzman, 2007). A tal proposito, i risultati dello studio condotto da Whitaker e collaboratori (2007) prendendo in esame 1.871 relazioni eterosessuali, evidenziano come la violenza bidirezionale si sia verificata nel 49,7% delle coppie analizzate.
La persistenza e il recidivismo rappresentano gli elementi della criminalità che maggiormente affliggono la società e il benessere delle persone (Zara, 2016). La valutazione del rischio è una scienza concreta in grado di aiutare l’esperto a capire con chi, quando, come e su cosa intervenire, per ridurre il rischio di ricaduta criminale e di violenza (ivi, p. 12). Per questo, tale pratica scientifica dovrebbe essere parte integrante della gestione del fenomeno dell’IPV e della lotta a esso, in quanto consentirebbe di intervenire per impedire che individui resisi responsabili di tale tipologia delittuosa continuino a perseguire una carriera criminale.

2. Il processo di valutazione

Circa il metodo di valutazione del rischio è essenziale precisare come non esistano strumenti perfetti e aulici (golden test) in grado di offrire risultati infallibili ed esenti da errori (Vess, 2006; Zara, 2016). Conroy e Murrien (2007) propongono di seguire un modello basato sulle raccomandazioni fornite dall’American Psychological Association per la pratica evidence-based, il quale prevede di: analizzare i dati scientifici esistenti sull’argomento; esaminare le caratteristiche della persona valutata e gli elementi contestuali alla luce di questi dati; servirsi della propria competenza clinica per raccogliere e interpretare le informazioni in vista della formulazione di un giudizio competente e ponderato. Nell’indicare i metodi e gli strumenti di valutazione da utilizzare nella valutazione del rischio nel contesto psicocriminologico e clinico forense, Williams (2012) invita i professionisti a riflettere sul contesto in cui avrà luogo la valutazione, sul tempo a disposizione per portare a termine la stessa, su chi siano le persone oggetto di valutazione (la vittima, l’autore di reato o entrambi), sulle competenze richieste per utilizzare gli strumenti di valutazione e sulla finalità della valutazione. I clinici, inoltre, dovrebbero accertarsi di possedere le abilità, le conoscenze e l’esperienza necessarie prima di barcamenarsi in una pratica complessa come la valutazione del rischio. Zara (2016), infatti, sottolinea come il risk assessment ha implicazioni a breve, medio e lungo termine in quanto impatta in modo diretto sulla qualità della vita delle persone e delle loro famiglie (aspetto microsociale), esercitando una significativa influenza anche sul come la comunità sociale, giuridica e scientifica risponde a problematiche quali la criminalità e la violenza e alle strategie messe in atto per gestirle, controllarle e ridurle (aspetto macrosociale).
Alla luce di tutte queste componenti, una adeguata valutazione del rischio di IPV dovrebbe coinvolgere almeno dieci fasi, come spiegano Kropp, Hart, Webster e Eaves (1999).

1. Il colloquio con l’imputato e la/e vittima/e. I colloqui di valutazione dovrebbero sia avvenire a seguito di un attento esame della documentazione ufficiale sia tenere conto del fatto che la cornice giuridica all’interno della quale sarà probabilmente effettuata la valutazione influirà sullo svolgimento del colloquio; in altre parole, a causa della natura non volontaria della valutazione e della mancanza di confidenzialità, il presunto autore di reato potrebbe essere riluttante a parlare apertamente del proprio comportamento criminale. Tuttavia,  -è essenziale che i clinici si adoperino per creare un clima di dialogo e per ottenere il consenso informato a partecipare alla valutazione, verbalizzando in modo chiaro i limiti di riservatezza che regolano la valutazione, lo scopo della stessa, la divulgazione dei risultati e della relazione. Ciò è  altrettanto importante in relazione alla vittima perché quest’ultima temendo possibili rappresaglie da parte dell’aggressore potrebbe dimostrare riluttanza a rivelare la reale portata dell’abuso subito. In questa fase sarebbe opportuno servirsi di interviste strutturate o semistrutturate, in modo da raccogliere le informazioni in modo sistematico ed efficiente. Le aree da scandagliare in relazione al presunto autore di reato dovrebbero essere le seguenti: storia del comportamento aggressivo/violento; precedenti penali; storia della relazione e rete di sostegno sociale presente; storia lavorativa e scolastica; esperienze di abuso e abbandono infantile; anamnesi fisica e mentale; stato mentale attuale e condizioni di vita stressanti. Il colloquio con la vittima serve innanzitutto a ottenere informazioni sul comportamento del presunto autore di reato e a corroborare le informazioni da lui/lei fornite; la vittima, tuttavia, avrà certamente bisogno di sostegno emotivo. È necessario, pertanto, far sì che sia presa in carico da professionisti capaci di offrirle l’aiuto adeguato (Kropp et al., 1999). Le informazioni essenziali che dovrebbero essere raccolte dalla vittima dovrebbero essere le seguenti: storia della relazione, resoconto del comportamento aggressivo/violento e di particolari relativi allìepisodio di violenza pi recente; livello di rischio percepito; eventuale presenza di minori.

2. La somministrazione di questionari. Questa fase dovrebbe comprendere la somministrazione di strumenti di screening standardizzati atti a indagare il fenomeno di IPV attraverso specifici indici (Kropp et al., 1999). Benché i risultati raccolti per mezzo di qustionari self-report debbano essere interpretati con cautela, data la tendenza a minimizzare, giustificare e perfino negare la violenza rilevata sia nelle vittime (Campbell, 1995; Ferraro and Johnson, 1983) sia nei presunti autori di reato (Henning, Jones & Holdford, 2005), tali strumenti possono aiutare i clinici a: a) raccogliere informazioni che altrimenti non sarebbero rivelate; b) istituire un adeguato confronto con il gruppo normativo; c) evitare i bias; d) dimostrare rigore scientifico nel processo di valutazione (Kropp et al., 1999).

3. Le informazioni collaterali e la documentazione ufficiale. Per le ragioni sopra descritte, è essenziale che i clinici raccolgano informazioni collaterali da altri informatori (partner, forze dell’ordine, operatori sanitari) che abbiano familiarità con il caso o con il presunto autore di reato. Spetta ai clinici che conducono la valutazione del rischio di IPV in qualità di esperti forensi acquisire il maggior numero di elementi informativi, le dichiarazioni delle vittime, i precedenti penali del presunto autore di reato.

4. L’effettuazione di altre valutazioni. Può richiedere la somministrazione di inventari di valutazione dell’umore o della personalità e/o di test cognitivi/intellettivi. La ricerca evidenzia un alto tasso di disturbi dell’umore, disturbi di personalità di Cluster B, uso di droghe e alcol e lesioni cerebrali dovute a traumi tra gli autori di IPV sia di sesso maschile sia di sesso femminile (Leisring, Dowd & Rosenbaum, 2005; Gilchrist et al., 2003; Henning, Jones, & Holdford, 2003; Kropp et al., 1999). La presenza di tali disturbi può precludere oppure richiedere un trattamento specialistico (Kropp et al., 1999).

5. La valutazione di conflitti tra le diverse fonti di informazioni. I clinici dovrebbero sempre valutare la veradicità dei dati emersi dalla valutazione, ignorando le informazioni deficitarie sotto il profilo dell’attendibilità (Kropp et al., 1999). Wilson (2006) indica di risolvere eventuali discrepanze tra i dati raccolti durante il colloquio e i dati provenienti da altre fonti, privilegiando gli informatori collaterali, a meno che i primi non possano essere corroborati da altre fonti attendibili. Nella stesura della relazione finale bisognerebbe accennare all’eventuale discordanza emergente dalle fonti di informazioni prese in esame.

6. La determinazione del tasso base. Al fine di contestualizzare i risultati della valutazione del rischio ed evitare di fare una stima errata della probabilità di ricaduta violenta è essenziale che i clinici identifichino il tasso di base (o diffusione) dell’IPV nella popolazione cui appartiene l’autore di reato Conroy & Murrien, 2007), cioè la proporzione degli individui che (in un dato momento) manifesta un pattern di comportamenti riconducibili all’IPV. Trascurare il tasso di base significa dare una misura di occorrenza senza avere un valore di confronto (Zara, 2016).

7. L’utilizzo di strumenti di valutazione del rischio aventi caratteristiche psicometriche adeguate. L’utilizzo di ogni strumento di valutazione del rischio persegue due obiettivi: 1) permette al professionista di lavorare attenendosi a standard metodologici integrati, rigorosi, verificabili, validi e, quando possibile ripetibili (Zara, 2016); 2) limita la discrezionalità e la soggettività dell’approccio puramente clinico, sfruttando la validità predittiva di specifici strumenti. La tabella 1 riporta alcuni degli strumenti di giudizio attuariale e di giudizio professionale strutturato impiegati nel mondo anglosassone atti a valutare il rischio di ricaduta nei casi di IPV. La somministrazione di strumenti attuariali e di strumenti di giudizio professionale strutturato rappresentano solo una componente del procedimento di valutazione del rischio, non lo esauriscono (Conroy & Murrien, 2007).

8. L’individuazione del livello di rischio e dei principali fattori di rischio. Una adeguata valutazione del rischio richiede di triangolare varie fonti di informazioni provenienti da una molteplicità di metodi per pervenire a una elaborazione del caso e alla pianificazione di uno specifico intervento trattamentale. Sebbene gli strumenti strutturati di valutazione del rischio siano superiori agli strumenti clinici non strutturati,  è comunque importante considerare la presenza di fattori di rischio idiosincratici che possono sfuggire agli strumenti strutturati. Gli autori di IPV costituiscono un gruppo eterogeneo: è irrealistico credere che ogni strumento di valutazione del rischio possa catturare la totalità dei fattori di rischio. È quindi importante ricordare che il reale livello di rischio in capo alla persona valutata può differire dal livello di rischio individuato (Conroy & Murrien, 2007). I clinici devono tenere a mente che i fattori di rischio possono essere statici (cio immodificabili), come l’età della prima condanna, oppure dinamici (cioè suscettibili di cambiamento, alcuni più rapidamente di altri), come gli atteggiamenti antisociali e l’accesso ad armi da fuoco (Andrews & Bonta, 2015). Tuttavia, tali rischi hanno natura correlazionale, non causale.

9. La messa a punto di strategie di gestione del rischio. L’ingresso di autori di IPV nel sistema penale e lo sviluppo della c.d. “therapeutic jurisprudence” hanno favorito un allontanamento dalle stime probabilistiche di pericolosità sociale per andare nella direzione dell’individuazione delle persone che necessitano di interventi più consistenti mediante il ricorso a strategie di gestione del rischio volte a ridurre o contenere il livello di rischio posto dalle stesse. In questo senso, la parola “rischio” è diventata sinonimo di intensità dell’intervento richiesto per ridurne la portata (Andrews & Bonta, 2015). Occorre che i clinici, pertanto, conoscano sia i meccanismi giurisprudenziali esistenti per gestire il rischio di reiterazione dell’IPV nelle loro comunità sia i sistemi di erogazione di servizi trattamentali specifici.

10. La comunicazione dei risultati. Benché non esistano buone prassi per quanto riguarda la comunicazione del rischio, una adeguata valutazione del rischio sarebbe inutile se i risultati non potessero essere comunicati efficacemente alle persone interessate. Le valutazioni del rischio devono essere inserite in un sistema di risposta ampio, poiché è improbabile che un privato o un’organizzazione siano in grado di rispondere a tutte le necessità di trattamento e di intervento della persona presa in carico. Pertanto, la valutazione del rischio rappresenta un mezzo per raggiungere un fine, più che un fine in sé.
Nella stesura della relazione finale il clinico dovrebbe sforzarsi di rispondere alla domanda di invio o di riformularla in modo appropriato. Una relazione di valutazione del rischio dovrebbe articolarsi nei seguenti punti (Mills et al., 2011):

  •  informazioni demografiche;
  •  contesto della valutazione;
  • fonti di informazioni e valutazioni effettuate;
  • particolari psicosociali, compresa l’esposizione a IPV o a un abuso subito nell’infanzia;
  • anamnesi medica e psichiatrica/psicologica, compresi i farmaci assunti attualmente;
  •  storia di comportamenti violenti e criminali, inclusi i particolari relativi all’episodio di violenza più recente e il rispetto delle sanzioni;
  • livello di funzionamento psicosociale attuale;
  • risultati della valutazione del rischio, compresi i fattori di rischio e i fattori di protezione;
  • validità e/o limiti dei risultati;
  • strategie di gestione del rischio e di intervento;
  • ostacoli al trattamento o all’intervento che possono impattare sulla compliance.

I clinici dovrebbero tenere a mente che i fruitori della loro relazione di valutazione non sono professionisti della salute mentale. Perciò essi devono fare attenzione a: (1) usare un linguaggio professionale semplice che i non addetti ai lavori possano comprendere, enucleando in modo chiaro i termini tecnici ritenuti rilevanti per la valutazione del rischio; (2) indicare il tasso base dell’IPV nella popolazione di riferimento ai fini di effettuare un confronto adeguato; (3) presentare i risultati della valutazione in modo inequivocabile; (4) offrire un’idea esatta della pratica scientifica della valutazione del rischio e della validità degli strumenti di valutazione del rischio utilizzati; (5) evidenziare i limiti della valutazione del rischio effettuata e del giudizio espresso, così come i limiti connessi alla natura dinamica del rischio (Mills et al., 2011; McMaster, 2006; Vess, 2006).
Inoltre, i professionisti in ambito clinico dovrebbero essere espliciti sulla pregnanza sia dei singoli fattori di rischio sia dei singoli fattori di protezione che compongono il livello di rischio complessivo; sull’importanza sia dei fattori contestuali sia dei fattori situazionali (l’accesso alla vittima e l’abuso di sostanze) su cui si basa la valutazione, in modo che sia possibile sviluppare e coordinare interventi e strategie di gestione del rischio trasversali a livello di sistema sanitario, previdenziale e giudiziario. Qualunque raccomandazione di intervento dovrebbe essere commisurata al livello di rischio individuato, basata su dati scientifici, adattata al funzionamento intellettivo dell’individuo e alla capacità di quest’ultimo di trarre beneficio da uno specifico programma di trattamento (Andrews & Bonta, 2015).
Qualora il professionista nutra dubbi circa la sicurezza di una persona identificabile a seguito della sua valutazione, egli ha il dovere e la responsabilità etiche di avvertire/proteggere, divulgando la quantità minima di informazioni necessarie a proteggere la potenziale vittima (APS, 2007). Dove possibile, i clinici dovrebbero anche condividere i risultati della valutazione con i responsabili dei comportamenti violenti e con le vittime, al fine di valutare più accuratamente sia la probabilità della prosecuzione delle violenze nella loro relazione sia il grado di intervento che si renderà necessario per cambiare il comportamento in questione, pianificando interventi coerenti (Vess, 2006).

3. I metodi di valutazione

I metodi di valutazione del rischio di IPV ricadono tipicamente in tre categorie: 1) il giudizio clinico non strutturato; 2) il giudizio attuariale; 3) il giudizio professionale strutturato. Il giudizio clinico non strutturato caratterizzato da una valutazione del rischio basata su decisioni soggettive, non generalizzabili, discrezionali, poiché ancorate all’esperienza dell’esperto e, dunque, dalla stessa condizionate. L’approccio puramente clinico non è in grado di predire la violenza con ragionevole certezza scientifica perché ricorre a criteri valutativi e decisionali informali, non definiti a priori e identifica caratteristiche specifiche dei pazienti non significativamente associate alla persistenza criminale e violenta (Zara, 2016). È notoriamente inattendibile, simile a un giudizio causale, eppure continua a rappresentare la forma più comune di valutazione del rischio (Grove & Meehl, 1996; Grove, Zald, Lebow, Snitz, & Nelson, 2000). Il giudizio attuariale rappresenta l’antitesi del giudizio professionale non strutturato, basandosi su studi longitudinali prospettici e retrospettivi atti a incrociare una serie di predittori con l’osservazione nel tempo di ampie popolazioni di individui criminali persistenti, di pazienti psichiatrico-forensi, di individui violenti e coinvolti in carriere criminali eterogenee o specializzate (Zara, 2016). L’approccio di giudizio attuariale fornisce una stima probabilistica del rischio di violenza basata sulla rigida applicazione di algoritmi. In generale i clinici si sono opposti all’uso di strumenti attuariali, malgrado la loro accuratezza predittiva, specialmente nella valutazione del rischio nel contesto psicocriminologico e clinico forense. Di recente introduzione il giudizio professionale strutturato, definito, come sottolinea Zara (2016) una “aide-mémoire” che offre una serie di linee-guida per effettuare la valutazione, identificare i fattori di rischio specifici, organizzare l’intervento, muovendosi nella direzione di integrare l’accuratezza valutativa (attraverso un metodo preciso e statisticamente valido) con la completezza clinica (sensibilità, integrità, eticità).
Hanson, Helmus e Bourgon (2007) sono stati i primi a utilizzare la tecnica clinico-statistica quantitativa della meta-analisi per mettere a confronto l’accuratezza predittiva di vari strumenti di valutazione del rischio di IPV in individui di sesso maschile. Gli autori hanno posto in evidenza i risultati di diciotto studi aventi un periodo medio di follow-up superiore a due anni, riscontrando una modesta differenza tra le scale attuariali specifiche per l’IPV, le scale attuariali generiche, il giudizio professionale strutturato e le impressioni delle vittime, forse a causa dell’esiguità del campione. Complessivamente, le scale sviluppate per valutare il rischio di recidiva in generale, come la Level of Service Inventory-Revised (1995) (LSI-R; Andrews & Bonta, 1995), mostrano una accuratezza e una precisione attuariale leggermente migliori rispetto alle scale specialistiche per l’IPV, come la Domestic Violence Risk Assessment Guide (DVRAG). In ogni caso, entrambe le scale garantiscono una accuratezza predittiva che né gli strumenti di valutazione del rischio di IPV fondati sul giudizio professionale strutturato, come la Spousal Assault Risk Assessment Guide, né gli strumenti di valutazione del rischio di IPV fondati sulle impressioni della vittima, come la Danger Assessment Scale, possono assicurare.

4. Gli strumenti di valutazione del rischio specifici per l’IPV

Gli strumenti di valutazione del rischio, a prescindere dalla loro struttura (attuariale o professionale integrata) integrano le diverse informazioni professionali (psicodiagnostiche, educative, comportamentali, giuridiche) e articolano la valutazione, consentendo di ridurre la discrezionalità soggettiva dell’approccio puramente clinico (Zara, 2016).
Le principali rassegne della letteratura sul tema degli strumenti di valutazione/screening del rischio di IPV sono cinque: 1) Roehl e Guertin (2000); 2) Dutton e Kropp (2000); 3) Hanson et al. (2007); 4) Nicholls, Pritchard, Reeves e Hilterman (2013); 5) Messing e Thaller (2012).
Secondo i risultati di queste rassegne, i più importanti strumenti di valutazione del rischio utilizzati nei casi di IPV sono: 1) Spousal Assault Risk Assessment Guide (SARA); 2) Domestic Violence Screening Inventory (DVSI); 3) Ontario Domestic Assault Risk Assessment (ODARA); 4) Psychopathy Checklist-Revised (PCL-R); 5) Domestic Violence Risk Assessment Guide (DVRAG); 6) Danger Assessment Scale (DA).
Uno strumento di valutazione del rischio è valido se è in grado di discernere all’interno di una popolazione gli individui ad alto rischio di ricaduta criminale (sensibilità) dagli individui che sono a basso richio o non a rischio (specificità). Nell’ambito di uno stesso strumento, sensibilità e specificità sono elementi interdipendenti: quando si abbassa l’una, aumenta l’altra e viceversa (Zara, 2016).
Nella realtà, tuttavia, è possibile che individui cui sono state attribuite caratteristiche criminogeniche, non recidivino; allo stesso modo, è possibile che individui cui non siano state attribuite caratteristiche criminogeniche, pongano in essere comportamenti criminali e violenti.
In ragione di questa possibilità, il punto di discriminazione più conveniente di uno strumento di valutazione del rischio è desumibile dalla c.d. “curva ROC” (Receiver Operating Characteristics) (Swets, 1998; Zara, 2016), in cui a ogni soglia di decisione corrisponde una coppia: sensibilità (SE) e specificità (SP). Tale curva misura l’accordo tra lo strumento utilizzato e il livello di rischio di ricaduta criminale e di violenza; permette, inoltre, di individuare il valore soglia ottimale (the best cut-off), cio il valore dello strumento che massimizza la differenza tra i veri positivi (cioè la proporzione di individui che hanno riportato un valore alto dello strumento tra tutti quelli realmente a rischio di ricaduta criminale e di violenza) e i falsi positivi (cioè la proporzione di individui che pur avendo riportato un valore alto non sono a rischio di ricaduta criminale e di violenza) (Zara, 2016).
L’area sottostante, tecnicamente denominata “AUC” (Area Under the Curve), rappresenta una misura di accuratezza identificativa, diagnostica o valutativa. L’area sotto la curva può assumere valori compresi tra 0,5 e 1,0: con 0,5 il valore discriminante dello strumento sarebbe casualmente accurato e perciò completamente impreciso; con 1,0 il valore discriminante dello strumento sarebbe perfettamente accurato. La classificazione elaborata da Swets (1998) per interpretare i valori dell’area sottostante la curva ROC (AUC) riporta i seguenti parametri: 1) AUC = 0,5: il test non è informativo; 2) 0,5 < AUC ≤ 0,7: il test è poco accurato; 3) 0,7 < AUC ≤ 0,9: il test è moderatamente accurato; 4) 0,9 <AUC < 1,0: il test è altamente accurato; 5) AUC = 1: il test è perfetto.
I risultati dello studio condotto da Messinge Thaller (2012) indicano come gli strumenti di valutazione del rischio di IPV che si procederà a descrivere riportino i seguenti valori di predittività: 1) ODARA (AUC = 0,67, k = 5; 2) SARA (AUC = 0,63, k = 6); 3) DA (AUC = 0,62, k = 4); 4) DVSI (AUC = 0,58, k = 3). Gli autori, tuttavia, hanno riscontrato come solo il 45% delle ricerche prese in esame avesse somministrato correttamente gli strumento di valutazione del rischio in questione.

4.1 Spousal Assault Risk Assessment Guide (SARAv3)

Il SARA-V3 (Kropp et al., 2015) rappresenta una guida strutturata per la valutazione del rischio di IPV, cioè un ausilio per una oculata formulazione di giudizio professionale strutturato. Fornisce indicazioni sulle aree criminogeniche fondamentali da trattare durante il colloquio clinico con l’autore di reato, i principali fattori di rischio da considerare, i test sussidiari da somministrare, le informazioni collaterali da raccogliere (e le fonti da cui acquisirle), i contenuti da inserire nella relazione finale di valutazione del rischio e le strategie di gestione del caso da proporre. Pertanto, è fortemente raccomandato come strumento per strutturare una valutazione del rischio clinicamente solida e tecnicamente attendibile. Il test SARA, pertanto, non rappresenta una scala clinica che valuta la personalità dell’imputato e per questo non viola i diritti dello stesso; è un protocollo agile, sensibile, strutturato e rigoroso, una “linea guida” che stima il livello di rischio cui la vittima è esposta (basso, medio, alto) e contribuisce alla pianificazione di un programma di sicurezza per la stessa (Baldry, 2006).

4.1.1. Sviluppo e contenuto

Pur essendo stato sviluppato come guida alla formulazione di un giudizio professionale strutturato, anziché come strumento attuariale di valutazione del rischio, il test SARA, fornendo specifiche linee guida atte all’individuazione di molteplici fattori di rischio associati all’IPV, misura, in concreto, ventiquattro fattori di rischio individuati sulla base di un’attenta analisi della letteratura scientifica specialistica e dei casi che sono strettamente associati alla condotta violenta nelle relazioni intime (Helmus & Bourgon, 2011). Il SARA si compone di ventiquattro item per la valutazione del c.d “spousal risk” in casi in cui si sospetta la messa in atto di comportamenti violenti da parte di individui che hanno avuto o hanno una relazione intima con le vittime. Otto item descrivono la natura dell’IPV in termini di eterogeneità, cronicità ed escalation dei comportamenti e delle violazioni delle misure di restrizione. Dieci item delineano un’ampia gamma di problemi che potrebbero avere compromesso il funzionamento esistenziale dell’individuo maltrattante (sociali, interpersonali e psicologici). Sei item descrivono i fattori di vulnerabilità che potrebbero interferire con la capacità, l’opportunità o la motivazione della vittima ad assumere un comportamento autoprotettivo (Kropp e Hart, 2015).

4.1.2. Somministrazione e scoring

Nelle raccomandazioni fornite degli autori, i valutatori preposti a somministrare il SARA dovrebbero possedere una adeguata formazione nel campo dell’IPV (Messing e Thaller, 2012) e avere maturato esperienza biennale sia nel colloquio con le vittime di IPV sia nel colloquio con gli autori di IPV (Kropp e Hart, 2015). I valutatori, inoltre, dovrebbero sottoporsi a una formazione professionale continua in materia di IPV (Kropp e Hart, 2015). Il manuale fornisce una definizione operazionale di tutti gli item, indica le ragioni empiriche alla base della loro inclusione e riporta specifiche istruzioni per lo scoring. È necessario che sia l’autore/il presunto autore di reato sia la vittima partecipino ai colloqui (Messing e Thaller, 2015). Il SARA-V3 comprende tre domini di IPV: 1) la natura di IPV (dominio N, 8 fattori di rischio); 2) i fattori di rischio del perpetratore (dominio P, 10 fattori di rischio); 3) i fattori di vulnerabilità delle vittime (dominio V, 6 fattori). Si articola in sei fasi delineate dettagliatamente all’interno del manuale SARA-V3: 1) fase 1: raccolta delle informazioni; 2) fase 2: valutazione della presenza di fattori di rischio; 3) fase 3: valutazione della rilevanza di fattori di rischio e formulazione del caso; 4) Fase 4: pianificazione dello scenario; 5) fase 5: determinazione di piani di gestione del rischio; 6) fase 6: formulazione di giudizi finali sul rischio. I valori per i fattori di rischio N, P e V sono codificati in due porzioni temporali: recente (in qualsiasi momento nei 12 mesi antecedenti la valutazione) e passato (in qualsiasi momento prima dei 12 mesi antecedenti la valutazione). La codifica dei fattori di presenza avviene su una scala ordinale a 3 punti (Presente, Possibile o parzialmente presente, Non presente). Anche la codifica della rilevanza avviene su una scala ordinale a tre punti (Sì, Possibile o parzialmente rilevante, Non rilevante). A fini di ricerca, questo schema di codifica  trasformato in punteggi numerici (Presente/S“ = 2, Possibile o parzialmente presente/rilevante = 1, Non presente/rilevante = 0). Per semplicità di analisi, sono stati creati dei punteggi di “presenza”, combinando essenzialmente i punteggi passati e recenti relativi ai fattori N e P. In altre parole, il rating massimo codificato nel tempo su ciascun fattore di rischio  stato utilizzato per creare un rating sempre presente con un possibile intervallo da 0 a 36. I punteggi numerici ottenuti nei domini sono stati creati sommando i valori dei fattori di rischio ottenuti dai rispettivi domini N e P. È stato inoltre creato un punteggio numerico totale sommando i valori dei fattori di rischio attuali N e P (Kropp e Hart, 2015).

4.1.3. Proprietà psicometriche

Nonostante la crescente diffusione del test SARA, le evidenze empiriche che ne suffragano l’utilizzo sono relativamente scarse. Malgrado ciò, il SARA è lo strumento di valutazione del rischio di IPV su cui sono state condotte più ricerche, raggiungendo il totale di 11 studi di validazione condotti fino a oggi. Benché mostri una buona validità facciale (face validity), cioè l’appropriatezza del test in rapporto alla situazione, alla popolazione e all’oggetto su cui si opera il controllo, sono stati messi in discussione sia l’inclusione di alcuni item sia il criterio utilizzato per lo scoring degli stessi.
Lo studio condotto da Grann e Wedin (2002; N = 88) ha riscontrato come quattro item (problemi relazionali recenti; violenza sessuale passata/gelosia sessuale; aggressione grave e/o sessuale nel reato per cui si procede; uso di armi e/o minacce di morte concrete) dimostrino scarsa validità predittiva. Analogamente uno studio più ampio condotto da Hilton et al. (2004) non è riuscito a suffragare alcuni aspetti del criterio utilizzato per assegnare un punteggio ai singoli item. Per esempio, “separazione precedente al reato per cui si procede” “ideazione suicidaria”, “ferimento della vittima nel reato per cui si procede” e “utilizzo di armi nel reato per cui si procede” rappresenterebbero fattori di rischio sovrastimati in termini di validità predittiva. Un terzo studio condotto da Wong & Hisashima (2008) ha riscontrato che solo 7 dei 20 item hanno valore predittivo. Ciò ha condotto alla revisione dello strumento che è giunto, infatti, alla terza edizione.
Ad ogni modo, il SARA vanta una solida validità concorrente rispetto ad altri strumenti di misurazione del recidivismo violento (Williams & Houghton, 2004). Singh, Grann, e Fazel (2011) prendendo in esame un campione di 102 partecipanti hanno riscontrato un valore medio di AUC pari a 0,70 emergente dal punteggio globale del SARA. Nell’insieme, questi risultati indicano che la validità predittiva del SARA è da moderata a elevata. La ricerca indica, inoltre, come il punteggio totale (AUC = 0,70) e le valutazioni sintetiche di rischio (AUC = 0,65) rappresentino di per sé elementi aventi un potere predittivo moderato del recidivismo (Helmus & Bourgon, 2011). Kropp e Hart (2000) sottolineano, infine, come l’accuratezza predittiva del SARA sia significativamente influenzata dalla qualifica e dalla formazione del valutatore nonché dalla quantità e qualità delle informazioni a disposizione dello stesso.

4.1.4. Limiti e controindicazioni

Benché gli autori evidenzino come il SARA possa essere somministrato sia ad autori di reato adulti di sesso  maschile sia ad autori di reato adulti di sesso femminile, è opportuno tenere a mente che la letteratura utilizzata per creare la scala riguarda unicamente autori di reato di sesso maschile; soltanto due studi di validazione comprendono autori di reato di sesso femminile. Perciò il SARA non dovrebbe essere usato con autrici di violenze. Helmus e Bourgon (2011) consigliano, pertanto, di circoscrivere l’impiego del SARA allo scopo di coadiuvare il giudizio professionale strutturato, evitando di formulare giudizi prognostici finché non si possiedono prove più consistenti atti a corroborarne la validità predittiva. Nel caso in cui i clinici fossero chiamati a formulare un giudizio prognostico, essi dovrebbero utilizzare uno strumento di valutazione del rischio criminogeno come l’LSI-R, che si è dimostrato capace di identificare gli autori di IPV che pongono in essere condotte recidivanti.

4.1.5. Disponibilità

Il SARA non è di dominio pubblico, deve essere acquistato.

4.2. Domestic Violence Screening Instrument (DVSI)

4.2.1. Sviluppo e contenuto

Il DVSI (Williams & Houghton, 2004) è uno strumento attuariale di screening costituito da 12 item, costruito per consentire al personale di primo intervento (gli agenti di polizia, gli assistenti sociali) di stimare il rischio di recidiva in casi di IPV. È stato sviluppato dal Colorado Department of Probation Services in risposta all’introduzione di una legge sull’arresto e la custodia cautelare obbligatoria per gli autori di IPV. È stato concepito per essere integrato da uno strumento di valutazione del rischio di IPV più approfondito, come il SARA, in seguito all’emissione della sentenza. Gli item della scala sono il risultato di un’analisi dei correlati sociali e comportamentali dei casi di recidiva in relazione all’IPV nello stato americano del Colorado coprente un arco temporale che va fino al 1996 e grazie ai riscontri ottenuti dalla letteratura empirica. Gli item comportamentali includono il comportamento violento e criminale e le sanzioni ufficiali, mentre gli item sociali includono la situazione lavorativa attuale e la situazione sentimentale.

4.2.2. Somministrazione e scoring

Il DVSI può essere codificato soltanto ricorrendo alla documentazione ufficiale (cioè la fascicolazione in possesso del tribunale e della polizia). A ogni item viene assegnato un punteggio su una scala ordinale che va da 0 a 2 o da 0 a 3, producendo così un punteggio che può arrivare al massimo a 30. Dove mancano i dati, si riporta la dicitura “sconosciuto”. I valori per ciascuno dei 12 item sono sommati in modo da produrre un punteggio totale. Benché non vengano forniti punteggi di cut-off, i punteggi più alti sono considerati indicativi di un maggiore rischio di recidiva e di mancata osservanza delle restrizioni imposte dal tribunale o delle prescrizioni relative alla misura della libertà vigilata.

4.2.3. Proprietà psicometriche

Williams e Houghton (2004) hanno applicato un disegno prospettivo e l’analisi ROC per validare il DVSI esaminando 1.465 autori di reato di sesso maschile, riscontrando che il DVSI ha una discreta coerenza interna (a = 0,71) e validità concorrente e discriminante raffrontato con il SARA (r = 0,567) e con il Level of Supervision Inventory (r = 0,169; Andrews & Bonta, 1993), che viene utilizzato per ottenere una stima del rischio di recidiva generale. Cosa più importante, gli autori riportano un’area sotto la curva ROC (AUC) di 0,61 per la reiterazione di IPV e di 0,65 per la reiterazione di comportamenti criminali e violenti generali, rivelando che il DVSI ha un grado moderato di accuratezza predittiva lungo un periodo di 18 mesi. Gli studiosi, inoltre, hanno riscontrato che il DVSI risulta più accurato nella predizione di forme di minaccia e di comportamenti violenti più gravi (riportate dalle vittime in relazione a un follow-up a sei mesi) che non nella predizione di comportamenti violenti meno gravi (rispettivamente, AUC = 0,68, p = 0,001; AUC = 0,65, p = 0,041).

4.2.4. Sviluppo e contenuto

Il DVSI è stato sottoposto a revisione nel 2006, a seguito di analisi della regressione gerarchica e della curva ROC a fronte di circa 15.000 valutazioni sia di autori di reati di sesso maschile sia di autori di reato di sesso femminile aventi un’età pari almeno a 16 anni, deferiti ai Connecticut Court Support Services tra settembre 2004 e maggio 2005. Il campione era costituito da maschi bianchi, di età compresa tra i 22 e i 44 anni, autori di IPV. A seguito di queste analisi, due item sono stati fusi e diversi altri sono stati riformulati. L’opzione di scoring “sconosciuto” è stata eliminata a favore di “nessuna prova” allo scopo di migliorare la chiarezza e incoraggiare la raccolta di queste informazioni.

4.2.5. Somministrazione e scoring

Il DVSI-R consta di 11 item, il cui punteggio viene calcolato come nella versione iniziale dello strumento, ammettendo un punteggio massimo di 28. Sono state aggiunte anche altre due valutazioni sintetiche del rischio: 1) rischio imminente (cioè entro sei mesi) correlato al partner intimo; 2) rischio imminente correlato a un’altra specifica persona. Gli ultimi due item permettono ai clinici di ricorrere alla formulazione di giudizi, mettendo da parte il punteggio di rischio totale qualora essi intercettassero fattori di rischio idiosincratici che potrebbero sporcare il punteggio totale (Williams & Grant, 2006). Le valutazioni sintetiche di rischio possono ottenere un punteggio basso (0), moderato (1) o elevato (2). Un punteggio totale compreso tra 0-4 indica un basso rischio di recidiva; tra 5-8, un rischio moderato; tra 9-12, un rischio elevato; tra 13-28, un rischio molto elevato (Williams, 2012).

4.2.6. Proprietà psicometriche

Williams e Grant (2006) hanno riscontrato che il punteggio totale al DVSI-R rappresenta un predittore accurato di IPV (AUC = 0,71), e, in misura minore, lo sono anche le due valutazioni sintetiche di rischio imminente correlato al partner o ad altre persone (rispettivamente, AUC = 0,64 e AUC = 0,61). Ciò indica che il punteggio totale al DVSI-R è un predittore più accurato del rischio di recidiva di IPV rispetto agli item legati al giudizio professionale. Gli autori hanno altresì riscontrato che gli episodi di IPV a danno di vittime molteplici rappresentano il migliore predittore di recidiva nei casi di IPV (AUC = 0,79) e che il DVSI-R è stato capace di predire accuratamente varie forme di violenza familiare, indipendentemente dall’età, dal genere o dall’etnia del reo.
Un successivo studio di validazione, condotto da Williams (2011) su un campione di 3.569 autori di reati, monitorati per un periodo di oltre 18 mesi. Tale campione era per la maggioranza composto da autori di IPV bianchi, di sesso maschile, di età pari a 35 anni. L’autore ha riscontrato che il DVSI-R aveva una coerenza interna leggermente migliore rispetto allo strumento originario (a = 0,75) e che le correlazioni tra gli item e la scala totale andavano da 0,24 a 0,72. Un dato interessante emerso è che il DVSI-R rappresenta un predittore solo moderatamente accurato di futuri reati di violenza familiare (AUC = 0,62), ma l’accuratezza migliora quando vengono considerati insieme i nuovi reati e le violazioni delle ingiunzioni protettive (AUC = 0,73). È emerso lo stesso modello, indipendentemente dal genere, per i rei di sesso maschile (AUC = 0,70) e femminile (AUC = 0,79). Williams (2011) ha riscontrato inoltre che l’aggiunta degli item legati al giudizio clinico migliora di poco l’accuratezza predittiva della scala, motivo per cui l’autore consiglia di trattare gli stessi come un ausilio che non deve sostituirsi al punteggio totale al DVSI-R.

4.2.7. Limiti e controindicazioni

Il DVSI-R offre un netto vantaggio rispetto ad altri strumenti di valutazione del rischio IPV in quanto è stato validato per essere somministrato sia a giovani autori di reato sia ad autori di reato di sesso femminile, consentendo di prevedere un’ampia varietà di forme di violenza familiare. Tuttavia, mancano stime credibili dell’attendibilità intergiudice e studi di validazione indipendenti del DVSI e del DVSI-R.

4.2.8. Disponibilità

Il DVSI e il DVSI-R sono disponibili rispettivamente facendo riferimento a Williams (2008) e Williams e Grant (2006).

4.3. Ontario Domestic Assault RiskAssessment (ODARA)

Come il DVSI, l’ODARA (Hilton et al., 2004) rappresenta un agile strumento attuariale di valutazione del rischio costruito per consentire al personale di primo intervento, come gli agenti di polizia, gli operatori dei servizi di sostegno alle vittime o il personale di supporto del tribunale, di stimare il rischio di recidiva nei casi di IPV. Può essere usato da un ampio ventaglio di professionisti, non necessita di una previa formazione clinica e fornisce informazioni utili in fase di indagine, in vista dell’udienza per il rilascio su cauzione, di procedimenti giudiziari e di pianificazione di programmi volti a tutelare la sicurezza delle vittime.

4.3.1. Sviluppo e contenuto

L’ODARA è stato il primo strumento di valutazione del rischio a essere sviluppato mediante le tradizionali tecniche di costruzione di scale e ad essere validato empiricamente per predire l’IPV in combinazione con la frequenza, la gravità e il momento dell’aggressione. Consta di 13 item comprensivi di risposta sì/no, selezionati mediante analisi di regressione multipla su un campione di 600 autori di reato di sesso maschile arrestati per IPV in Ontario. Poiché inizialmente tale strumento è stato costruito per essere utilizzato dagli agenti di polizia, sono state giudicate adeguate a essere incluse solo le informazioni di cui la polizia normalmente dispone. Gli item riguardano la carriera criminale e violenta del reo, la risposta alle sanzioni ufficiali, i particolari relativi all’episodio violento più recente e gli elementi circostanziali e personali relativi alla vittima.

4.3.3. Somministrazione e scoring

Ciascun item viene codificato sulla base di un colloquio con la vittima e della documentazione in possesso della polizia, usando una scala ordinale che va da 0 (fattore di rischio assente) a 1 (fattore di rischio presente), con un punteggio massimo possibile di 13. Viene fornita anche una formula per correggere il punteggio in modo da compensare l’eventuale assenza di dati. I punteggi possono ricadere in sette categorie. Un punteggio uguale o superiore a 7 indica un rischio elevato, e si è riscontrato che il 70% degli autori di reato che hanno ottenuto un punteggio pari o superiore a 7 ha posto in essere una condotta recidivante. Secondo gli autori, più il punteggio è elevato, più è frequente e grave  il reato, più imminente è la minaccia. Pertanto, oltre che per predire una nuova aggressione ai danni del partner, il punteggio totale viene utilizzato per ottenere indicazioni circa la probabilità di frequenza e gravità dell’aggressione, il numero di lesioni e il momento in cui potrebbe occorrere il nuovo evento criminale.

4.3.3. Proprietà psicometriche

Gli autori hanno riscontrato nell’ODARA una forte accuratezza predittiva durante la sua costruzione (AUC = 0,77), con un follow-up medio di 4,79 anni e una validazione incrociata di 836 casi (AUC = 0,72; Hilton et al., 2004). La ricerca indica che lo strumento è in grado di identificare accuratamente i soggetti a rischio di ricaduta criminale tra individui aventi carriere criminali meno rilevanti (tasso base = 27%, AUC = 0,67; Hilton & Harris, 2009) e più rilevanti (tasso base = 49%, AUC = 0,67; Hilton, Harris, Rice, Houghton, & Eke, 2008). Inoltre, uno studio di validazione incrociata condotto da Hilton et al. (2008) ha riportato un’AUC di 0,65 (N = 346). Nonostante i significativi risultati riportati degli autori durante la costruzione, l’ODARA deve ancora essere sottoposto a una strutturata validazione indipendente. I professionisti sono, pertanto, invitati a considerare il fatto che lo strumento è stato elaborato per predire comportamenti violenti agiti da soggetti di sesso maschile a danno di soggetti di sesso femminile e che esso ha ricevuto soltanto una validazione preliminare circa il suo utilizzo in episodi di IPV riconducibili a soggetti di sesso femminile (Hilton et al., 2014). I clinici, pertanto, dovrebbero procedere con cautela nell’utilizzare questo strumento, finché non saranno disponibili altri dati derivanti dalla ricerca che ne avvalorino la somministrazione. Manca, inoltre, una attendibilità intergiudice plausibile.

4.3.5. Disponibilità

È possibile richiedere l’ODARA presso il Multi-Health Systems (http://www.mhs.com).

4.4. Psychopathy Checklist-Revised (PCL-R)

Sviluppato originariamente per diagnosticare la psicopatia, lo Psychopathy Checklist-Revised messo a punto da Hare (1991; 2003) si è rivelato uno strumento efficace per individuare i soggetti che hanno maggiori probabilità di commettere in futuro reati violenti e generici. Pertanto, è stato utilizzato come strumento di valutazione del rischio di violenza a sé stante ed è stato combinato con altri fattori di rischio per creare strumenti nuovi, come il Violence Risk Assessment Guide (VRAG) e, più recentemente, il Domestic Violence Risk Assessment Guide (DVRAG) descritto a seguire.

4.4.1. Sviluppo e contenuto

La versione rivista del PCL (PCL-R; Hare, 1991; 2003) è una scala attuariale costituita da 20 item e da due fattori: il Fattore 1 comprende i deficit interpersonali e affettivi, come la superficialità e la mancanza di empatia, mentre il Fattore 2 comprende i deficit comportamentali caratteristici della psicopatia, come l’impulsività e la criminalità.

4.4.2. Somministrazione e scoring

I professionisti che somministrano tale strumento devono possedere un PhD o un titolo di studio equivalente nel campo delle scienze sociali, mediche o comportamentali; essere iscritti all’albo di competenza; avere completato un tirocinio, o avere almeno due anni di esperienza nell’ambito della pratica forense; avere seguito un percorso formativo specifico sulla psicopatia e la somministrazione dello strumento stesso. Lo scoring avviene sulla base di un’intervista semistrutturata e sulla raccolta di informazioni collaterali. La presenza di ciascun fattore di rischio è misurata su una scala ordinale che va da o a 2, dove 0 indica che l’item non è pertinente, 1 che l’item è parzialmente pertinente e 2 che l’item è decisamente pertinente. Per una diagnosi formale di psicopatia serve un punteggio di 30 ± 3.

4.4.3. Proprietà psicometriche

Anche se non è stato concepito come strumento di valutazione del rischio stricto sensu, la ricerca indica che le varie checklist per la psicopatia sviluppate da Hare (1991; 2003) rappresentano predittori attendibili e validi del rischio di ricaduta criminale violenta e generica, anche quando il punteggio viene ricavato soltanto dalla documentazione ufficiale (Wilson, 2006). Il PCL-R è stato validato su un campione di individui appartenenti a entrambi i sessi (Wilson, 2006). Serin (1996) ha riscontrato che il PCL era superiore alle altre scale attuariali nella predizione di recidiva violenta, e che gli item del Fattore 1 hanno dato un contributo più significativo rispetto agli item del Fattore 2, il che fa pensare che le caratteristiche interpersonali e affettive della psicopatia impattino significativamente sul rischio di ricaduta criminale violenta. Di conseguenza il PCL-R è stato inserito in un gruppo di strumenti di valutazione del rischio che comprende il Violence Risk Assessment Guide e, più recentemente, il Domestic Violence Risk Assessment Guide.
Lo Psychopathy Checklist Screening Version (PCL:SV; Hart, Cox and Hare, 2005) è composto da 12 item e ha la stessa procedura di scoring e struttura fattoriale del PCL-R. Benché il PCL:SV non possa essere utilizzato per formulare una diagnosi di psicopatia, la ricerca indica che i suoi punteggi totali sono direttamente correlati con i punteggi totali del PCL-R (Cooke, Michie, Hart & Hare, 1999). Il PCL:SV condivide le medesime eccellenti proprietà psicometriche del PCL-R (Monahan et al., 2001). La ricerca indica che gli individui che risultano affetti da psicopatia al PCL:SV presentano una probabilità di agire comportamenti violenti 10-12 volte superiore rispetto alle persone non psicopatiche (Douglas, et al., 1999; Skeem & Mulvey, 2001). Uno studio neozelandese su 199 autori di reati violenti ha riscontrato che un punteggio pari o superiore a 16 al PCL:SV rappresenta il punteggio di cut-off più efficiente per l’individuazione di soggetti aventi una maggiore probabilità di commettere un grave reato violento in futuro (Wilson, 2006). Un punteggio tra 8 e 12 al Fattore 1 si è dimostrato correlato al rischio imminente di ricaduta criminale. Il PCL:SV ha dimostrato anche di avere una validità predittiva significativa in relazione a reati violenti gravi (AUC = 0,80; cioè un’accuratezza dell’80%). Un punteggio elevato al PCL, comunque, non dovrebbe mai essere utilizzato per fare affermazioni categoriche o a sé stanti circa la probabilità di recidiva legata a casi di IPV, poiché non indica quali fattori dinamici o protettivi capaci di ridurre il rischio potrebbero essere presenti (Wilson, 2006). Pertanto, “le misure del PCL dovrebbero essere utilizzate solo per supportare affermazioni di predizione del rischio condizionali” (Wilson, 2006, p. 123).
Si ritiene che un sottogruppo di autori di IPV possieda tratti psicopatici. Ciò non sorprende dato che, come osserva Hare (2003), la violenza psicopatica tende a essere di natura strumentale, cioè volta a ottenere un risultato desiderato, come per esempio il controllo o la sottomissione. Questo tipo di violenza è associato a un maggiore rischio di reiterazione del reato (Cornell et al., 1996).

4.4.4. Disponibilità

È possibile ottenere le varie forme del PCL presso il Multi-Health Systems (http://www.mhs.com).

4.5. Domestic Violence Risk Assessment Guide (DVRAG)

Il DVRAG (Hilton et al., 2008) combina l’ODARA con il PCL-R, dando forma a un esauriente strumento attuariale di valutazione del rischio concepito per predire la frequenza e la gravità delle recidive di IPV in soggetti di sesso maschile arrestati per IPV (Hilton et al., 2008).

4.5.1. Sviluppo e contenuto

Il DVRAG è stato sviluppato durante la validazione incrociata dell’ODARA su un campione di 303 soggetti di sesso maschile arrestati per IPV, con un tasso base pari al 49%. È stato costruito per essere somministrato da clinici forensi o funzionari addetti alla sorveglianza di soggetti in libertà provvisoria. Gli autori hanno cercato di creare uno strumento che potesse essere integrato con l’ODARA, destinato principalmente agli agenti di polizia i quali spesso non hanno il tempo, le informazioni e le competenze di matrice clinica necessarie per condurre una valutazione approfondita del rischio. Il PCL-R è stato preferito al Danger Assessment (DA), al SARA, al DVSI e a una versione in 9 item del Violence Risk Assessment Guide (VRAG): la sua validità aumenta in combinazione con l’ODARA. Così, il DVRAG è composto dagli item dell’ODARA, a cui viene attribuito un punteggio continuo anziché dicotomico, in aggiunta al punteggio totale ottenuto al PCL-R. Con l’aggiunta del punteggio totale al PCL-R, l’AUC relativa all’ODARA è migliorata, passando da 0,65 a 0,71.

4.5.2. Somministrazione e scoring

Il DVRAG richiede un colloquio clinico approfondito con il reo secondo il metodo standard di somministrazione del PCL-R, indagini collaterali e un esame della documentazione ufficiale. Perciò valgono gli stessi requisiti richiesti al somministratore del PCL-R. Ogni item dell’ODARA ha un sistema di scoring differente ed è ponderato in base alla sua correlazione con il rischio di recidivismo di IPV. Per esempio, a una precedente aggressione a danno di un individuo esterno al nucleo famigliare vengono assegnati 8 punti, mentre a una minaccia di morte nell’episodio indice viene assegnato un punto. Una volta raccolte tutte le informazioni necessarie, i valori assegnati a ciascuno dei 14 item vengono sommati in modo da ottenere un punteggio totale che può ricadere in sette categorie, a cui si associa una probabilità di reiterazione del reato che è nota in base ai dati di un follow-up a cinque anni; per esempio, reitera il reato il 14% dei rei che rientrano nella Categoria 1, contro il 100% dei rei che rientrano nella Categoria 7. Come nell’ODARA, viene fornita una formula per calcolare proporzionalmente il valore da assegnare agli item mancanti; secondo gli autori, la scala resta valida fino a 5 item mancanti. Come l’ODARA, il DVRAG fornisce un’indicazione circa la probabilità di cinque variabili-esito: aggressione del partner, frequenza dell’aggressione, gravità dell’aggressione, numero di lesioni e momento dell’aggressione.

4.5.3. Proprietà psicometriche

Usando un campione indipendente composto da 346 autori di reati, con un tasso base di reiterazione del reato del 46%, Hilton et al. (2008) hanno riscontrato che il DVRAG ha predetto la recidiva di IPV meglio del solo ODARA (rispettivamente, AUC = 0,65 e AUC = 0,70), il che indica che il DVRAG ha una forte validità predittiva. Il DVRAG ha predetto anche la frequenza, la gravità e il momento dell’aggressione più accuratamente di tutti gli altri strumenti di valutazione del rischio. Gli autori dello studio hanno riportato anche un coefficiente di attendibilità intergiudice pari a 0,92, basato sulla selezione casuale di 10 dossier tratti da un programma di intervento sull’IPV. Gli autori hanno riscontrato che il DVRAG e il PCL-R predicono l’IPV più accuratamente rispetto al SARA e pertanto ritengono che, nell’eziologia dell’IPV, l’antisocialità svolga una funzione più importante rispetto agli atteggiamenti e ai comportamenti nella sfera relazionale.

4.5.4. Limiti e controindicazioni

Il DVRAG è uno strumento di valutazione nuovo, per cui non sono ancora stati pubblicati studi di validazione indipendenti circa il suo impiego. Esso presenta gli stessi limiti dell’ODARA, in quanto il sistema di calcolo del rischio non può essere applicato automaticamente agli autori di IPV appartenenti a una determinata area geografica senza conoscere il tasso base locale. I clinici dovrebbero anche tenere a mente che questo strumento non è stato validato per la somministrazione ad autrici di reato.

4.5.4. Disponibilità

La componente ODARA del DVRAG si trova in Hilton et al. (2008). Il PCL-R può essere acquistato presso il Multi-Health Systems (www.mhs.com).

4.6. The Danger Assessment Scale (DA)

4.6.1. Sviluppo e contenuto

Il DA (Campbell, 1986) è da ritenersi unico tra gli strumenti di valutazione del rischio di IPV, in quanto mira a predire il rischio di ricaduta criminale in termini di assassinio del partner intimo (API) e viene somministrato alle vittime anziché ai responsabili del crimine. La scala punta quindi a incrementare la capacità decisionale della vittima, aiutandola a valutare più accuratamente il rischio di essere uccisa o ferita gravemente dal partner. Il DA è stato sviluppato sulla base di studi retrospettivi sul femminicidio e le aggressioni gravi ed è stato perfezionato con l’aiuto di rappresentanti delle vittime ed esperti del settore. Gli item ripercorrono l’intera carriera criminale dell’autore di IPV, focalizzandosi su elementi quali i reati violenti, l’accesso ad armi da fuoco, la suicidalità e la gelosia. La versione riveduta del DA comprende: un calendario per aiutare la vittima a precisare la frequenza e la gravità degli abusi subiti nel corso degli ultimi 12 mesi; 20 domande con risposta sì/no, per esaminare l’esposizione della vittima a fattori certi di rischio di API; un algoritmo per calcolare un punteggio sintetico di rischio; alcune strategie consigliate per la gestione del rischio.

4.6.2. Somministrazione e scoring

Il DA è stato costruito per essere somministrato dal personale infermieristico alle donne che si presentano al pronto soccorso; attualmente, tuttavia, è ampiamente utilizzato in una varietà di contesti: nei centri che si occupano di violenza domestica, in ambito giudiziario e nell’area della salute mentale; la sua somministrazione non richiede competenze cliniche. Essa richiede circa 20 minuti.
Alla vittima viene presentato un calendario degli ultimi 12 mesi, le viene chiesto di indicare quando è stata aggredita, descrivendo le caratteristiche delle violenze subite usando una scala ordinale che va da 1 a 5, dove 1 equivale a una spinta o uno schiaffo senza lesioni o dolori duraturi; 3 equivale a essere picchiati e/o a subire gravi lesioni, come ossa rotte o ustioni; e 5 equivale a un’aggressione armata con conseguenti lesioni. È emerso che questa attività aumenta la frequenza e la gravità delle violenze riferite (Campbell, 1986; Campbell, 1995). Le domande servono a raccogliere informazioni sulla storia del reo relativa all’IPV e ad altre violenze, all’abuso di sostanze, alla suicidalità, alla gelosia e all’accesso ad armi, nonché a sondare la percezione che la vittima ha circa il rischio di essere assassinata dal proprio partner.
Ognuno dei 20 item è ponderato in base alla forza della sua correlazione con l’API, rivelata da studi retrospettivi, e i relativi punteggi vengono combinati in modo da ottenere un punteggio sintetico. Punteggi totali inferiori a 8 indicano “pericolo variabile”; tra 8 e 13, “pericolo aumentato”; tra 14 e 17, “grave pericolo”; oltre 18, “pericolo estremo”. I risultati del DA dovrebbero essere condivisi con la vittima allo scopo esplicito di pianificare tempestivamente un intervento volto a tutelare la sicurezza della stessa commisurato al livello di rischio.

4.6.3. Proprietà psicometriche

Il DA ha buone proprietà psicometriche, compresa l’attendibilità test-retest (r = 0,89), la coerenza interna (tra 0,60 e 0,86) e la validità convergente rispetto ad altri strumenti di valutazione del rischio di recidiva nei casi di IPV (Campbell, 1995). È stato anche dimostrato che esso correla positivamente con l’occorrere di  violenze e gravi minacce di violenza 3 mesi dopo un arresto (Goodman, Dutton, & Bennett, 2000) e 4 mesi dopo una sanzione imposta dal tribunale (Weisz, Tolman, & Saunders, 2000). Campbell, Webster e Glass (2008) riferiscono una ROC di 0,90 per la versione revisionata del DA, sulla base di un’analisi della totalità di femminicidi commessi in 11 città appartenenti al territorio statunitense. Ciononostante, secondo Hilton, Harris e Rice (2001) l’accuratezza predittiva dello strumento potrebbe essere ulteriormente migliorata eliminando gli item inversamente correlati con la recidiva, come quello che riguarda la suicidalità. Gli autori hanno scelto di conservare questo item anche dopo la revisione, in considerazione del rischio di femminicidio legato agli autori di reato aventi tendenze suicide. Recentemente il DA è stato sottoposto a revisione allo scopo di predire l’IPV in soggetti di sesso femminile omosessuali responsabili di crimini,  riferendo una buona validità predittiva (Glass et al., 2008).

4.6.4. Limiti e controindicazioni

Anche se il DA ha buone proprietà psicometriche e la ricerca indica che le vittime possiedono una discreta capacità di valutare il rischio di essere aggredite nuovamente (AUC = 0,62; Campbell, OÕSullivan, Roehl, & Webster, 2005), occorre procedere con cautela nella valutazione, in quanto gli studi retrospettivi sulle donne uccise dai loro partner indicano che le vittime di API tendono a sottovalutare il livello di rischio costituito dal proprio partner. Benché gli autori specifichino che il DA può essere utilizzato con vittime di entrambi i sessi, lo strumento deve ancora essere dotato di norme per la somministrazione a soggetti di sesso maschile vittime di IPV.

4.6.5. Disponibilità

Il DA è disponibile gratuitamente e può essere scaricato alla pagina https://www.dangerassessment.org.

5. Strumenti di valutazione ancillari

I seguenti strumenti di valutazione sono considerati ausiliari, in quanto consentono la somministrazione del SARA e coadiuvano il processo di valutazione del rischio di IPV.

5.1. Spouse Abuse Inventory

Lo Spouse Abuse Inventory (Sonkin, 2000) è una versione più ampia del Conflict Tactic Scale ed elenca più di 70 atti di violenza fisica, sessuale e psicologica e la loro frequenza. L’elenco comprende anche una checklist con oltre 100 lesioni che potrebbero derivare da specfici atti di violenza. Il questionario comprende anche una serie di domande a risposta aperta che riguardano determinati atti di violenza; il primo atto di violenza fisica, quello potenzialmente letale, quello più terrorizzante, quello più umiliante, un tipico atto di violenza fisica e un esempio di violenza non fisica. In genere viene utilizzato nella ricerca sull’IPV, ma non sembra essere stato oggetto di studi di validazione.

5.2. Psychological Maltreatment of Women Inventory (PMWI)

Lo Psychological Maltreatment of Women Inventory (Tolman, 1989) è stato utilizzato in molte ricerche per identificare i modelli di violenza psicologica o non fisica; la somministrazione e lo scoring risultano molto facili. La letteratura indica che tale strumento è in grafo di effettuare una accurata distinzione tra donne abusate, donne in difficoltà nella relazione e donne non abusate.

5.3. The Personality Assessment Inventory (PAI: Morey, 1991)

Il PAI è uno strumento affidabile e validato, raccomandato più del Millon Clinical Multiaxial Inventory (MCMI-III; Millon, 1994), che viene comunemente usato nella ricerca sull’IPV, perché contiene tre indici di aggressività e fornisce un’indicazione circa il livello di responsività del reo al trattamento.

5.4. Depression Anxiety Stress Scales (DASS)

Il DASS ha una buona validità ed  ampiamente utilizzato in molti Paesi. é consigliato come strumento di screening per valutare la presenza di un disturbo dell’umore.

5.5. Drug Abuse Screening Tool (DAST)

Il DAST ha una buona validità ed è ampiamente utilizzato in molti Paesi, soprattutto nel settore degli stupefacenti per verificare la presenza di abuso di sostanze illegali.

5.6. Alcohol Use Disorders Identification Test (AUDIT)

L’AUDIT ha una buona validità ed è ampiamente utilizzato in molti Paesi, soprattutto nel settore della droga e dell’alcol per verificare la presenza di un disturbo da uso di alcol.

6. Conclusioni

La crescente consapevolezza pubblica dei danni associati all’IPV ha portato all’introduzione di politiche favorevoli all’incriminazione e all’arresto in molti Paesi del mondo. Di conseguenza si avverte il bisogno urgente sia di utilizzare mezzi che consentano di identificare con precisione gli individui che hanno maggiori probabilità di reiterare il reato sia di implementare programmi trattamentali atti a intervenire sul rischio di recidiva, sui bisogni e sulla responsività (Yaxley et al., 2018). Attraverso un’attenta valutazione del rischio si svolge un’attività fondamentale, in quanto si forniscono utili indicazioni in termini di misure da attuare all’interno del sistema sanitario, previdenziale e giudiziario, a tutela sia delle vittime sia degli autori di IPV. Pur essendo ancora ai primi stadi di sviluppo e non prive di limiti, le misure attuariali di valutazione del rischio di IPV migliorano la completezza, l’obiettività, la standardizzazione e l’affidabilità del giudizio professionale degli esperti, specialmente quando queste informazioni vengono triangolate con dati ottenuti da fonti integrative. Tuttavia, occorre procedere con cautela sia perché le attuali misure di valutazione del rischio di IPV non sono ancora state validate in molti Paesi del mondo sia perché i risultati della ricerca risentono di una scarsa adesione alle procedure di somministrazione e ai criteri di rigore metodologico. Pertanto i clinici dovrebbero avere l’accortezza sia di considerare lo scopo, il contesto, i limiti di tempo, le possibilità di accesso alle informazioni e agli informatori e il possesso delle abilità, delle conoscenze e dell’esperienza necessarie per fornire una attenta valutazione del rischio di IPV volta a informare il sistema giudiziario; formulare giudizi con prudenza, decidendo quale metodo e quale misura di valutazione del rischio di IPV utilizzare ed enunciando i limiti dei risultati su cui si è basata la valutazione del rischio.
La sintesi dei contenuti descritti nel presente articolo deve la sua genesi al meticoloso lavoro rassegnistico svolto da Yaxley e colleghi (2018), cui va il merito di avere ampliato la conoscenza in materia di valutazione del rischio in ambito psicocriminologico, perlomeno la mia.

 

Dott.ssa Francesca Vitale, Ph.D.

 

 

 

Tabella 1. Le scale di valutazione del rischio di IPV più diffuse

 

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2 In Canada dalla British Columbia Institute on Family Violence  è attualmente utilizzato in quindici paesi. Differenza Donna ha validato e adattato lo strumento al contesto italiano. La versione originale era costituita da venti indici di rischio tratti in parte dall’HCR-20, organizzati in cinque aree rilevanti sia fattori di rischio statici sia fattori di rischio dinamici. Esiste, inoltre, una versione breve di Screening (SARA- S) (Baldry, 2006).

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